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L’Europa non si fida dell’Italia

Periodicamente, un esponente della Commissione Europea ricorda al governo italiano, forse a tutti gli italiani, con toni seri e, talvolta, perentori che, no, non stiamo mettendo abbastanza in ordine il sistema economico. Magari, i Commissari riconoscono gli sforzi fatti, li incoraggiano, i più gentili fra loro, come il francese Pierre Moscovici, si complimentano per la strada intrapresa, ma il messaggio non cambia: troppo poco il fatto, moltissimo l’ancora da fare. Questa volta è toccato al vice-presidente della Commissione, il finlandese Jyrki Katainen, affermare che “tutti possono vedere dai numeri che la situazione in Italia non sta migliorando”. La risposta sbagliata a Katainen è stata data da coloro che si sono affrettati a notare che quando lui era Primo ministro della Finlandia, l’economia del suo paese ha avuto non poche difficoltà. A parte che “mal comune [ma il male finlandese è di moltissimo inferiore a quello italiano] mezzo gaudio” non produce nessun miglioramento per l’Italia, la risposta Gentiloni e Padoan la debbono dare con i dati della Legge di Bilancio 2018 che è in discussione nelle aule del Parlamento.

Oltre ad essere fondate su un ineludibile dato di fatto, vale a dire il debito pubblico italiano che continua a trovarsi al disopra del 130 per cento del Prodotto Nazionale Lordo e che, di conseguenza, costa alcuni miliardi di euro per interessi, le affermazioni/valutazioni di Katainen sono un monito e una preoccupazione: bisogna fare di più, attenzione al futuro prossimo. L’economia italiana continua a crescere alquanto meno della media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Ma, qui sta la parte forte del monito di Katainen, le riforme programmate debbono essere portate a compimento, in particolare quella dell’età pensionabile. Poi viene la preoccupazione. L’Italia sta entrando in una campagna elettorale che sarà alquanto prolungata e tormentata. Katainen teme, e con lui, sicuramente non pochi altri Commissari, che partiti e dirigenti italiani si lancino in promesse “economiche” che non potranno mantenere, ma che, se le mantenessero, farebbero deragliare il treno della ripresa. Gli si potrebbe replicare che i rimproveri della Commissione rischiano di essere utilizzati proprio dai “sovranisti” alla Salvini e alla Meloni che potrebbero annunciare che loro imposteranno una politica economica più attenta ai bisogni degli italiani respingendo le interferenze europee. Difficile dire, a questo punto, in quale misura il Movimento Cinque Stelle vorrà sfidare o tenere conto delle compatibilità.

Più o meno all’unisono, soprattutto per non farsi scavalcare dai concorrenti, i capi dei partiti italiani sosterranno che l’Unione dovrebbe preoccuparsi meno del rigore e più della crescita. Qualcuno vorrà andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo, promesse da marinaio, comunque rimaste senza seguito. Notoriamente, sul rigore, da praticare non soltanto nei confronti dell’Italia, si ricompatta uno schieramento che segue la Germania e di cui fa parte anche la Finlandia (oltre a Olanda, Svezia, Paesi Baltici). La politica italiana ha due punti deboli. Il primo è quello di non trovare alleati sufficientemente forti e duraturi. Il detto inglese “se non puoi batterli [gli avversari] unisciti a loro” è difficile da mettere in pratica per i governi italiani che, nonostante le speranze derivanti dalla vittoria di Macron, l’alleato di peso nella Francia proprio non l’hanno trovato. Il secondo punto debole è quello finora risultato insuperabile: l’Italia non è sufficientemente credibile. I suoi governi fanno promesse a Bruxelles alle quali a casa non danno seguito. Continuano periodicamente, forse il governo Gentiloni meno dei suoi predecessori, ad attribuire le difficoltà all’Unione e a non assumersi le proprie responsabilità. Di fronte a chi è credibile si possono allentare i vincoli, i cordoni della borsa. All’Italia, dice Katainen, con tono fin troppo severo, no.

Pubblicato AGL il 17 novembre 2017

Renzi sbaglia ad attaccare l’Europa

L’Unione Europea è, certamente, come afferma Renzi, non soltanto, ma anche “un’accozzaglia di regole”. Lo lamentano da tempo, magari con una più misurata scelta di parole, tutti governanti inglesi. L’Unione Europea è già, altrettanto certamente, come vorrebbe Renzi, un “faro di civiltà e di bellezza”. Lo hanno scritto, nelle motivazioni con le quali hanno conferito proprio all’UE il Premio Nobel per la Pace, i severi norvegesi, i quali, pure, hanno per due volte rifiutato, con apposito referendum, di entrare nell’Unione Europea. Dunque, Renzi non è originale né nelle critiche né nelle indicazioni di obiettivi. Naturalmente, l’Unione Europea continua ad avere molto da fare sia per diventare più snella nelle procedure e nelle regolamentazioni sia per mantenersi “faro di civiltà e di bellezza”, qualità, indirettamente riconosciutele anche dai milioni di migranti che rischiano la vita per approdarvi. Questo da fare può essere conseguito criticando aspramente e sommariamente la Commissione Europea, che è, da qualunque prospettiva la si guardi, il motore dell’Unione, oppure scontrandosi con la Germania della Cancelliera Merkel, che è il paese più potente dell’Unione e che è seguita e appoggiata con convinzione da più della metà degli Stati-membri? Dalle due risposte inevitabilmente negative discende la domandona che conta di più. Se il Presidente del Consiglio italiano vuole cambiare le regole europee, a cominciare da quella che lo vincola di più, vale a dire i criteri relativi alla flessibilità del bilancio, e spingere Angela Merkel a sostenere politiche diverse, le sue critiche frequenti, dure, al limite dell’offesa, come sono state interpretate e respinte dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, sono utili oppure controproducenti? Qui la risposta è facile. Quand’anche gli altri europei e persino lo stesso Juncker, candidato dei Popolari ed eletto alla sua carica da Popolari e Socialisti, non le ritenessero controproducenti, sono comunque inutili, quasi irrilevanti. E’ possibile anche interrogarsi sul perché Renzi abbia usato toni esagerati e parole offensive, rispondendo che la sua è stata una mossa astuta con obiettivi elettorali: togliere armi ai populisti italiani, da destra e da sinistra, anti-Euro/pa. E’ possibile anche affermare che, nella sua irruenza, Renzi ha non soltanto esagerato, ma semplicemente sbagliato. In Italia, forse, battere i pugni sul tavolo del governo e dire che la maggioranza andrà avanti perché ha i voti, qualche volta è decisivo. In Europa, per battere i pugni su qualsiasi tavolo, bisogna essere presenti accompagnando i pugni con proposte formulate in maniera credibile che siano convintamente sostenute da una coalizione di Stati-membri. Contrariamente a quel che sostiene Renzi (“prima di lui il diluvio”), i governi italiani che lo hanno preceduto non sono mai stati telecomandati da una non meglio precisata Europa. Hanno semplicemente dovuto seguire politiche di austerità e di conformità insieme a tutti gli altri Stati-membri, un po’ di più poiché spesso quei governi violavano regole e criteri il più importante dei quali continua ad essere il debito pubblico. L’Italia con il debito pubblico del 130 per cento rispetto al Prodotto Nazionale Lordo eccede il limite posto al 60 per cento e non sembra né incline a sforzarsi di rientrarvi né capace di farlo. Infine, l’Italia di Renzi non è finora stata capace di trovare alleati inclini a sostenere le sue posizioni né in materia di flessibilità né in materia di immigrazione. Alzare la voce, quand’anche lo si faccia dalla restaurata Reggia di Caserta o dall’Expo del successo non serve. Prima continua a essere imperativo fare proprio i famigerati compiti a casa, tutt’altro che finiti. Poi, con i quaderni in ordine il Presidente del Consiglio dovrebbe con molta pazienza e con qualche idea chiara e originale trovare alleati a Bruxelles. Alzare la voce non è mai stato il modo migliore per convincere qualcuno, meno che mai chi pensa, come la maggioranza dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea, che gridare non conferisce nessuna credibilità aggiuntiva.
Pubblicato AGL 19 gennaio 2016