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Mes o non Mes, non esiste vincolo di mandato per i parlamentari

Noi che pensiamo e sappiamo che i parlamentari debbono agire “senza vincolo di mandato”, proprio come sta scritto nell’art. 67 della Costituzione, dobbiamo difendere questo diritto sempre. Dunque, siamo convinti “non da oggi” che: deputati e senatori dei Gruppi Misti, di Cambiamo, dei più o meno Responsabili e dissenzienti di varia provenienza hanno tutti, senza esclusione alcuna, il diritto di votare secondo coscienza e scienza (quello che sanno). Poi, se vogliono, ma qualcuno lo ha già fatto, spiegheranno perché. Sarebbe molto bello se potessero farlo nei loro collegi uninominali!

Se guardiamo al problema riforma del MES e accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette, potremmo anche chiedere a coloro che vorrebbero imporre il vincolo del mandato se hanno la possibilità di valutare in qualche modo che gli elettori dei parlamentari delle 5 Stelle hanno voluto, in effetti, impegnare con il loro voto i candidati che stavano eleggendo. Non mi pare che il 4 marzo 2018 il MES sanitario facesse parte del dibattito pubblico e neppure del non-programma del Movimento 5 Stelle. Dunque, nessuno, ma proprio nessuno dei parlamentari pentastellati (così come, in realtà, nessuno degli altri parlamentari) può sentirsi in qualche modo vincolato ad un mandato che non può avere ricevuto.

Naturalmente, il discorso deve essere allargato poiché, anche se non vogliamo e non potremmo ottenere parlamentari vincolati a impossibili mandati, siamo in molti a pensare che qualche forma di disciplina di voto e di coerenza politica tutti i parlamentari dovrebbero sicuramente averla. Chi accetta (se non, addirittura, sollecita e impone) la candidatura in un partito, salvo eccezioni clamorose, sta dichiarando di condividere la visione politica di quel partito e anche, più o meno completamente, il programma che quel partito sottopone agli elettori e sul quale i candidati fanno campagna elettorale. Una volta nei banchi di Camera e Senato gli eletti hanno l’obbligo politico e la responsabilità di cercare di trasformare il programma in leggi, in decisioni il più coerenti possibile con le indicazioni programmatiche. Non sarà affatto facile in un eventuale governo di coalizione nel quale bisogna sempre tenere conto delle preferenze programmatiche di ciascuno e di tutti i partiti facenti parte della coaIizione e dei loro parlamentari.

Voti contro il programma di governo concordato sono accettabili soltanto, a mio parere, se lo scostamento rispetto al programma del proprio partito è molto grande giungendo a sovvertirlo o quasi. Qui sta, opportunamente motivato, un voto di coscienza in dissenso dal proprio partito e dal governo (che può condurre fino all’abbandono). Criticare questi parlamentari con le classiche, ma logorissime accuse di essere attaccati alle poltrone (mentre sono i critici quelli attaccati ai loro pregiudizi), non soltanto è almeno in parte, in qualche caso molto grande, sbagliato. In buona sostanza è l’ennesima manifestazione di un brutto antiparlamentarismo che non muore mai, condito con una spruzzatina di maleodorante populismo.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su huffingtonpost.it

Il governo è più vicino di quanto si pensi

La maggioranza dei pur maldestri commentatori politici italiani si sono già esibiti sulla difficoltà di creare un governo in una situazione di “tripolarismo”. In verità, il problema nelle democrazie parlamentari non è l’esistenza di una pluralità di poli, ma la distanza ideologica e/o programmatica fra quei poli. In subordine, è anche la differente consistenza in termini di voti e seggi. In più ci sono aspettative e ambizioni personali collegate alla manipolazione, mai sufficientemente criticata, delle modalità con le quali si diventa Presidente del Consiglio in Italia. Anche se qualcuno pervicacemente continua a sostenere che bisogna superare la fase di governi non eletti dagli italiani, nessun governo è mai stato eletto da questi italiani. Nelle democrazie parlamentari non esiste nessuna legge elettorale che dà vita a governi, neppure il sistema maggioritario inglese. Il governo nasce sui numeri dei seggi e il suo capo è colui (colei?, jawohl, Angela) che riesce a mettere insieme una coalizione, a renderla operativa, a farla durare nel tempo. Dai tedeschi, di recente, per tutti coloro che non lo sapevano, abbiamo imparato che ci vuole tempo per costruire la coalizione di governo. Dagli spagnoli, per coloro che non si fossero mai curati dei governi socialdemocratici svedesi e laburisti norvegesi, potremmo persino avere imparato che, nelle democrazie parlamentari, nascono anche governi di minoranza sostenuti dall’esterno.

Sono fiducioso che tutti quelli che straparlano di una Prima Repubblica che, per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto e che, per manifesta ignoranza, non hanno studiato, riusciranno per vie traverse a imparare che qualche volta i democristiani delegavano al Presidente della Repubblica di offrire agli altri partiti invitati a fare parte della coalizione di governo una rosa di nomi DC fra i quali scegliere il Presidente del Consiglio. È comprensibile il punto di partenza negoziale di Di Maio e delle 5S: lui è il nome che intendono sostenere per guidare il governo. Più duttile, Salvini ha capito che non sarà lui il capo del governo, ma giustamente rinuncerà solo se, in un’alleanza con le 5S, emergerà un nome diverso da quello di Di Maio. È probabile che questi apprendimenti siano, da un lato, la conseguenza degli scambi più o meno polemici sui giornali e nei talk show. Dall’altro, però, deve essersi già manifestata la forza tranquilla del Presidente Mattarella che qualcosa ha sicuramente detto nel primo giro di consultazioni e qualcosa si appresta ad aggiungere nel secondo giro, mentre tende l’orecchio a novità che gli siano formalmente comunicate.

Non è una novità il Contratto che le 5S spacciano come un’invenzione tedesca, mentre la sua origine è il Berlusconi istrione della politica ospitato da Bruno Vespa. Quanto è avvenuto in Germania nel corso di incontri ravvicinati non è un contratto di Democristiani e Socialdemocratici con i tedeschi. È stato, invece, il tentativo di combinare in un testo accettabile da entrambi i punti fondamentali dei rispettivi programmi elettorali per giungere a un programma di governo condiviso. Quel programma, poi, è stato portato, atto senza precedenti, per la sua approvazione/ricusazione agli iscritti alla SPD. Prima delle consultazioni, ma anche durante, il Presidente Mattarella ha fatto conoscere un suo punto programmatico irrinunciabile: “stare in Europa” che, naturalmente, non preclude affatto il farsi valere per cambiare le politiche e le istituzioni dell’UE, ma certo relega molto sullo sfondo qualsiasi tentazione-scivolamento di tipo sovranista.

Dal calendario e dai tempi delle consultazioni possiamo trarre un altro insegnamento. Il Presidente assiste al travaglio interno al Partito Democratico. Non intende sottovalutarlo e non vuole accelerarlo. Come si conviene alla sua origine politica, al suo percorso e alla sua visione complessiva, Mattarella ha in almeno un paio di occasioni sottolineato che è necessario grande senso di responsabilità che non può limitarsi ad attribuire agli elettori posizioni inconoscibili. Non conosco elettori del PD che votando il loro partito intendessero mandarlo all’opposizione. Ho anche molti sospetti sull’esistenza di elettori della Lega che l’abbiano votata per farle fare il socio di minoranza in un governo presieduto da Di Maio e su elettori delle Cinque Stelle che siano indisponibili ad un governo con il Partito Democratico. Non siamo neanche ancora arrivati al confronto sui contenuti effettivi dei programmi elettorali che già un po’ tutti, meno il PD che non sa che cosa vuole, stanno dicendo e, probabilmente, l’hanno anche fatto sapere a Mattarella, a cosa sono disposti a rinunciare. Recede la malsana idea che si torni presto alle urne per trovarsi con una situazione simile all’attuale, con tutti, anche chi crescerà di un punto percentuale o due, più malconci. Il governo non è dietro l’angolo, ma l’angolo è meno lontano di quel che si pensi.

Pubblicato il 12 aprile 2018