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Sinistre erranti

Dal fascicolo n. 146 di Formiche, aprile 2019, pp. 62-63

 

Le sinistre in Europa godono di ottima salute. Sono numerose, anche all’interno di ciascun paese. Sono, come vuole una distorta concezione del mercato politico-elettorale, sempre in competizione fra loro. Offrono un ampio ventaglio di alternative ai loro elettori immusoniti e intristiti i quali di tanto in tanto scendono in piazza al fatidico grido di “unità unità”. Non per acquisita saggezza, ma per mancanza di materia prima (idee e cultura politica) hanno smesso di combattere esiziali battaglie ideologiche. Sono una debolezza tranquilla. Preferiscono il terreno del posizionamento, della personalizzazione, delle narrazioni contrastanti. Purtroppo, non ci sono più i bambini di Andersen capaci di esclamare ad alta voce: “la regina (sinistra) è nuda” -e, come aggiungo abitualmente, “pure brutta e miope”).

Ci sono soltanto due partiti di sinistra in tutta l’Europa (se i Brexiters si risentono peggio per loro) che superano la soglia del 30 per cento di voti, il Partito Laburista di Jeremy Corbyn (40%) e il Partito Socialista Portoghese (32 per cento). Persino i leggendari socialdemocratici scandinavi si sono oramai stabilizzati da qualche tempo intorno al 25 per cento che, talvolta, consente loro di andare al governo. Per tutti coloro che hanno, giustamente, guardato alla socialdemocrazia tedesca, grande è la tristezza. Anche se è in un governo che è difficile definire “Grande” Coalizione, la SPD al livello più basso di sempre del suo consenso elettorale è davvero il partner minore, junior. Tutto questo dopo che, come scrisse memorabilmente Ralf Dahrendorf, se non tutto il XX secolo è stato “socialdemocratico”, quantomeno per più di cinquant’anni i socialdemocratici furono influentissimi. Non solo hanno guidato molti governi anche per lunghi periodi, ma le loro idee e le loro pratiche riformiste incisero profondamente nel tessuto sociale, economico e persino culturale di tutta l’Europa occidentale –tranne l’Italia poiché il PCI mai ebbe “cedimenti” socialdemocratici e il PSI mai ebbe abbastanza consenso elettorale, ma idee sì, con la CGIL che nulla cercò di apprendere dai potenti sindacati socialdemocratici.

La politica continua ad avere bisogno di organizzazione, di presenza sul territorio, di attività costanti e insistenti, ma gli attivisti delle e nelle sinistre sembrano scomparsi quasi dappertutto, dirò “persino in Andalusia”, la culla del socialismo spagnolo. Sono, poi, effettivamente svaniti anche i dirigenti delle sinistre –sono costretto a usare il plurale, ma, attenzione, non è vero che le sinistre europee siano plurali/stiche. Sono semplicemente disaggregate, particolaristiche, conflittuali. Nessuna narrazione, neanche le più retoriche, come quella di Walter Veltroni, può sostituire una organizzazione –nel caso del neonato Partito Democratico di organizzazione ne era rimasta poca tranne quella di alcune fazioni. Però, se narrazione ha da essere, allora sono indispensabili due elementi: narratori credibili che conoscano la storia e rivitalizzino la memoria del loro partito, riuscendo a proiettarlo in un futuro difficile da immaginare, e un iniziale tessuto connettivo fatto di principi e convinzioni, di priorità e programmazioni, di analisi e proposte non occasionali, ma collegate a un passato di realizzazioni concrete.

Per una molteplicità di buone ragioni la sinistra europea dovrebbe ricordarsi che si era proposta di perseguire non solo interessi di parte, ma di tutta la nazione, e che, senza contraddizioni, si era regolarmente definita internazionalista, oggi europeista. Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale/ista e accogliente per gli elettori come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che metta al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.

La rivista di un tempo che fu #Mondoperaio

Pubblicato in “Mondoperaio”, dicembre 2018 (pp. 39-42)

Quando un partito smette di elaborare idee, la sua funzione complessiva praticamente si esaurisce. A riprova, i partiti-non partiti italiani contemporanei, da qualche tempo privi di qualsiasi elaborazione culturale, si aggrappano a brandelli di potere, a Fondazioni e a oscure piattaforme soltanto per stare a galla. Non dipende solo dal fatto che nessun non-partito può permettersi una (non)scuola di partito. È che i protagonisti della scena politico-parlamentare italiana non hanno nessuna cultura politica, nessuna idea politica guida da trasmettere. Non faccio eccezione neanche per il Movimento Cinque Stelle poiché nessuna delle loro esperienze Meet up e altro ha il compito di formare una cultura politica. Forse, ma è un suggerimento al limite dell’oltraggio, invece di affidarsi alla Piattaforma Rousseau, potrebbero leggere sia Rousseau sia qualche altro illuminista. Questa breve digressione è necessaria per affermare un principio fondativo. Le idee vanno elaborate con riferimento alla visione della società che si desidera costruire, per negazione e per affermazione, ma anche nello scontro politico, nella orgogliosa rivendicazione di identità e di autonomia. Nella Repubblica italiana le riviste in qualche modo, con poche eccezioni, collegate ai partiti, sono state il luogo preminente di elaborazione politica. Senza dubbio “Mondoperaio” ha occupato, seppur con alti e bassi, un posto di rilievo fra le riviste di cultura politica. La sua storia e la sua incidenza non possono essere ridotte unicamente al conflitto con i comunisti, dotati di un considerevole apparato di strumenti di comunicazione politica. Mi limito a segnalare il settimanale “Rinascita” e il trimestrale “Critica marxista”, più tardi anche “Democrazia e diritto”. Quando sia il PSI sia “Mondoperaio” si “arrotolarono” intorno a Craxi, ho iniziato a collaborare su loro richiesta con notevole frequenza tanto a “Rinascita” quanto a “Democrazia e diritto”. Quando Covatta me lo chiederà potrei persino scrivere qualche nota comparata. La storia di “Mondoperaio” è anche quella di un partito che era convinto che gli intellettuali dovessero avere spazio di elaborazione e di intervento e che sapeva ascoltarli e, entro (in)certi limiti valorizzarli. L’elaborazione e la valorizzazione non poterono più continuare quando Craxi recuperò Proudhon (si noti che ho evitato il verbo riesumare), con il quale non era sicuramente possibile andare verso il rinnovamento del socialismo. Infatti, da nessuna parte in Europa, tantomeno in Francia, si guardò a Proudhon (per una discussione approfondita di quel recupero, delle sue motivazioni e delle sue conseguenze utilissimo è il volume curato da Giovanni Scirocco, Il vangelo socialista. Rinnovare la cultura del socialismo italiano, Torino, Nino Aragno Editore, 2018, che riporta il testo di Craxi e il carteggio fra un socialista milanese Virgilio Dagnino e Luciano Pellicani).

Non è banale iniziare sottolineando che certamente e inevitabilmente il contrasto con le idee comuniste e con le prassi del PCI, non riducibile esclusivamente alla giusta e doverosa, quanto difficile, ricerca da parte del PSI di maggiore spazio politico, fu frequente e rilevante sulle pagine di ”Mondoperaio”. Tuttavia, soprattutto, sotto la direzione di Federico Coen, nei difficili anni settanta, quando il PSI toccò il punto più basso del suo consenso elettorale e della sua presenza culturale, fu “Mondoperaio” a tentare e sostenere un’ambiziosa operazione di rilancio e di formulazione di una moderna culturale politica. Giusto fu ingaggiare quello che Amato e Cafagna definirono Duello a sinistra: socialisti e comunisti nei lunghi anni ‘settanta (Bologna, Il Mulino, 1982). Giusta, ma forse non sufficiente, fu l’attenzione ai socialisti spagnoli, portoghesi e del PASOK: l’ascesa del socialismo mediterraneo conteneva insegnamenti che non abbiamo sfruttato adeguatamente. Giusto fu anche prendere ispirazione da François Mitterrand che si era proposto di erodere il consenso del Partito comunista francese (non solo filo-sovietico, ma sostanzialmente ancora stalinista), al tempo stesso, però, cercando di ampliare l’area complessiva della sinistra. Troppi, invece, pensarono, alcuni anche sulle pagine di “Mondoperaio”, che sarebbe stato sufficiente, sottovalutandone l’enorme difficoltà e la grande improbabilità, un travaso di elettori dal PCI, “esploso” quantitativamente grazie alla sua proposta di compromesso storico della quale per qualche tempo era rimasto prigioniero, per poi entrare in grande confusione strategica orientato a una mai meglio definita “alternativa democratica” (forse, percependosi, autocriticamente, ma ci vorrebbe uno psicanalista lacaniano, sì come alternativa, ma non proprio/non del tutto “democratica”?).

Perdere voti, come successe per tutti gli anni ottanta, non sarebbe bastato al PCI per cambiare linea. Aveva, naturalmente, ragione Norberto Bobbio, e doppiamente. Primo, bisognava dialogare con i comunisti e persuaderli a “socialdemocratizzarsi” (Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976), ma neppure Bobbio andò a fondo su questa auspicabile trasformazione, anteponendole la davvero complessa formazione di un partito unico dei lavoratori. Secondo, era indispensabile ripensare la sinistra. Qui si colloca un mio personale “coming out”. Dall’inizio degli anni settanta mi trovavo proprio lì: fra il PSI di De Martino, e il PCI di Berlinguer per due ragioni. Ero, prima ragione, analiticamente e politicamente convinto che bisognasse costruire una alternativa alla DC attraverso un’alleanza fra PSI e PCI entrambi trasformati. Seconda ragione, pensavo che, sfidato e portato sul piano dell’alternativa, il PCI sarebbe stato costretto a abbandonare la sua linea pro-sovietica diventando un plausibile partito di governo. Nel 1976 e 1979 fui molto lieto quando il PCI candidò e fece eleggere Altiero Spinelli al Parlamento Europeo, ma non bastava. Lo dirò meglio, ma anche più ingenuamente: ero schierato sulla frontiera dell’scelta di sinistra. Quella frontiera si poté allora, per cinque–sei anni, difendere e fare avanzare con qualche prospettiva, seppur non grande, di successo scrivendo, dialogando, polemizzando, elaborando idee sulle pagine di “Mondoperaio”. Senza nessun pentimento da allora sono stato un compagno di strada, promiscuo, disposto a fare tutta la strada necessaria in compagnia di coloro che volessero e operassero per l’alternativa. Oggi, la strada appare tutta in salita, qualcuno è giunto alla conclusione che in cima non c’è neppure più l’alternativa. Sostengo, l’ho letto da qualche parte (probabilmente nelle pregevoli memorie di Sisifo) che quello che conta è il viaggio, ovviamente fatto in buona compagnia. In quegli anni, la compagnia dei collaboratori di “Mondoperaio” era probabilmente la migliore trovabile in Italia. Poi si è dispersa e alcuni hanno preso una strada che non potevo percorrere se volevo, e lo volevo, restare fedele alla mia certa idea di “alternativa di sinistra”.

Furono numerosi gli articoli pubblicati su “Mondoperaio” intesi a cogliere l’essenza della sinistra vincente di Mitterrand: plurale, federata, con forte presenza sul territorio, dotato di una cultura politica moderna, capace di attrarre e di valorizzare un non piccolo mondo intellettuale e di grands commis. Anche il sistema istituzionale della Quinta Repubblica francese, semi-presidenzialismo e legge elettorale a doppio turno contribuì significativamente al successo di Mitterrand (“le istituzioni della Quinta Repubblica non sono state fatte per me, ma me ne servirò”–cito a memoria la sua dichiarazione subito dopo la prima elezione alla Presidenza nel 1981). Alla Francia guardò l’allora già molto autorevole collaboratore della rivista Giuliano Amato, com’è facile notare rileggendo il suo libro: Una Repubblica riformare (Bologna, Il Mulino, 1980). Vi fece riferimento esplicito anche Giuseppe Tamburrano, Perché solo in Italia no (Roma-Bari, Laterza, 1983). Per quanto non sempre con la precisione necessaria –infatti, tuttora, non sono pochi coloro che accomunano, sbagliando alla grande, il presidenzialismo USA al semipresidenzialismo francese e non sanno cogliere le grandi opportunità politiche, non solo elettorali, del doppio turno in collegi uninominali, i socialisti e “Mondoperaio” posero la questione istituzionale al centro del dibattito. Sottolineo qui la centralità del doppio turno in collegi uninominali (nulla a che vedere con l’Italicum) nel consentire, anzi , imporre a socialisti e comunisti francesi di giungere ad accordi al primo o, molto più frequentemente, al secondo, turno, ma aggiungo che, come congegnato in Francia, il doppio turno per le elezioni parlamentari offre grandi opportunità ai (candidati dei) partiti non estremi, garantendo anche un ruolo insostituibile, quindi da premiare ai (candidati dei) partiti estremi disposti a formare coalizioni. Purtroppo, l’azione dei parlamentari socialisti nella Commissione per le riforme istituzionali (novembre 1983-febbraio 1985) presieduta da Aldo Bozzi, non andò affatto in direzione “francese”.

Le parole di oggi, ancorché alquanto appannate, democrazia maggioritaria, bipolare, alternanza, hanno radici in quel dibattito, in quegli anni, sulle pagine di quella rivista. Il compromesso storico non aveva nulla a che vedere con la prospettiva che sarebbe poi stata, non proprio felicemente, definita “compiuta” (quasi per definizione le democrazie non sono mai “compiute”, ma sempre in progress). Negava la prospettiva dell’alternanza, serviva, forse, a entrambi i potenziali contraenti, PCI e DC, per mantenere le loro rendite d’opposizione e di posizione piuttosto che per affrontare il loro rinnovamento, di persone e di idee. Non avrebbe mai condotto l’Italia nell’ambito delle democrazie dell’Europa occidentale e meno che mai nel solco delle socialdemocrazie. Nient’affatto auspicato, ma anzi spesso violentemente contrastato, l’esito socialdemocratico era il più temuto dai comunisti che ripetevano il loro mantra: le socialdemocrazie non hanno cambiato il capitalismo, le socialdemocrazie sono in crisi, le socialdemocrazie sono superate. Se ben ricordo, però, né il percorso né l’esito socialdemocratico furono difesi con molto vigore da tutti sulle pagine di “Mondoperaio”. Non pochi collaboratori avevano e mostrarono riserve, a mio modo di vedere, allora e oggi, non nobili e sbagliate. È troppo facile ironizzare adesso sui comunisti che odiavano le socialdemocrazie e che hanno, prima, dato vita al Partito Democratico, poi sono diventati renziani, sostenendo riforme costituzionali che nulla avevano in comune con il progetto, per quanto vago, della Grande Riforma, ma è doveroso ricordarlo e farlo. Certo, diventato Presidente del Consiglio Bettino Craxi non sostenne più la sua idea del cambiamento della forma di governo (e anche il “Mondoperaio” di quella fase l’abbandonò). Qualsiasi alleanza di governo con la DC, temporanea e di lungo respiro, contraddiceva alla radice tutte le ipotesi di cambiamento costituzionale, istituzionale, elettorale. Bastò un solo referendum su una piccola clausola della legge elettorale proporzionale, vale a dire, la preferenza unica, per mandare gambe all’aria tutto il sistema dei partiti che aveva costruito e accompagnato la storia della Repubblica (dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico: 1945-1966, titolo di un fortunato libro di Pietro Scoppola, Bologna, Il Mulino, 1991, scoperta tardiva della partitocrazia quando declinava il potere democristiano che di quella partitocrazia era stato il perno determinante) e aprire un percorso di cambiamenti quasi esclusivamente elettorali, con poche e molto discutibili, comunque, inadeguate riforme istituzionali che non hanno nulla a che vedere con la Grande Riforma, pure suscettibili di interpretazioni e di attuazioni molto diverse.

Non è questo, adesso, il luogo per procedere ad approfondimenti e precisazioni sul tema generale “quale Costituzione” anche perché non ho affatto voglia di rincorrere tutti i molto loquaci e verbosi opportunisti, vale a dire coloro che hanno cambiato idea a seconda delle opportunità. Due riflessioni sono, però, indispensabili proprio alla luce di quanto “Mondoperaio” ha fatto e ha prospettato. La prima riflessione riguarda la persistenza delle problematiche di allora che, in condizioni attualmente molto più difficili, continuano a richiedere soluzioni. Lascerò da parte la questione dell’alternanza poiché, da un lato, di alternanze ne abbiamo avute molte, nessuna da manuale, vale a dire con una coalizione di governo che dura tutta la legislatura e viene sostituita da una coalizione diversa che per tutta la legislatura ha svolto il ruolo dell’opposizione. Incidentalmente, alternanze di questo tipo sono molto rare anche nelle altre democrazie occidentali. Per le necessarie informazioni mi permetto di rimandare ai saggi contenuti in G. Pasquino e M. Valbruzzi, a cura di, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011). Dall’altro lato, mi corre l’obbligo scientifico di sottolineare che, per esempio, Sartori non ha mai ritenuto, e lo ha scritto e ripetuto, che l’alternanza abbia virtù taumaturgiche tali da sanare i vizi dei partiti, dei loro dirigenti, dei governanti. Operare soltanto sulle condizioni dell’alternanza non migliora affatto il funzionamento del sistema politico. Non vorrei, però, che i lettori si buttassero al polo opposto e pensassero che una maggioranza di governo artificialmente gonfiata da un premio, più o meno cospicuo, di seggi, sia la soluzione auspicabile e produca automaticamente la cosiddetta “governabilità” a scapito della rappresentanza. Al contrario, meno rappresentanza non equivale affatto a più e migliore governabilità.

La seconda riflessione è a più vasto raggio. La mia interpretazione di quanto ha fatto “Mondoperaio”, specialmente quando fu diretto da Federico Coen, è quella di un tentativo forte di ridefinire, trasformare, modernizzare la cultura politica della sinistra, in particolare, sfidando i comunisti che la loro cultura politica non stavano affatto rinnovando, neppure con gli apporti di Gramsci (che fra i suoi pur grandi meriti non può sicuramente vantare quello di essere un teorico della democrazia né bipolare né compiuta ). Questa operazione, importante, degna di attenzione e di una valutazione complessivamente positiva, non è riuscita. Pertanto, rimane all’ordine del giorno. Invece, è successo che tutte le culture politiche italiane, a partire da quelle, la liberale, la cattolico-democratica, l’azionista, la socialista e la comunista, sono sostanzialmente scomparse (ho intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia, un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre-Dicembre 2015,nella quale si trovano, fra gli altri, articoli di Giuliano Amato e Achille Occhetto, i quali non sorprendentemente solo in parte concordano con me).

Molte delle esigenze di allora, in particolare, da un lato, la costruzione di una democrazia decente, che non ha bisogno di altri aggettivi, dall’altro, la formazione di un partito di sinistra, permangono in condizioni molto più difficili. Quel partito di sinistra non è mai stato il Partito Democratico dal quale i socialisti si sono tenuti e sono stati tenuti lontani, quasi che il meglio delle culture riformiste del paese (nello slogan ripetuto fino alla noia dai Democratici e mai tradottosi in una qualsiasi cultura politica già largamente assente nell’Ulivo) potesse affermarsi escludendo proprio la cultura socialista (e qui, credo, che sarebbe opportuno rileggere la storia delle riforme del centro-sinistra), a sua volta, forse il meglio, gioco con le parole, non con la sostanza, delle culture politiche riformiste italiane. Naturalmente, mi si potrebbe obiettare che non sappiamo più neppure che cosa voglia dire sinistra. Dissento e sostengo che è tuttora possibile e fecondo definire sinistra lo schieramento che, da un lato, con riferimento a Bobbio, si batte a favore dell’eguaglianza o, se si preferisce, per ridurre, contenere, infine eliminare almeno le diseguaglianze di opportunità, dall’altro, protegge e promuove i diritti, quelli veramente tali, non le rivendicazioni, civili, politici e sociali. Vedo non poche coincidenze con le argomentazioni, pure non sistematiche, contenute negli articoli di “Mondoperaio” di quei tempi. Quello che, invece, non vedo è chi si stia attualmente impegnando su questo terreno. Addirittura temo che, prima di pensare alla formulazione di una cultura politica sia necessario creare una cultura di fondo, fatta di conoscenze e di interpretazioni della storia d’Itali e d’Europa (sì, lo so che ci sono anche la globalizzazione e il capitalismo, suvvia). C’è molto da fare (e quasi niente per cominciare).

Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Una storia da ricostruire. Il PCI sotto le Due Torri

Corriere di Bologna

Chi non conosce la storia è condannato a riviverla”. Magari, commenterebbero alcuni vecchi comunisti italiani, orgogliosi della storia del PCI e della loro storia personale di impegno, di azione, di cultura politica. Forse, più che riviverla, quella storia bisognerebbe, non rottamarla, ma insegnarla nelle sue luci e nelle sue ombre, in quello che fu positivo, anche per la democrazia italiana, e in quello che fu negativo e che ha portato all’inadeguata trasformazione del PCI che non riuscì mai a imboccare la strada difficile, ma promettente, della socialdemocrazia. Naturalmente, una storia è fatta di azioni e di interpretazioni, si (ri)costruisce su documentazioni e riflessioni, anche su critiche e autocritiche. Una buona storia è recupero di un patrimonio culturale costituito anche da immagini, simboli, effigi. Nulla di tutto questo parla da solo, ma tutto può essere interrogato da chi ne abbia gli strumenti per farlo.

Curiosamente, sappiamo molto della città di Bologna, della sua storia recente, dall’avvento del fascismo alla liberazione, dei governi comunisti, dell’alleanza fra PCI e PSI, della leggendaria campagna elettorale del 1956: “Dossetti contro Dozza”, dei sindaci. Non esiste, però, una vera e propria storia del Partito Comunista Bolognese. Adesso, dalla bella indagine di Pier Paolo Velonà apprendiamo che colui che fu anche il tesoriere del PCI, ovvero Mauro Roda, adesso presidente della Fondazione 2000, possiede un vero tesoretto di oggetti che fanno parte della storia del PCI e che sarebbero essenziali per chiunque volesse ricostruire quella storia con appropriati metodi di indagine che la illuminino anche nel vissuto quotidiano del partito, dei dirigenti, dei militanti.

Forse un simile patrimonio, integrato da elementi che altri comunisti posseggono, dovrebbe trovare una sua sede ampiamente accessibile. Qui torna la storia con la necessità di una rivisitazione per capirne di più sulla costruzione della democrazia a Bologna e dintorni e sul modo con il quale il PCB mantenne un livello di consenso molto elevato per un lungo periodo di tempo. Qualcuno potrebbe anche giungere a pensare che documenti e oggetti, azioni e trasformazioni poggiavano tutte su una base solida: una cultura politica di fondo, anche ideologica, non priva di difetti, ma omogenea e capace di indicare obiettivi. Al proposito, guardando a quanto è successo negli ultimi quindici-vent’anni, una qualche forma di nostalgia appare più che giustificata.

Pubblicato il 14 febbraio 2017

Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle

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Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale

Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…

La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.

Per lei il Pd è il partito della Nazione?

No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…

Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?

Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.

Democrazia interna poca, però, eh?

Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.

Rimpiange il centralismo democratico?

Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.

Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?

Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.

Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…

Meglio loro, la Montagna, che la Palude…

Pubblicato il 22 marzo 2016

 

Primum vivere, deinde scribere l’autobiografia

Cattura

Recensione del libro di Claudio Martelli, Ricordati di vivere, Bompiani, Milano, 2013, pp. 594

Il titolo dell’autobiografia politica di Claudio Martelli mi ha molto incuriosito. Però, giunto alla fine di una lettura sempre molto interessante confesso di non averlo capito. Deve essere un monito per altri, non identificati personaggi, forse per quei troppi dirigenti socialisti dei suoi anni ruggentissimi che, oltre che alla politica, si dedicavano alla ricerca di mezzi per stare in politica, per crescere nelle cariche e per arricchimento personale (“convento povero, frati ricchissimi” nella valutazione del socialista Rino Formica)? Certamente, a giudicare da quello che scrive lo stesso Martelli, lui non ha avuto bisogno di nessuno che gli ricordasse di vivere. Tralasciando per il momento il suo arrembante percorso politico, durato poco meno di trent’anni, quindici dei quali in ruoli importanti (quattro legislature alla Camera dei deputati, a lungo vice-segretario del PSI, Ministro della Giustizia e vice-Presidente del Consiglio, infine, dal 1999 al 2004 Europarlamentare), ha “goduto di generosi benefit del partito, spese di segreteria, affitto di appartamenti, macchine, viaggi, alberghi, ristoranti”. Tutto questo gli è servito per “fare politica onestamente e anche godere di agi e vantaggi” grazie “a Craxi e al Partito socialista, che [lo] hanno messo al riparo dai rischi di dover[s]i procurare le risorse necessarie per [lui], per i [suoi] collaboratori, per le campagne elettorali, per i continui trasferimenti di un piccolo apparato” (p. 578). Anche nel privato Martelli non si è affatto dimenticato di vivere: belle e avventurose vacanze dalla California al Kenya e una pluralità di rapporti sentimentali più che soddisfacenti e, se posso permettermi, molto variegati: due mogli, quattro figli da tre diverse compagne. Ce n’è abbastanza per riempire la vita anche di un uomo irrequieto, alla ricerca di qualcosa di non specificato, forse non soltanto di potere politico, ma di riconoscimento, che plachi la sua irrequietezza.

Dev’essere davvero difficile (vedo in giro molti esempi, di gran lunga meno interessanti di Martelli) per gli uomini che hanno avuto potere e che lo hanno per le più diverse ragioni, spesso soprattutto per loro demerito, perduto, rassegnarvisi graziosamente e intraprendere una second life. Se non hanno avuto altro interesse e altro scopo nella vita che quel potere politico, ahi ahi, la privazione diventa insopportabile poiché non sanno come occupare il loro tempo. Continuano a strusciare, finché possono, i piedi nel Transatlantico di Montecitorio, cercano di farsi citare dai giornalisti, vanno alla ricerca di qualche comparsata televisiva da ex. I più fortunati si fanno ficcare in qualche Commissione per la revisione di qualsiasi cosa non funzioni nello Stato italiano (e spesso vi riescono): patetici. Martelli, no. Questa autobiografia può essere letta non soltanto come il tentativo di riscrivere un pezzetto, importante, di storia italiana, socialista, personale, ma come una catarsi.

Ho cercato di capire le motivazioni del fatidico ingresso di Martelli in politica. Potrei dire che ho intravisto molta, legittima, ambizione, forse anche gli incentivi del tempo, inizi anni sessanta, non so se fin da subito, ma sicuramente in seguito, anche il tentativo di cambiare la politica, più che a livello locale, dove pure ebbe qualche responsabilità pratica, soprattutto a livello nazionale. E’ l’incontro con Craxi che segna la svolta decisiva e, per Martelli, molto positiva. Sono le differenze d’opinione con Craxi che, ad avviso di Martelli, impedirono cambiamenti cruciali, ad esempio, quello della (auto)riforma del partito, proposta da Martelli quando Craxi era già arrivato a Palazzo Chigi, quindi dopo il 1983 (pp. 311-321). Sono, infine, le divergenze con Craxi sui tempi e sui modi di proseguire la politica socialista poco prima del crollo del muro di Berlino. “Ancora alla vigilia del crollo dei muri, l’apparenza sembrava giustificare la tattica attendista di Bettino, che saldo su se stesso e sul suo partito si limitava a regolare il gioco politico dividendo gli alleati, logorando gli avversari, aspettando che un nuovo ciclo gli restituisse lo scettro [sic] con il ritorno a Palazzo Chigi o magari, chissà ( anche di questo abbiamo ragionato e vagheggiato in certi momenti), gli aprisse la strada al Quirinale” (p.439), che segnano una profonda e dolorosa incomprensione. Molto diversa erano la diagnosi preveggente e la strategia suggerite a Craxi da Martelli: “Una stagione politica è finita e pensare di ripeterla è molto rischioso. Che cosa può dare di più di quello che ha già dato nei quattro anni in cui sei stato presidente del consiglio? L’alleanza con la DC è esaurita, la DC è esausta, rischiamo di farci trascinare nella sua decadenza. Prepariamo qualcosa di nuovo, prepariamo un nuovo ciclo, dedichiamoci a riunire e guidare una sinistra divisa, confusa. Bettino, non basta parlare di unità socialista, formularla come un diktat, come un prendere o lasciare. Dobbiamo essere pronti anche noi a rinunciare a qualcosa, persino al governo se è necessario per costruire qualcosa di grande. … Dobbiamo puntare alla presidenza della repubblica, perché è da lì che si guiderà la nuova fase politica” (pp. 511-512).

Pure essendo molto consapevole del ruolo molto influente svolto dai Presidenti: da Scalfaro (poi criticatissimo da Martelli), in misura inferiore, da Ciampi, in misura enormemente superiore da Napolitano (regolarmente descritto da Martelli come molto attento alle preferenze e alle esigenze del PSI), non intendo discutere della validità dell’asserzione di Martelli (guidare la nuova fase politica dal Quirinale), ma trovo curioso come nella sua autobiografia i rapporti Craxi-Berlusconi siano appena accennati e il potere successivo di Berlusconi non sia neppure preso in considerazione. Maliziosamente aggiungerò che parecchio spazio viene concesso, invece, a Gelli e agli incontri da Martelli avuti con il capo della P2. Ancora più curioso è che Martelli scriva della necessità di “riunire e guidare” la sinistra, divisa e confusa, praticamente cancellando quello che mi era sembrato l’impegno predominante del suo agire politico, oserei aggiungere, intellettuale e culturale: costruire una grande forza politica liberalsocialista. Affronterò questo importantissimo aspetto facendo riferimento a due nomi, diversamente molto significativi, e a un evento straordinariamente importante. La premessa, di cui Martelli potrebbe dolersi, sta in una sua frase: “La coerenza è una virtù che parla di noi ma ha poco a che fare con la realtà” (p. 499). Quindi, essere incoerenti non è soltanto giustificabile; diventa assolutamente indispensabile. Qui, entra in campo, preceduto da critiche durissime (che sono spesso molto condivisibili) al Sessantotto e alle sue manifestazioni, il capo di “Lotta Continua” (e il direttore dell’omonimo giornale) di uno dei movimenti di maggiore successo, allora e oggi: Adriano Sofri. Mi limito a registrare un siparietto svoltosi nel 1985 in occasione del loro primo incontro nelle sale della rivista socialista “Mondoperaio”. “A riunione conclusa, Sofri mi abbordò: ‘Mi avevano detto che ci assomigliamo, ma tu sei più bello’. Scherzo per scherzo, risposi: ‘Tu sei più intelligente’ ” (p. 329). Resisto, ma davvero con molta fatica, dal commentare quanto di questo scambio riveli delle personalità di entrambi. Registro, invece, le molte parole che Martelli spende per sottolineare un’ampia concordanza di vedute con Sofri, del quale non riesco a ricordare espressioni lontanamente avvicinabili al “liberalsocialismo”.

Il secondo nome è Norberto Bobbio, il relatore della mia tesi di laurea all’Università di Torino, ovviamente, non il più noto e il più rilevante dei suoi meriti intellettuali e dei suoi contributi alla cultura politica di un paese refrattario, per di più schiacciato fra il cattolicesimo e il comunismo. Bobbio, uno dei grandi maestri del liberalsocialismo, viene citato tre volte. Nella prima citazione incidentale viene collocato insieme con Federico Mancini (con il quale non aveva praticamente nulla in comune) fra i “maestri tradizionali” (p. 212). La seconda volta, ricorda Martelli, di essere incorso “nella censura, amichevole, ma severa, di Norberto Bobbio: ‘equità e eguaglianza sono sinonimi’ [ho i miei dubbi sulla veridicità dell’attribuzione di questa frase a Bobbio] e mi rimandò a una bibliografia, –piuttosto datata, a dire il vero–… Replicai che tutto ciò che chiamiamo e amiamo con il nome di liberalsocialismo ruota intorno al tentativo di conciliare libertà ed eguaglianza in una sintesi superiore, più comprensiva e più mobile” (p. 333-334, corsivo mio). Avrei sperato che, per quanto “maestro tradizionale” e antico, Bobbio avesse imparato la lezioncina. Invece, qualche tempo dopo, a Bobbio toccò di ricevere un’altra severa e sprezzante critica: “a definire destra e sinistra non basta” –scrive Martelli dall’alto della sua filosofia politica– “il rapporto che, rispettivamente, hanno l’una con la libertà e l’altra con l’eguaglianza, secondo la discutibile distinzione resa celebre da Norberto Bobbio in un libricino di successo” (p. 379, corsivi miei). Peccato che Martelli dimentichi di citare il titolo La democrazia dell’applauso, di un famoso (e “discutibile”?) articolo di Bobbio con il quale su “La Stampa” del maggio 1984 il filosofo torinese stigmatizzava l’acclamazione senza votazione con la quale Craxi fu riconfermato segretario del PSI nel Congresso di Verona. A quell’articolo vale la pena di citare anche l’immediata e sprezzante replica di Craxi: “i filosofi che hanno perso il senno”. Tutto l’episodio è omesso da Martelli. Il quesito, però, è come fare il liberalsocialismo in Italia relegando ai margini il più influente filosofo del liberalsocialismo stesso.

La risposta Martelli l’aveva già data. Questo è l’evento che ho preannunciato: il suo giustamente famoso discorso “sui meriti e sui bisogni” pronunciato alla conferenza programmatica “Governare il cambiamento” che il PSI tenne a Rimini (31 marzo-4 aprile 1982). Martelli ricorda ai lettori che quel discorso fu giudicato “da molti osservatori, dagli stessi comunisti e da un interlocutore ostico come De Mita – come “il momento più alto del nuovo corso socialista” (p. 291). Sottolinea che voleva “scrivere un manifesto del socialismo moderno”, “uscire dal discorso ideologico, dal confronto di dottrine e di esperienze politiche” … attingendo dagli esempi, dal metodo, dai percorsi e dai risultati del secolo socialdemocratico [questa è la caratterizzazione data al XX secolo da Ralf Dahrendorf], a cominciare dalla sua espressione più compiuta, quella svedese” (p. 291). Fu senza nessuna riserva un discorso efficacissimo, persino entusiasmante, che riuscì, almeno con le parole, a coniugare in maniera ispirata il liberalismo, premiare i meriti, con il socialismo, liberare dai bisogni. Proprio il liberalsocialismo che Bobbio aveva provveduto a teorizzare da almeno trent’anni. “Il discorso di Rimini fu interrotto da applausi ripetuti, intensi e da un’ovazione finale lunga cinque minuti, con tutti i delegati in piedi e non pochi con le lacrime agli occhi, come mostrano i video d’epoca. Solo Craxi rimase seduto” (p. 298, corsivo di commento mio). Il resto è storia. Il PSI non seppe, non volle, non cercò di applicare quei due principi. Martelli continuò a fare il delfino di Craxi e Craxi continuò a dedicarsi alle manovre per (ot)tenere il potere, alla fine rifiutandosi di cederlo per tempo a Martelli.

Tralascio qui due elementi che, invece, Martelli sottolinea: il suo intenso e meritorio rapporto con Giovanni Falcone e le sue alquanto logore e banali, a mio parere, spesso esagerate e non inoppugnabili, critiche alla magistratura. Un ex-Ministro della Giustizia dovrebbe saperne di più e avrebbe dovuto agire rapidamente e più a fondo nei confronti dei magistrati corporativi, politicizzati, carrieristi, inefficienti. Tutto questo vale per un bilancio della sua personale traiettoria politica. Quanto all’operato complessivo, “quel che Craxi ha fatto, quel che abbiamo fatto insieme e con tanti altri compagni merita ancora di essere studiato, discusso, compreso” (p. 591). Gli errori Martelli li attribuisce all’insistenza di Craxi su un anticomunismo obsoleto che, in verità, fu la cifra, 0quasi totalmente condivisa da Martelli, del suo agire politico. “Nettamente prevalenti sulle ombre”, le luci furono “la rinascita del PSI e di un riformismo moderno [peccato che di questo non vi sia più traccia con almeno due terzi dei socialisti confluiti in Forza Italia], la contestazione energica, democratica, vincente del comunismo italiano [che, però, ha infiacchito i rimanenti comunisti, ma non ne ha fatto dei ‘liberalsocialisti’], la prova di governo e di orgoglio nazionale, le battaglie per i diritti umani e l’indipendenza dei popoli” (p. 591). Ricordati di vivere è una storia politica di grandi successi personali la cui morale è che, alla fine, in politica, non si vince mai. Questo, forse, spiega perché nelle memorie di Martelli, la sua innegabile arroganza si combina con l’inconfessabile dolore per l’irreparabile incompiutezza della sua parabola politica.

Paradoxa, Anno 9 – Numero 3 – Luglio/Settembre 2015

Sylos Labini al tempo del centro-sinistra

 

MeC

Da Moneta e Credito vol. 68 n. 270 anno 2015 (pp 173-186) 

Abstract
L’articolo discute la testimonianza del 1962 di Paolo Sylos Labini alla “Commissione sui limiti della competizione” del Parlamento italiano. Sylos Labini richiamava in quell’occasione la sua teoria dell’oligopolio, ma estende anche i suoi rilievi ad un ampio spettro di riforme strutturali necessarie all’Italia del tempo. Il presente articolo spiega il background storico della testimonianza di Sylos Labini, ponendo un’enfasi speciale sulla situazione politica del tempo.

L'”interrogatorio” di Sylos Labini, come viene definito negli atti della Camera dei deputati, ebbe luogo l’8 febbraio 1962 (Camera dei deputati, 1965; ripubblicato in questo numero: Sylos Labini, 2015). Appena una settimana dopo che il congresso della Democrazia Cristiana, tenutosi a Napoli dal 27 al 31 gennaio, aveva dato un sofferto via al centro-sinistra. Quel congresso è passato alla storia anche per le sei ore del discorso con il quale il segretario del partito Aldo Moro riuscì a convincere i delegati, stremandoli, che era venuto il tempo dell’allargamento della maggioranza ai socialisti. Con pazienza e con gradualità, Moro iniziava la strategia che lo avrebbe portato quindici anni dopo a dare vita anche ai governi di solidarietà nazionale con il PCI: altro che ‘democrazia dell’alternanza’!

A preparare la svolta del centro-sinistra aveva provveduto un governo guidato da Amintore Fanfani, un monocolore democristiano (luglio 1960-febbraio 1962), che rimarginava le ferite al sistema politico inferte dallo sciagurato governo Tambroni. La prima importante conseguenza del congresso DC fu un altro governo guidato da Fanfani, un tripartito DC-PSDI-PRI (febbraio 1962-giugno 1963) che godette della disponibilità socialista (allora definita “appoggio esterno”) a votare molti dei disegni di legge presentati. Quanto all’attivissimo Fanfani, come segretario della DC poteva con molte buone ragioni vantarsi di avere portato il partito nel 1958 al suo successo elettorale più consistente, secondo soltanto a quello ottenuto in circostanze eccezionali, oggi diremmo ‘bipolari’, da De Gasperi nel 1948 contro il Fronte Popolare. Fu un successo meritatissimo, conseguito proprio grazie all’attivismo consapevole e mirato di Fanfani, segretario della DC dal 1954 al 1958, che da un lato aveva cercato di rendere il partito più autonomo rispetto ai gruppi e alle associazioni fiancheggiatrici e, d’altro lato, aveva saputo radicare la DC sul territorio, facendone un partito di popolo. Nel 1958 la DC di Fanfani, che nessuno si sognò mai di chiamare ‘partito della nazione’, ma che era un partito concretamente interclassista, incassò un successo elettorale di notevoli dimensioni. Ottenne 12.522.279 voti (il 42,36%), il PCI 6.704.706 (22,68%), il PSI 4.208.111 (14.23%). Andò a votare addirittura il 93,8% degli aventi diritto.

Gli italiani credevano ancora nella politica e i partiti cercavano ancora non soltanto di convincerli a votare per loro, ma anche di ‘educarli’. Il miracolo economico, già in corso, era anche il prodotto di una politica che aveva saputo porsi al posto di comando. Per convinzione, per temperamento, per stile, in quel tempo Fanfani fu il leader democristiano meglio capace di rappresentare una politica che voleva prendere decisioni importanti, come fu l’avvio del centro-sinistra, e sapeva farlo anche sfidando la contrarietà di settori non piccoli né marginali del suo blocco sociale.

La collaborazione fra democristiani e socialisti (unitamente ai socialdemocratici di Saragat e ai repubblicani di La Malfa) fu sancita con la presenza di ministri socialisti nel primo centro-sinistra organico guidato da Moro (dicembre 1963-luglio 1964). Tre governi successivi di centro-sinistra fino al giugno 1968 furono ugualmente affidati alla guida di Moro, che antepose costantemente l’unitarietà della DC a qualsiasi riforma di più o meno ampio respiro. Di quei governi fece regolarmente parte anche il PSI, fortemente indebolito dalla scissione del PSIUP avvenuta nel gennaio 1964, alla quale non pose rimedio numerico né politico la frettolosa unificazione con il PSDI nel 1966-1969. I sistemi elettorali proporzionali non premiano necessariamente le fusioni fra partiti, ma soprattutto non pongono nessun ostacolo alle scissioni come quelle che, dal 1947 (PSDI) al 1964 (PSIUP) e al 1991 (Rifondazione Comunista), hanno sistematicamente colpito i partiti in senso lato riformisti.

Il cambio di leadership da Fanfani a Moro segnalò quanto grandi erano le differenze fra i due ‘cavalli di razza’ della DC. Per visione del mondo e per concezione politica, Moro era paziente, riflessivo, talvolta lentissimo, in maniera tanto esasperante quanto deliberata. Nella sua opera di governo, Moro sostituì il decisionismo fanfaniano con la mediazione. I governi di Moro non si assunsero mai la responsabilità di scelte definitive prima che tutte le parti si fossero espresse, che tutte avessero fatto pervenire le loro preferenze, che si fossero raggiunti accordi della più ampia convergenza possibile. Soltanto allora il governo ratificava quanto era emerso dal lungo procedimento dipanatosi nella società. Più o meno efficace e raccomandabile, questa modalità di governo avrebbe potuto condurre a forme di concertazione quasi al limite del neo-corporativismo, praticato soprattutto nei paesi scandinavi (e poi anche in Austria e Germania), ma che nell’Italia degli anni Sessanta era sostanzialmente sconosciuto.

Certamente, la complessità e la varietà di interessi collegati con la Democrazia Cristiana esigevano consultazioni e accordi. Nessun dirigente democristiano, meno che mai se si trovava in cariche di governo, avrebbe mai pensato a procedure decisionali basate sulla disintermediazione, vale a dire procedure che non si confrontassero con i corpi intermedi, con le loro preferenze e con i loro interessi. Anche per queste ragioni, il decisionismo era molto al di là da venire, né le ricette indicate da Sylos Labini sembravano suggerirne la necessità.

A cinquant’anni di distanza – che probabilmente è la prospettiva giusta – visto, rivisitato e valutato dopo l’espletamento di altre formule di governo, tutte incapaci persino di immaginarlo, il riformismo del centrosinistra continua ad apparire come un reale periodo di esperimenti, di interventi e anche di successi in termini di effettive riforme. È innegabile che, pur vedendone e cogliendone tutte le manchevolezze, senza quel riformismo l’Italia starebbe molto peggio. Per capire le ragioni di tali manchevolezze, ma anche i contributi positivi alla storia dell’Italia, il riformismo del centro-sinistra va collocato in un quadro più ampio dal quale trasse alimento e nel quale risulta fecondo paragonarlo con il riformismo di altri paesi. Nella consapevolezza di quanto sia difficile tenere insieme tutti i fili, ma anche di quanto sia importante cercare di farlo, suggerendo le connessioni e gli spunti per ulteriori riflessioni, affronterò il tema partendo da lontano.

Ai tempi di Moro e Fanfani, di Nenni, Lombardi, Giolitti e La Malfa, di globalizzazione come fenomeno che incide sulla discrezionalità delle decisioni nazionali, anzi, che le detta, non si poteva proprio parlare. Neppure il processo di integrazione europea, sul quale esprimersi allora a favore dell’unificazione politica significava avere accettato l’utopia tenacemente perseguita da Altiero Spinelli, sembrava porre costrizioni particolari all’attività di governo. Per storia e per collegamento con gli altri partiti democristiani europei – in particolare con quello tedesco, molto solido e di governo, e con quello francese, che però sarebbe praticamente scomparso poco dopo l’inaugurazione della Quinta Repubblica (1958) -, i democristiani italiani, espressione di una classe politica assolutamente provinciale tranne rarissime eccezioni (fra le quali, per fortuna di tutti gli italiani, va annoverato Alcide De Gasperi), furono fin dall’inizio europeisti, ma molto poco inclini a profondere le loro energie politiche a livello europeo. Dal canto loro, per tradizione storica e per convinzione, europeisti convinti furono i repubblicani di Ugo La Malfa, mentre i socialisti, originariamente tiepidi e non consapevoli della rilevanza e dell’influenza del processo di integrazione europea, non riuscirono, se così si può dire, a sfuggire al richiamo dell’Europa e dei molti partiti socialisti confratelli, a cominciare dai belgi e dagli olandesi, seguiti dai tedeschi e dagli austriaci, che quell’Europa unita la volevano costruire davvero e presto.

In quella fase, l’Europa fu uno soltanto, e neanche forse il più importante, dei fattori del più ampio quadro internazionale la cui evoluzione influenzò e, oserei dire, almeno in parte favorì (o meglio, non ostacolò) l’avvento del centro-sinistra. Scherzando, ma non troppo, credo che l’analisi di quei fattori debba cominciare con il ‘fattore K’. Non ‘K’ come Kommunismus (anche se del comunismo si deve parlare), ma con riferimento, nell’ordine con il quale giunsero alla guida dei rispettivi paesi, a Kruscev e a Kennedy. Non so se, tecnicamente, l’azione intrapresa da Kruscev sul piano dei rapporti con gli Stati Uniti possa già essere definita détente. Certamente, fu l’inizio del disgelo della Guerra Fredda, anche se nessuno può e deve dimenticare che nell’agosto del 1961 venne costruito il Muro di Berlino e nell’ottobre del 1962 ci furono i tredici drammatici giorni della crisi dei missili a Cuba, che portò il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare. La destalinizzazione iniziata da Kruscev e qualche sua apertura domestica al dissenso, ad esempio degli scrittori sovietici (nel 1962 Solženicyn pubblicò un testo fondamentale di denuncia sui lager, Una giornata di Ivan Denisovic), sembrarono promettenti.

La defenestrazione di Kruscev nell’ottobre 1964 non soltanto pose la pietra tombale su qualsiasi trasformazione politica liberalizzante dell’URSS, aprendo la strada all’esiziale era di Leonid Brežnev, ma per quel che conta per il discorso sul centro-sinistra, incise negativamente anche sul Partito Comunista Italiano. Toccò al (comunque) filo-sovietico Giorgio Amendola cercare di attutire il colpo. In risposta a una lettera di Bobbio (lo scambio si trova sulle pagine del settimanale Rinascita del 28 novembre 1964) che chiedeva ai comunisti di trarre le conseguenze da quello che era un avvenimento pesantissimo, che segnalava l’irriformabilità del comunismo sovietico, senza porsi il vero problema, cioè sganciare il PCI dall’URSS, Amendola faceva una sua personale fuga in avanti controproponendo l’impossibile: la costruzione con il PSI di un Partito Unico dei Lavoratori. Dati i rapporti di forza fra i due partiti, l’esito – era sufficiente ricordare l’esperienza del Fronte Popolare del 1948 – non sarebbe stato propriamente favorevole né al PSI né alla trasformazione del PCI. Ricca di ambiguità, la proposta di Amendola sembrò la presa d’atto da parte del PCI che il suo ruolo d’opposizione al centro-sinistra rischiava di rimanere sostanzialmente sterile. Subito reputata insufficiente da Bobbio, quella proposta non ebbe nessun seguito e scomparve persino dal successivo durissimo confronto interno fra Amendola e Ingrao, candidati alla successione a Togliatti. Entrambi, poi, fecero un passo indietro (o di fianco) per favorire una soluzione che non lacerasse il partito, soluzione rappresentata dall’elezione di Luigi Longo. Nulla di tutto questo favorì politicamente il centro-sinistra né, tantomeno, ne trassero profitto politico ed elettorale i socialisti.

Trovandosi l’Italia in quella che veniva definita “la sfera d’influenza” degli Stati Uniti, per capire il quadro nel quale si introduceva l’esperienza del centro-sinistra, è importante tenere conto anche dell’altra ‘K’, quella del giovane presidente democratico John F. Kennedy. Non so quali fossero i canali di contatto socialisti con gli USA e la loro ambasciata a Roma; sappiamo, però, che il Segretario di Stato uscente John Foster Dulles, e il capo della CIA, suo fratello Allen Dulles, non erano precisamente dei progressisti. Sappiamo anche che la maggioranza dei policy-makers americani a livello burocratico, in particolare nel Dipartimento di Stato, riteneva che i rapporti del PSI con il PCI non erano ancora del tutto rassicuranti, ad esempio dal punto di vista dell’eventuale accesso dei socialisti a dati riservati, disponibili agli stati membri della NATO. Anche senza giungere a fare dei socialisti il cavallo di Troia del PCI, le preoccupazioni e le remore degli americani erano molte e serie. Ci volle una missione a Roma nel febbraio 1962 di uno dei più autorevoli consiglieri di Kennedy, il già famoso storico Arthur M. Schlesinger Jr., per fugare i dubbi (“Washington was pleased at the prospect of a forward movement in Italian social policy but wondered about the implications of the apertura for foreign affairs”1 ), per piegare le fortissime resistenze del Dipartimento di Stato e per dare disco verde al centro-sinistra, come lui stesso racconta nel suo splendido resoconto della troppo breve stagione di Kennedy alla Casa Bianca (Schlesinger, 1965, pp. 879-881).

Schlesinger merita una riflessione leggermente più approfondita, proprio per capire meglio il quadro internazionale, politico e intellettuale in cui si situò il centro-sinistra. Nel suo resoconto, lo storico americano inserisce una notazione concernente il cattolicesimo “progressista” di John Kennedy e la coincidenza della sua presidenza con il pontificato di Giovanni XXIII. Nel contesto di sostegno al centro-sinistra, alcuni hanno voluto inserire anche la presenza a San Pietro di Giovanni XXIII, qualche sua dichiarazione, in particolare la sua distinzione fra il comunismo come errore condannabile e i comunisti, e l’annuncio e l’apertura del Concilio Vaticano II. Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare le associazioni e i movimenti cattolici che desideravano una svolta in senso progressista dei governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Senza andare troppo in là nei tempi e con le ipotesi, alcuni di questi gruppi e di queste associazioni, delusi dalla parabola del centro-sinistra, probabilmente insoddisfatti dal suo rendimento ma vogliosi di svolgere un ruolo più rilevante e di spingere per altri, più incisivi, cambiamenti, sarebbero poi diventati, dieci anni dopo, oggetto dell’offerta berlingueriana del compromesso storico.

Concludendo con lo Schlesinger storico, la sua fama in quanto studioso, oltre che da una intensa produttività, derivava da una trilogia dedicata al grande presidente progressista Franklin Delano Roosevelt e dalla sua visione coerentemente liberal, che proprio durante la presidenza di Kennedy tradusse in un agile libretto The Politics of Hope (Schlesinger, 1962). In quegli anni, in alcuni ambienti della sinistra democratica europea si fece strada l’idea che le politiche progressiste di effettivo cambiamento sarebbero state favorite dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente che, a sua volta, fosse capace di lanciare un’ondata di politiche progressiste che avrebbe attraversato l’Atlantico. Kennedy poteva essere quel presidente, ma la sua presidenza fu tragicamente spezzata dopo troppo poco tempo, cosicché chi voleva trovare l’alimento riformatore adeguato in Europa doveva guardare ad altre esperienze.

È probabile che alcuni, probabilmente pochi, intellettuali socialisti fossero al corrente della leggendaria epopea riformatrice dei socialdemocratici svedesi, ma certamente nessuno credette di poterne trarre insegnamenti applicabili nel troppo diverso contesto italiano. In qualche misura invece, anche se comunque molto differenti erano le condizioni di fondo, qualche lezione poteva venire ai socialisti italiani dai laburisti inglesi. Almeno questa possibilità è discussa e, con qualche forzatura, argomentata da Ilaria Favretto (2003). (Non riesco a resistere alla tentazione di sottolineare, alzando le sopracciglia, che oggi vi è qualcuno che intende su basi fragilissime, al limite dell’evanescenza, ricorrere al paragone, se non fra il Partito Democratico e il New Labour, quantomeno fra Matteo Renzi e Tony Blair. Ritengo questo paragone del tutto improprio e privo di sostanza storica e politica.)

Tuttavia, è innegabile che i mutamenti generazionali contino. Al proposito, merita di essere ricordata la famosa frase del discorso inaugurale del presidente Kennedy, che annunciava ai suoi fellow Americans che una nuova generazione, nata nel secolo XX, era giunta ai posti di comando. Una ragione di più per avere speranza e attendersi cambiamenti. Tuttavia, la non ancora vecchia Europa non era stata e non stava a guardare. In Gran Bretagna, subito dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi affidarono la ricostruzione a un governo laburista guidato dall’ultrasessantenne Clement Attlee (di estrazione operaia) e al suo partito. A dimostrazione che altre qualità possono contare anche più della giovinezza, il quinquennio riformatore di Attlee e dei suoi consiglieri innovatori segnò positivamente il corso della politica, dell’economia, della società nel Regno Unito fino all’avvento di Margaret Thatcher. ‘Welfare più keynesismo’ fu una formula di gran lunga più vincente della leniniana ‘Soviet più elettrificazione’.

Nel cuore dell’Europa, a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, si produsse un avvenimento di decisiva importanza, che cambiò la storia politica della Germania: Bad Godesberg. In un congresso straordinario, tenuto in quella cittadina termale dal 13 al 15 novembre 1959, la SPD ripudiò l’ideologia marxista e dichiarò la sua piena adesione ai principi liberal-democratici e all’economia di mercato. Bloccati per dieci lunghi anni in una condizione di opposizione intransigente, ma senza speranze di andare al governo, i socialdemocratici tedeschi, più per maturata convinzione che per subdolo opportunismo, produssero quella che certamente merita di essere definita una “svolta epocale” che, per l’appunto, trasformò quell’epoca. A livello locale i socialdemocratici tedeschi già governavano. Nel 1957 Willy Brandt, anche lui un rappresentante della generazione nata nel secolo XX (il cancelliere democristiano Konrad Adenauer (1949-1964) era nato addirittura nel 1876), era stato eletto borgomastro di Berlino Ovest. Brandt fu uno dei fautori della svolta di Bad Godesberg. In seguito, fu lui a offrire a Kennedy l’occasione di dichiarare il 26 giugno 1963 di fronte al Muro di Berlino: “Ich bin ein Berliner”. Fu lui a diventare Ministro degli esteri (come Nenni in Italia) nella prima Grande Coalizione tedesca (1966-1969), un centro-sinistra a due sostenuto da una comoda maggioranza di seggi. Infine, fu Brandt a diventare il primo cancelliere socialdemocratico tedesco (1969-1974) del dopoguerra.

Questo breve approfondimento è importante per due ragioni. La prima è che riguarda un partito, la SPD, che dimostrò notevoli capacità riformatrici. La seconda è che l’atteggiamento dei socialisti italiani verso la SPD spesso fu e rimase ambiguo, tanto che per criticare Craxi, in corsa a metà anni Settanta per diventare segretario del PSI, lo si definiva “il tedesco”.
Parecchi anni dopo, da più parti, e non soltanto nella sinistra italiana, a partire dai socialisti, emerse l’invito, anche con qualche tono provocatorio, ai comunisti di “andare a Bad Godesberg”, vale a dire di procedere a una revisione profonda, meglio all’abbandono, di un’ideologia e di una visione del mondo che erano provatamente fallite. Purtroppo, da un lato le riforme del centro-sinistra non furono considerate sufficientemente incisive (anche se sicuramente cambiarono l’Italia più di qualsiasi altra stagione); dall’altro, i socialisti e i mass media non riuscirono a esercitare sufficiente pressione sul mondo comunista, sui quadri intermedi del PCI e sugli intellettuali di riferimento, più che sulla leadership del partito.
Pur crescendo elettoralmente, i comunisti italiani restarono politicamente poco rilevanti. Alla fine, non sarebbero mai arrivati a Bad Godesberg ma, con più di trent’anni di ritardo, nel gennaio-febbraio 1991, a Rimini. Nella gaudente cittadina balneare romagnola, molti scoprirono che non esisteva nessuna terza via fra il comunismo realizzato e crollato e le socialdemocrazie da loro osteggiate. “La dritta via”, che non avevano saputo neppure cercare, era definitivamente “smarrita”. Quello che un grande partito e i suoi molti intellettuali avrebbero potuto fare consisteva in una riflessione ad ampio raggio sulle modalità con le quali procedere a un adattamento delle esperienze socialdemocratiche alla situazione italiana. Tutti mancarono al compito e all’appello.

La distanza che i comunisti italiani mantenevano allora dalle socialdemocrazie, e continuarono a preservare e a sottolineare per fin troppo tempo, era giustificata essenzialmente con una svalutazione di quel riformismo che, secondo loro, non cambiava i rapporti di potere (su questo punto i comunisti sbagliavano alla grande, così come sottovalutarono l’incidenza sociale e culturale della scuola media unica), non mutava la struttura di classe, non aveva e non avrebbe dato vita a una società nuova. In sostanza, ma non solo per i comunisti, il riformismo socialdemocratico finiva per essere più o meno consapevolmente il migliore degli strumenti per puntellare il capitalismo, addirittura rafforzandolo. L’alternativa fra riforme e rivoluzione, un topos classico dello scontro politico e culturale nella sinistra, in particolare nella storica socialdemocrazia tedesca, poi utilizzata da Lenin per spaccare i partiti socialisti europei, non era affatto scomparsa dallo scenario italiano. Antonio Giolitti vi dedicò un piccolo importante libro, tempestivamente pubblicato da Einaudi nel 1957: Riforme e rivoluzione. Ma i ‘rivoluzionari’ pullulavano e diedero vita a “Quaderni” più o meno provinciali, di colore preferibilmente rosso, che sbeffeggiavano i riformisti. Non è dato sapere se quei quaderni figurassero fra le letture della casalinga di Voghera. Sembra più probabile che a Voghera, oltre alle casalinghe, vi fossero altri, uomini e donne, intenti a lavorare per un sano riformismo di stampo socialista, anche se molte pulsioni massimaliste rimasero anche nei quadri del PSI.

Peraltro, la tensione fra riforme che migliorano il funzionamento del sistema politico, economico e sociale e “riforme di struttura”, l’espressione preferita da Riccardo Lombardi, aveva un suo fondamento. Riformare la struttura significava incidere anche sulla distribuzione del potere in politica, in economia, nella società. Era anche possibile, forse auspicabile, che le riforme di struttura fossero irreversibili. Dieci anni dopo il segretario socialista Francesco De Martino avrebbe indicato gli “equilibri più avanzati” come l’obiettivo da perseguire, non più in coalizione con la DC. Dal canto loro, i ‘rivoluzionari’, che non furono gli unici cattivi maestri del Sessantotto, aderivano allo slogan che “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Al contrario, l’impegno dei socialisti nel centrosinistra consistette esattamente nel tentativo di cambiare lo Stato.

Tuttavia, l’espressione utilizzata da Pietro Nenni per valorizzare l’ingresso dei socialisti al governo: “entrare nella stanza dei bottoni”, segnalava che il vecchio leader, ma anche non pochi compagni, avevano una concezione inadeguata dello Stato capitalista e delle modalità con le quali lo si sarebbe dovuto governare e potuto trasformare. Nenni si era ingenuamente posto il problema del luogo del riformismo, della plancia di comando, forse pensando a uno Stato semplificato, come quello giolittiano e quello fascista. Non si era posto il problema della strumentazione indispensabile al riformismo in una situazione diventata molto più complicata. Chi ebbe l’acuta consapevolezza della indispensabilità di strumenti diversi e nuovi, sia per formulare sia per attuare la programmazione, che era il cuore pulsante dell’opera riformista, fu Ugo La Malfa, per il quale bisognava produrre cambiamenti enormi nei rapporti fra lo Stato centrale e le autonomie locali (alla fine del decennio, proprio perché accettò il regionalismo, La Malfa volle un impegno ad abolire le province, che è quanto, a regionalismo appassito, è stato tardivamente e parzialmente fatto a cavallo fra il 2014 e il 2015) e soprattutto, nella struttura, nella preparazione professionale, nell’adattabilità della burocrazia nazionale. Quanto alla Democrazia Cristiana, come ha acutamente fatto notare Piero Craveri (1995), persino la vocazione di riformatore di Fanfani “prescindeva da una qualsivoglia visione meditata di quale dovesse essere la forma e il ruolo dello Stato” (p. 109). Per i socialisti, la programmazione era tutto: strumento che, nelle parole di Riccardo Lombardi, doveva servire a rafforzare “la funzione dirigistica dello Stato”, e obiettivo da perseguire per cambiare i rapporti di forza fra lo Stato e le concentrazioni monopolistiche e corporative” (p. 104).

Anche se ancora poco noto, il riformismo scandinavo si era fondato su un sapiente uso dello Stato e dei suoi strumenti. In questo modo, come parecchi anni dopo ebbe a dire il sociologo politico Esping-Andersen con il titolo di un importante libro (1985), la politica si contrapponeva al mercato e in Svezia, Norvegia, Danimarca, vi era effettivamente riuscita, non distruggendolo, ma regolamentandolo. Nel contesto degli altri paesi europei, con varia intensità e penetrazione, il keynesismo costituiva la prospettiva economica più diffusa. Il pensiero di von Mises, Hayek e, più tardi, Milton Friedman non era ancora stato recepito, mentre il liberismo di Einaudi era molto temperato rispetto alle posizioni di quegli studiosi, e comunque, in Italia, nobile ma minoritario.

Dal canto suo, Sylos Labini non si considerava un keynesiano. I suoi autori di riferimento erano i classici, a cominciare da Adam Smith. Come risulta in maniera chiarissima dalla sua deposizione, non aveva allora, e non ebbe in seguito, nessuna inclinazione ad accettare una sola visione dell’economia. La citazione di Samuelson riportata più avanti è tanto efficace poiché coglie la molteplicità di componenti del pensiero di Sylos Labini. In maniera non acritica, ma pragmatica, Sylos Labini crede in uno Stato regolatore e nella sua capacità, attraverso le imprese pubbliche, di orientare l’economia a fini di crescita collettiva, di innovazione anche tecnologica, di produzione di profitti, di redistribuzione di risorse. In quella fase, la sinistra comunista non cessava di sostenere che lo Stato è di classe, ma al tempo stesso affermava, alquanto paradossalmente, che “pubblico è bello”. Riteneva, quindi, che le nazionalizzazioni, nella misura in cui toglievano potere ai capitalisti e ai grandi gruppi privati, fossero un fenomeno positivo sulla strada che conduceva al socialismo. Non imprigionato da camicie di forza ideologiche, nella sua testimonianza Sylos Labini mette più volte in evidenza le condizioni specifiche alle quali il controllo pubblico di certe attività può essere positivo per l’erogazione di servizi, per l’innovazione, per i suoi effetti collaterali su altri settori dell’economia.

Oggi, pur se i tempi del liberismo senza regole e senza freni sembrano quasi tramontati (ma non del tutto fra i discendenti italiani dei sedicenti “quattro gatti”, che del liberalismo affermano una strana concezione che non si cura dei conflitti di interesse e delle regole della competizione, non soltanto economica), è interessante leggere le considerazioni di Sylos Labini ispirate (uso le parole di Paul Samuelson pronunciate in memoriam) da “Schumpeterian innovation, Keynesian brilliance, Ricardian rigor, and Smithian realism”.2 Con qualche esitazione, è possibile sostenere che i quattro cardini del pensiero di Sylos Labini fossero più il prodotto della sua formazione e della sua cultura che un achievement della cultura economica e degli economisti della sua generazione. Quello che più conta per inquadrare la testimonianza di Sylos Labini in quei tempi è che, da un lato, il keynesismo era vivo e vitale, e dall’altro non era interpretato rigidamente e non si presentava come il pensiero unico (sorte o, piuttosto, successo che sarebbe arriso al liberismo e al monetarismo una ventina d’anni dopo).

Politique d’abord rappresentò la versione italiana, formulata da Pietro Nenni prima di Mao Tse-tung, della ‘politica al posto di comando’. La “stanza dei bottoni” doveva essere il luogo nel quale quella politica avrebbe dato il meglio di sé. I partiti, come aveva teorizzato Lelio Basso, sarebbero stati lo strumento principe della politica e della democrazia italiana. Sullo sfondo, dimenticati persino nella testimonianza di Sylos Labini, tutt’altro che disattento al ‘sociale’ (infatti, nel 1974 pubblicherà poi un libro importante e di successo sulla struttura e sulla dinamica delle classi sociali), stanno i sindacati e gli industriali. Il riformismo scandinavo si era alimentato anche della capacità del partito socialdemocratico di costruire rapporti intensi con i sindacati e con le associazioni industriali. In quella fase del centro-sinistra, da un lato, la Confindustria si schierò risolutamente contro il governo, appoggiando i liberali che, infatti, raddoppiarono i loro voti nelle elezioni del 1963; dall’altro, la CGIL a maggioranza comunista non era disponibile ad accordi di ampio respiro con un governo nel quale i democristiani erano la componente più importante e che era, naturalmente, interessato prioritariamente a mantenere uno stretto collegamento con la CISL. Allora, erano quasi del tutto assenti le condizioni essenziali del modello neo-corporativista (come brillantemente rilevato nel libro comparato curato dal grande sociologo inglese Goldthorpe, 1984).

Certamente, però, “l’alternativa di classe” che i socialisti volevano creare “non si poteva fare senza gli strumenti propri dell’azione di classe, la mobilitazione di massa e la direzione dell’azione rivendicativa dei sindacati, e queste due chiavi di volta erano sempre più nelle mani dei comunisti” (Craveri, 1995, p. 104). Quei comunisti, da un lato, erano già troppo forti numericamente per potere essere condizionati dai socialisti; dall’altro, non avevano sviluppato una reale cultura riformista. In assenza di quella cultura, nessun patto sociale era accettabile. Nessuna politica dei redditi, vanamente suggerita da Ugo La Malfa, era praticabile. Nessuna programmazione poteva, di conseguenza, avere successo producendo quanto l’alta congiuntura economica consentiva: piena occupazione e redistribuzione del reddito.

In seguito si sarebbe faticosamente pervenuti alla concertazione, oggi fastidiosamente ripudiata in nome della disintermediazione, ma le tensioni a sinistra, non soltanto fra PSI e PCI ma anche all’interno dei sindacati, le battaglie correntizie nella DC, la frammentazione della società italiana e il suo corporativismo avrebbero impedito qualsiasi tentativo di riforme organiche e sostenute. È un’altra storia che, però, vista nel quadro di fondo disegnato dal centro-sinistra – contesto, cultura, ostacoli e opportunità, alcune delle quali tradotte in riforme durature, in particolare nell’istruzione e nei diritti – suggerisce che dal centro-sinistra, non soltanto dai suoi errori e dalle sue inadeguatezze, è ancora possibile imparare molto.

Non è vero che la maggior parte del tempo la maggior parte dei governi si limita alla manutenzione e cerca di fare fronte all’emergenza. È vero, però, che il riformismo è una pianta rara, che appare quando il clima è favorevole, ma che deve anche essere coltivata da giardinieri preparati, capaci, ostinati, pazienti e lungimiranti. Non c’è dubbio che Sylos Labini fu uno di loro. Non furono invece sufficienti gli uomini politici di quel tempo che seppero dimostrarsi all’altezza della sfida culturale, economica, sociale.

1″Washington era lieta della prospettiva di uno sviluppo progressivo delle politiche sociali in Italia, ma si interrogava sulle implicazioni dell’apertura per la politica estera”.
2 “Innovazione Schumpeteriana, genialità Keynesiana, rigore Ricardiano e realismo Smithiano”.

BIBLIOGRAFIA

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