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Basta inseguire il Presidente. Va ricostruito un nuovo ordine @DomaniGiornale

Seguire e contrastare Trump nelle sue improvvisazioni, impennate, imprevedibili, da lui stesso, azioni e reazioni, è molto più che impossibile. Rapidamente si dimostra tentativo sbagliato e controproducente, onerosissimo. Non avendo il Presidente USA obiettivi chiari, ma quasi esclusivamente rancori e rappresaglie, meglio è che chi vuole reagire abbia chiari i suoi propri obiettivi inquadrabili in una prospettiva preferibile sufficientemente convincente. Un esempio può illuminare il problema e portare ad una strategia risolutiva o quasi. Qual è l‘obiettivo della guerra scatenata contro la feroce teocrazia iraniana: impedire che riesca a arricchire l’uranio e dotarsi di armamento nucleare? produrre un regime change? mostrare che la potenza USA è in grado di distruggere una civiltà millenaria? Ognuno condivida l’obiettivo che preferisce, magari il regime change, l’attuale essendo sanguinario e opprimente per i cittadini, oppure li rigetti tutti in nome della sovranità nazionale e della, nel caso in esame un po’ dubbia, autodeterminazione. Rimane innegabile che gli ayatollah e i pasdaran costituiscono una minacciosa e costante sfida alla sicurezza politica nazionale di molti Stati, non soltanto di Israele, e, come dimostra il blocco dello stretto di Hormuz, dell’economia mondiale. Pagheremo caro questo blocco. Lo pagheremo tutti. Lo pagheranno di più gli Stati più deboli e i loro cittadini anche quelli poco e male consumatori.

Non basteranno le risposte finora date dagli stati-membri dell’Unione Europea, dalla stessa UE in sorprendente unità d’intenti, dal resto dell’Occidente, Canada in testa, mentre la Cina osserva pazientemente e assorbe lentamente. Alla guerra commerciale e ai dazi, un orrore per qualsiasi democrazia liberale decente, forse bisogna rispondere con contro-dazi, ma sarebbe anche opportuno rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, esplorare e valorizzare fonti alternative, completare davvero il Mercato Unico secondo le indicazioni del Rapporto Letta.

Alle guerre guerreggiate si può e si deve opporre sia l’assoluto non coinvolgimento quando sono strumento neo-imperiale sia il sostegno al paese democratico aggredito, l’Ucraina, sia le pressioni condivise e forti contro quelle azioni di Israele, che sono andate già oltre gli eccessi, per diventare veri e propri, innegabili crimini del governo Netanyahu. Anche in questo caso è giusto auspicare il regime change. Inoltre, invece di limitarsi a stancamente lamentare l’inadeguatezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono auspicabili, possibili e potrebbero essere fruttuose, azioni diplomatiche intense che riformino e rilancino l’ONU. Esiste una miriade di buone proposte che nuovi volenterosi, dentro e fuori dell’Unione Europea, dovrebbero tirare fuori dai cassetti e ripresentare aggiornati ai governanti.

L’obiettivo grosso è, naturalmente, la costruzione, non ex-novo, ma sul molto che abbiamo imparato, di un ordine internazionale decente dove le regole riescano, se non a impedire del tutto le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, soprattutto quelle di Trump e di Putin, quantomeno a renderle improbabilissime e costosissime non soltanto in termini economici, ma anche di reputazione. Isolati e screditati, i prevaricatori potranno arrogantemente tentare dannosissimi colpi di coda, ma potrebbero anche trovarsi in minoranza all’interno del loro paese, del loro spazio politico, con opinioni pubbliche informate da ampi e durevoli dibattiti. Non pochi studiosi e policy-makers hanno sostenuto che alcune crisi di grande impatto sono riuscite a essere creative. In un mondo globalizzata, il tasso di creatività della crisi può essere molto accresciuto e spinto più avanti. Il resto lo faranno i cittadini democratici con gli occhi e con la consapevolezza acquisita. Entrambe sono qualità che da Pechino a Mosca hanno vita difficile e presenza grama. Toccherà a Washington battere il colpo decisivo nelle elezioni di metà mandato a novembre. Ma, non sarà che l’inizio di un nuovo inizio.

Pubblicato il 6 maggio 2026 su Domani

Non abituarsi alla guerra. Quello che deve fare l’UE @DomaniGiornale

Bombardati da notizie, più o meno fake e manipolate, sepolti da annunci più o meno mirabolanti, travolti da dichiarazioni ripetitive, fantasiose, spesso stupide, quanto rischiano le opinioni pubbliche di abituarsi alle guerre? Sappiamo che anche o persino nei trenta anni gloriosi dell’ordine politico internazionale (non riesco proprio a scrivere “liberale” poiché fu un ordine bipolare basato sull’equilibrio del terrore atomico), in qua e in là, non sempre proprio nelle periferie, si combatterono non poche guerre. Alcune, quelle di liberazione dal colonialismo, furono, mi pare più che opportuno ricordarlo e sottolinearlo, guerre giuste e giustificabili. Hanno lasciato qualche focolaio e molte situazioni autoritarie tollerate. Nella molto nota esclamazione del Presidente repubblicano Ronald Reagan, a proposito in particolare dei governanti dell’America latina, “sono dei figli di buona donna, ma sono i nostri figli di buona donna!” Dunque, gli USA tollerarono e persino alimentarono situazioni e regimi autoritari, i cui sfidanti, mai troppo democratici, quasi sempre ricevevano, ricevettero interessato sostegno tattico, costoso, fintantoché le fu possibile, dall’Unione Sovietica.

Guerre, spesso, civili, e guerricciole continuano in Africa, in Asia, in America centrale. La novità è costituita in parte dall’aggressione russa all’Ucraina, ma soprattutto dai comportamenti bellicosi degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche se è tutt’altro che inutile cercare di capire se c’è del metodo nella follia (questa c’è di sicuro almeno sotto forma di megalomania oramai deplorata, come riportato ieri da Mattia Ferraresi, addirittura da alcuni dei collaboratori più stretti e dei MAGA più ortodossi), l’interrogativo ineludibile è dove porterà il folle metodo e quanto pagheremo per giungere a quale approdo. Non si tratta semplicemente di tutt’altro che disprezzabili, ma necessari, calcoli riferibili alle risorse e, in special modo, tristemente, alle vite di oggi e di domani.

Si tratta delle conseguenze sul futuro del mondo delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente affarista. La guerra condotta contro l’Iran e la sua teocrazia ha solo in parte prodotto un regime hange: da un tipo di fondamentalismo repressivo all’autoritarismo sanguinario dei pasdaran. Né Israele, alleato burattinaio di Trump, può illudersi di ottenere stabilità politica in Medio Oriente facendo terra bruciata in Palestina, in Libano, in Iran e what is next?

Certo, potremmo attendere l’uscita di scena, che le democrazie assicurano, di Trump e di Netanyahu, ma con quanto strepito e furia. Anche Putin e, forse (sic), Xi Jinping finiranno. Come? Per lo più molti, appropriatamente, fra gli storici, affermano che la grandezza di un leader politico deve essere misurata con riferimento allo stato del mondo che lascia alla sua dipartita terrena. Non anticipo nulla, ma sicuramente Trump e Putin hanno molta strada da recuperare e Xi Jinping da intraprendere. A parole e con i fatti. Con tutta probabilità, la leadership collettiva dell’Unione Europea, malamente e ingenerosamente criticata, è messa meglio. L’Unione di oggi, il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, è più avanzata di quella di dieci anni fa e più attrattiva (lo dimostrano le molte richieste di adesione). Ha finalmente preso consapevolezza del dovere politico e morale di difendere il suo stile di vita e, magari, anche di diffonderlo con il soft  power derivante dalla sua cultura che ha garantito ottant’anni di pace e prosperità.

Non ci sarà un nuovo, effettivo e migliore, ordine politico internazionale, se gli Stati membri dell’Unione non sconfiggeranno i loro rispettivi sovranismi, destrorsi e insidiosamente sinistrorsi. Non sarà all’insegna MEGA (Make Europe Great Again) che il mondo diventerà un luogo migliore, ma tessendo pedagogicamente con pazienza, intelligenza, capillarità la trama del superamento della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione italiana). Yes, we shall.

Pubblicato il 22 aprile 2026 su Domani

Dietro le follie del tycoon non c’è nessun metodo @DomaniGiornale

Scriverebbe forse quell’uomo bianco anglosassone di nome William Shakespeare che “c’è del metodo nella follia” di Trump? Secondo i MAGA del nostro stivale, è colpa nostra, di politicizzati e sprovveduti, non capire che la riposta deve essere affermativa. Poi, però, i MAGhini, quel metodo non sanno individuarlo neanche con qualche approssimazione. Non “condannando” e non “condonando”, Giorgia Meloni ha sperato che un qualche metodo facesse la sua sperabile comparsa. La speranza si sta probabilmente affievolendo del tutto, mentre il metodo trumpiano fa la sua comparsa con fattezze alquanto sgradevoli: spartire le responsabilità oppure pagare il prezzo dello scriteriato intervento USA-Israele in Iran. Come molti fra i migliori analisti hanno subito notato e rimproverato al Presidente Trump (e ai suoi supini collaboratori), non era chiaro, ecco un elemento di sicura follia strategica, l’obiettivo perseguito. Si trattava di: distruggere le installazioni nucleari dell’Iran e le sue capacità belliche?  e/o decapitare la leadership degli ayatollah cominciando dalla Guida Suprema? e, di conseguenza, aprire la strada al famoso/famigerato regime change, per lo più, ancorché non del tutto correttamente, interpretato come transizione alla/esportazione della democrazia? “Limpido”, esplicito, non negoziabile l’obiettivo di Netanyahu: distruggere le capacità belliche dell’Iran e il regime stesso sapendo che la comparsa della democrazia è faccenda che debbono sbrigare le opposizioni.

Non avendo conseguito nessuno dei suoi obiettivi, adesso che la guerra si sta rivelando potenzialmente piuttosto lunga e sicuramente costosissima, Trump richiede imperiosamente l’appoggio di alcuni paesi orientali, Giappone, Primo Ministro una signora simpatizzante MAGA, e Corea del Sud, ma soprattutto della NATO. Questo appoggio dei paesi membri della NATO non può essere giustificato poiché nessuno di loro, tantomeno gli USA, sono stati attaccati, quindi non esiste nessun obbligo di aiuto reciproco unanime. La furia di Trump, comprensibile, ma non giustificabile, si abbatte su un’organizzazione caratterizzabile, con le parole di alcuni importanti ministri trumpiani, come parassitica. A loro volta, non furiosi, ma più compostamente preoccupati, quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea hanno respinto l’invito di Trump a togliere il petrolio dall’elenco dei prodotti russi sui quali gravano le sanzioni UE. Non è una sorpresa che gli amici di Putin, spesso ammiratori anche dei MAGA e invidiosi, si siano espressi favorevolmente. Comunque, le alternative al petrolio russo e al gas, fanno notare gli esperti, sono il petrolio e il gas made in USA oppure riaprire e mantenere funzionante lo stretto di Hormuz, naturalmente, provvedendo le forze indispensabili per le operazioni militari richieste. Le parole chiave, in questo, come negli altri casi, sono solidarietà e collaborazione.

Nessuna delle due parole figura nel lessico MAGA. Entrambe richiedono elaborazioni all’altezza della situazione attuale di disordine internazionale e di confusione sotto il cielo che, con buona pace del Presidente Mao, non si configura affatto come ottima. Al contrario, è pessima anche perché appare sostanzialmente priva di sbocchi positivi, di indicazioni di approdo relativamente sicuro potenzialmente duraturo.

In un modo o nell’altro, verso la conclusione del loro mandato, tutti i Presidenti USA si sono preoccupati della loro legacy. Quale eredità politica lasciava la loro Presidenza? Quale posto sarà loro assegnato nella Storia? Svanito, probabilmente, l’obiettivo di mettere il suo nome nel Pantheon dei Premi Nobel per la pace (ma non vorrei sottovalutare le follie dei membri del Comitato di Oslo), nient’affatto conseguito l’altro ambizioso obiettivo di “rendere l’America di nuovo Grande”, la sfida più allettante per Trump potrebbe essere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Credo che il compito dell’Unione Europea, amici, pontieri, competitors, sia quello di non limitarsi alle critiche, ma di prendere l’iniziativa. Siate realisti tentate l’impossibile.    

Pubblicato il 18 marzo 2026 su Domani

Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto #ParadoXaforum

Ho sempre avuto molti dubbi sulla effettiva esistenza di un ordine internazionale liberale nel periodo tra il 1945, fondazione delle Nazioni Unite, e il 1989, crollo del comunismo sovietico e, secondo Fukuyama, Fine della storia. In effetti, la storia della contrapposizione delle democrazie liberali e dei regimi comunisti era finita, proprio come scrisse lui stesso, con la vittoria delle democrazie liberali. Finiva anche, non l’ordine liberale internazionale, ma, più propriamente, l’equilibrio del terrore nucleare fra USA e URSS. Gli USA diventarono per almeno un decennio la superpotenza ”solitaria”, nella intelligente e acuta interpretazione datane da Huntington, mentre sullo sfondo si annunciava “lo scontro delle civiltà”. Dunque, trent’anni fa il grande politologo di Harvard non prevedeva nessuna (ri)comparsa di un qualsiasi (nuovo) ordine politico.

Il prezzo del vecchio “ordine”, che non fu mai liberale, era stato molto alto. Lo avevano pagato anzitutto i coreani, poi con le loro rivolte, i cittadini di Berlino Est (1953), dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e della Polonia (1956, 1968, 1980), ma anche i molti dissidenti sovietici da Sacharov a Solgenitsin. Lo avevano pagato molto caro i latino-americani schiacciati dalle dittature militari, i vietnamiti non domati neppure dal napalm, i sudafricani dell’apartheid. Solo noi europei occidentali, cittadini di regimi democratici (non, quindi gli oppositori dell’autoritarismo del Generalissimo Francisco Franco e del Prof Antonio Salazar) possiamo davvero rimpiangere les Trente Glorieuses, cioè, gli anni di grande sviluppo economico e di assenza di conflitti armati. Tutti gli stati entrati gradualmente a far parte di quella che è oggi l’Unione Europea hanno goduto di pace e acquisito prosperità come non mai.

Molto è cambiato nel mondo, ma, soprattutto, nei sistemi politici più potenti: nella Cina, nella Russia e negli USA. Trovata la stabilità interna che un partito totalitario come quello comunista cinese può garantire, sopprimendo l’opposizione e castigando duramente gli oppositori (Tien an Men, prima, giugno 1989, e Hong Kong, dopo, oramai da qualche anno, sono le tragiche prove), la Cina opera agilmente e abilmente in un sistema internazionale senza regole. Non sembra essere interessata, né opporsi, in linea di principio, ad un nuovo ordine internazionale. La sua leadership è consapevole che nessun tipo di ordine, quand’anche nascesse senza di lei o addirittura contro di lei, potrà dare stabilità al sistema internazionale. Nel frattempo, silenziosa e apparentemente inarrestabile, la sua espansione prosegue grazie e attraverso la via della seta.

Con la volutamente plateale aggressione all’Ucraina, Vladimir Putin perseguiva due grandi obiettivi: conquistare e sottomettere un paese importante e democratico come tardiva rivincita su quanto era andato perduto dopo il 1989/91, e fermare, se non addirittura capovolgere il declino della Russia, riverniciando e rilanciando il passato imperialista. In subordine, ha voluto mandato il segnale che nessun nuovo ordine internazionale può essere costruito senza riconoscere alla Russia un ruolo molto importante. Possiamo già constatare e affermare non solo che Putin non sembra in grado di conseguire i suoi obiettivi, ma che è diventato debitore di Trump che l’ha omaggiato in Alaska e di Xi Jinping senza il cui aiuto non potrebbe continuare l’aggressione. Non avrà mai più la forza per mettersi allo stesso tavolo di Trump e di Xi e si illude se crede che il prossimo ordine politico internazionale sarà tripolare.

Probabilmente sarebbe piaciuta anche al tycoon di Mar-a-Lago, terribile semplificatore dalle propensioni autoritarie, la comparsa di un sistema tripolare con la Russia a fare almeno in parte da contrappeso alla Cina e a tenere impegnati gli europei esigenti e decadenti che non saprebbero difendersi dai quali vorrebbe un cospicuo rimborso per tutte le spese militari effettuate dagli USA in ottant’anni. Nel frattempo, Trump procede a riaffermare il suo controllo sull’America latina. Deciderà lui la politica del Venezuela. Per Cuba si limita ad aspettare, poi se la riprenderanno gli esuli e la invaderanno i turisti USA e le loro piccole e grandi empresas: Viva la Coca Cola e le high tech! Il Canada deve fare molta attenzione a quel che dice e a quel che fa, e anche il Messico deve comportarsi meglio. Quanto alla Groenlandia, Trump dice che ne ha bisogno. Gli serve, presto. La può comprare oppure anche solo occupare. Se i suoi comportamenti, che non sono soltanto quelli di un mercante senza scrupoli, ma soprattutto di un imperialista senza freni, offendono la Danimarca e gli altri europei e affondano la NATO, peggio per loro. L’irrequietezza del Presidente USA e il servilismo competitivo dei suoi collaboratori che corteggiano i suoi favori e ambiscono i suoi elogi) non fanno escludere svolte, ma la strada del Make America Great Again è tracciata e lastricata. Comunque vada, la meta non sarà un ordine non sarà liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: USA, Cina, quel che può la Russia. Una stabilizzazione voluta da tre massime autorità ultrasettantenni che non si scambiano nessun impegno reciproco che non potrebbero e non vogliono rispettare.

Tutti i dati disponibili sui diritti, sulle libertà, sul commercio, sulla distribuzione del potere e della ricchezza dicono alto e forte che i 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono in prosperità, in democrazia, in pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato. Con pochissime, ma notevoli, eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli) gli studiosi e i politici europei non si sono preoccupati del ritorno della guerra sul loro continente e neppure della costruzione e della manutenzione dell’ordine liberale internazionale. La pace, per parafrasare, criticandone una tesi centrale, il generale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1836), era (è!) la continuazione della politica nei sistemi politici democratici e nei rapporti fra di loro. Con un altro grande tedesco, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), siamo in grado di affermare si vis pacem, para democratiam (chi vuole la pace deve preparare la democrazia). Le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero.

Faro del liberal-costituzionalismo, quanto più si allarga tanto più l’Unione Europea aumentava la portata del suo fascio di luce. Il presidente francese François Mitterrand (1981-1995) già auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Lascio Immaginare lo shock, la preoccupazione e l’irritazione nelle stanze del Cremlino. Comunque, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri sistemi politici ex comunisti. In ottica diversa, ma molto promettente, si situa l’accordo commerciale di grande portata recentemente raggiunto fra i paesi del Mercosur e l’Unione Europea. Più problematico è il Piano Mattei proposto da Giorgia Meloni per rapporti di cooperazione e scambi con molti paesi africani altrimenti corteggiati e influenzati dalla Cina. Allargamento non significa automaticamente maggiori capacità politiche; anzi, significa maggiori difficoltà decisionali. Significa anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.

Nessuna di queste operazioni è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine bellicoso e belligerante. Ma, opportunamente orientate, con impegno e con fatica, gli accordi commerciali, mai solo tali, potrebbero andare nella direzione giusta. Questione di leadership, politica e culturale. Quando questi tipi di leadership mancano prende il sopravvento la leadership burocratica che, lo sappiamo, non è ma disposta a rischiare. Meglio conservare quello che abbiamo costruito è anche il pensiero dei molti burocrati negli alti ranghi del Partito Comunista Cinese. Nell’attuale disordine, mentre Putin cerca di schiacciare l’Ucraina e Trump di azzannare la Groenlandia, pochi si scandalizzeranno se la Cina lancerà una sua “operazione militare speciale” contro i cinesi di Taiwan.

Concludo. Sono abitualmente contrario alle contrapposizioni retoriche rigide, ma in questo caso sento la necessità di essere molto netto. Nel futuro, da un lato, vedo un molto difficoltoso processo, neppure ancora concretamente iniziato, di costruzione di un nuovo ordine politico internazionale. Dall’altro, mi appare più probabile l’affermarsi di un duopolio autoritario USA/Cina con sparse frange di resistenza. Una di queste frange sarà probabilmente rappresentata dall’Unione Europea purché non indebolita e non frenata dai sovranismi di destra inclini al compromesso anche al ribasso. Nel frattempo, continueranno molti conflitti armati e, almeno in parte, impareremo a vivere, disegualmente male, nel disordine internazionale. Non è il futuro che auguro ai giovani.

Pubblicato il 12 gennaio 2026 su PARADOXAforum

Sull’Ucraina non basta pensare  solo  alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.

Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista,  convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.

La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.

La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.

Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.

Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani

La pace di Kiev è ostaggio di un incrocio di debolezze @DomaniGiornale

Qualcuno vince oppure i combattenti la guerra giungono ad un accordo. Se è saggio, chi vince non impone costi altissimi a chi perde, ma accompagna la sua vittoria con qualche concessione generosa. I perdenti umiliati costituiscono un pericolo futuro. I belligeranti si accordano quando appare loro evidente che la vittoria è molto improbabile e lontana e comporta prezzi elevatissimi che, probabilmente, i loro concittadini non vorrebbero pagare. A mio parere, historia magistra vitae, vale a dire che esistono riflessioni basate su conflitti precedenti che consentono di imparare almeno quali errori evitare, qualche volta quale sequenza di azioni porre in essere. Prioritario, sempre, è il “cessate il fuoco”, condizione che la “operazione militare speciale”, ovvero l’aggressione di Putin all’Ucraina, non comporta. La situazione è diventata ancora più complicata poiché altri attori si sono trovati più o meno intenzionalmente coinvolti, poiché quella guerra illumina lo stato del considerevole disordine mondiale e può avere conseguenze gravi anche in almeno un’altra zona problematica. Per la precisione i governanti della Cina, che sostengono Putin in maniera sostanziosa, lo fanno senza nascondere che una sua vittoria darebbe impulso alla loro mal/mai celata ambizione di annettere (riprendersi) Taiwan.

Nessuna delle soluzioni finora proposte alla guerra in corso appare accettabile poiché sono fondate su visioni egoistiche e di corto respiro. Il Piano in 28 punti di Trump, forse scritto a Mosca, si sarebbe tradotto in una resa dell’Ucraina, inaccettabile anche dall’Unione Europea e certo non in grado di soddisfare i criteri di nessun Premio Nobel per la Pace. Dimenticare che le motivazioni finora dominanti dell’inquilino fino al 2028 della Casa Bianca sono flagrantemente personali: ambizione e arricchimento, non consente di capirne le contraddizioni e le giravolte. Qualsiasi collaborazione con l’Unione Europea porterebbe ad esiti positivi, ma Trump, da un lato, non potrebbe appropriarsene in esclusiva e vantarsene, dall’altro, l’Unione Europea dimostrerebbe una rilevanza politica che ripetutamente la Casa Bianca ha voluto tarpare e cerca di negare.

Il logorio è destinato a continuare con racconti mai del tutto convincenti spesso plasmati da preferenze e convenienze politiche. Da ultimo sembra che le forze armate russe stiano avanzando anche se lentamente mentre lo scontento emerge in alcuni settori della popolazione. La corruzione, profonda piaga preesistente Zelenski, continua a fare danni economici e al morale degli ucraini. Dall’imprevedibilità di Trump, che nel frattempo sta “risolvendo” il caso del Venezuela, ma anche no, è improbabile attendersi una mossa decisiva. Anzi, è meglio sperare che nessuna mossa avvenga con il rischio che vada a puntellare, come è già avvenuto in due precedenti occasioni, incontro di Anchorage e i 28 punti, il trono di Putin quasi che l’ordine mondiale possa essere affar loro. A Putin,  interessato a che quel nuovo ordine nasca riconoscendo le sue mire imperiali, non resta che attendere gli errori e i cedimenti di Trump dell’Unione Europea. Nessuno, però, sembra avere né il potere militare né l’immaginazione politica per spingere verso una soluzione, anche imperfetta, ma che salvi vite e risorse.

A fronte delle critiche di coloro che vedono solo i ritardi e le inadeguatezze dell’Unione vanno segnalati due sviluppi. Il primo è che l’Unione si sta allargando con l’adesione di cinque nuovi stati. Un buon esempio di crescita dello spazio di democrazia e diritti. Il secondo sviluppo è che la preparazione di una seria difesa dell’Europa e dei suoi stati membri continua a fare passi avanti. Il segnale è forte, sperabilmente destinato a risuonare anche a Mosca (e a Washington).  Poiché sono kantianamente fermamente convinto che si vis pacem, para democratiam, credo che entrambi gli sviluppi vadano nel senso giusto. Se fosse possibile una reale collaborazione fra USA e UE la soluzione diventerebbe a portata di mano. Al momento bisogna cercare di limitare i danni che, comunque, non debbono essere pagati dall’Ucraina.   

Pubblicato il 3 dicembre 2025 su Domani

Le ambizioni di due ego non portano alla pace @DomaniGiornale

Con l’aggressore russo bisogna certamente parlare. Senza illusioni. Le più o meno velate minacce reciproche e negozialmente propedeutiche Trump e Putin se le sono già scambiate. Per ciascuno di loro l’incontro in Alaska serve anche obiettivi che sono congiuntamente personali e politici. Almeno per il momento, Putin ha ottenuto il riconoscimento di interlocutore privilegiato del Presidente degli USA. Da parte sua, perseguendo il Premio Nobel per la pace, Trump vuole porre fine all’operazione militare [molto] speciale che da più di tre anni il governo autoritario russo conduce contro la democratica Ucraina. Entrambi sono largamente consapevoli che, riuscissero a raggiungere un accordo, non soltanto la loro leadership rifulgerebbe, ma ne conseguirebbero anche due effetti collaterali di enorme importanza.

   Il primo effetto sarebbe quello di dimostrare l’impotenza dell’Unione Europea, apparentemente nano militare e diplomatico, comunque finora incapace di porre fine ad un gravissimo conflitto sul suo territorio. Ad entrambi molto sgradita, l’UE si è, peraltro, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, dimostrata capace di contribuire in maniera decisiva allo sforzo bellico degli ucraini.  Il secondo effetto, inevitabile, se l’aggressione venisse premiata con la cessione di territorio ucraino, uno, forse il principale e più sbandierato, degli obiettivi russi, si configurerebbe come l’accettazione a non troppo futura memoria di un esito simile per Taiwan insistentemente rivendicata da Xi Jinping come parte integrante della sua Cina. Il compiaciuto amichevole silenzio della Cina sulla guerra contro l’Ucraina è molto eloquente.

Premiare le ambizioni e le azioni russe creerebbe un precedente pesantissimo a tutto scapito della sovranità e della democrazia di Taiwan. In qualche modo, però, è necessario non sottovalutare le preoccupazioni russe e tenerle in grande conto per aprire qualsiasi negoziato. Siamo ancora ai preliminari che non possono non consistere prioritariamente nel cessate il fuoco accompagnato da uno scambio di prigionieri e, soprattutto, dalla restituzione dei bambini rapiti agli ucraini. A questo punto, lo sapremo prestissimo, si porrà il problema di una vera propria conferenza di pace.

   Forse, Trump si renderà conto che senza la partecipazione, in particolare di Zelensky, ma anche dell’Unione Europea, qualsiasi pace “giusta e duratura” è semplicemente impensabile. Se l’operazione militare speciale russa è stata davvero motivata dalla inquietudine dell’autocrate del Cremlino che sentiva la Nato “abbaiare” ai suoi confini, la rinuncia ufficiale di Zelensky a entrare nell’Alleanza Atlantica è cruciale. Appena meno essenziale è che l’Unione Europea affermi, senza specificarne i tempi, che non esistono le condizioni per l’adesione dell’Ucraina all’UE. Meglio non addentrarsi nel complicatissimo e conflittuale discorso sulla neutralità dell’Ucraina. Inevitabile, invece, è affrontare l’argomento delle terre rare abbondantemente presenti sul territorio controllato dal governo ucraino e fortemente concupite da Trump e da Putin. Saranno necessari impegni ucraini di garantire l’accesso e la commercializzazione senza pregiudizi e senza discriminazioni di quelle preziosissime risorse.

Al momento queste considerazioni possono tutte sembrare premature, ma è indubbio che fanno parte del bagaglio di aspettative e aspirazioni con il quale Trump e Putin si apprestano al loro incontro in Alaska. Quanto più problematico e meno produttivo risulterà l’incontro tanto più probabile diventerà il ritaglio di un ruolo importante per il Presidente ucraino e per chi, Ursula von der Leyen e/o Kaja Kallas verrà designata a rappresentare l’Unione europea. L’esito peggiore dell’incontro sarebbe la continuazione del conflitto, se non addirittura una congiunta, più o meno sottile, ma vergognosa e irricevibile richiesta di capitolazione a Zelensky. Estote parati.

Pubblicato il 13 agosto 2025 su Domani

Cercasi leader credibili per un nuovo ordine mondiale @DomaniGiornale

Troppi si sono già dimenticati, oppure, forse non hanno mai realizzato, che l’ordine mondiale del dopoguerra, che non fu mai del tutto “liberale”, è stato il prodotto di due fattori. Da un lato, il ruolo, questo sì effettivamente liberale, svolto dagli Stati Uniti da Bretton Woods in poi nelle grandi organizzazioni internazionali, in particolare quella per il Commercio e nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, quel tanto di ordine internazionale che ha caratterizzato il dopoguerra fino al 1989 dipese, lo scriverò con l’enfasi degli studiosi che lo battezzarono, descrivendolo e monitorandolo, dall’equilibrio del terrore (nucleare) fra USA e URSS. Il meritato disfacimento dell’URSS ha creato una situazione nella quale gli USA si sono ritrovati superpotenza solitaria, ma, in parte restia in parte incapace, di costruire un nuovo ordine internazionale. La guerra del Golfo nel 1991 comunicò comunque che la creazione di una ampia coalizione con obiettivi condivisi è una soluzione possibile, forse la soluzione anche auspicabile. Nel frattempo, però, alcuni Stati, cresciuti grazie all’ordine che era esistito, hanno cercato di imporsi sulla scena internazionale con l’obiettivo, talvolta meritorio, di raddrizzare qualche squilibrio. Impropriamente, li chiamerò un po’ tutti Brics, consapevole, ovviamente, che Russia e Cina giocano anche un’altra partita e su tavoli diversi.

L’operazione militare speciale di Putin, vale a dire la brutale aggressione all’Ucraina, non è stata lanciata perché la Nato abbaiava (però, senza mordere) ai confini della Russia, ma perché il capo del Cremlino sta tentando di arrestare il declino, in buona parte già avvenuto e irreversibile, del suo paese. La ricca Ucraina rimane una preda ambita, anche se sarà quasi impossibile rilanciare il prestigio della Russia il cui potere militare sembra attualmente dipendere dalle armi, e persino dai soldati, provenienti dalla Corea del Nord.

In altri tempi, il Presidente degli USA avrebbe probabilmente cercato di contrapporre all’aggressore una coalizione, includendovi, per esempio, l’Unione Europea, non, come ha fatto Trump, prima con una specie di ammuina a Putin, poi facendo la faccia feroce e lanciando ultimatum: cessate il fuoco entro 50 giorni. La assoluta necessità di una coalizione capace di imporre la fine del conflitto Hamas-Israele è lampante. Anche in questo drammatico contesto le dichiarazioni di Trump sembrano non sortire alcun effetto con Netanyahu che continua arrogante e imperterrito a perseguire obiettivi che sono anche suoi personali.

Nessuno degli studiosi delle relazioni internazionali ha mai scritto che potenza e prestigio dipendono esclusivamente dalle condizioni economiche di un paese. Tutti o quasi gli studiosi di economia sostengono che il libero commercio è fattore di crescita, nazionale e internazionale. Qualcuno aggiunge che il commercio riduce le tensioni e agevola comportamenti di collaborazione, pacifici. Dazi e protezionismo non fanno diventare grande proprio nessuno. Le guerre commerciali finiscono sempre male, più o meno. Sicuramente le guerre commerciali non servono a ristrutturare le modalità di commercio mondiale che, sostiene Trump, risultano in svantaggi consistenti e persistenti per le imprese e gli operatori economici USA. Dei consumatori il Presidente non sembra curarsi. Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono roboanti, talvolta offensive, e gli ultimatum quasi perentori.

Il Presidente Trump ha già perso molta credibilità, e i sondaggi USA lo rilevano e rivelano senza eccezione alcuna. Un Presidente non credibile con comportamenti erratici e non prevedibili non ha nessuna possibilità di (contribuire a) costruire un nuovo ordine internazionale. Anzi, la continuazione del disordine è assicurata dalla crescita, anche, come ambizioni, della Cina della cui visione di ordine internazionale è legittimo essere preventivamente preoccupati. Please, Unione Europea, batti un colpo, anche due.

Pubblicato il 16 luglio 2025 su Domani

Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?

   Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?

   Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.

   Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.

Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani

L’Europa si difende con una politica condivisa e un esercito comune @DomaniGiornale

Lentamente, gradualmente, senza volerlo, ma inesorabilmente, l’Ucraina è diventata la cartina di tornasole di quello che è bene e che è male nelle conoscenze, nelle interpretazioni e nelle azioni concrete dei capi dei governi e dei partiti, delle opinioni pubbliche, degli intellettuali e, non da ultimi, degli elettorati, occidentali e no. Sono prepotentemente (ri)emersi i grandi temi di un ordine internazionale giusto, della guerra e della pace, della democrazia e degli autoritarismi, dei rapporti fra potere politico e potere economico, e della sovranità delle nazioni e dell’unificazione politica dell’Europa. Rispetto a nessuno di questi temi è accettabile rimane indifferenti e neppure dichiararsi equidistanti. Chi lo ha fatto e continua a farlo, da un lato, dimostra di avere conoscenze inadeguate, dall’altro, tenta di manipolare il dibattito e l’opinione pubblica.

Sostenere che la Russia non ha aggredito l’Ucraina oppure che l’ha fatto perché provocata significa non conoscere i precedenti comportamenti russi con i paesi confinanti e mettere sullo stesso piano eventuali provocazioni (la Nato che “abbaiava” ai confini russi) con la pesante riposta armata russa. Non capire che la Russia può impegnarsi in una guerra e continuarla praticamente senza restrizioni significa non sapere che i regimi autoritari non trovano nessun freno nella loro opinione pubblica la quale, in effetti, non può liberamente formarsi in quanto tale e, meno che mai, esprimersi.

Chiedere la pace, come semplice cessazione delle ostilità e, probabilmente, riconoscimento delle posizioni acquisite sul territorio, non è tanto un comportamento realistico quanto piuttosto un premio all’aggressore-invasore. Non è una pace giusta. Non è neppure una pace duratura. L’aggressore non si fermerà e coloro che subiscono lo stato di oppressione/repressione vi si opporranno appena e ogniqualvolta ne avranno l’opportunità.

Qualsiasi ordine internazionale si basa anche sulla possibilità del ricorso, in ultima istanza, all’uso delle armi. Il pacifismo individuale personale è una posizione nobile per chi è disposto pagarne il prezzo. Nessuna nazione può permettersi il lusso del pacifismo nel mondo contemporaneo (e in quello che verrà prossimamente). I dirigenti politici che lucrano qualche voto ponendosi su posizioni pacifiste insostenibili da qualsiasi governo europeo indeboliscono consapevolmente anche l’azione di coloro che cercano la pace.

Non sono sicuro che quanto proposto dalla Presidente della Commissione dell’Unione Europea debba essere definito “riarmo”. So che i due cardini della sovranità delle nazioni sono storicamente stati simbolizzati dalla feluca degli ambasciatori e dalla spada dei militari. Autonomia della politica estera e autosufficienza della politica di difesa. La nazione Europa, di cui troppo spesso vengono denunciati ritardi talvolta inesistenti, deve muoversi in entrambe le direzioni. Sta riprendendo un cammino, quella della difesa comune, drammaticamente interrotto nel 1954 quando nell’Assemblea nazionale francese i sovranisti gollisti sommarono i loro voti con quelli dei comunisti stalinisti per affondare la Comunità Europea di Difesa.

Sicuramente, è lecito argomentare modalità diverse con le quali reclutare, formare, finanziare e sostenere un esercito comune europeo, ben oltre la sommatoria di qualche soldato “nazionale” in più. Sarebbe preferibile che i gruppi parlamentari europei argomentassero e esprimessero posizioni condivise, non come hanno fatto i rappresentanti dei Democratici italiani sparsi su “sì”, “no”, astensione, e la loro segretaria che prende le distanze dalla posizione della maggioranza che è ufficialmente a sostegno della Presidente della Commissione. Infine, sarebbe auspicabile che, a dimostrazione che la Presidente del Consiglio italiana vuole una pace giusta in Ucraina, non sembrasse neppure lontanamente credere che un accordo Trump-Putin andrà nella direzione desiderabile, rispettosa dei diritti dell’Ucraina.

Costruire la pace, non solo in quella zona, ma anche nel tormentato Medio-Oriente, è un compito arduo al quale soltanto un’Europa credibilmente capace di provvedere autonomamente alla sua difesa potrà contribuire. Entrambi i piedi dei fautori dell’Europa che preserva la pace debbono stare sul territorio europeo.

Pubblicato il 12 marzo 2025 su Domani