Home » Posts tagged 'Putin' (Pagina 3)

Tag Archives: Putin

Una lezione kantiana per i pacifisti d’antan @formichenews

Non tutti i pacifisti sono ingenui, non tutti gli “interventisti” hanno senno. C’è ancora speranza di sfuggire al bianco e nero del surreale dibattito italiano sulla guerra russa in Ucraina. Il commento del professore Gianfranco Pasquino

In una recente trasmissione televisiva (Agorà, mercoledì 20, 9.45-10.30) ho detto che spesso molti pacifisti danno prova di “ingenuità e ignoranza”. Subito sommerso dalle critiche, non di tutti, per fortuna non venute nemmeno dal conduttore, Senio Bonini, ci ho ripensato. Chi difende il diritto degli ucraini ad avere armi, anche le più sofisticate possibili, per opporsi all’aggressione russa non è un guerrafondaio. Chi manifesta per la pace nei più vari modi possibili, compresa la appena conclusa Marcia di Assisi, non è necessariamente ingenuo e ignorante. Ha buone intenzioni anche se difficili da tradurre in azioni con conseguenze efficaci. Il dibattito, al quale ho variamente contribuito senza, temo, esercitare influenza, non ha finora registrato nessuna novità positiva di elaborazione e di concretezza, nessuna originalità nei messaggi e nelle proposte. Talvolta è utile porre qualche punto fermo. Ne sottolineo uno al quale tengo particolarmente. Senza nessuna retorica, sostengo che dovremmo avere imparato dalla storia di molti di coloro che hanno combattuto contro le repressioni di qualsiasi tipo. Sono sempre stati molti gli uomini e le donne disposti a sacrificarsi armi in mano in nome di una vita degna di essere vissuta, in libertà, per sé e per altri. A loro dobbiamo rispetto assoluto.

   Quanto al dibattito che si è sviluppato fra “interventisti” e “pacifisti”, da quel che posso capire leggendo gli articoli pubblicati sulla stampa internazionale e le interviste a personaggi famosi (a proposito, colgo l’occasione per ringraziare Chomsky che mi ha citato con approvazione nel “Corriere” di mercoledì 20 aprile!), ho visto contrapposizioni più articolate e più sfumate, espresse con toni e volti meno arcigni, per lo più improntati alla consapevolezza che dissentire è lecito e non è assimilabile né a tradire né a asservirsi. L’atteggiamento che mi colpisce più negativamente è quello di coloro, spesso pacifisti “senza se senza ma”, che si ritengono per ciò stesso buoni e trattano come malvagi tutti quelli che non condividono le loro, spesso molto semplicistiche, affermazioni. Qui dirò soltanto che la pace senza giustizia sociale non può mai essere considerata il valore più alto in assoluto. Anzi, per lo più è oppressione e spesso è foriera di conflitti senza fine, non prodotti da povertà e diseguaglianze, ma da ambizioni di potere politico.

Da ultimo, esprimo quello che dal 24 febbraio è per me, che pure di conflitti/guerre ne ho viste (vissute mi pare aggettivo eccessivo) molte (Indocina e Vietnam, Algeria, Iraq e Afghanistan), la preoccupazione dominante. Provo un assoluto senso di impotenza di fronte all’aggressione russa, chiedo scusa, all’operazione militare speciale, voluta e lanciata da Putin. La soluzione non è nelle mie, nelle nostre mani. Però, credo di potere sostenere sia per uso dei pacifisti sia per consumo degli interventisti, che esclusivamente dall’affermarsi della democrazia, quand’anche problematica, saremo in grado di acquisire kantianamente una pace duratura, perpetua.

Pubblicato il 24 aprile 2022 su Formiche.net

Né ipse dixit né parole in libera (remunerata) uscita @DomaniGiornale

Trovo quasi sempre abbastanza interessante seguire, mantenendo qualche distanza, il dibattitto pubblico su tematiche importanti fra studiosi e intellettuali. So che esistono intellettuali e “professoroni” che si fanno pagare interviste e comparsate. Poiché a me, di persona personalmente non è mai capitato mi sono venuti alcuni dubbi sulla mia doppia appartenenza. Qualche indagine suppletiva potrebbe essere utile, si chiama trasparenza. Non nego che ascoltare opinioni diverse sia sempre una buona idea. Da qualunque punto di vista, democratico, il pluralismo è un valore in sé oltre a poter servire ad una miglior comprensione del problema e persino alla prospettazione di soluzioni. Credo che di soluzioni ce ne sia sempre più di una con i loro specifici tempi, vantaggi, costi. Infine, qui termina la mia premessa culturale e metodologica, auspico che anche le opinioni degli intellettuali e dei professori siano sottoposte al fact-checking. Più precisamente, le parole in libertà debbono essere ritenute tali, e basta.

   Quello che, invece, fermamente rifiuto e costantemente suggerisco di evitare è che nell’indispensabile contraddittorio, da un lato, vi sia necessariamente un interlocutore privilegiato. Allora meglio se il formato è quello di una intervista, naturalmente purché l’intervistatrice/tore abbia autorevolezza e preparazione adeguata. Dall’altro, che si eviti il richiamo risolutorio all’ipse dixit, ovvero della citazione che taglia la testa al toro perché è di uno studioso messo al disopra di tutto/tutti. Ne faccio un esempio solo, la dichiarazione di Noam Chomsky a Pressenza, la International Press Agency, pubblicata il 20 marzo 2022: “dovremmo assodare alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un crimine di guerra maggiore, paragonabile all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e all’invasione della Polonia da parte di Hitler e Stalin nel settembre 1939”.

   Credo che tutti abbiamo diritto di chiedere a Chomsky quale è la sua definizione di crimini di guerra e quali sono i suoi criteri di valutazione. Questa è la procedura che dovrebbe guidare e impregnare il dibattito, si parva licet, anche quando ascoltiamo, senza prevenzioni, quanto Alessandro Orsini asserisce in interventi/eventi remunerati. In questa chiave, sento di potere respingere la dichiarazione di Chomsky nell’intervista già citata: “Non c’è commento da fare sul tentativo di Putin di offrire giustificazioni legali per la sua aggressione, tranne che vale zero”. Al contrario, quelle giustificazioni vanno prese sul serio e sottoposte a verifiche fattuali. Proprio come le affermazioni di coloro che vedono nell’aggressione russa all’Ucraina, mi correggo nella “operazione militare speciale”, il fattore scatenante e quelli che al contrario sostengono l’esistenza di prove dell’ambizione espansiva della NATO e, addirittura, delle ambizioni imperialiste di Biden (mi viene da sorridere poiché l’imperialismo intrattenuto dagli ottantenni mi pare, come minimo, piuttosto infrequente).

Il succo è che il dibattito deve essere impostato sull’apertura a una pluralità di opinioni, sulla verifica della loro validità, sul rifiuto dell’eccellenza di una qualunque di loro e, last, ma tutt’altro che least, sul valore di una convivenza giusta che non esclude, tutt’altro, che i responsabili delle operazioni militari, più o meno speciali, vengano chiamati a risponderne, politicamente e penalmente.

Pubblicato il 10 aprile 2022 su Domani

Il declino dei sovranisti e dei sedicenti liberali @DomaniGiornale

Premesso che trovo non solo auspicabile, ma logico il cambio di regime in Russia: chi lancia una guerra e la perde deve essere sostituito, il tema attuale è il declino dei sovranisti. Per molti di loro Putin è stato esplicitamente un faro. Il silenzio di Berlusconi, sedicente portatore di una rivoluzione liberale in Italia, avrebbe dovuto essere spezzato già prima dell’aggressione all’Ucraina, vale a dire quando Putin dichiarò esaurita l’epoca delle democrazie liberali. Forse anche per ragioni elettoralistiche, timori per il voto di domenica 3 aprile, altrettanto eloquente è stato il silenzio di Orbán, ma chi sa quanti ungheresi ricordano vividamente la sanguinosa repressione sovietica della loro rivoluzione del 1956. A fronte del defilarsi di Marine Le Pen, anche in questo caso probabilmente per preoccupazioni almeno in parte elettorali, stanno le acrobazie tanto irrefrenabili quanto patetiche di Matteo Salvini.

   L’elenco di coloro, specialmente sovranisti, prevalentemente (e contraddittoriamente) di destra che hanno lodato il leader russo facendone un’icona e che oggi si trovano in imbarazzo è, naturalmente, molto lungo. Le ripercussioni elettorali e politiche si vedranno nel tempo, ma due osservazioni sono già possibili. La prima riguarda l’Unione Europea. Concerne la risposta ferma e rapida, di ripulsa, condivisa in tutti gli Stati-membri, che sarà certamente messa a dura prova dall’impatto delle sanzioni. Il segnale di fondo è chiaro: per contrastare una sfida esistenziale non c’è sovranismo che tenga. La riposta è nella coesione che porta anche alla rielaborazione del significato e delle modalità di una difesa comune. Già in difficoltà sia nel contesto della pandemia sia per quanto riguarda le politiche all’insegna del Next Generation EU, i sovranisti, qualche leader più di altri, ma probabilmente non pochi dei loro elettori stanno prendendo atto che la politica di oggi e ancor più di domani esige condivisione, collaborazione, coesione a livello sovranazionale. E l’esempio migliore e la sede più affidabile per una politica efficace è senza ombra di dubbio costituita dall’Unione Europea.

   La seconda osservazione riguarda la democrazia. A prescindere dai comportamenti di Putin (e di Xi Jinping), chi crede che la democrazia è la peggior forma di governo, ovviamente ad eccezione di tutte le altre (frase attribuita a Winston Churchill) non dovrebbe mai dare giudizi positivi, addirittura entusiastici dei leader autoritari/totalitari. Si possono e debbono avere rapporti decenti, diplomatici con quei leader, non relazioni amicali e meno che mai esibire entusiastica ammirazione. Quello che deve preoccupare gli italiani, anche i sedicenti e perduranti sovranisti, è che gli ammiratori dei capi, soprattutto quelli potenti, dei molti regimi autoritari li ritengano addirittura amici da apprezzare, sostenere, imitare. Questi sono atteggiamenti e propensioni che erodono e indeboliscono la democrazia. Temo che la lezione non sia ancora stata imparata.

Pubblicato il 3 aprile 2022 su Domani

Come evitare che la tregua sia la vittoria dell’invasore @DomaniGiornale

Gli strateghi da scrivania, comitiva alla quale, seppur con grande riluttanza, finisco per appartenere anch’io, hanno detto e scritto di tutto sull’aggressione di Putin all’Ucraina. I peggiori fra loro hanno anche, da un lato, negato che si tratti di un’aggressione, dall’altro, suggerito agli ucraini di cessare i combattimenti per il loro bene. Troppi fra quegli strateghi sembrano non volere tenere in conto alcuni dati duri della situazione. L’Ucraina è uno stato democratico e i suoi cittadini hanno diritto a difendere la vita, la libertà e la proprietà (sono parole di John Locke per definire i diritti liberali).

La Russia è un regime autoritario con al vertice un autocrate sostenuto da una rete di oligarchi. L’autocrate non può avere ritenuto che l’Ucraina di Zelensky rappresentasse una minaccia militare alla Russia, neppure se fosse entrata nella Nato. Invece, ha sicuramente pensato che il pericolo oggettivamente posto fosse quello del contagio democratico, a favore dell’opposizione russa, non tutta incarcerata, e a scapito dei suoi vassalli, a cominciare dal Lukashenko della Bielorussia.

Sappiamo che spesso gli autocrati ritengono che il modo migliore per uscire dalle loro contraddizione è una sorta di transfert. Cercare in un successo militare, facile e esaltabile, il consenso popolare che sta sfuggendo. Aiutare gli ucraini a difendersi, dovere morale di tutte le democrazie, significa, quindi, non solo rendere difficile e costosa la vittoria militare dell’autocrate, ma impedire che riesca a godere del “dividendo” politico da usare per puntellare il suo potere all’interno della Russia.

Le sanzioni, che sono tutt’altra cosa rispetto a quelle comminate dagli USA a Cuba e al Venezuela, paragone improponibile, forse anche stupido, mirano a colpire la potente rete di oligarchi che sostiene Putin. Abituati agli agi e ai fasti, costoro probabilmente, ma lo vedremo, hanno un basso limite di sopportazione e, dunque, potrebbero “consigliare” a Putin di cessare la sua politica sconsiderata che, comunque, anche se vincente, non promette nessun arricchimento plausibile.

Pur sapendo perfettamente che la priorità è la cessazione dell’aggressione, una tregua immediata, l’attuazione di tutti gli interventi umanitari possibili, la costruzione della pace richiede non solo “semplicemente” la fine dei bombardamenti, ma negoziati complessi sul futuro dell’Ucraina.

Ha fatto benissimo Zelensky a dichiarare che rinuncia a qualsiasi ingresso nella Nato. Così come ha fatto benissimo il Parlamento europeo a votare a favore dell’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Troppi dimenticano che l’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo ed è altresì luogo di pace e prosperità. Delle difficoltà e delle contraddizioni, sanabili e regolarmente sanate, discuteremo un’altra volta.

Con e nell’Unione Europea l’Ucraina potrà ricostruirsi e riprendere il cammino democratico. Fra le conseguenze politiche della pace, i negoziatori dovranno cercare quelle relative a cambiamenti significativi nella politica della Russia. Certo, è meglio che nessuno affermi ad alta voce “regime change”, ma la sospensione delle sanzioni economiche dovrà essere collegata alle libertà da garantire agli oppositori russi. Insomma, l’aggressore deve pagare un prezzo. A chiederlo saranno soprattutto tutti i pacifisti che si sono attivati in questo periodo che finalmente collegheranno l’assenza di attività militari con il riconoscimento dei diritti e, forse, addirittura con la giustizia sociale, anche in Russia.

Pubblicato il 17 marzo 2022 su Domani

Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie #Disordine @AgenziaAREL 1/2022

Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica e Socio dell’Accademia dei Lincei. Ha scritto numerosi libri fra i quali Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021) e Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).

Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie

 “Bellum omnium contra omnes”
(Thomas Hobbes, Leviatano, 1651).

 “The wealthy bribe; students riot; workers strike; mobs demonstrate; and the military coup.”
(Samuel P. Huntington, Political Order in Changing Societies, New Haven and London,
Yale University Press, 1968, p. 196).

Quello che apprezzo maggiormente in queste due definizioni di disordine politico è la loro icasticità. Entrambe colgono la sostanza in maniera fulminea, esemplare. In una guerra civile, quella sotto gli occhi di Hobbes, tutti combattono contro tutti. Nel corso di un processo di modernizzazione socio-economica e di sviluppo politico che non riesce a dare frutti, che delude le aspettative crescenti, che si inabissa in frustrazioni, tutti fanno ricorso alle risorse di cui dispongono. Il disordine politico non è solo insostenibile; diventa insuperabile. Per Hobbes sarà lo Stato nelle sembianze del Leviatano, grande mostro marino dotato di forza spaventosa, a porre fine alla guerra civile e a imporre l’ordine politico. Per Huntington, quell’ordine politico potrebbe nel lungo periodo riuscire ad affermarsi attraverso alcuni complessi processi di istituzionalizzazione di regole, procedure, organizzazioni. Nel breve periodo può essere imposto da un partito unico di stampo leninista oppure, come è evidente nella citazione, da un governo militare esito di un colpo di stato. Tuttavia, che i militari golpisti riescano poi a trasformarsi in costruttori di istituzioni e di ordine politico, rimane/è rimasto tutto da vedere. Troppi casi latino-americani smentiscono le aspettative ottimiste. Altrove, la democrazia seguita al lungo dominio dei militari in Indonesia (1965-1998), per quanto resa possibile dai loro comportamenti, non è stata da loro costruita. I regimi militari pluridecennali in Egitto e in Birmania hanno prodotto un ordine politico talvolta sfidato, basato su repressione e oppressione.

   Che gli uomini (e le donne) abbiano cercato nel corso del tempo di ridurre i rischi e di dominare le incertezze della vita nella polis (e fra le città diventate sistemi politici: il bellum omnium contra omnes nel sistema internazionale) è accertabile e accertato. Rimando ai due notevoli libri scritti sulla scia di Huntington da Francis Fukuyama: The Origins of Political Order From prehumnan times to the French Revolution e Political Order and Political Decay. From the industrial revolution to the globalization of democracy (entrambi New York-London, Farrar, Straus and Giroux, rispettivamente 2011 e 2014). Che siano sempre esistite situazioni di più o meno grande disordine politico è facile constatarlo. Mi ci cimenterò fra breve. Per iniziare ritengo sia indispensabile procedere ad alcune distinzioni analitiche cruciali. Prima distinzione: il dissenso, comunque espresso, a meno che si manifesti con la violenza, non deve essere considerato disordine. Seconda distinzione: repressione e oppressione, che abitualmente comportano l’uso della violenza, non configurano ordine (politico). Anzi, spesso sono addirittura intese a mantenere il disordine politico creando angoscia e terrore nella popolazione. Terza distinzione: oltre al disordine politico cattivo, distruttivo, hobbesiano, può esistere un disordine politico buono, ovvero creativo, quello che sprigiona energie e spinge al cambiamento. Ovviamente, deve sapere conseguire quel cambiamento inserendo quelle energie in regole e istituzioni che diano sicurezza e si traducano in prevedibilità e ordine. Infine, quarta e ultima distinzione: molti disordini politici nazionali co-esistono insieme al disordine politico internazionale. Esplorarne le connessioni e comprenderne le condizioni è un compito tanto difficile quanto necessario (e viceversa).

Non sono in grado di risolvere il dilemma se in principio sia stato il verbo oppure il caos. Però, tutti sappiamo che Babele fu uno straordinario crogiolo di disordine, non soltanto per la pluralità delle lingue. Colgo l’occasione per segnalare che il pluralismo, soprattutto quello competitivo sul quale si reggono le democrazie, anche quelle che non funzionano in maniera eccellente, sempre comporta una modica dose di disordine politico. Per temperare, mai distruggere questa dose di disordine politico, mi pare imperativo guardare alle fonti. Un sistema politico (A Systems Analysis of Political Life, New York, John Wiley & Sons, 1965), scrisse e argomentò più di cinquant’anni fa David Easton, professore di Scienza politica nell’Università di Chicago, ha tre componenti fondamentali: le autorità, il regime, la comunità. Ciascuna è soggetta a cambiamenti più o meno frequenti e profondi che possono causare squilibri e quindi produrre disordine politico.

   La comunità, ovvero tutti coloro sottoposti al principio essenziale dell’osservanza delle decisioni formulate dalle autorità, è raramente soggetta a cambiamenti sostanziali. Tuttavia, proprio perché i cambiamenti nella comunità sono infrequenti è probabile che, se e quando avvengono, rivelino di essere tanto l’esito quanto il prodromo di disordine politico. Tralascerò di riferirmi a tutti i casi nei quali la comunità è fin dall’inizio “in disordine” poiché composta, come in molti casi africani, dalla Nigeria al Kenya, dal Congo al Sudan, nel Rwanda Burundi, dimostrano, da gruppi etnici in contrasto fra loro. Prendo come esempio assolutamente significativo quello della (cosiddetta!) Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Il suo stato di evidente disordine politico, mai posto sotto controllo nonostante l’alto livello di irreggimentazione e repressione, simboleggiato dalla costruzione del Muro, sfociò nella emigrazione di massa. I tedeschi orientali votarono, avrebbe detto Lenin, con i piedi abbandonando il paese. Exit secondo l’interpretazione formulata molti anni prima dal grande studioso ebreo antinazista emigrato negli USA Albert O. Hirschman (Exit, Voice, and Loyalty, Cambridge, MA, Harvard University Press 1970, trad. it. Lealtà, defezione, protesta, Milano, Bompiani, 1982). Quel disordine venne ricomposto nella praticamente fulminea riunificazione tedesca (ottobre 1990) a dimostrazione tanto della capacità delle autorità della Repubblica federale tedesca, a cominciare dal cancelliere Helmut Kohl, che merita di essere ricordato, quanto della solidità del regime della Repubblica federale tedesca (v. infra).

   Appena, ma in maniera più che interessante, diverso è il discorso sulla nascita della Quinta Repubblica francese. Classico esempio di democrazia parlamentare, la Quarta Repubblica francese (1946-1958) ebbe fin dall’inizio un serio problema di legittimità delle autorità e del regime. Approvata, come subito dichiarò ruvidamente il Gen. De Gaulle, à la minorité des faveurs (contrari e astenuti furono ben più dei favorevoli nel referendum popolare del 1946), la sua Costituzione divenne preda del régime des partis (cito ancora de Gaulle) e si rivelò ampiamente inadeguata. Per quanto non (ri)compresa nei termini che vado a evidenziare, la drammatica questione algerina toccava in pieno la comunità politica francese. Infatti, l’Algeria non era una colonia, ma faceva parte della Francia Metropolitana. Nella Quarta Repubblica, quindi, il disordine politico riguardò tutt’e tre le componenti del sistema politico, in un ordine di importanza mutevole e mutato nel corso del tempo: regime, autorità, comunità con quest’ultima che dal 1956 andò ad occupare il primo posto come produttiva e responsabile del disordine politico che finì per travolgere la Quarta Repubblica. Concessa l’indipendenza all’Algeria, non potevano essere le autorità della Quarta Repubblica a produrre un nuovo ordine politico per il quale il regime esistente era palesemente inadeguato. Il gravoso compito toccò a de Gaulle che seppe svolgerlo in maniera egregia dando vita a una Repubblica, la Quinta, chiaramente migliore, più funzionale, capace di produrre e mantenere ordine politico. In questa chiave è anche opportuno ricordare che la sfida del Sessantotto, più o meno festoso esempio di disordine politico, venne risolta da de Gaulle con il ricorso anticipato alle urne che nel giugno 1968 consegnarono alla coalizione fra i gollisti e i Repubblicani Indipendenti una tanto rara quanto ampia maggioranza parlamentare assoluta.

   Mi sono deliberatamente soffermato su due casi europei, a mio parere di straordinaria importanza, che hanno riguardato il disordine politico a partire dalla comunità e il ristabilimento dell’ordine politico anche, Francia, con un fondamentale cambio di regime. Pertanto è giusto e opportuno che l’attenzione vada ora indirizzata al regime. A formare un regime concorrono le regole, le procedure, le istituzioni, tutto quanto può anche essere definito la Costituzione. Non è, naturalmente, vero che qualsiasi dibattito e qualsiasi critica e neppure qualsiasi violazione delle regole, delle procedure, delle modalità di funzionamento delle istituzioni configuri automaticamente una situazione di disordine politico. Per aversi disordine politico è necessario che quelle violazioni siano frequenti, che vengano attuate deliberatamente e rivendicate orgogliosamente, ad opera di una pluralità di gruppi/attori che affermano di ritenere il regime inadeguato e intendano sfidarlo con l’obiettivo di sostituirlo. Si caratterizzerebbero, nel lessico di Giovanni Sartori, come attori anti-sistema i quali, se fosse loro possibile, per l’appunto cambierebbero il sistema. Sono l’intensità e l’insistenza delle critiche e delle violazioni, ampiamente pubblicizzate a produrre difficoltà nel funzionamento del regime e quindi ad aprire la strada all’avvento e al prolungamento del disordine politico. Alla individuazione di casi di effettivo disordine politico non sono sufficienti votazioni parlamentari numerose e inconcludenti, scontri fra sostenitori delle parti contrapposte, critiche al limite del vilipendio delle istituzioni e dei detentori delle cariche istituzionali, tutto deprecabile, ma controllabile e riconducibile nei binari della, ancorché brutta, politica.

    La politica degli USA aveva già mostrato un volto inquietante con il Watergate (1972-1974) quando il Presidente repubblicano in carica Richard Nixon operò per manipolare l’opinione pubblica e in seguito anche il sistema giudiziario. Quei due anni di pericoloso disordine politico impallidiscono se messi a confronto con la sfida alle regole del gioco elettorale e istituzionale portata dai sostenitori di Donald Trump con il clamoroso, sconvolgente assalto al Campidoglio di Washington, D.C., il 6 gennaio 2021. Tentare di stravolgere con la violenza le regole del gioco elettorale dalle quali deriva la legittimità della carica più alta di Stato e di governo in una Repubblica presidenziale comporta la produzione del massimo livello di disordine politico, in questo caso, al limite del sovvertimento costituzionale. Avrebbe avuto come conseguenza immaginabile una lunga fase di altrettanto disordine politico dalla conclusione quanto mai incerta e imprevedibile nei tempi e nei modi. In generale, il disordine politico scatenato dalle autorità è abbastanza raro poiché le autorità sono spesso in condizione di strumentalizzare in maniera più soft il disordine esistente per determinare i cambiamenti voluti. Molti dei crolli delle democrazie negli anni Venti dello scorso secolo a cominciare dal fascismo furono sostanzialmente e colpevolmente (come argomentano i saggi raccolti commissionati e raccolti da Juan Linz e Alfred Stepan, The Breakdown of Democratic Regimes, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1978) agevolati dalle elites non solo politiche, per l’appunto le autorità, dei rispettivi paesi. La strumentalizzazione del disordine politico, prodotto dai fascisti e dai nazisti, era funzionale al mantenimento del potere sotto mentite spoglie oppure, comunque, ad un suo spostamento il meno rilevante possibile, non duraturo e non irreversibile, con la cooptazione dei violenti. Gravissima illusione.

Talvolta, il disordine politico è il prodotto di una resa dei conti all’interno delle autorità stesse. Il caso più clamoroso è quello della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese, 1966-1972 (la data di conclusione è incerta), scatenata da Mao Tse-tung contro lo stesso gruppo dirigente comunista cinese. La sua citatissima frase: “grande è la confusione sotto il cielo. Quindi, la situazione è eccellente”, è giustamente apprezzata da tutti coloro che vedono nel disordine politico un fenomeno necessariamente distruttivo come premessa alla creazione che seguirà. Le Guardie rosse furono incoraggiate a “sparare contro il quartier generale” e lo fecero per diversi anni. Mao, già responsabile dello spaventoso fallimento del Grande Balzo in Avanti (1958-1961), un processo di industrializzazione forzata che provocò milioni di vittime, riuscì a mantenersi al potere fino alla sua morte nel 1976. I regimi comunisti, a partire dall’Unione Sovietica con le purghe staliniane, presentano numerosi esempi di disordine politico voluto, iniziato, sostenuto da alcuni settori delle autorità e brandito contro gli oppositori a tutti i livelli.

I regimi totalitari contemplano una enorme concentrazione di potere nelle mani di un ristretto gruppo di autorità spesso ossequienti ad un leader massimo. Possenti, ma rigidi, i regimi totalitari crollano e non lasciano successori attrezzati, ma macerie di disordine politico. Germania Anno Zero (1948), il bellissimo film di Roberto Rossellini, racconta più e meglio di qualsiasi libro di sociologia e scienza politica il disordine politico, lo squallore della vita nella Germania post-nazista nella quale, però, gli Alleati contribuirono ad una rapida ricostruzione. Ancora più consistente (e richiese più tempo (1945-1955), fu il contributo degli americani alla ristrutturazione del Giappone, alla costruzione di un ordine politico democratico. Invece, nessuno ebbe abbastanza potere per rimediare al disordine politico prodotto dal crollo e dallo smembramento dell’Unione sovietica dopo il 1991. Gli oligarchi non hanno voluto e non sarebbero sicuramente stati in grado di essere costruttori di un qualsivoglia ordine politico. Quanto è riuscito a Vladimir Putin, comunque, è un ordine politico repressivo la cui solidità non è accertabile. Inoltre, è certamente dipendente dalla personalità dello stesso Putin, dalle sue relazioni con gli oligarchi, dalla capacità di sventare sistematicamente le sfide degli oppositori. La guerra contro l’Ucraina per annetterne le regioni russofone è la rivendicazione del suo potere di autocrate dissoluto. Non mi pare il caso di ipotizzare un gesto “disperato” per dissimulare problemi interni. Con il ricorso alla forza e al potere militare tutte le autocrazie si illudono di produrre ordine politico fino al momento del disvelamento. Per lo più, non funziona.

Sono le regole, le procedure e le istituzioni, vale a dire, il regime, che nei sistemi politici democratici fanno sì che il livello di disordine politico si mantenga costantemente basso, che la maggior parte del tempo sia assolutamente fisiologico. Il dissenso non viene considerato disordine tranne che quando, presumibilmente in casi molto infrequenti, si traduce in violenza. Anche i conflitti fra comunità linguistiche e culturali, Scozia verso Inghilterra e, molto più preoccupante, Catalogna verso Spagna, si svolgono nel quadro del regime. Gli scontri fra governo e opposizione hanno il loro luogo privilegiato nel Parlamento cassa di risonanza che serve a diffondere informazioni e conoscenze. Le campagne elettorali sono o possono diventare il momento di massima divaricazione politica nelle quali spesso alcuni attori pensano di trarre profitto dalla produzione di disordine politico. Le modalità di trasferimento del potere politico, altrove, in specie nei regimi autoritari sono momenti/fasi nelle quali il disordine politico procurato trova opportunità di manifestazione concreta. Però, in democrazia tutte le autorità sanno che, vincenti o perdenti, avranno modo di ripresentarsi alla prossima occasione in condizioni migliori se non si saranno rese responsabili di disordine/i politico/i. Pertanto, per lo più, se ne astengono.

Un rapido sguardo comparato rivela che, almeno in Europa, la frequenza e la gravità dei fenomeni di disordine politico sono stati a partire dal secondo dopoguerra chiaramente inferiori a quelli dei precedenti 50 anni. Anzi, le non molte fattispecie di disordine politico europeo dal 1945 ad oggi sono in larga misura attribuibili ai processi di democratizzazione prima in Portogallo, Grecia e Spagna, poi nei paesi ex-comunisti. Quindi, si tratta di disordine politico che si è rivelato creativo anche grazie all’Unione Europea dimostratasi in grado di accogliere e sostenere tutte quelle nuove democrazie, ancorché con problemi sia persistenti sia emergenti.

Nel frattempo, però, stiamo assistendo ad un fenomeno che rischia di provocare conseguenze negative, di disordine politico internazionale. Responsabile non è tanto, ma anche, la globalizzazione, processo al quale appare enormemente difficile imporre e fare rispettare regole condivise. Si tratta, invece, soprattutto del venire meno dell’ordine politico internazionale, spesso definito liberale. Questo indebolimento, causato sia dalla perdita di capacità e forse di leadership degli Stati Uniti come superpotenza “benevola”, disposta a investire risorse e capace di fare rispettare le regole di collaborazione a vari livelli sia dalla crescita della Cina, ovviamente tutt’altro che una superpotenza con inclinazioni liberali, rischia di introdurre nell’ambiente internazionale germi di un disordine politico che nel caso estremo resusciterebbero un bellum omnium contra omnes. I necessari approfondimenti non sono un discorso “altro” dal disordine politico, ma richiederebbero necessariamente un altro discorso. Another time (another place?).

Pubblicato in DISORDINE 1/2022 (pp 101- 106)

Perché tocca all’Ue guidare le trattative tra Mosca e Kiev @DomaniGiornale

Non deve essere Macron e non deve essere Draghi. Non tocca a Boris Johnson e neppure alla pensionata Angela Merkel. Negoziare con la Russia, intermediare fra Putin e Zelensky è compito esclusivo e urgente dell’Unione Europea. Pertanto, le due autorità che hanno l’obbligo politico e etico di attivarsi sono la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Condurre ad una tregua immediata e riportare ad una situazione nella quale le armi cedano ai negoziati sarà più probabile, anche se non facile, grazie al fatto importantissimo che l’Unione Europea ha dimostrato non soltanto la sua compattezza politica, ma anche la sua volontà univoca di potenza di pace per la pace.

   Avendo stabilito una pluralità di pesanti sanzioni economiche nei confronti della Russia, del suo leader, degli oligarchi, e potendo, in assenza di accordi, estenderle e inasprirle, l’Unione va al tavolo delle trattative con risorse di cui può fare uso efficace, scambiandole in maniera appropriata. Abbiamo giustamente plaudito alla inaspettata coesione fra gli Stati-membri e alle loro solidarietà in azione. Abbiamo notato che, con pochissime e limitate eccezioni, le opinioni pubbliche europee sostengono le posizioni dei loro governi. Questo significa che l’azione diplomatica dell’Unione può partire con il piede giusto e con il vigore che le democrazie hanno regolarmente saputo dimostrare nelle ore più buie. Avendo già accettato di prendere in considerazione la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione, il Parlamento Europeo ha segnalato al legittimo governo ucraino che gli garantirà tutti i vantaggi, che sono molti, che derivano dal diventare Stato-membro.

   Poiché l’Unione è stata provatamente in grado di produrre e di mantenere la pace al suo interno dal momento della sua formazione ad oggi, la sua credibilità non dovrebbe sfuggire nemmeno a Putin. Nessun europeo pensa che l’Ucraina nella UE possa diventare una testa di ponte per attacchi alla sicurezza della Russia, una spina nel fianco. Questo implica che l’Ucraina rinuncerà a un suo eventuale, ventilato inserimento nella Nato. Non ne avrebbe, comunque, più nessuna necessità dopo un accordo chiaro fra Unione Europea e Russia. Non abbiamo modo di fare cadere i sospetti dell’autocrate russo sui possibili rischi di contagio democratico. Sul tavolo del negoziato, però, von der Leyen e Borrell non dovranno in nessun modo porre le questioni interne al regime russo. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente e giustamente espresso a favore dei diritti degli oppositori. Lì si deve fermare. Infine, potremo continuare a auspicare che le opposizioni a Putin non siano né oppresse né represse, ma questa è un’altra storia (per un’altra volta).

Pubblicato il 9 marzo 2022 su Domani

Democrazie illiberali

In linea di massima a Giovanni Sartori gli aggettivi appiccicati al sostantivo democrazia piacevano poco. Per nulla, poi, se quegli aggettivi servivano a definire (Democrazia e definizioni 1957) regimi, come le “democrazie popolari”, che erano (quasi) tutto tranne che democrazie. Nel recente passato ho già variamente trattato l’argomento (“Paradoxa” 3/2019, Democrazie fake), ma data la sua importanza continua a meritare approfondimenti specifici e mirati. Hic et nunc. Concentrerò l’attenzione sulle democrazie illiberali. Con la sua abituale franchezza, quel terribile semplificatore di Putin qualche tempo fa affermò che la democrazia liberale è finita. Punto. Più manovriero per necessità, il Primo ministro ungherese Orbán, a fronte delle critiche europee alla sua manipolazione dei mass media e della magistratura, delle scuole e delle Università (chiusura e espulsione di quella, importante e ottima, sede a Budapest, fondata e finanziata dall’ebreo di origine ungherese George Soros) ha dichiarato che l’Ungheria è una democrazia illiberale. Semplicemente, non può essere così. Le democrazie contemporanee, che Sartori preferiva definire liberal-costituzionali, si basano su due pilastri: i diritti dei cittadini e la Costituzione che stabilisce la forma di governo (parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale) e il tipo di Stato (accentrato/federale/semifederale etc.).

Per quel che riguarda lo Stato, democratico non è se non mantiene la separazione dei poteri e delle istituzioni, se non esistono freni e contrappesi, se non la accountability, la responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti a tutti livelli, non è all’opera. I democratici illiberali sostengono che nei loro regimi governanti e rappresentanti sono effettivamente eletti e, sottoposti al vaglio degli elettori, anche rieletti. Alcuni studiosi occidentali ritengono in questi casi che esistono democrazie elettorali. Certo, in assenza di elezioni, non è mai possibile parlare di democrazia. Ma, da sempre, la democrazia è molto di più che una serie di competizioni elettorali ripetute nel tempo. Comunque, è decisivo valutare il grado di libertà e equità delle elezioni non soltanto nel momento del voto, ma tanto a monte quanto a valle del voto. A monte, se i diritti dei cittadini a candidarsi, a organizzare gruppi e partiti, a fare campagna elettorale, a esprimere le loro opinioni soprattutto politiche con l’accesso ai mass media non sono né protetti né promossi, non c’è modo di considerare libere quelle elezioni. Sono elezioni foglie di fico. A valle, se la legge elettorale è tale da conferire enormi vantaggi ai detentori delle cariche di governo e di rappresentanza, distorcendo la traduzione dei voti in seggi, non è accettabile che si parli di democrazia elettorale. Per quanto blando, siamo di fronte ad un caso di autoritarismo elastico che si attiva ogni qualvolta i detentori del potere politico vengono sfidati e sentono di doversi difendere.

Vero è che le elezioni possono produrre sorprese, che i detentori del potere politico si logorano, che nuove generazioni hanno l’opportunità di esprimersi in maniera difforme. Finché, però, il cambiamento non si produce quei regimi non sono democrazie elettorali. Rimangono sistemi politici non competitivi e non liberali, effettivamente illiberali. La difficoltà di trovare un termine che ne colga la sostanza non significa che dobbiamo accettare le manipolazioni non soltanto lessicali dei potenti. Nella confusione è difficile combattere battaglie politiche trascinanti. Nella confusione si rischia di perdere di vista le promesse della democrazia: libertà e diritti, inscritti nella Costituzione e garantiti dalle istituzioni apposite. Anche nell’ambito dell’Unione Europea dove molti sovranisti sembrano avere incomprimibili pulsioni illiberali.

Pubblicato il 4 novembre 2021 su PARADOXAforum

I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015