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Una strada tutta in salita @LaStampa

Mario Draghi soddisfa certamente le esigenze da molti manifestate di fare parte della compagine dei migliori (cittadini italiani). La sua nomina da parte di Mattarella a Presidente del Consiglio incaricato deve essere interpretata non come una sconfitta della politica, ma come la critica senza nessuna attenuante dei comportamenti di troppi uomini politici, interessati alle loro cariche e ai loro privilegi invece che alle condizioni di vita dei loro concittadini, oggi e domani. Nella sua accezione fondante, politica significa proprio avere a cuore il funzionamento di una polis, di una comunità, attualmente in mezzo alla pandemia, con grandi difficoltà economiche, nel corso della formulazione dei progetti essenziali per ottenere i fondi europei. Il discorso di Mattarella va letto, interpretato e inteso come una nobile espressione di questa politica, alla quale troppi di coloro che si trovano in Parlamento non arriveranno mai. Le loro dichiarazioni successive al conferimento dell’incarico a Draghi sono deludenti e deprimenti. Suggeriscono ipocrisia, gravi fraintendimenti, manipolazioni.

Le consultazioni dei dirigenti di partito serviranno a Draghi per acquisire le indispensabili informazioni sulla disponibilità di partiti e parlamentari ad appoggiarlo e sulle loro preferenze programmatiche. Già sembra che il Movimento 5 Stelle rifiuti qualsiasi sostegno. Le dichiarazioni di Salvini sui punti che non ritiene negoziabili, ad esempio, quota cento per le pensioni e tasse da non toccare, rendono quasi improponibile un accordo. Anche se, molto responsabilmente, il Partito Democratico ha già annunciato il suo appoggio, senza i voti dei pentastellati e dei leghisti, non ci sarebbe nessuna maggioranza possibile per un governo Draghi. Pertanto, la sua strada appare già tutta in salita.

   Uomo di grande preparazione economica, con elevato prestigio non soltanto in sede europea, dotato di credibilità nell’assolvimento dei suoi impegni, Draghi è quasi totalmente privo di esperienza politica concreta. Costruire un governo non è un’operazione di pura individuazione delle persone giuste per gli almeno venti ministeri. Richiede conoscenze relative alla capacità di quegli uomini e di quelle donne di saper guidare e fare funzionare strutture complesse. Ė molto probabile che Draghi si sia accertato della disponibilità del Presidente Mattarella a segnalargli quali personalità meritano di essere coinvolte per meriti e competenza, ma anche perché sono in grado di svolgere l’indispensabile gioco di squadra.

   Non è utile andare a cercare paragoni nel passato con altri governi guidati da un non-politico, Ciampi (1993-1994), Dini (1995-1996), Monti (2011-2012). Ciascuno di questi tre casi è differente e, comunque, si presentò in una situazione caratterizzata da minore gravità e con partiti più affidabili. Senza un poderoso sostegno di Mattarella, Draghi rischia di non avere l’opportunità di sviluppare un’azione immediata e efficace. Le nuvole all’orizzonte sembrano molte e pesanti.

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su AGL e La Stampa

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Cavalli di battaglia senza fiato #manovra

“Uno per cento, tre per cento, due percento. Non importa basta che la manovra sia approvata così com’è” (Luigi Di Maio, Vice-Presidente del Consiglio e Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Non mi occupo di numerini”, di “decimali“ (Matteo Salvini, Vice-Premier e Ministro degli Interni). “Il dialogo con la Commissione Europea continua intenso” (Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio). Nessuna dichiarazione degna di nota da Giovanni Tria, Ministro dell’Economia che molti danno già sulla via della fuoruscita in un eventuale rimpasto, deprecabile rito della Prima Repubblica, secondo il M5S che evidentemente nulla sa dei “rimpasti” di altri governi parlamentari a cominciare da quello britannico. Nel frattempo, la manovra economica sarà votata alla Camera dei deputati con la fiducia su un maxiemendamento del governo. Poi, passerà al Senato dove sono già stati preannunciati, ma non precisati, alcuni cambiamenti significativi, anche, forse, tenendo conto delle obiezioni fatte, comunicate, ripetute, non cambiate di una virgola dalla Commissione europea.

Se non cambiano i numerini italiani e quei decimali, circa 8, che misurano la distanza fra quel che Di Maio e Salvini vogliono fare, ma Tria non riesce a fare (e Conte non riesce a negoziare, probabilmente anche poiché i Commissari europei pensano, ma non si permetterebbero mai dire, che sia un due di picche), la Commissione inizierà la procedura d’infrazione. Mentre gli imprenditori protestano poiché il paese è fermo in termini di investimenti e attendono di sapere che cosa sbucherà fuori dalla manovra, Di Maio e Salvini insistono sui rispettivi cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza e quota cento per cambiare la riforma delle pensioni che porta il nome di Elsa Fornero. Il reddito di cittadinanza non lo si attuerà da subito poiché mancano i dati relativi ai possibili percettori e gli strumenti, a cominciare dalla famosa card che dovrebbe rendere impossibili alcune spese voluttuarie. Neppure la legge Fornero può essere cambiata subito, poiché, anche se non si è candidato alle elezioni (la credenziale populista che Salvini vorrebbe imporre a chiunque in ruoli d’autorità critica il governo), il Presidente dell’INPS Tito Boeri ha messo in guardia dalle conseguenze amministrative, i conti su anzianità e anni di lavoro, e economiche destinate a durare nel tempo appesantendo il bilancio dell’INPS.

La tranquillità apparente con la quale Conte rassicura gli italiani di cui lui sarebbe l’avvocato, sua memorabile interpretazione del compito di capo del governo, cozza contro la durissima lezione dei numeri. Che lo spread sia stabile non toglie che rimane notevole nei confronti del rendimento dei Titoli di Stato tedeschi. La stabilità deriva dalla perplessità degli operatori economici, investitori e speculatori, che si riservano di vedere che cosa succederà. Insomma, per dirla con Dante, che se ne intendeva, siamo un po’ tutti come “color che son sospesi”. Sotto c’è il baratro, l’inferno.

Pubblicato AGL il 7 dicembre 2018