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Volti nuovi, metodi vecchi. Tutto già visto

Da sempre quando sono in gioco le nomine al vertice di alcune aziende, in primis la Rai, e di alcune Commissioni parlamentari si alza il livello del conflitto. Le critiche vengono da un po’ tutte le parti: da autorevoli editorialisti secondo le loro preferenze politiche, dai capi dei partiti che hanno perso le elezioni e i relativi poteri di nomina, dagli intellettuali che manifestano grande preoccupazione e firmano pensosi e turbati manifesti. Qualcuno, pochi e raramente, arriva persino a chiedersi come si procede in altri paesi. Quasi nessuno raccoglie e pubblica la documentazione necessaria spesso disponibile. Maggioritaria o proporzionale che sia la democrazia, dappertutto vige un principio: chi vince le elezioni ottiene anche il potere di nominare persone a un certo numero di cariche: è lo spoils system (sistema delle spoglie). La prima differenza fra le democrazie sta proprio qui: quante e quali cariche. Negli USA le cariche a disposizione del Presidente sono così numerose che nessun Presidente riesce a effettuare tutte le nuove nomine. Altrove, molto dipende se lo Stato è molto intrusivo e esteso, come in Francia e, in una certa misura, in Spagna, oppure se è snello e sobrio, come nelle democrazie anglosassoni e nordiche. La seconda differenza riguarda quali criteri esistono, se sono condivisi e rispettati. Nelle democrazie è riconosciuto ai vincitori delle elezioni il diritto di nominare il personale, sia politico sia burocratico, che ha il potere di attuare le politiche scelte dal governo e di collaborare alla loro buona riuscita. Non c’è nulla di riprovevole se i governanti sostituiscono persone nominate dal precedente governo con persone nuove, più fidate, anche politicamente, magari più preparate e competenti. Certo, sia l’opposizione politico-parlamentare sia i mass media sia l’opinione pubblica vorrebbero giustamente saperne di più, conoscere quali titoli vantano i prescelti, quali esperienze passate hanno. L’imposizione di un nome qualsiasi non può essere giustificata unicamente in base alla vittoria elettorale. Qualche criterio meritocratico appare indispensabile.
Il discorso sulle nomine è leggermente diverso quando si tratta di cariche parlamentari. Qualcuno sostiene che il Parlamento è sovrano, ma sappiamo che, non soltanto nel caso attuale del governo giallo-verde, le nomine sono decise dai capi dei partiti al governo e dai loro collaboratori- consulenti. Allora, soprattutto nel caso di alcune commissioni, come il Copasir (Comitato per la sicurezza) e la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (ho scritto il titolo per esteso poiché la Commissione non deve occuparsi solo della RAI, ma dell’intero sistema radiotelevisivo), valgono due criteri: la competenza e l’indipendenza (che preciserò come assenza di conflitto d’interessi) dei nominati. Né nell’uno né nell’altro caso sono stati rispettati. Il Governo del cambiamento ha seguito strade fin troppo battute dai suoi predecessori.

Pubblicato AGL il 20 luglio 2018

Referendum, il politologo Pasquino: “Renzi ha rifiutato dibattito con me a RadioRai e mio invito è stato cancellato”

Il fatto

Intervista raccolta da David Marceddu per ilfattoquotidiano.it

Il professore era stato chiamato per un confronto sul tema della riforma a Radioanch’io, ma poche ore prima è stato informato che il presidente del Consiglio non voleva il confronto: “Da premier può decidere se e con chi dibattere. Ma nel momento in cui ritiene di essere il dominus di queste riforme, allora dovrebbe dibattere”

“Giovedì 6 ottobre alle 17 la Rai m’invita a RadioAnch’io con Matteo Renzi. Alle 19.40 la Rai stessa mi comunica che il presidente del Consiglio non vuole fare il dibattito”. A raccontare i fatti è lo stesso Gianfranco Pasquino, politologo di fama mondiale e senatore per tre legislature tra le fila della sinistra indipendente. Non solo quindi la fatwa contro La7 (con l’ordine ai renziani di boicottare i programmi della rete). Questa mattina come da (nuovo) programma il premier ha parlato da solo in trasmissione, criticando tra l’altro “il clima da caccia all’uomo mediatica contro chi la pensa diversamente dal No”. Peccato che proprio premier, secondo quanto riferito dal professore, non ha voluto il contraddittorio. Pasquino a ilfattoquotidiano.it ha detto: “Se avessi potuto parlare gli avrei fatto notare alcune contraddizioni della sua Riforma”. Schierato per il No al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, da mesi il professore fa dibattiti in tutta Italia (“Un’ottantina per ora lungo tutto il Paese, da Sciacca ad Alessandria”) per combattere una riforma che, a parere suo, non porterà alcun miglioramento nella vita dei cittadini.

Che cosa avrebbe chiesto al presidente del consiglio se avesse potuto partecipare al dibattito radiofonico?
Gli avrei fatto notare alcune contraddizioni della sua Riforma. Per esempio gli avrei chiesto che cosa ci fanno in un Senato delle Regioni 5 senatori nominati per sette anni dal presidente della Repubblica? Gli avrei fatto notare che il parlamento italiano finora ha fatto più leggi e in tempi più brevi del bicameralismo tedesco o francese o inglese.

È stato chiamato qualcuno a sostituirla alla trasmissione?
No, c’è stata mezzora di scambio con il conduttore, che peraltro ha fatto delle ottime domande. La mia critica non è al conduttore, ma a chi ha accettato l’imposizione del presidente del Consiglio.

Crede che Renzi abbia evitato di averla in trasmissione perché è in difficoltà?
Premetto che Renzi da premier può decidere se e con chi dibattere. Obama non va mica ai dibattiti alla Cnn. Ma nel momento in cui il nostro presidente ritiene di essere il dominus di queste riforme, allora dovrebbe dibattere. Detto questo, non so quanto sia in difficoltà. Durante i dibattiti qualche volta sembra che non capisca le obiezioni e quindi va avanti dicendo le solite cose facilmente contestabili: “Ce lo chiede l’Europa”, “È da 30 anni che aspettiamo”, “Bisogna velocizzare”. Ma raramente queste cose gli vengono contestate. Lui va avanti, interrompe, prosegue oltre i tempi: ha adottato una tattica che conosciamo perfettamente. Nei dibattiti c’è sempre un prevaricatore. Lui è un prevaricatore, che però ha la carica di presidente del consiglio”.

Non capisce le obiezioni?
Credo che qualche volta vada avanti perché non voglia rispondere, qualche volta invece non sa. Sul merito è debole. Per esempio alla domanda del referendum: Volete voi il superamento del bicameralismo paritario, la risposta può essere sì. Ma la domanda vera è se questo superamento, contenuto nella riforma Renzi, sia il migliore possibile? E la risposta è no”

Quando parla di “prevaricatore” si riferisce al dibattito televisivo con Gustavo Zagrebelsky?
Quel dibattito ha dimostrato che Renzi controlla meglio le sue espressioni in tv perché più irruento. Zagrebelsky cercava di ragionare più a fondo e forse avrebbe potuto farsi insegnare qualche cosa su come si sta in tv. La sostanza può essere travolta dall’irruenza.

Gli italiani come risponderanno a questa irruenza? Come andrà il referendum?
Dovunque io vada c’è grande interesse a cercare di capire. La riforma ha indubitabilmente degli elementi di complessità e già questo contraddice il fatto che questa riforma sia quella della semplificazione. Questa riforma non semplifica ma complessifica. Molti italiani decideranno nell’ultima settimana prima del voto e forse anche la mattina stessa. E le informazioni le riceveranno dai loro genitori, dai loro amici e dai loro figli, o dai loro colleghi di lavoro. L’umore collettivo si costruisce attraverso rapporti tra persone.

Che disegno ci vede dietro questa riforma costituzionale?
Non credo che ci sia un disegno: queste sono riforme occasionali, contingenti. Nella riforma berlusconiana del 2005 il disegno era chiaro: rafforzare il capo del governo e dare contemporaneamente più potere alle regioni. Qui in questa riforma non c’è invece alcun disegno: il Senato non c’entra niente con il Cnel. Il Senato non c’entra nulla con i referendum. Il Senato c’entra molto poco con la trasformazione del titolo V. Sono 4 riforme episodiche che stanno insieme finché ci sarà l’Italicum”.

Le piace questa legge elettorale?
Salverei solo il ballottaggio, per il resto la definirei un ‘porcellinum’. Tra l’altro se Renzi continua a dire che questa legge elettorale è ottima, ma è disposto a cambiarla, qualcuno gli vada a dire che questa è una contraddizione. Perché se secondo lui è ottima la dovrebbe difendere sino all’ultimo”.

Pubblicato il 7 ottobre 2016

Vi faccio la sintesi del discorso di Renzi in #DirezionePD

FQ
“sintesi” del discorso di Matteo Renzi alla Direzione del Partito Democratico, 31 luglio 2014

La situazione non è strepitosa, ma, Stefano, Marianna, Luca, Francesca, voi siete bravissimi. Ringrazio anche i senatori che si preparano eroicamente a fare i tacchini. Il treno delle riforme va come una lumaca, ma con l’espediente del canguro lo cambieremo quel Senato. Immagino già i salti di gioia degli Europei a fine agosto quando, ma anche no, gli offriremo su un piatto d’argento la testa di 215 senatori. Sarà una spinta fortissima per l’economia italiana che non ha bisogno di nessun Cottarelli. Le spese le tagliamo noi, vero, Pier Carlo?

Abbiamo avuto il 41 per cento e non c’è esperto che tenga di fronte a un tal consenso popolare. Magari, cambieremo anche la legge elettorale (voce dal fondo: ma non era intoccabile? allora non era neanche perfetta). Datemi un mandato a parlarne con Berlusconi. Ah, Giachetti si sente spiazzato? Peggio per lui, dovrebbe averlo capito che io sono un’anguilla. Non mi formalizzo se la riscriviamo da capo a fondo, tranne il premio di maggioranza che, mica son bischero, mi serve anche a mettere a posto, cioé a lasciare a casa, quelli di Sel. Neanche il testo che uscirà dal Senato assomiglia a quello che Maria Elena aveva portato. A me basta dire che, dopo trent’anni di dibattiti, noi le riforme le facciamo (voce dal fondo: ma la legge elettorale è cambiata già due volte negli ultimi vent’anni; e il Titolo V l’ha riformato proprio il centro-sinistra; non erano riforme? non erano riformatori?).

Non vedete come sono rilassato. La poltrona me l’avete data e me la tengo fino a quando vorrò. Appoltronati sono i Senatori che non vogliono perderla. Come, dite che Vannino Chiti ha vinto diverse elezioni senza aiutini e che di poltrone non ne ha bisogno? Ma è vero che Felice Casson non perderebbe granché tornando a fare il magistrato? Sì, mi ricordo che Massimo Muchetti è un giornalista professionista del “Corriere” e che Mineo è un pensionato Rai di lusso. Allora, non sono le poltrone che vogliono, ma, possibile?, hanno in mente una riforma del Senato migliore della mia? Fatemi parlare con Maria Elena.

Comunque, potete vedere che io sono assolutamente tranquillo. Colgo l’occasione per ringraziare i molti giornalisti che continuano a dire e a scrivere “settimana decisiva per le riforme”. Gliene daremo almeno un’altra decina di settimane decisive e, poi, anche se non lo vogliono, daremo loro un bel referendum. Ah, dite che non sanno neanche di che cosa parlano quando analizzano le riforme. Non sono mica gli unici. Questo è il paese che amo, queste sono le giornaliste che apprezzo. Suona la campanella. La Direzione (la ricreazione) è finita.

Pubblicato su Futuroquotidiano.com il 2 agosto 2014