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Caro Zingaretti, di legge elettorale parla quando saprai quanti saranno i parlamentari da eleggere @HuffPostItalia @nzingaretti

Scrivere una qualsiasi legge elettorale senza conoscere con precisione il numero dei rappresentanti da eleggere è un’operazione azzardata. Due punti, però, possono essere decisi subito in prospettiva di una buona rappresentanza politica: nessuna candidatura bloccata, nessuna possibilità di candidature multiple. L’elettore deve potere scegliere il/la suo/a rappresentante. Quindi, o collegi uninominali o almeno un voto di preferenza.

Non impossibili, i collegi uninominali se i deputati e i senatori da eleggere saranno rispettivamente 400 e 200 avranno come minimo, rispettivamente, circa 125 e circa 250 mila elettori. Lieviteranno i costi delle campagne elettorali, conteranno anche altre risorse, sarà molto difficile per gli eletti “conoscere” i loro elettori, preferenze e esigenze. Sarebbe auspicabile che una legge elettorale proporzionale avesse circoscrizioni relativamente piccole: 40 per la Camera e 20 per il Senato con dieci eletti per circoscrizione. La soglia implicita è poco meno del 10 per cento dei voti. Premierebbe quei candidati che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto molti voti e dunque rappresentano una parte di elettori/trici anche se il loro partito non avesse superato un’eventuale soglia percentuale nazionale.

Questi relativamente semplici calcoli non dicono nulla sulla qualità della rappresentanza. La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere giustificata soltanto con un risparmio modesto di soldi, quando poi si avrebbero spese potenzialmente “folli” nelle campagne elettorali e negli uffici da mantenere fra una campagna e l’altra. Un buon parlamento e buoni parlamentari debbono svolgere due compiti di assoluta importanza in un democrazia parlamentare: dare rappresentanza ai cittadini, controllare le attività del governo, criticarlo, stimolarlo, eventualmente sostituirlo. I parlamentari saranno tanto più liberi e efficaci in entrambi i compiti se sono debitori della elezione alle loro capacità di ottenere il consenso degli elettori e non alla cooptazione ad opera dei dirigenti dei partiti e delle correnti. È anche probabile che per svolgere soddisfacentemente quei compiti, ad esempio, valutando le leggi e i decreti legge del governo e il loro impatto e l’operato dei ministri e della burocrazia, i parlamentari debbano distribuirsi i compiti.

Un numero ridotto di parlamentari avrebbe molto probabilmente conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento spostando potere nelle mani dei governanti. Qui, l’azzardo è palese: meno (parlamentari) non significa meglio (migliore rappresentanza politica e miglior funzionamento del Parlamento e dei rapporti Parlamento/Governo). Anzi, è più probabile che meno significhi peggio, un peggio al quale nessuna legge elettorale potrebbe ovviare, anche se alcune potrebbero ridurre rischi e danni.

Post Scriptum Un minimo di prudenza politica suggerirebbe (anche al segretario del PD Nicola Zingaretti e agli strateghi di riferimento) il silenzio, strategico, sulle indicazioni di fondo relative alla prossima (la legge Rosato è, comunque, da cancellare) legge fintantoché non si sa quanti saranno i parlamentari da eleggere.

Pubblicato il 4 agosto 2020 su huffingtonpost.it

Un’altra legge elettorale è possibile. Pasquino spiega come @formichenews

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino). Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Non possiamo e non dobbiamo schiacciarci ad analizzare qualsiasi testo di legge elettorale sia in discussione in Parlamento. Meno che mai dobbiamo affannarci a spiegare perché questa clausoletta perché questa percentuale perché questi criteri per le candidature. È ora di cambiare il campo di gioco. Cominciamo dai fondamentali. Il criterio dominante, ancorché non l’unico, per valutare la bontà (non la perfezione) di una legge elettorale è quanto potere e quale dà agli elettori. La legge Calderoli e la legge Rosato sono diversamente esemplari. Nella Calderoli il potere degli elettori stava tutto in una crocetta. Che, poi, con quella crocetta gli elettori sapessero vagamente quale candidato ce l’aveva fatta era, a causa delle pluricandidature, sostanzialmente impossibile. La Rosato faceva appena meglio. Mantenute le pluricandidature, ma aggiunto il voto di preferenza di genere (che, peraltro, è suscettibile di notevoli manipolazioni), dava un minimo di potere agli elettori.

Chini sui numeri e sulle percentuali che per molti di loro e dei loro partiti sono questione di vita e di morte, i facitori di leggi elettorali neppure più si ricordano che le modalità con le quali si elegge un Parlamento hanno conseguenze di enorme impatto sulla rappresentanza politica. Da tempo sostengo, in buona compagnia che va da Edmund Burke a Giovanni Sartori, che non è possibile avere nessuna governabilità decente se si riduce la rappresentanza (incidentalmente, tagliare il numero dei parlamentari italiani è riduzione di rappresentanza) invece di migliorarla qualitativamente.

Per quel che attiene alle leggi elettorali, il requisito di residenza nel collegio/circoscrizione per i candidati è il minimo. Soltanto chi vive laddove viene candidato/a e poi eventualmente eletto/a conosce i problemi, ma anche le risorse e le opportunità del luogo e delle persone e sarà in grado di rappresentarle adeguatamente, efficacemente. Le pluricandidature, oltre ad ingannare gli elettori, incidono pesantemente sulla rappresentanza del territorio che è rappresentanza di persone, delle loro attività, delle loro preferenze, delle loro speranze e, ebbene, sì, anche delle loro emozioni.

È giusto porsi l’obiettivo di evitare la frammentazione (di quel che rimane) del sistema dei partiti. Non bisogna mai premiare in qualsiasi forma i “frammentatori”. Tuttavia, credo che, nell’ottica della rappresentanza, esista una soluzione migliore delle clausole percentuali di accesso al Parlamento. In un partito escluso dal Parlamento perché non ha superato quella clausola, possono esserci candidati/e che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto notevole successo perché radicati, competenti, molto rappresentativi, ma rimarranno fuori. Meglio allora ricorrere al disegno di circoscrizioni di medio-bassa dimensione che eleggano 15-10 parlamentari (senza recupero dei resti!). Se quindici, allora la soglia sarà all’incirca 7/8 per cento; se dieci la soglia potrebbe essere 8/9 per cento. Complessivamente un partito potrà anche non raggiungere il 4/5 per cento dei voti su scala nazionale, ma alcuni suoi candidati/ saranno comunque eletti perché capaci di esprimere le esigenze di quel territorio. Ne gioverà la rappresentanza parlamentare.

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino).

Pubblicato il 21 luglio 2020 su formiche.net

Due e forse più cose che so sulle leggi elettorali @formichenews

Il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore, tra gli altri testi, di “I sistemi elettorali”, (Il Mulino, 2006)

No, non chiedete di sapere tutto sui sistemi elettorali. Soprattutto non chiedetelo né ai sedicenti riformatori elettorali né ai loro consulenti. Limitatevi ad alcuni pochi punti. Primo, a chi vi dice che non esiste legge elettorale perfetta rispondete subito che quell’affermazione è banale e persino un po’ manipolatoria. Per di più, cela il fatto che esistono alcuni sistemi elettorali che funzionano meglio, molto meglio di altri. Guardatevi intorno. Leggete qualche libro, almeno qualche articolo. Secondo, ricordate che nelle democrazie parlamentari, in TUTTE le democrazie parlamentari, le leggi elettorali servono a eleggere un Parlamento, mai un governo. Il pregio delle democrazie parlamentari è la loro flessibilità proprio per quanto riguarda il governo. Nasce in Parlamento, si trasforma, cade, può essere ricostituito. Terzo, eleggere un parlamento è operazione diversa dall’eleggere un sindaco o un presidente di regione. Dimenticate lo slogan “sindaco d’Italia”. Chi vuole il presidenzialismo oppure il semipresidenzialismo lo argomenti e lo proponga. Poi, comunque, dovrà anche suggerire una legge elettorale decente.

Leggi decenti e talvolta, anche buone possono essere sia maggioritarie sia proporzionali. Qui: Tradurre voti in seggi in maniera informata, efficace e incisiva. Si può, si deve, Lezione n 1 del Video Corso Il racconto della politica, Casa della Cultura di Milano agosto 2018, segnalo gli elementi essenziali da conoscere. Il plurale è d’obbligo poiché esistono interessanti varianti sia delle leggi maggioritarie sia, ancor più, delle leggi proporzionali. Un punto, però, deve essere chiarito subito –mi piacerebbe scrivere per sempre, ma con i riformatori/manipolatori italiani nulla può mai darsi assodato e accertato per sempre: i premi di maggioranza di qualsiasi entità e comunque congegnati non consentono di definire maggioritaria quella legge elettorale. Semmai, bisognerebbe parlare di sistema misto a prevalenza proporzionale o maggioritaria.

Mi affretto ad aggiungere che il doppio turno di coalizione non soltanto è una proposta pasticciata e pasticciante, ma non ha praticamente nulla in comune con il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali di tipo francese. Il doppio turno chiuso ovvero riservato a due soli candidati si chiama ballottaggio. Il doppio turno “aperto” ha clausole che lo disciplinano e che consentono operazioni politiche brillanti fra le quali desistenze, che servono ad accordi di governo, e “insistenze” che misurano la forza di candidati e di partiti e che testimoniano qualcosa (non posso essere più preciso).

Last but not least, il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Quando, per di più, i candidati/le candidate sono paracadutati in liste bloccate e con la possibilità di essere presentati in più collegi, la rappresentanza politica (che, comunque, richiede un discorso più ampio che ricomprenderebbe il non-vincolo di mandato e il non-limite ai mandati) non sarà sicuramente buona. La coda è tutta italiana.

Come si fa a scrivere una legge elettorale senza sapere quanti rappresentanti dovranno essere eletti: 200 o 315 senatori; 400 o 630 deputati. Se il referendum chiesto dalla Lega portasse a un ripristino del numero attuale dei parlamentari, qualsiasi legge elettorale nel frattempo elaborata dovrebbe essere riscritta e non sarebbe un’operazione semplice. Fin qui le mie proteste. La proposta è che si scelga fra il maggioritario francese con pochissimi adattamenti e senza nessun “diritto” (?) di tribuna e la proporzionale personalizzata (si chiama così) tedesca senza nessun ritocco, meno che mai la riduzione della clausola nazionale del 5 per cento per accedere al Parlamento. Dunque, non finisce qui.

Pubblicato il 18 dicembre 2019 si formiche.net

L’antiparlamentarismo ha eroso la democrazia parlamentare. I ventilati correttivi potrebbero anche peggiorare la situazione #tagliodeiparlamentari

In Italia, l’antiparlamentarismo ha una storia lunga e ingloriosa. La drastica riduzione del numero dei parlamentari è il più recente, non ultimo, episodio di questa storia. Lentamente, gradualmente, attraverso riviste, quelle di Prezzolini, editoriali, quelli di Montanelli , libri, La casta di Stella e Rizzo, balorde riforme, prima Renzi, poi, con più successo, Di Maio et al. l’antiparlamentarismo ha eroso la democrazia parlamentare. I ventilati correttivi potrebbero anche peggiorare la situazione.

 

Meno NON è meglio #tagliodeiparlamentari

La (buona) rappresentanza politica dipende da una molteplicità di elementi. Di questi fa parte anche il numero dei rappresentanti. Non è affatto detto che, riducendoli, la rappresentanza migliori. Nessuno può sostenere che, diminuiti di numero, coloro che entreranno in Parlamento saranno più capaci, più competenti, più efficaci. Vantare la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari italiani come un grande successo per la democrazia, che è quanto stanno facendo le Cinque Stelle, è una esagerazione priva di fondamento. Festeggiare per il risparmio che, comunque, inizierà solo dal prossimo Parlamento (2023), di 500 milioni di Euro significa solleticare gli elettori con una visione da bottegai della democrazia. Meno non è meglio e risparmiare non equivale a democratizzare.

Adesso (quasi) tutti si affannano a sostenere che bisogna fare una nuova legge elettorale che sia tutta proporzionale e a trovare freni e contrappesi, a una maggioranza di governo che, eletta con la proporzionale, sarebbe sicuramente multipartitica. La legge Rosato, già per due terzi proporzionale, è pessima per la rappresentanza politica poiché consente candidature bloccate e multiple che tolgono potere agli elettori. Una proporzionale senza clausole di accesso al Parlamento frammenterebbe quel che rimane del sistema dei partiti e complicherebbe la formazione e il funzionamento dei governi a tutto vantaggio dei partiti piccoli, ad esempio, della neonata Italia Viva. Non è, poi, affatto detto che una legge maggioritaria come il doppio turno francese non offra buona rappresentanza politica ad opera degli eletti in ciascun collegio uninominale che sanno di dovere prestare grande attenzione ai loro elettori se vogliono riconquistare il seggio.

La rappresentanza politica può essere buona e diventare ottima quando i parlamentari non sono nominati dai partiti, ma eletti dai cittadini. Una buona rappresentanza già di per sé costituisce un freno a qualsiasi scivolamento autoritario del governo e un contrappeso all’azione dei governanti. Peraltro, da un lato, nel sistema politico italiano già esistono efficaci freni e contrappesi dati sia dalla Presidenza della Repubblica sia dalla Corte costituzionale, dall’altro, nessuno degli avventurosi riduttori dei parlamenti ha finora saputo indicare con chiarezza quali nuovi freni e contrappesi saranno escogitati e messi in pratica. Quel che sappiamo porta ad alcune poche tristi considerazioni, non conclusioni poiché la saga elettoral-istituzionale è destinata a durare. Cinque Stelle e PD cercheranno di fare una legge elettorale che li protegga dall’assalto di Salvini, quindi, molto proporzionale. La discussione durerà a lungo, garanzia di prosecuzione della legislatura. Nessuno individuerà freni e contrappesi aggiuntivi e i governi continueranno nella deplorevole pratica “decreti più voti di fiducia” che schiaccia il Parlamento. Pur ridotti di numero, i parlamentari continueranno a dare poca e mediocre rappresentanza all’elettorato.

Pubblicato AGL il 8 ottobre 2019

Quale partito per il prossimo segretario del PD?

Dalla rumorosa cavalcata di Veltroni nell’estate-autunno 2007 fino all’inusuale ri-elezione nel 2017 di un ex-segretario sconfitto al referendum costituzionale, le battaglie (impropriamente definite “primarie) per la conquista della segreteria del Partito Democratico hanno regolarmente eluso il tema di “quale partito” debba essere il PD. Tutti i potenziali segretari hanno raccontato qualche storia più o meno credibile, più o molto meno nuova, più o meno infiorettata, sulle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbero introdotto nel governo del paese. Con quale partito non si è saputo mai. Con quale successo lo si è visto poi. Nelle democrazie contemporanee, alla faccia di tutte le estemporanee analisi che accentuano la personalizzazione della politica (in Svezia? Norvegia? Danimarca? Finlandia? Germania? Gran Bretagna? tutte democrazie davvero pochissimo “personalizzate”, e altre se ne potrebbero aggiungere), che sostengono che i partiti sono spariti, che trovano, per assolvere gli italiani, inconvenienti simili alla sgangherata politica italiana un po’ dappertutto, i partiti continuano a esserci, in uno stato di salute accettabile, e quelle che chiamiamo crisi della democrazia sono problemi di funzionamento nelle democrazie. Quei problemi sono più evidenti e più gravi proprio laddove i partiti sono più deboli. Incidentalmente, le alternanze al governo non sono mai la causa dei problemi, ma neppure la loro magica soluzione. Marco Valbruzzi mi ha insegnato che quelle alternanze frequenti sono semplicemente il prodotto della competizione fra partiti indeboliti che non riescono a mantenere “fermo” il consenso ottenuto da una elezione alla successiva. La volatilità elettorale è inevitabilmente più alta dove i partiti sono “qual piume al vento” e non dove sono radicati. Sulla volatilità del consenso del PD, se i dirigenti del partito smettessero di raccontarci i loro sogni e studiassero un po’ di analisi elettorali, qualcosa potrebbero imparare. La prima lezione è, come si conviene, tanto elementare quanto fondamentale. Laddove l’organizzazione del partito tiene il consenso elettorale fluttua poco. La seconda lezione è quella operativa. Se i dirigenti del partito si occupano di cariche e di carriere e non della presenza organizzata sul territorio, anche le cariche e le carriere diventano a rischio. Allora, bisogna proteggerle con le candidature multiple e le nomine dall’alto. La legge Rosato ha avuto questo unico esito protettivo che, naturalmente, prescindeva dallo stato del partito ed è andato a scapito della rappresentanza politica.

La campagna per l’elezione del prossimo segretario è sostanzialmente già partita, “sottotraccia” dicono i retroscenisti, ma già narrata in maniera più o meno fake da giornaliste e giornalisti che hanno fonti amiche. Sappiamo di contrapposizioni fra persone, con l’obiettivo prevalente del due volte ex-segretario (e lo scrivo due volte apposta) di bloccare chi è a lui ostile, per un insieme di ragioni che nulla hanno a che vedere con le modalità con le quali sarà ricostruito il Partito Democratico oppure si porranno le premesse per un altro partito. Che Renzi e i renziani siano totalmente disinteressati al PD è lampante. Con grande loro compiacimento personale, hanno nel tempo consentito a Ilvo Diamanti di scrivere tre o quattro articoli su “Repubblica” centrati, pardon, sbilanciati proprio a favore del Partito di Renzi (PdR). Tuttavia, un partito è più di una fazione di carrieristi e, quando i carrieristi perdono, il deflusso di parte di loro, spesso senza un ancoraggio sul territorio (anche perché paracadutati), è fisiologico, alla ricerca di chi offrirà altre opportunità di carriera. Qui sta, naturalmente, il problema di come (ri)costruire il partito sostituendo parte grande di quella classe dirigente. Dal mio allievo Angelo Panebianco ho imparato molto tempo fa che i partiti non possono mai cambiare completamente. Cambiano attraverso spostamenti interni che producono nuove coalizioni dominanti. In questo modo, è nato, frettolosamente e balordamente, nonostante le critiche apertamente rivoltegli, il PD.

Probabilmente, gli spostamenti cominceranno a fare la loro comparsa al momento delle candidature alla segreteria. In particolare, non tanto curiosamente, conteranno le “desistenze” a favore di chi. L’ultimo ex-segretario vorrà certamente continuare, scrivono le giornaliste, a dare le carte, ma quante carte gli saranno restate? Il punto, che dovrebbe preoccupare di più chi pensa che senza partiti e senza un’opposizione strutturata sul territorio nessun sistema politico può funzionare in maniera decente e nessuna democrazia può avere una qualità accettabile, è che i candidati dovrebbero formulare prioritariamente con il massimo di chiarezza possibile la loro idea di partito e non annunciare un programma di governo, per un governo che senza un partito decente non formeranno mai. Schematicamente (estesamente, riflessioni e proposte di notevole qualità si trovano nel volume di Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Regole e democrazia interna del PD, di prossima pubblicazione), ecco i temi da trattare: iscritti, sedi, attività, modalità di consultazione e decisione, procedure per la scelta dei dirigenti e dei candidati, e, oso al massimo, “cultura politica” (quindi, anche strumenti per la formazione). Nulla di tutto questo è particolaristico e specialistico. Questa è politica: come rapportarsi alle persone, come rappresentarne idee, preferenze, emozioni, come contribuire alla loro capacità di comprendere e di fare politica. Per rendere meno sgradevole l’inverno del nostro scontento.

Pubblicato il 7 settembre 2018 su PARADOXAforum

La rappresentanza politica è responsabilità

24 maggio 2018 Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento di Gianfranco Pasquino “Rappresentanza, competenza, responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori che si terrà oggi alle 15:30 alla Biblioteca del Senato a Roma.

“Qual è la sanzione che viene temuta di più: quella dell’elettorato, dell’apparato di partito, o di terzi gruppi di sostegno? Molte cose dipendono e discendono da questo antefatto” (Sartori 1969, p. 375).

Fortemente critico del direttismo, Giovanni Sartori ha variamente e brillantemente analizzato la natura e le modalità di funzionamento della rappresentanza politica indicandone i punti essenziali e evidenziandone problematicità e rischi. Non è detto che le nuove tecnologie comunicative consentano forme di rappresentanza più efficaci, meglio rispondenti alle preferenze dei rappresentati andando oltre tutti gli stadi della rappresentanza classica, come l’abbiamo conosciuta, utilizzata, criticata e posta in atta. È sicuro, invece, che la rappresentanza politica e parlamentare costituisce il tramite cruciale fra i cittadini elettori e i detentori del potere in parlamento e, indirettamente, nel governo. Sartori non ha mai avuto dubbi sulla necessità di una buona legge elettorale. Senza cedere alle banalità di coloro che affermano l’inesistenza di una legge elettorale “perfetta” per giustificare la scrittura di leggi molto imperfette, ha costantemente sottolineato la possibilità di formulare leggi elettorali buone, anche ottime, che attribuissero potere agli elettori, che costruissero un sistema dei partiti solido e competitivo e che creassero le condizioni di una efficace rappresentanza politica.

Efficace non può (e non potrà) mai essere la rappresentanza, se ancora la si vorrà definire tale, che contempli un vincolo di mandato. Quale vincolo e quale mandato sono possibili nelle situazioni contemporanee caratterizzate da complessità e da emergenze? Quali elettori sono in grado di vincolare i loro eletti a comportamenti di voto su tematiche che compaiano improvvisamente e imprevedibilmente riguardanti emergenze: disastri ecologici, epidemie, conflitti bellici, situazioni di insicurezza personale? E con quali modalità si troveranno a potere e dovere agire rappresentanti vincolati a preferenze che gli elettori non hanno avuto modo di esprimere? Per Sartori, la rappresentanza si esprime nella opportunità e nella volontà per i rappresentanti di decidere con competenza. Il tanto spesso rivendicato, magari fuori luogo, voto di coscienza, deve essere accompagnato, giustificato, esercitato con scienza, con competenza, con conoscenza di cause e effetti che lo rendano comprensibile e valutabile dagli elettori.

Ubi rappresentanza politica ibi responsabilità. Non c’è rappresentanza politica in assenza di elezioni libere, competitive, periodiche che rendano possibile agli elettori valutare i comportamenti dei loro rappresentanti. Dunque, i rappresentanti eletti, consapevoli che la loro carica dipende degli elettori, cercheranno di rispondere alle preferenze, agli interessi, alle aspettative, agli ideali degli elettori. O, forse, no. Se la loro elezione dipende dai dirigenti dei partiti che li scelgono e, laddove non esistono né i collegi uninominali né il voto di preferenza, praticamente ne determinano la possibilità di essere eletti, è del tutto comprensibile che i rappresentanti rispondano a quei dirigenti, nelle parole di Sartori, agli apparati di partito, molto di più, se non esclusivamente, a scapito degli elettori. Potrebbe anche essere che la presenza di alcuni o molti candidati nelle liste dei vari partiti sia debitrice della richiesta di potenti “gruppi di sostegno”, lobby e simili. Allora, è molto probabile che quei rappresentanti terranno in grande considerazione nelle loro votazioni i “desideri” di quei gruppi a tutto scapito delle preferenze degli elettori.

La rappresentanza politica è un’attività esigente e impegnativa. Richiede che i rappresentanti conoscano la politica e le istituzioni, la Costituzione e le tecniche parlamentari. Non ci si improvvisa rappresentanti anche se lo si può diventare improvvisamente in situazioni di politica fluida e di destrutturazione dei partiti e del relativo sistema. Quando si affermano rappresentanti attenti e competenti, preparati e rispettati, sarebbe un errore grave e un vero e proprio impoverimento impedirne la rielezione con un meccanismo burocratico e populista che ponga limiti invalicabili al numero dei mandati. I puniti non sarebbero soltanto e neppure principalmente i rappresentanti che riuscirebbero a trovare molte alternative anche occupazionali. Sarebbero soprattutto i cittadini-elettori ai quali si precluderebbe la soddisfazione politica di sconfiggere rappresentanti inadeguati e ancor più la possibilità di rieleggere rappresentanti divenuti nel corso del tempo più competenti e più abili, migliori. Senza una buona rappresentanza politica non si avrà mai nessuna governabilità.

Ecco perché è utile oggi tornare a riflettere, grazie agli essenziali contributi di Sartori, sulla natura della rappresentanza nei regimi democratici e sulle sue trasformazioni, più o meno compatibili e apprezzabili, nelle società contemporanee.

Pubblicato il 24 maggio 2018

Ecco come funziona una legge elettorale con il doppio turno

Non si può parlare di doppio turno di collegio e di doppio turno di lista come se fossero quasi intercambiabili. L’intervento di Gianfranco Pasquino

Non si deve permettere neppure ai più acrobatici interpreti dei sistemi elettorali di scrivere, à la D’Alimonte, di doppio turno indifferentemente, che sia di collegio (uninominale) oppure fra partiti/coalizioni come quello previsto nell’Italicum. Faccio, non completamente, grazia ai lettori sottolineando, per l’ennesima, ma non ultima, volta che da nessuna parte al mondo esiste un meccanismo come quello del defunto, da non compiangere e meno che mai resuscitare, Italicum.

I sistemi elettorali servono a tradurre voti in seggi per dare vita a un Parlamento, non, da nessuna parte, tantomeno nelle democrazie parlamentari, a un governo. Il doppio turno francese applicato in collegi uninominali elegge i parlamentari. Al primo turno, giova ripeterlo e sottolinearlo, gli elettori votano in maniera prevalentemente sincera, vale a dire, per il/la candidato/a preferito/a che riuscirà a passare al secondo turno soltanto qualora riesca a superare una certa soglia percentuale (in Francia, attualmente, il 12,5 per cento degli aventi diritto). Pur nella consapevolezza che il suo preferito non supererà la soglia, l’elettore decide di votarlo per rafforzarne il potenziale di contrattazione al secondo turno. Quei suoi voti, una volta contati, potrebbero essere decisivi per fare vincere il seggio a un altro candidato di un partito con il quale è possibile, da un lato, contrattare i voti in un altro collegio, dall’altro, eventualmente, formare una coalizione di governo. Al secondo turno, che è sbagliato definire ballottaggio poiché nella grande maggioranza dei collegi vi saranno più di due candidati, alcuni elettori avranno la possibilità di votare il loro candidato preferito, altri finiranno per scegliere il candidato meno sgradito. Fra il primo e il secondo turno, tutti gli elettori avranno avuto l’opportunità di acquisire un numero aggiuntivo di informazioni politicamente rilevanti prodotte e diffuse dai candidati, dai partiti, dai mass media.

Invece, il doppio turno previsto dall’Italicum avrebbe dovuto svolgersi fra due partiti e/o coalizioni (il significato di “lista” non fu mai furbescamente precisato). Dunque, era sostanzialmente un ballottaggio. In maniera molto accondiscendente e supponente, i suoi laudatores riconoscevano che il premio attribuito al vincitore, anche qualora fosse stato soltanto del 15 per cento, distorceva la rappresentanza politica a favore di quella che, impropriamente, chiamavano governabilità. Certo, quel premio avrebbe dato modo allo schieramento maggioritario di godere di una confortevole maggioranza assoluta in Parlamento. Che questa fosse governabilità, se quella maggioranza non avesse poi avuto la capacità di prendere decisioni e di farle applicare, è evidentemente tutto da dimostrare.

Ad ogni buon conto, rimane la differenza verticale fra il doppio turno di collegio e il doppio turno Italico. Il primo serve a eleggere i parlamentari, il secondo a dare vita a un governo. Sono, palesemente, incomparabili e, altrettanto palesemente, non sono affatto intercambiabili. In particolare, il doppio turno Italico incide sulla forma di governo fuoriuscendo dalla democrazia parlamentare ed entrando in terra incognita.

Al di là delle preferenze personali, meglio se sorrette dalle conoscenze scientifiche, le differenze fra i due doppi turni sono profonde. Chiunque le cancelli sta manipolando, più o meno consapevolmente, a spese di tutti, il dibattito pubblico e non dà nessun contributo alla formulazione di una legge elettorale migliore, non è difficile, della pessima Legge Rosato.

Pubblicato il 2 maggio 2018 su Formiche.net

Politologia e politica del renzismo

Sostiene il noto politologo Lorenzo Guerini, membro della segreteria del Partito Democratico: “il ruolo che ci hanno assegnato gli elettori è quello dell’opposizione”. Attendiamo un rapido endorsement di Romano Prodi. Con qualche sorpresa, rileviamo che, a sua insaputa, l’on. Guerini, debitamente rieletto grazie alla generosa legge Rosato, resuscita il vincolo di mandato, quello, curiosamente, che vorrebbero i pentastellati. Ovvero, addirittura sa, dopo un’intensa campagna elettorale di ascolto sul territorio, che gli elettori lo votavano poiché volevano mandarlo all’opposizione. Sì, visti gli esiti elettorali, è probabilissimo che l’ottanta per cento degli elettori italiani abbia voluto proprio questo, ma anche gli elettori del Partito Democratico lo hanno votato per mandarlo (e tenerlo) all’opposizione? Non ci posso credere, però, capisco che con queste rudimentali conoscenze il Guerini fosse entusiasta delle riforme costituzionali bocciate solo dal 60 per cento degli elettori. E se quegli elettori che, certo tormentatamente, hanno alla fine deciso di votare PD volessero, invece, cercare di mantenerlo in una coalizione di governo, persino farne il partito che desse le carte del prossimo governo? No, il Guerini ne sa di più ed esclude che questo fosse l’obiettivo degli elettori del PD. Tuttavia, un problema lui e il suo segretario dimissionario autosospeso potenziale sciatore dovrebbero porselo: e se quegli elettori del PD volessero, comunque, essere rappresentati?

Andarsene sull’Aventino, ahi, errore: sto sondando le conoscenze storiche di Guerini, Renzi e chi sa quant’altri, sarebbe una buona accettabile modalità di rappresentanza politica da offrire, mantenere, garantire per quei 6 milioni e 135 mila elettori ed elettrici che, nonostante tutto, hanno tentato disperatamente di salvare il PD? Eh, no, afferma il Guerini, noi quella rappresentanza gliela daremo stando all’opposizione. Starete all’opposizione anche, si chiedono gli elettori, se si verificasse una situazione nella quale i vostri voti risultassero non solo necessari, ma decisivi per dare vita a un governo, per renderlo operativo e credibile sulla scena e nelle istituzioni europee (quei voti che, fra l’altro, lo scrivo per il Guerini, non per il Renzi che toglieva la bandiera dell’Unione prima di una sua conferenza stampa, sono l’ultimo nucleo forte di europeisti)? Lascerete così campo libero agli euroscettici, se non, addirittura, ai sovranisti Meloni-Salvini? Qui, con grande perplessità del Guerini (e di Renzi, Lotti, Boschi, Richetti e compagnia forse non più tanto danzante), fa la sua ricomparsa il dettato costituzionale relativo alla rappresentanza della Nazione “senza vincolo di mandato”.

Esiste, sicuramente, un vincolo di lealtà e persino di disciplina nei confronti del partito che candida e fa eleggere per il quale, in primo luogo, hanno votato gli elettori che, ancora più sicuramente, non gradiscono i trasformisti, e hanno ragione. Però, esistono anche una teoria e una best practice della rappresentanza che si traduce nella acuta consapevolezza che bisogna mettersi a disposizione per servire i superiori interessi della nazione. Hai visto mai che fra questi interessi ci sia un governo capace di durare e di agire, operativo (che è il termine che ho già variamente usato), che tale non potrebbe né esistere né produrre effetti senza una convinta partecipazione dei parlamentari del PD? Questa si chiama rappresentanza politica più responsabilità. No, la sinistra, che non è affatto la stessa cosa del PD, non si ricostruisce andando a collocarsi sterilmente all’opposizione e “gufando” (ho già sentito questo verbo, ma non ricordo più chi lo ha utilizzato spesso, senza successo). Si ricostruisce sui punti programmatici che saprà imporre a una coalizione di governo nata con il suo appoggio, efficace grazie al suo sostegno, riformista grazie alle sue proposte.

I dirigenti di un Partito Democratico (vorrei che la “p” e la “d” potessero essere al tempo stesso maiuscole e minuscole) consentirebbero ai loro iscritti di scegliere democraticamente la strada che desiderano che i loro parlamentari imbocchino e percorrano, magari facendo loro (agli iscritti) ascoltare qualche voce diversa dai renziani che sono tutti parte del problema e che non hanno finora saputo elaborare neanche un brandello di soluzione. Anche per questo hanno perso più di quattro milioni di voti.

Pubblicato 8 marzo 2018 su PARDOXAforum

Due o tre cose da sapere sulle democrazie parlamentari

Nelle democrazie parlamentari, il governo, bisogna continuare a dirlo e a ripeterlo, è espressione del Parlamento. Non è eletto dal popolo. Del Parlamento deve godere la fiducia e mantenerla. Se la perde, può essere sostituito da un altro governo che abbia una maggioranza in Parlamento. Tranne pochissimi casi, quelli anglosassoni caratterizzati da bipartitismo, i governi delle democrazie parlamentari sono formati da coalizioni di partiti. Una volta inaugurati, tutti i governi delle democrazie parlamentari sono a capo di una maggioranza parlamentare e la guidano. Quei governi hanno il dovere politico di attuare un programma. Lo faranno attraverso appositi disegni di legge. Nelle democrazie parlamentari, non sono i parlamentari, per quanto bravi e competenti, a fare le leggi. È il governo, che ha ricevuto un mandato, a elaborare le leggi. Il parlamento le discute, le emenda, le può, nei limiti definiti dal governo, cambiare, infine le approva (o respinge).

Il programma del governo non può mai essere il programma di un solo partito, ma un compromesso, parola nobile, fra i programmi che i partiti facenti parte della coalizione hanno presentato agli elettori durante la campagna elettorale. Ciascuno dei parlamentari di ciascuno e di tutti quei partiti deve sapere che è stato eletto, soprattutto laddove la legge elettorale è proporzionale, com’è il caso praticamente di tutte le democrazie parlamentari ad esclusione di quelle anglosassoni, grazie al fatto che gli elettori hanno scelto il partito che li ha candidati e, più o meno indirettamente, hanno preferito il programma di quel partito. Dopodiché, il problema è che il programma di un governo multipartitico differisce, in verità, mai in maniera esagerata, comunque, non diverge, dai programmi di ciascuno dei partiti contraenti. A quel punto, senza troppi tentennamenti e furbizie, prese di distanza e opportunismi, ciascuno dei parlamentari deve decidere, “senza vincolo di mandato”, se accettare il programma del governo al quale partecipa il partito che lo ha sostanzialmente fatto eleggere oppure se non può e/o non vuole. Quello che non dovrebbe essergli consentito è di impegnarsi in una quotidiana guerriglia parlamentare contro il governo rimanendo dentro il suo gruppo e diventando un franco tiratore.

A loro volta, i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari debbono richiedere, esigere il sostegno e il voto dei loro parlamentari su tutte le materie concordate con i dirigenti degli altri partiti e confluite nel programma di governo. Fin qui il rapporto cruciale fra governo e sua maggioranza parlamentare per l’attuazione del programma concordato che discende in maniera abitualmente considerevole dai programmi dei singoli partiti. La richiesta di disciplina di voto e, qualche volta, di un voto di fiducia, per chiudere la discussione, per fare cessare l’ostruzionismo dell’opposizione, per imporre la decadenza degli emendamenti (spesso stilati da agguerriti gruppi di pressione), è, per lo più, sostanzialmente giustificata e l’indisciplina dei parlamentari risulta indisponente, pelosa e stigmatizzabile. Tutt’altro discorso va fatto quando all’attenzione dei parlamentari il governo pone, per una molteplicità di ragioni, tutte da verificare e da discutere, materie che non si trovano né nel programma di un partito né nel programma dello stesso governo. Allora, sia i dirigenti dei partiti e i capi dei gruppi parlamentari sia il governo e i suoi Ministri il voto di ciascun parlamentare (anche se molti sono già in partenza sufficientemente ossequienti, pronti a qualsiasi prostrazione) debbono conquistarselo. Al proposito, la rappresentanza politica fa, mi spingo più in là, deve fare aggio sulla disciplina di partito e, in un certo senso, di governo.

Il parlamentare può anche decidere di non votare un provvedimento che ritiene contrario al programma del suo partito, che ritiene inaccettabile dai suoi elettori le cui preferenze è giunto a conoscere durante la campagna elettorale, che va contro i suoi personali principi, contro la sua coscienza (e che spiegherà facendo ricorso anche alla sua scienza ovvero ai suoi studi e alle sue conoscenze). Il dissenso argomentato è il sale delle democrazie, ovviamente anche parlamentari. Sovvertire il rapporto fra governo e parlamento asserendo la preminenza del secondo sul primo, sempre e comunque, negando al governo la prerogativa di fare appello alla fiducia e togliendoli gli strumenti, fra i quali il ricorso alla decretazione d’urgenza (ovviamente soltanto in casi “straordinari di necessità”), può significare la trasformazione di una democrazia parlamentare in una pericolosa sbandante democrazia assembleare. Questo è, temo, il pericolosissimo approdo della analisi di Umberto Curi. Potrebbe anche finire per essere, a memoria di un futuro prossimo, l’esito di un governicchio di neanche abbastanza grande coalizione — i numeri parlamentari al momento sono chiaramente insufficienti– fra Partito Democratico e suoi cespugli e Forza Italia. Anche questa è una cosa che so, che riguarda i comportamenti, non la struttura del Parlamento, e che, di conseguenza, non sarebbe evitata, ma, peggio, accentuata in un Parlamento (a funzionamento) monocamerale, come quello che sarebbe conseguito dal “sì” al referendum costituzionale.

Pubblicato 8 febbraio su PARADOXAforum