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Tag Archives: Rappresentanza

AUDIO Convegno “Rappresentanza, Competenza, Responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori

24 maggio 2018
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Polo Bibliotecario Parlamentare
Sala degli Atti Parlamentari

Ferruccio De Bortoli, Domenico Fisichella, Gianfranco Pasquino, Stefano Passigli, Nadia Urbinati

L’evento è stato organizzato da Biblioteca del Senato della Repubblica “Giovanni Spadolini”.

Registrazione a cura di Radio Radicale
durata 2 ore

“Rappresentanza, Competenza, Responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori

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Rappresentanza, competenza, responsabilità #BibliotecaSenato #24maggio Convegno In memoriam di #GiovanniSartori

24 maggio 2018 ore 15.30
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Polo Bibliotecario Parlamentare
Sala degli Atti Parlamentari

 

Rappresentanza, competenza, responsabilità
Convegno In memoriam di Giovanni Sartori

 

Interverranno
Ferruccio De Bortoli
Domenico Fisichella
Gianfranco Pasquino
Stefano Passigli
Nadia Urbinati

 

L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima
Si prega dare un vostro riscontro all’indirizzo indirizzo Bibleventi@senato.it

 

Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader #letture.org #intervista

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader Università Bocconi Editore 2018

Professor Pasquino, Lei è autore del libro Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader edito da Università Bocconi Editore: cosa si intende con l’espressione “deficit democratico”?

La democrazia, potere del popolo, è esigente. Richiede al popolo che desideri, come dovrebbe, esercitare il potere che gli appartiene, di interessarsi alla politica, di informarsi sulla politica, di partecipare alla politica. Richiede ai rappresentanti e ai governanti, rispettivamente, di prendere e tenere in grande considerazione le preferenze e gli interessi del popolo, naturalmente, selezionando quelle preferenze e quegli interessi, e ai governanti di tradurre preferenze e interessi in politiche pubbliche. Impone a governanti e a rappresentanti di essere responsabili di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male e consente agli elettori periodicamente di valutare l’operato dei governanti e dei rappresentanti, cosa che gli elettori riusciranno a fare nel migliore dei modi se avranno acquisito il massimo possibile di informazioni. Dunque, qualche deficit democratico si può trovare fra rappresentanti irresponsabili e governanti incompetenti. Altri deficit stanno negli elettori che non si informano e non partecipano. Altri ancora possono trovarsi nelle istituzioni se funzionano in maniera opaca, chiusa, autoreferenziale. Grandi deficit stanno, infine, nelle leggi elettorali, quelle che danno poco o nullo potere agli elettori, ad esempio, non consentendo loro di votare per i candidati preferiti, ma obbligandoli a scegliere esclusivamente i partiti, come è stato a causa della legge Calderoli (Porcellum) e della davvero pessima legge Rosato. Ridimensionare e minimizzare il potere elettorale significa togliere potere al popolo, quel potere che è alla base di tutte le democrazie. Le distorsioni che ne seguono, per esempio, che i parlamentari nominati risponderanno, peggio, ubbidiranno ai dirigenti di partito e di corrente e non cercheranno di capire quali sono le preferenze dell’elettorato, sono gravi. Danno corpo a un deficit di rappresentatività e di responsabilità che si ripercuote su tutto l’assetto democratico: deficit di democrazia nella democrazia.

I deficit democratici abitano anche nella società?

Esistono certamente anche molti deficit democratici nella società. Una società che non sa dare vita a associazioni robuste e autonome dai partiti e dalle lobby, con notevole e frequente partecipazione degli iscritti, dei soci, è ovviamente deficitaria. Laddove prevale l’individualismo: “mi rappresento da solo”, “tratto direttamente con gli uomini e le donne, meno, che hanno potere”, “organizzo esplosioni di protesta (spesso senza proposta”, c’è un deficit che si manifesta in maniera quasi hobbesiana: “la protesta di tutti contro tutti”. Una società nella quale prevalgono le corporazioni (c’è un capitolo apposito nel mio libro), vale a dire associazioni che difendono sempre e comunque gli interessi dei loro associati, come i magistrati, numerosi sindacati di settore, la burocrazia, i giornalisti, i professori, è un ostacolo alla ricerca delle modalità, con le quali, di volta in volta, si può giungere all’individuazione di interessi generali, del bene comune. Una società che si frammenta e che non si confronta in dibattiti pubblici sui grandi temi (uno dei quali, è giusto non dimenticarsene, è come stare nell’Unione Europea e quali riforme proporre) è deficitaria proprio come una società che non sappia/non voglia imparare la propria storia e non studi e conosca la propria Costituzione. Una società priva di senso civico è intrinsecamente deficitaria.

In che modo le democrazie possono apprendere e (auto)correggere i propri deficit di rappresentanza e di decisionalità?

Molto spesso i deficit, ad esempio, quelli di rappresentanza e di funzionamento, sono visibilissimi. Quando qualcuno rivendica le improbabili virtù dell’astensionismo rende visibile il deficit di partecipazione. Quando un partito si nega al confronto parlamentare rende visibile il deficit di rappresentanza. Quando una piccola associazione (i piloti, ad esempio, oppure gli operatori di una linea metropolitana) prende in ostaggio un paese o una città rende visibile la sua volontà di non tenere in nessun conto gli interessi generali, quindi, il deficit di senso civico. Il processo di apprendimento dovrebbe cominciare negli asili e nelle scuole. Dovrebbe continuare sui luoghi di lavoro. Potrebbe, talvolta, emanare dal Parlamento se i rappresentanti sapessero e volessero comunicare alla società quanto importante e difficile è la politica come attività di sintesi fra esigenze diverse, talvolta divergenti. Il processo di apprendimento passa anche e molto attraverso i mass media e gli operatori della comunicazione, troppo spesso non preparati a chiarire concetti e procedimenti complicati come quelli del mondo contemporaneo. Talvolta, ma non è il caso italiano, tranne in pochi momenti della nostra storia, sono i politici stessi, rappresentanti e governanti (decisori) che hanno la grande opportunità di chiamare all’azione per superare i deficit. Li definisco “predicatori” di buona politica, che insegnano con i “sermoni”, ma anche con i loro comportamenti e con i loro stili di vita. Tali, nel XX secolo, sono sicuramente stati Winston Churchill e Charles de Gaulle. Oggi la personalizzazione politica, alla quale ho dedicato un capitolo, sembra favorire la comparsa di politici narcisisti e esibizionisti non di predicatori colti, credibili, capaci di correggere i deficit e di indicare la strada.

Come colmare i deficit?

Colmare i deficit si può, temporaneamente, poiché è il funzionamento stesso dei sistemi politici, alcuni più di altri, che, nel corso del tempo, fa sorgere deficit insospettati. Bisogna operare sia sulla società incoraggiandola ad acquisire interesse e informazione, a essere più partecipante, a combattere le istanze corporative che emergono in continuazione, ad aprire dibattiti sui grandi temi (oggi, oltre all’Europa, l’immigrazione e l’inclusione/esclusione, le diseguaglianze, produttive o intollerabili). Questa è una classica fatica di Sisifo. Con ogni generazione si rischia di dovere cominciare da capo. Sul versante istituzionale, esistono assetti, strutture, istituzioni e regole migliori di altre. Ho già detto delle leggi elettorali, ma aggiungo che bisogna guardare e eventualmente importare quelle che funzionano meglio, quelle che danno più potere di scelta e di influenza agli elettori (anche su questo c’è un capitolo). Bisogna semplificare il circuito istituzionale con chiara ripartizione di compiti e di responsabilità, anche personali, con premi e punizioni. Le democrazie sono diventate tali anche grazie all’attività di uomini e donne che si sono organizzati dando vita a partiti. Molti dei deficit politici e democratici che vediamo e lamentiamo dipendono dal declino dei partiti. Ne discuto nel capitolo intitolato “Dalle oligarchie ai gazebo”. Ricostruire partiti dal funzionamento interno democratico, aperti a cittadini che vogliano partecipare alla “conversazione” politica, ma anche ai processi decisionali, è un compito arduo, ma indispensabile per chi creda che si debbono colmare i deficit politici, sociali, democratici e vogliono impegnarsi a farlo. Tutto questo costa fatica e impegno, studio e azione, ma si può fare. Per non diventare e rimanere cittadini “deficitari” lo si deve fare.

Pubblicato il 10 aprile 2018 su letture.org

È in libreria DEFICIT DEMOCRATICI Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader @egeaonline

Tutte le democrazie si dotano di istituzioni per consentire la partecipazione del popolo (demos) al potere (kratos). Tutte cercano un equilibrio fra la rappresentanza delle preferenze, delle identità, degli interessi dei cittadini e la capacità dei governi di prendere decisioni coerenti con tale rappresentanza. Nessuna democrazia è in grado di evitare momentanei deficit di rappresentanza e di decisionalità, ma tutte, anche quelle deficitarie, dispongono di possibilità di apprendimento e di (auto)correzione. Un pluralismo aperto alla competizione costringe alla responsabilità e alla ricerca di correttivi. I leader saranno obbligati a spiegare e giustificare quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Questo succederà più spesso se i cittadini supereranno i loro deficit di interesse e di partecipazione al voto. Chi si astiene contribuisce al deficit democratico.
In una fase in cui l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione, è tempo di denunciare che deficit profondi si annidano in una pluralità di associazioni corporative che generano società “incivili”. I deficit democratici abitano anche nella società. Dobbiamo criticarli con lo stesso vigore e rigore che rivolgiamo alla politica. I deficit sono come gli esami: non finiscono mai. Ma come gli esami possono essere superati da chi ne sa abbastanza. Questo libro è dedicato a chi desidera passare gli esami e colmare i deficit.

INDICE

Prima parte
Costituzioni
1. Memoria del Risorgimento
2. USA: la Presidenza imperiosa
3. Democrazia e aggettivazioni
4. Democrazie che cambiano
5. Cos’è e dove sta il deficit democratico?

Seconda parte
Persone
6. Donne che sfidano gli uomini
7. Ascesa e declino del leader leggero
8. Chi non vota non conta
9. Liberali immaginari
10. Bush e Blair, memorie dei potenti

Terza parte
Contesti
11. Le primavere arabe: deficit autoritari
12. Né rappresentanza né governabilità
13. Le associazioni incivili
14. Dalle oligarchie ai gazebo
15. La repubblica di Sartori

Nota bibliografica
Indice dei nomi

 

 

PD, o fuffa-truffa o reale democrazia

Stuoli (sic) di giornalisti equamente divisi fra filo-Pd e filo-Forza Italia che si preparavano a suonare la grancassa per la Grande Coalizione Arcore-style mi hanno accusato di essere filo-5 Stelle poiché ho sostenuto che le “carte” di Di Maio, nonostante gli sgarbi quotidiani, il PD doveva (deve) chiedere di vederle. Soprattutto, ho twittato che l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex-segretario Renzi è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare. I sostenitori di Renzi, parlamentari e giornaliste amiche, sostengono che sono gli elettori ad averli mandati all’opposizione. Nel frattempo, però, qualcuno nel PD sta ridefinendo la posizione, troppo poco troppo lentamente.

Naturalmente, è del tutto sbagliato sostenere che gli elettori hanno mandato il PD all’opposizione. Gli elettori italiani non votavano sul quesito PD al governo/PD all’opposizione. Nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione. Comunque, gli elettori che hanno votato PD volevano conservarlo al governo del paese. Che adesso l’ex-segretario del PD interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confortante, ma troppo poco troppo tardi. Ed è sbagliato pensare che quegli elettori non desidererebbero, a determinate condizioni, che possono essere costruite, vedere il loro partito in posizioni di governo a temperare il programma degli alleati e a tentare di attuare parti del suo programma.

Quando ascolto molti parlamentari del PD ripetere senza originalità quello che ha detto Renzi, mi infastidisco. Subito dopo mi interrogo e capisco. Siamo di fronte ad un’altra conseguenza nefasta della legge Rosato. Non fatta per garantire qualsivoglia variante di governabilità, la legge Rosato non è stata, ma era prevedibile, neppure in grado di dare rappresentanza all’elettorato. I parlamentari eletti non hanno dovuto andarsi a cercare i voti. La loro elezione dipendeva dal collegio uninominale nel quale erano collocati/e e dalla eventuale frequente candidatura in più circoscrizioni proporzionali. Come facciano questi/e parlamentari a interpretare le preferenze e le aspettative di elettori che non hanno mai visto, con i quali non hanno mai parlato, ai quali non torneranno a chiedere il voto, potrebbe essere uno dei classici, deprecabili misteri ingloriosi della politica italiana e di leggi elettorali, come la Rosato. Formulata e redatta con precisi intenti particolaristici: rendere la vita difficile al Movimento Cinque Stelle, creare le condizioni per un’alleanza PD-Forza Italia, soprattutto consentire a Renzi e Berlusconi di fare eleggere esclusivamente parlamentari fedeli, ossequienti, totalmente dipendenti, per questi obiettivi, ma solo per questi, la Rosato ha funzionato.

Adesso sì che i conti tornano. Il PD va all’opposizione, almeno per il momento, perché lo dice, lo intima il capo che ha fatto eleggere la grande maggioranza dei deputati e dei senatori. Costoro, da lui nominati, dovrebbero dichiarare candidamente che seguono le indicazioni-direttive, non degli elettori, ma di Renzi. Naturalmente, nonostante tutta la mia scienza (politica), neppure io sono in grado di dire che cosa preferiscono gli elettori del PD. Sono i dirigenti del Pd, meglio se nell’Assemblea del Partito, quindi non precocemente, che debbono decidere, ma dirigenti non sono coloro che si accodano alle preferenze inespresse e che seguono opinioni e sondaggi scarsamente credibili poiché fondati su ipotesi. Dirigenti/leader sono coloro che precisano le alternative, le dibattono, le scelgono, le confrontano con le proposte degli altri. Poi, se il PD è un partito (e non un grande gazebo come vorrebbero coloro che stanno chiedendo già adesso fantomatiche primarie che servono a scegliere le candidature, per il parlamento non le ho viste, non i programmi) sottoporrà ai suoi iscritti, come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, un eventuale programma di governo concordato con altre formazioni politiche. Questa è la procedura democratica attraverso la quale si giunge al governo o si va all’opposizione. Il resto è fuffa/truffa.

Pubblicato il 30 marzo 2018

Perseverando negli sbagli non s’impara. Breve promemoria in quattro punti a pochi giorni dalle #elezioniPolitiche2018

La campagna elettorale ha fatto ricomparire vecchi e gravi errori che non bisogna stancarsi di correggere.

1. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è mai eletto dal popolo. Non esiste neppure nessun Primo ministro eletto dal popolo. I governi nascono in Parlamento, lì possono fisiologicamente morire e essere sostituiti secondo la Costituzione, i precedenti, le tradizioni. Scrivere, come ha fatto Antonio Polito “Il Corriere della Sera” (17 febbraio 2018, p.1): “dobbiamo infatti prepararci al quinto governo di fila non scelto dagli elettori nelle urne, ma costruito in Parlamento”, non solo induce a fare erroneamente credere che i governi siano per l’appunto scelti dagli elettori, ma delegittima previamente il prossimo governo che sarà proprio “costruito in Parlamento”.

2. Non siamo affatto “tornati” alla proporzionale (quale proporzionale visto che ne esistono molte varianti?). La legge Rosato non ha quasi nulla in comune con la legge elettorale proporzionale usata in Italia dal 1948 al 1992. Sia la legge Calderoli (Porcellum) sia la legge Renzi-Boschi (Italicum) erano leggi proporzionali con premio di maggioranza, nient’affatto leggi maggioritarie come quella inglese e come il doppio turno francese in collegi uninominali. Con il suo 33 percento di seggi assegnati in collegi uninominali sia alla Camera sia al Senato ai candidati che ottengono almeno un voto in più dei concorrenti, la legge Rosato è di gran lunga meno proporzionale delle leggi che l’hanno preceduta. Per molte ragioni rimane pessima, ma non configura nessun ritorno a nessuna imprecisata “proporzionale”.

Foto Fabio Cimaglia

3. Non esiste nessun trade-off, nessuno scambio fra rappresentanza e governabilità. Meno che mai si può credere che la mai chiaramente definita governabilità si acquisisca comprimendo e riducendo la rappresentanza. Al contrario, da una migliore rappresentanza scaturisce la governabilità. Naturalmente, governabilità non significa, non è, non discende dal governo di un solo partito dotato di una maggioranza parlamentare gonfiata da un premio elettorale. Quanto alla rappresentanza politica, essa non è mai “lo specchio del paese”. Non è rappresentanza sociologica, comunque impossibile da conseguire e neppure da perseguire, ma è rappresentanza elettiva con gli eletti che hanno piena consapevolezza di doversi fare portatori delle preferenze politiche e sociali degli elettori. Non sono uomini e donne scelti/ e nominati/e per essere obbedienti esecutori/trici delle decisioni dei capi partito e capi corrente (uno dei punti cardine della legge Rosato, non adeguatamente criticato) con la conseguenza probabile che quei parlamentari si sposteranno in corso d’opera verso quei capi partito in grado di garantire la loro rielezione. Déjà vu, déjà fait: trasformismo, il preminente e persistente contributo italiano alla storia dei vizi del parlamentarismo.

4. No, nelle riforme costituzionali bocciate da quasi il 60 per cento degli elettori il 4 dicembre 2016 non c’era nessun meccanismo di potenziamento del governo (che, incidentalmente, avrebbe comunque anche richiesto una ridefinizione dei checks and balances, dei freni e contrappesi che sono l’essenza delle democrazie liberali) , nulla che assomigliasse al voto di sfiducia costruttivo che, per l’appunto, dà potere al capo del governo al tempo stesso che ne dà al Parlamento. Piangere sul referendum perduto asserendo che avrebbe dato slancio ad una nuova fase della politica italiana non solo non serve a niente, ma non consente di capire quanto sbagliate fossero quelle riforme e quanto necessario sia riflettere sulla possibilità/praticabilità di riforme migliori.

Pubblicato il 26 febbraio 2018 su la rivista ilMulino

Grosse Koalition a Londra #vivalaLettura #Corriere

Un gioco istruttivo: immaginare gli effetti di leggi elettorali diverse nei maggiori Paesi europei. In Germania il maggioritario esalterebbe la centralità della Cdu. Con il proporzionale in Francia Macron sarebbe più debole e Le Pen più forte, mentre in Gran Bretagna i liberali diventerebbero decisivi a meno di un’intesa tra conservatori e laburisti.

 

Le leggi elettorali sono fatte di regole, meccanismi, clausole e procedure che non soltanto stabiliscono come i voti vengono tradotti in seggi, ma che influenzano gli stessi comportamenti degli elettori. Troppo spesso, sondaggisti e commentatori sottovalutano, quando non, addirittura, dimenticano, che gli elettori valutano le opzioni e scelgono anche sulla base delle conseguenze che sono in grado di prevedere. Da tempo sappiamo che se la legge elettorale è proporzionale l’elettore si trova nelle condizioni migliori per esprimere un voto “sincero”, vale a dire, scegliere il partito che preferisce. Invece, laddove esistono collegi uninominali nei quali la vittoria arride al candidato/a che ottiene più voti, l’elettore potrà rinunciare a sostenere il suo candidato preferito che non abbia possibilità di vittoria scegliendo il voto “strategico”, vale a dire votando chi abbia maggiori probabilità di sconfiggere il candidato a lui/lei più sgradito. Questo tipo di voto è alquanto frequente, come abbiamo visto e imparato in molte tornate elettorali, qualora la legge elettorale contempli due turni, ad esempio, nell’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia, poiché il votante gode anche della possibilità di valutare tutto quello che succede, “scomparsa” del candidato da lui/lei votato al primo turno, desistenze di candidati e accordi fra dirigenti di partiti, fra il primo e il secondo turno.

Sulla base di queste semplici, ma essenziali, considerazioni, possiamo chiederci, non soltanto a scopo di divertissement, ma di apprendimento, che cosa succederebbe se nelle tre grandi democrazie europee: Germania, Francia e Gran Bretagna cambiassero le leggi elettorali finora utilizzate. Di quanto e come sarebbero influenzati i comportamenti degli elettorati e quali effetti avrebbero sulla composizione dei Parlamenti e sulla formazione dei governi? Fortunatamente, è possibile muoversi su un terreno politico almeno in parte già dissodato, per quanto in maniera diversa, in tutt’e tre i paesi. Per esempio, l’avvento in Germania di una legge tutta maggioritaria di tipo inglese, incidentalmente, proprio come avrebbero voluto alcuni grandi politologi tedeschi costretti all’esilio in USA, fra i quali il più combattivo fu Ferdinand Hermens, sarebbe soltanto parzialmente una novità poiché già la metà (dopo le elezioni del 24 settembre, con i molti “mandati aggiuntivi”, persino, un po’ di più) dei parlamentari tedeschi sono eletti in collegi uninominali. Quasi sicuramente, una legge elettorale di tipo inglese ridurrebbe considerevolmente il numero di seggi conquistabili dai partiti, Liberali, Verdi e Die Linke, che si situano intorno al 10 per cento dei voti, ad esclusione, forse di Alternative für Deutschland che ha una forte presenza concentrata nei Länder della Germania orientale e, sembra, anche in Baviera, dove, quindi, i suoi candidati potrebbero vincere in diversi collegi uninominali. Da una legge elettorale maggioritaria la CDU di Angela Merkel (e del suo successore) trarrebbe qualche vantaggio, ma probabilmente non conquisterebbe la maggioranza assoluta di seggi nel Bundestag cosicché sarebbe ancora costretta a scegliersi, pur in condizioni di maggiore forza, almeno un alleato di governo. I socialdemocratici uscirebbero appena rafforzati da una legge maggioritaria con i collegi uninominali che metterebbero loro e la loro costola, Die Linke, di fronte alla necessità di una convergenza con il voto “strategico” sulle candidature reciprocamente più gradite e potenzialmente vincenti. In definitiva, la CDU, grande partito di centro, risulterebbe ancora di più il perno e il motore della democrazia tedesca.

Neppure per la Francia il passaggio da una legge elettorale maggioritaria a una legge proporzionale costituirebbe una sorpresa. Dal 1946 al 1958 i francesi andarono al voto proprio con una legge proporzionale che incoraggiava e premiava gli apparentamenti, ma che non impediva affatto la sopravvivenza e la rappresentanza di piccoli gruppi. Fu per volontà del Generale de Gaulle che si passò al sistema maggioritario a doppio turno, simile, peraltro, a quello che era stato utilizzato nella seconda fase della Terza Repubblica (1871-1940). Con un’operazione del tutto pro domo sua il Presidente socialista François Mitterrand, politico quant’altri mai della Quarta Repubblica, resuscitò una legge proporzionale con l’obiettivo esplicito di impedire un’annunciata vittoria dei gollisti nel 1986 oppure, quantomeno, per contenerne le proporzioni. I gollisti guidati da Chirac, alleati con i repubblicani dell’ex-Presidente Valéry Giscard d’Estaing, vinsero comunque e procedettero subito al ripristino della legge maggioritaria. Da allora, però, la Francia “soffre” le conseguenze di lungo periodo di quella decisione di Mitterrand. Infatti, nel 1986, proprio l’utilizzo della legge proporzionale consentì al Front National guidato da Jean-Marie Le Pen di ottenere con il 9, 86 per cento dei voti 35 seggi in parlamento, subito spariti con il rapido ritorno nel 1988 alla legge maggioritaria a doppio turno e mai più riconquistati. Nel 2017 con il 13,20 per cento dei voti, Marine Le Pen ha vinto appena 8 seggi. Dunque, non potrebbe che essere felice se tornasse la proporzionale poiché il numero dei seggi del Front National balzerebbe fino all’incirca a 60. Ça va sans dire che la re-introduzione della proporzionale non soltanto renderebbe quasi impossibile a La France en marche di Emmanuel Macron di conquistare la maggioranza assoluta di cui, frutto anche di numerosissimi voti strategici, gode attualmente all’Assemblea Nazionale, avendo conseguito meno del 33 per cento dei voti, ma non porrebbe nessun ostacolo alla gioiosa frammentazione delle liste di sinistra (sì, i dirigenti francesi della gauche hanno già dimostrato nel 2002 di sapere fare anche peggio, quanto alle divisioni particolaristiche, delle sinistre italiane). Peraltro, il semipresidenzialismo funziona anche se il governo sarà/fosse di coalizione.

Qualche esperienza con una legge elettorale proporzionale i britannici l’hanno già avuta, e non l’hanno gradita. Sono stati costretti a votare per eleggere i loro eurodeputati con un sistema proporzionale. Molti di loro hanno preferito starsene a casa. Nel 2014 per il Parlamento europeo ha votato soltanto il 35.6 per cento (Italia 57,22 per cento) agevolando il successo in termini di seggi per chi si opponeva all’Unione Europea nel cui Parlamento voleva, però, entrare, e vi riuscì a vele spiegate: lo United Kingdom Independence Party, antesignano della Brexit, che con il 27,6 per cento di voti ottenne 24 seggi. Già sono otto i partiti rappresentati a Westminster e, comunque, sono sempre stati più di tre (attualmente, oltre ai tre maggiori, si trovano, nell’ordine: Nazionalisti scozzesi; Unionisti dell’Ulster; Gallesi; Sinn Fein, Verdi), ma due soli si sono alternati al governo del Regno Unito nel secondo dopoguerra fino alla coalizione Conservatori-Liberali dal 2010 al 2015. Quindi, la proporzionale non farebbe crescere il numero dei partiti rappresentati alla Camera dei Comuni, ma aumenterebbe i seggi, per esempio, dei Liberaldemocratici, il partito nazionale molto svantaggiato dalla legge maggioritaria, e dei Verdi, svantaggiatissimi. Sicuramente, diminuirebbero i seggi dei due principali partiti: i Conservatori e i Laburisti. Nelle condizioni date non è neppure da escludere che una parte di Conservatori facciano una miniscissione motivata da una Brexit che ritengano troppo svantaggiosa per il reame. Con tutta probabilità, qualsiasi governo finirebbe per nascere intorno ad un’alleanza a due con i Liberali che potrebbero diventare il partito pivot per evitare una Grande Coalizione (s’è visto mai che i britannici imitino i tedeschi?).

Nessuno di questi esiti, in termini di numero dei partiti che ottengono, o no, rappresentanza parlamentare, e di assegnazione dei seggi fra i partiti, con la sicura sovrappresentanza dei partiti grandi qualora si utilizzi una legge maggioritaria, stupirebbe gli studiosi dei sistemi elettorali. Tutti richiamerebbero l’attenzione sulle clausole relative alle leggi proporzionali, quali, soprattutto, la soglia di accesso al Parlamento e la dimensione delle circoscrizioni misurata con riferimento al numero di parlamentari da eleggere in ciascuna di loro. Però, con circoscrizioni piccole nelle quali siano da eleggere meno di dieci parlamentari la potenziale frammentazione del sistema dei partiti sarebbe notevolmente contenuta. Infine, nessuno degli analisti sosterrebbe che le leggi maggioritarie danno governabilità e che le leggi proporzionali garantiscono rappresentanza. Le leggi maggioritarie premiano i partiti già grandi, ma la capacità di governare dovrà essere dimostrata dai loro dirigenti. Per il solo fatto che consentono l’ingresso in Parlamento a molti partiti, non è affatto detto che le leggi proporzionali diano migliore e maggiore rappresentanza. Al contrario, potrebbero essere responsabili della frammentazione partitica e parlamentare. Qualora, poi, analisti elettorali e cittadini s’interroghino sulla qualità della rappresentanza parlamentare, è probabile che convergerebbero su almeno un’importante conclusione: buone e preferibili sono quelle leggi elettorali che, poiché sono imperniate su collegi uninominali o prevedono le preferenze, danno a chi vota il potere di influire in maniera significativa sull’elezione dei rappresentanti. Saranno poi quei parlamentari a offrire rappresentanza e garantire governabilità, non i premi altrove inesistenti. De Italia fabula narratur.

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Una riforma che soffocherà la voce dei cittadini

I Democratici s’affannano a sostenere che la legge elettorale che porta il nome latinizzato (Rosatellum) del capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato è buona, la migliore nelle condizioni date. Se fosse così buona non si capirebbe perché la sua approvazione abbia dovuto essere imposta con un voto di fiducia alla Camera dei Deputati e cinque voti di fiducia al Senato subendo le “pressioni esterne”del segretario del PD Matteo Renzi, denunciate dal Presidente Emerito Napolitano. Dopo avere urlato che l’Italicum era una straordinaria legge elettorale poiché avremmo tutti conosciuto il nome del vincitore la sera stessa del voto e ci sarebbe stato un partito (mai una litigiosa coalizione) che, grazie al premio in seggi, avrebbe garantito la governabilità, i renziani hanno scritto e imposto una legge che non consentirà di conoscere subito il vincitore (elemento, comunque, nient’affatto importante), che il vincitore non sarà mai un partito e neppure una coalizione poiché né la coalizione che farà il PD né quella che, fantasiosamente, metterà insieme Berlusconi avranno la maggioranza assoluta dei seggi, che la prossima coalizione di governo, inevitabilmente esposta a tensioni e compromissioni sarà un pateracchio fra centro-sinistra e centro-destra. Dunque, non ci saranno le premesse per la tanto desiderata governabilità che, incidentalmente, dipende non soltanto dai numeri, ma dalle competenze e dalla qualità della leadership politica che è lecito dubitare esistano in maniera abbondante nei due schieramenti.

Quanto alla rappresentanza delle preferenze, degli interessi, degli ideali dei cittadini viene tutta sacrificata alle esigenze dei partiti, delle correnti e dei loro capi: avere parlamentari fedeli, consapevoli di essere debitori del loro seggio e della loro futura eventuale ri-candidatura a chi li ha designati. Infatti, agli elettori italiani questa legge nega tutto quello che hanno gli elettori delle altre democrazie parlamentari. Gli italiani potranno soltanto tracciare una crocetta. Se lo fanno sul nome del candidato nel collegio uninominale il loro voto si estende a tutti i partiti che compongono la coalizione della quale quel candidato è espressione (e viceversa). Ad esempio, votando il candidato del PD il voto andrà anche, probabilmente, alla lista di Alfano. Altrove, invece, come in Francia il collegio è uninominale davvero e il voto va a ciascun specifico candidato oppure, come in Germania, il voto è doppio e disgiunto. È possibile scegliere un candidato nel collegio uninominale e un partito diverso nella lista proporzionale. Altrove, ancora, nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione Europea ci sono modalità diverse grazie alle quali gli elettori possono sovvertire la lista stilata dai capipartito dei candidati del loro partito.

Stanno circolando le cosiddette simulazioni sulle conseguenze che la legge Rosato avrà sul prossimo Parlamento. A cinque mesi dalle elezioni quelle simulazioni non sono molto significative. Certo, potremmo anche rallegrarci alla notizia che Rosato perderà nel suo collegio uninominale, ma sappiamo che, grazie alle candidature multiple potrà essere capolista in cinque circoscrizioni cosicché il suo trionfale ritorno a Montecitorio è garantito. Una buona legge elettorale non deve essere fatta per garantire i dirigenti di partito e i seggi loro e dei loro fidati e fedeli (servili?) collaboratori. Non soltanto gli elettori non avranno nessuna influenza su chi andrà in Parlamento, ma i predestinati non avranno nessun interesse a rapportarsi a elettori che non conoscono e dai quali non è dipesa la loro elezione e non dipenderà la loro ri-elezione. Asfaltata la rappresentanza politica, dunque, grazie alla pessima formulazione di Rosato, se ne va anche la responsabilità/responsabilizzazione degli eletti. Zittiti i parlamentari con il voto di fiducia, la nuova legge elettorale, per qualche verso quasi peggiore del Porcellum, soffocherà quasi completamente la voce dei cittadini italiani.

Pubblicato AGL il 27 ottobre 2017

Né rappresentanza, né governabilità: la nuova legge elettorale #RosatellumBis

Video dell’incontro pubblico organizzato dal
COORDINAMENTO per la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE
della provincia di Ravenna
24 ottobre 2017
Sala Spadolini della Biblioteca Oriani  – Ravenna

Registrazione video a cura di Gabriele Abrotini