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Pasquino: «Si resti nel merito, basta dire che il Sì uccide la democrazia» #intervista @ildubbionews

Il professore: «Voterò no ma l’opposizione non dovrebbe dire che se si sperano le carriere cade la democrazia in Italia perché non è vero e non è così debole»

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Pasquino: «Si resti nel merito, basta dire che il Sì uccide la democrazia»

Il professore Pasquino

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, puntualizza alcuni aspetti i vista del referendum sulla giustizia e mette in guardia centrodestra e centrosinistra. «Voterò no perché questa riforma non risolve i problemi della giustizia – dice – ma si resti nel merito e non si dica che se vince il Sì è la fine della nostra democrazia perché non è così».

Professor Pasquino: da Gratteri a Nordio negli ultimi giorni si sono accese le polemiche sul referendum costituzionale, che ne pensa?

Vorrei fare due premesse: la prima è che il referendum costituzionale non è confermativo, come sento dire. Confermativo od oppositivo può essere l’esito, non il referendum in sè. Secondo: i referendum in base alla Costituzione non li chiede il governo o una maggioranza parlamentare ma un certo numero di persone che possono essere cittadini o parlamentari. Quindi non è chiesto dal governo, altrimenti diventa un plebiscito. Questo referendum va purtroppo in questa direzione nel senso che sta diventando pro o contro il governo e non va bene.

Dunque la campagna si sta imbruttendo?

La campagna è brutta ma spesso è stato così, con frasi propagandistiche retoriche e cosi via. Per il referendum abrogativo del 91 Craxi invitò ad andare al mare, De Mita a giocare a tressette, Bossi a fare passeggiate. Lo stesso referendum 2016 di Renzi, chiesto da Renzi e per Renzi, fu soggetto a una campagna brutta. Non’è un attacco alla democrazia, come dice chi sostiene il No, ma una modifica alla Costituzione su un tema dirimente come al giustizia.

Lei ha deciso come voterà?

Di solito tendo a non esibirmi, ma tutti quelli che mi conoscono sanno che voterò No. Primo perché è una riforma inutile, nel senso che solo lo 0,5% dei magistrati è passato da una carriera all’altra negli ultimi 20 anni. Il secondo è che è costoso, perché ci saranno due Csm e si buttano soldi. Il terzo è che non risolverà i problemi della giustizia che sono organico, dotazioni e preparazione stessa dei magistrati. L’unico punto sul quale il Sì ha ragione è che alcuni magistrati non sono abbastanza preparati e quindi tendono a sbagliare e non essere puniti.

Da questo punto di vista l’Alta Corte potrebbe risolvere il problema?

Sperabilmente l’Alta Corte potrebbe risolvere il problema, ma siamo italiani e ci sarà sempre un modo per far fare carriera a qualcuno…I criteri di promozione in Italia sono sbagliati dappertutto, non solo per i magistrati. Basti pensare ai professori, alla pubblica amministrazione, alla Rai. E un problema più generale di cultura politica in senso lato, cioè accettare che c’è qualcuno migliore di noi e che i migliori dovrebbero fare carriera.

Nel Pd molti si lamentano della linea comunicativa del partito, dalla gaffe su Casapound fino a quella sul curling: che idea si è fatto?

È una comunicazione farraginosa, intessuta di preferenze e faziosità. Una comunicazione brutta che però riguarda un po’ tutti. Quando c’è qualcuno non gradito questo viene bullizzato, ma prendo atto che anche questo fa parte della cultura politica degli italiani. Ma il problema parte dai politici che avendo grande spazio comunicativo dovrebbero essere più attenti a quel che dicono, a come lo dicono, a come lo fanno. L’imbarbarimento del linguaggio politico poi incide un po’ su tutto.

E della campagna dell’opposizione in generale?

L’opposizione non dovrebbe dire che se si separano le carriere cade la democrazia in Italia. Perché non è vero e perché se la democrazia cadesse su un referendum che riguarda la magistratura vorrebbe dire che la nostra democrazia è molto debole e invece non è così.

Meloni finora non si è esposta troppo: strategia o necessità?

Meloni ha fatto un’operazione astuta. Questa è la riforma del governo Meloni e del ministro Nordio ma poi lei ha subito chiamato fuori il governo perché sa che deve evitare contraccolpi. Vediamo se riesce a mantenersi astuta fino in fondo. Dovrebbe semplicemente dire che dal suo punto di vista è una buona riforma utile al paese. Tutto il resto lo deve lasciare al dibattito pubblico cioè dire ai cittadini di informarsi da chi ne sa più di loro.

Il centrodestra collega la riforma alla necessità di maggiore sicurezza: è un argomento valido?

Secondo me i due argomenti sono abbastanza separati. Non è che se si separano le carriere si migliora la sicurezza dei cittadini. Ma è importante capire che c’è un problema vero di ordine pubblico che non riguarda solo gli immigrati. Basta vedere gli estremisti che si infiltrano nelle manifestazioni o le gesta degli anarchici. Il centrodestra risponde con la repressione che a volte può anche essere giusta ma non è la sola soluzione.

C’è una minoranza della sinistra per il Sì molto attiva: crede che possa dare fastidio a Schlein?

Costoro giustificano la propria scelta dicendo che erano già a favore della riforma Vassalli ma quelli che erano comunisti ed erano parlamentari non li ricordo così attivamente contrari alla linea del Pci, che era contro quel tipo di riforma. Il secondo elemento è che sono senza truppe, persone che hanno una lunga carriera politica anche colmata di onori dal partito che stanno criticando e che non credo incidano sull’opinione pubblica. È una battaglia personalistica e acida nei confronti dei loro compagni di partito che non mi piace per niente. Nel partito contano poco e quindi certamente non saranno determinanti.

Pubblicata il 17 febbraio 2026 su il Dubbio

Referendum: brutta informazione #ParadoXaForum

Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati è giustamente destinato ad occupare molto spazio, informativo e manipolativo, a preoccupare molti commentatori e, chissà, a tentare di interessare il maggior numero possibile di elettori. Poiché, come dovrebbe oramai essere notissimo, i referendum costituzionali non necessitano di quorum per essere validi (i Costituenti vollero premiare i partecipanti, loro decidono e chi sta casa non deve contare), trovare argomenti originali e efficaci per convincere gli elettori ad andare alle urbe può risultare decisivo.
Non mi pare convincente l’argomento del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “la politica deve riconquistare un ruolo superiore a quello della magistratura”. Anzi, pericoloso. Nelle democrazie liberal-costituzionali nessuna istituzione deve sottomettere le altre. Né mi pare mobilitante sostenere, come fanno i più accesi sostenitori del “NO” che la separazione delle carriere metterebbe a repentaglio la democrazia in Italia. Anche se la maggioranza degli italiani si lamenta a ragione della bassa qualità della loro democrazia, ci vuole molto più e ben altro per produrne il crollo. La Costituzione che ha costretto, prima, i comunisti, poi i fascisti e i loro eredi ad agire nel quadro democratico, ha mostrato di avere gli anticorpi contro qualsiasi forma di governo dei giudici. Resisterà anche impedendo che il governo “addomestichi” e riesca a asservire i giudici.
Piuttosto, quello che a 45 giorni dal voto dovrebbe impensierirci e irritarci è la bassa qualità del dibattito, dei confronti, delle previsioni. Non è nei poteri del Presidente Mattarella riportare tutto ad un livello accettabile, ma almeno ricordiamo quanto il Presidente ritenga importante il dovere civico dell’esercizio del voto. Più in generale, sostiene Luca Telese in un lungo post intitolato “Effetto Quirinale” e pubblicato on line negli Appunti di Stefano (Feltri) il 9 febbraio, il Presidente, custode della Costituzione, interviene coerentemente per impedire che “sul tema dei diritti e delle garanzie costituzionali” si vada al ridisegno “in modo radicale [del] la cartografia della politica italiana”. Peggio, poi, se il ridisegno cominciasse con questo referendum pure al momento in bilico fra “Sì” e “No” secondo il sondaggista Roberto Weber. Fa, però, malissimo Telese a sintetizzarne una lunga intervista mettendo fra virgolette una frase che non vi si trova e che riflette molto malamente quanto da Weber detto: “Per motivi diversissimi, si uniscono nel No al referendum tre categorie di elettori molto distanti tra di loro. I giovani, spaventati dall’America di Trump vista a Minneapolis [sic], gli ex elettori comunisti che oggi votano Pd, e gli ex elettori democristiani che oggi votano Meloni [sic]”.
I due “sic” stanno a segnalare il mio profondo disaccordo in attesa di essere argomentati in un’occasione futura. Ma il punto più importante consiste nel mettere in rilievo quanto hanno diversamente sbagliato due giornalisti, Telese fantasticando e Feltri evidentemente trascurando la lettura, pure capaci e competenti, su una tematica di notevole importanza politica e costituzionale. Grande è lo spazio per un’informazione migliore.
In cauda venenum. Però, il veleno non è mio. Lo diffondono molti degli interessati. Qui, poiché parlo di disinformazione, vorrei biasimare lo spot, immagino prodotto dal governo, probabilmente dal Ministero degli Interni, peggio s approvato dalla Commissione di Vigilanza, trasmesso frequentemente dalla Rai, inteso a ricordare che il 22 e 23 marzo si tiene un “Referendum popolare confermativo”. NO, e poi NO. È un referendum costituzionale, punto. Popolare o impopolare, da nessuna parte nella Costituzione il referendum è definito confermativo. Il suo esito potrebbe esserlo. Ma, se vincono i “No”, parleremo di referendum dismissivo che ha dismesso quella revisione costituzionale? Spero di no. Continuerà semplicemente e correttamente ad essere ricordato e menzionato per quello che è: un referendum costituzionale.

Pubblicato il 16 febbraio 2026 su PARADOXAforum

Se nessuno sa approfittare del nervosismo di Meloni @DomaniGiornale

Grande è la versatilità di Giorgia Meloni nel passare dalla postura di statista di livello internazionale, che alterna serietà compunta e faccine sorridenti ammiccanti, a quella di capo di un governo variamente sfidato da opposizioni in disordine sparso, “costretto” a difendersi e a contrattaccare con toni minacciosi da comiziante (una parte che le ha dato fama e probabilmente portato voti). Qualche volta, però, di recente, la Presidente del Consiglio manifesta un eccesso di nervosismo che la spinge sopra le righe. Con un verbo che a Colle Oppio è di uso frequente, Meloni sbrocca. Raffinati psicologi meglio esploreranno modi, tempi, entità della perdita di controllo sulla voce e sul body language. Utile, forse preferibile andare all’individuazione delle cause politiche del comportamento di Meloni.

    Ad uso dei sostenitori e degli oppositori premetto che le difficoltà e le tensioni, le criticità nelle azioni del governo e le appena visibili conseguenze non positive non si traducono né immediatamente né automaticamente in caduta di consensi per lei e per il suo governo né, meno che mai, in impennate di intenzioni di voto per le opposizioni e i loro dirigenti. Ci vuole altro. Poi, però, purtroppo per loro, i benaltristi non sanno dire con sufficiente previsione e condivisione che cos’altro e come manca e da chi potrebbe essere prodotto.

L’agenda della valutazione e, presumibilmente, delle preoccupazioni del governo (e delle migliori fra le opposizioni, alcune sono solipsistiche) la dettano il fatto, il non fatto e il fatto male. La legge finanziaria è il fatto più importante. Sul punto mi atterrò alla sapida espressione inglese “a gentleman never quarrels about figures”. Non importa se i numeri danno qualche premietto ai ceti medi, tali definiti con riferimento ai redditi che spesso sappiamo non essere proprio il più affidabile degli indicatori. Importa poco anche che i “ricchi” sfuggano a qualsiasi aggravio. No, Robin Hood non frequenta nessuna foresta italiana. Importa di più che ai ceti più deboli non vengano dati aiuti più cospicui e destinati dare. Cruciale, invece, è che il governo preferisca il galleggiamento ad interventi “coraggiosi” per la crescita, per aumentare le dimensioni della torta e non per (re)distribuire poco più delle briciole. Sarà, come argutamente sospetta Giulia Merlo, la Finanziaria dell’Anno Elettorale o mostrare tutta la sua spinta espansiva, fatta specialmente di regali più meno mirati, collocati in bella mostra in vagoncini clientelari?

Quasi fatta è la separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e magistrati giudicanti. Non sarà lo sbandierato ricordo che questa riforma la voleva Silvio Berlusconi a farmi votare “Sì” al referendum prossimo venturo. Infatti, fra i mei ricordi trovo anche le strenue battaglie del Cavaliere e dei suoi seguaci non solo “nei” processi, ma “contro” i processi. Quanto ai sondaggi che danno al “Sì” un buon vantaggio, ricordo che anche il referendum di Renzi partì con notevole abbrivio che si spense piuttosto rovinosamente. Memore, Meloni ci rassicura o ci gela: il rigetto (referendum nient’affatto “confermativo”) non farà cadere il governo che pure quella separazione ha voluto e imposto. Non esattamente un bell’esempio di accountability. Fra il non fatto risplende “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”, sbrigativamente il premierato. Definita da Meloni stessa “la madre di tutte le riforme” sembra destinata a rimanere incinta ancora per molti mesi. Per non incorrere in un referendum rischioso assai nonostante il probabile sostegno dei riformisti già impunitamente renziani, è tutto rimandato alla prossima legislatura. Servirà, forse, in campagna elettorale quando si potrà assistere allo spettacolo senza precedenti dell’unico capo del governo italiano rimasto in carica per l’intera legislatura che chiede voti per la stabilità, degli altri. Sì, anche questa non remota eventualità provoca una non modica dose di nervosismo. Troppo banale concluderne che, al momento, non si vede chi sappia approfittarne e come?

Pubblicato il 12 novembre 2025 su Domani

Qualcosa che so di aggettivi e di Parlamenti #manipolazionedelleparole

Di tanto in tanto qualcuno (più di uno) che ha modo di esprimere frequentemente le sue opinioni in pubblico si lamenta dello povertà, faziosità, inutilità del dibattito pubblico. Anche di quello, che non c’è, sul “suo” Corriere della Sera”? Oh, yes.

Ecco un esempio non proprio minore: mia lettera a Aldo Cazzullo, responsabile della rubrica, spedita il 6 novembre

Referendum confermativo? No, e poi No.
Il referendum sulle revisioni costituzionali non ha aggettivi. La previsione dei Costituenti era che a chiederlo sarebbero stati gli oppositori della revisione approvata che, altrimenti, dopo tre mesi entrava in vigore. Dunque, referendum oppositivo. Comunque, confermativo è aggettivo che riguarda l’esito, non il referendum in quanto tale. Naturalmente, l’esito può anche essere “cancellativo”, abrasivo di quella revisione. Un referendum costituzionale richiesto da un governo sulle sue revisioni costituzionali approvate dalla sua maggioranza parlamentare si chiama plebiscito.

Cestinata la lettera; destinato a rimanere il grave errore manipolativo, con numerose altre occasioni per ripresentarsi imperterrito, non dobbiamo rassegnarci. Continuons le combat.

“La Stampa” non è stata da meno. Quasi settant’anni di scontri sulle istituzioni e ancora c’è chi pensa e scrive che le leggi le deve fare il Parlamento. Da una premessa sbagliata consegue la solita, non meno sbagliata e pericolosa, critica che sfocia nell’antiparlamentarismo ben nota malattia italiana. Servirà a qualcosa la lettera che ho spedito il 7 novembre a Andrea Malaguti, Direttore del quotidiano torinese?

Caro Direttore,
nell’articolo intitolato “Le ferie perenni dei parlamentari: perché ora lavorano due giorni a settimana” (sottotitolo) Il governo ha divorato l’attività legislativa, viaggio nelle Camere esautorate
Alessandro De Angelis commenta alcuni dati interessanti. Fino ad oggi il Parlamento italiano ha prodotto 257 leggi, delle quali 96 sono decreti, 94 sono provvedimenti del governo e “soltanto” 67 leggi di iniziativa parlamentare. Ne deduce, temo sbagliando molto, che il Parlamento italiano è stato esautorato. No, non è così. Il primo dato importante è che il Parlamento italiano produce meno leggi che in passato. Il dato è positivo, significa che sono diminuite le “leggine” e che stiamo raggiungendo i Parlamenti virtuosi: Camera dei Comuni inglese, Bundestag tedesco, Riksdag svedese. Il secondo dato, circa il 75 per cento delle leggi sono di origine governativa, non deve né sorprendere né scandalizzare. La coalizione al governo ha vinto le elezioni e ha il diritto(/dovere) di attuare il suo programma. Lo fa attraverso la sua maggioranza parlamentare. Sulla base della conformità delle sue leggi alle promesse elettorali, e della loro “bontà”, sarà poi valutato dagli elettori. La sua maggioranza parlamentare fa un buon lavoro discutendo, eventualmente emendando e migliorando, infine, approvando le leggi formulate dal suo governo. A loro volta le opposizioni parlamentari dovranno opporsi motivatamente controllando l’attività governativa, ma anche con proposte/promesse alternative. Tough life direbbero e sanno i parlamentari anglosassoni, compito difficile, che non è “fare le leggi”, che caratterizza le democrazie parlamentari. Eppure, il libro di Walter Bagehot (1867)nel quale è scritto a chiarissime lettere che il compito più importante del Parlamento non è quello di fare le leggi, ma di dare vita ad un governo, è stato da tempo tradotto in italiano: La Costituzione inglese (il Mulino 1995). Insomma.

Il referendum sulle revisioni costituzionali non deve essere manipolato da nessun aggettivo, meno che mai “confermativo”

Il referendum sulle revisioni costituzionali non deve essere manipolato da nessun aggettivo, meno che mai “confermativo”. Se non viene richiesto da chi si oppone, le revisioni approvate entrano in vigore dopo tre mesi senza bisogno di conferma. Chiesto e vinto dagli oppositori, il referendum si merita l’aggettivo “cancellativo”, ma la mia preferenza va a “abrasivo” (!). Se chiesto dal governo su revisioni da lui formulate e fatte approvare dalla sua maggioranza parlamentare quel referendum diventa un plebiscito. Ai plebisciti si risponde NO.

Le modifiche alla Costituzione si discutono in Parlamento @DomaniGiornale

Le riforme costituzionali bocciate sette anni fa dagli italiani in un referendum rimangono sbagliate anche oggi (e domani). Peggio se vengono presentate come carta di accreditamento e/o di scambio. Il confronto fra le diverse proposte può utilmente essere informale, ma il luogo del confronto formale è e deve rimanere, anche in più modalità, il Parlamento. Incontrarsi e parlarsi è cortesia istituzionale, ma carta parla. I modelli istituzionali sono inevitabilmente complessi e richiedono conoscenze approfondite che non sono mai esclusivamente giuridiche. La storia e la strutturazione di un sistema politico-partitico sono indispensabili per prevedere entro i limiti del possibile, le conseguenze pratiche di ciascun modello. Le motivazioni della proposta di uno o altro modello sono decisive non solo per il loro confronto, ma per quella essenziale opera pedagogica che consiste nel coinvolgere la cittadinanza, come si fece nel 1946-47 e nel 2016. Non è sufficiente dire “siamo sempre stati favorevoli (contrari) all’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica” per legittimare quella scelta né il suo ripudio.

   Giova anche ripetere che l’elezione popolare del Presidente della Repubblica, un cardine costituzionale del Presidenzialismo USA e dei sistemi politici latino-americani nonché dei semipresidenzialismi in Francia, Europa centro-orientale (non in Ungheria), alcuni paesi africani francofoni, Taiwan, non è in nessun modo assimilabile all’elezione popolare del Primo ministro, attuata unicamente in Israele per tre volte e poi abbandonata perché disfunzionale. Avere vagamente il semipresidenzialismo nel proprio programma elettorale del quale, in senso molto lato, si può vantare l’approvazione da parte dei propri elettori, non significa affatto essere investititi di un mandato. Nessun mandato a osteggiare qualsiasi riforma può essere contrapposto dalle opposizioni.

   Comunque, in democrazia, nessuno può esercitare veti. In una democrazia parlamentare il Parlamento è sovrano. I riformatori costituzionali hanno la possibilità di procedere osservando le regole che presiedono alla formulazione, discussione, approvazione dei loro testi senza forzature. Variamente, qualche volta riprovevolmente, strattonati da una parte o dall’altra, i Costituenti erano pienamente consapevoli dell’eventualità di revisioni. A cominciare, mi piace sottolineare dalla stabilizzazione del governo, ordine del giorno Perassi, il quale, certo, sarebbe favorevole al voto di sfiducia costruttivo. Una maggioranza assoluta può fare tutte le riforme che desidera tranne quella della “forma repubblicana” dello Stato. Qualsiasi maggioranza parlamentare riformatrice sa che la saggezza dei Costituenti si estese a garantire all’elettorato la possibilità di esprimersi contro quelle riforme in un referendum (costituzionale, quindi non “confermativo”, ma oppositivo). Tanto basti. Il resto si vedrà.

Pubblicato il 10 maggio 2023 su Domani

Quanto peserà il doppio voto sul governo @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”.  Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale.

  • Il referendum riguarda semmai parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone”

  • Nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu.

 

Alla pletora di informazioni manipolate, di retroscena fantasiosi, di postscena immaginari che andranno rapidamente al macero consentendo ai loro pronosticatori di farla franca, vorrei contrapporre alcuni ragionamenti, realistici e lineari (sic).

No, il referendum costituzionale non riguarda il governo se non in minima e trascurabile parte. Le revisioni costituzionali le propongono i partiti e le analizzano e, eventualmente, le approvano i parlamentari. Ciascuno di loro in coscienza e, quando ce l’ha, in scienza, ha l’obbligo politico e etico di assumersene la responsabilità.

Quindi, semmai, il referendum riguarda parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone” (e dei poltroni). Ciascuno può, se vuole, misurare il tasso di opportunismo dei tre gruppi di protagonisti. Se vincesse il “sì”, gli unici che potranno effettivamente rallegrarsi, meglio se lo faranno senza ballare scompostamente su un balcone, saranno i Cinque Stelle.

No, il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”, Conte ha esercitato la facoltà che hanno tutti i cittadini di rendere noto il loro voto. Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale. Conte e il suo governo hanno il diritto costituzionale di rimanere in carica fintantoché godono della “fiducia delle due camere”. Toccherebbe alle opposizioni di andare a vedere le carte attraverso una mozione di sfiducia.

No, neppure significative vittorie del centro-destra nelle elezioni regionali possono essere brandite contro il governo. I cittadini italiani sanno per che cosa votano e, anche se il voto di un certo numero di loro è improntato anche all’insoddisfazione proprio per l’azione di governo, non può in nessun modo essere utilizzato per condurre automaticamente a una crisi del governo. Tuttavia sia i Cinque Stelle sia il Pd dovranno tenere conto del voto e delle sue proporzioni. Questo vale anche per le opposizioni.

No, né il referendum né le elezioni regionali, se i risultati fossero molto negativi, in nessun modo dovrebbero essere utilizzati contro Nicola Zingaretti per sostituirlo. Comunque, è imperativo che il Partito democratico funzioni secondi il suo statuto e le regole che richiedono la messa in moto della procedura che implica ricorso alle primarie e loro svolgimento.

No, nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu. Nessuno può credere che le autorità europee sarebbero disponibili a trattare con un Matteo Salvini amico del dittatore bielorusso Lukashenko, appena censurato dal parlamento europeo ma senza i voti della Lega. Neanche quelle autorità vorrebbero leggere le duemila (sic) proposte che la generosa Giorgia Meloni, evidentemente incapace di valutare le priorità, si vanta di avere già pronte e si duole che Conte e i suoi ministri non abbiano mostrato alcun interessamento. Dopo il referendum e le votazioni regionali sarà, dunque, tutto come prima?

Evidentemente, No. Conteranno i numeri e le interpretazioni, ma ancora una volta saranno da evitare terribili semplificazioni.

Pubblicato il 21 settembre 2020 su Domani

 

Meno parlamentari, meno efficienza #ReferendumCostituzionale @rivistailmulino

Coloro che voteranno “sì” alla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari, poiché vogliono un Parlamento più efficiente con meno parlamentari per fare più leggi e più rapidamente, sbagliano alla grande almeno su due punti assolutamente discriminanti. Dal punto di vista della teoria, che non hanno imparato neppure dopo la grande occasione del referendum 2016, poiché il compito più importante del Parlamento non è fare le leggi. Semmai, è esaminarle, emendarle e approvarle. Dal punto di vista della pratica poiché in tutte le democrazie parlamentari le leggi le fa il governo: tra l’80 e il 90% per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Ed è giusto che sia così perché qualsiasi governo, anche di coalizione, ha avuto il consenso degli elettori sulle sue promesse programmatiche e ha, quindi, il dovere politico di tentare di tradurle in politiche pubbliche. Naturalmente, nei governi di coalizione il governo concilierà le diverse promesse programmatiche dei partiti coalizzati. I parlamentari potranno poi valutare, per eventuali voti di coscienza e scienza, quanto le proposte si discostano dalle promesse e, se non c’entrano per niente, astenersi dal votarle. A un Parlamento che s’attarda, a una opposizione che ostruisce, a una maggioranza riluttante (quasi nulla di tutto questo è un “semplice” affare di numeri), il governo imporrà la decretazione di urgenza.

La domanda giusta è: meno parlamentari saranno in grado nelle Commissioni di merito e in aula di controllare quello che il governo (con i suoi apparati politici e burocratici) fa, non fa, fa male?

Detto che il controllo sul governo è il compito più importante del Parlamento, quasi sullo stesso livello si situa il compito della rappresentanza politica, dei cittadini, della “nazione”. Non ne farò un (solo) problema di numeri come argomentano molti volonterosi sostenitori del taglio, ma di qualità. È plausibile credere che, automaticamente, meno parlamentari saranno parlamentari migliori, più capaci, più efficaci, più apprezzabili? Per sfuggire a una risposta (negativa) frettolosa, mi rifugio nell’affermazione che molto dipenderà dalla legge elettorale. Ovviamente, una legge elettorale è buona o cattiva o anche pessima (che è l’aggettivo da utilizzare per le due più recenti leggi elettorali italiane) a prescindere dal numero dei parlamentari, ma con riferimento prioritario a quanto potere conferisce agli elettori. Gli accorati inviti di Zingaretti ad approvare una legge elettorale proporzionale addirittura prima dello svolgimento del referendum mi paiono avere come obiettivo quello di contenere la riduzione inevitabile del numero di seggi del Partito democratico, piuttosto che quello di migliorare la qualità della sua rappresentanza proprio quando dal suo partito vediamo venire strabilianti esempi di opportunismo.

Questi esempi rispondono in maniera quasi definitiva alla domanda posta da Giovanni Sartori nel 1963. Di quali soggetti i parlamentari temono maggiormente la sanzione per i loro comportamenti: gli elettori, i gruppi di interesse, i dirigenti di partito? Con le due più recenti leggi elettorali la risposta è elementare: i dirigenti di partito (e di corrente). A loro volta sono questi dirigenti a cercare di raggiungere i gruppi di interesse rilevanti spesso candidando uno dei loro esponenti. Quanto agli elettori, costretti a barcamenarsi fra candidature plurime, un vero schiaffo alla rappresentanza politica, e candidature bloccate, la loro eventuale sanzione non riuscirà mai ad applicarsi alla singola candidatura.

E, allora, quale rappresentanza? Quale accountability? Quale responsabilizzazione? Il fenomeno più significativo è rappresentato dal Pd. Tre volte i suoi deputati e i suoi senatori, che non risulta avessero consultato i loro elettori, hanno votato no alla riduzione. L’ultima volta votarono compattamente sì. La spiegazione, forse era preferibile dirlo alto e forte, era che l’approvazione del taglio era indispensabile per dare vita alla coalizione di governo con il Movimento 5 Stelle. Capisco, ma ritengo assai deprecabile chi ha votato tre volte “no” senza trasparentemente esprimere alcun dissenso e ha votato “sì” alla quarta volta, nuovamente senza esprimere dissenso né spiegare la giravolta. Il fatto è che quei parlamentari democratici hanno applicato la linea del loro partito/gruppo parlamentare che aveva deciso che la formazione del governo giallorosso era di gran lunga preferibile all’alternativa rappresentata da Salvini e Meloni, i quali avrebbero aggredito la Costituzione, antagonizzato l’Unione europea, inciso negativamente sulla già non proprio elevata qualità della democrazia italiana.

Adesso, la risposta da dare nelle urne è proprio se la riduzione del numero dei parlamentari contribuirà o no a un salto di qualità della rappresentanza politica, al miglior funzionamento del bicameralismo (che qualcuno scioccamente continua a definire “perfetto”, dunque, da non toccare minimamente) e alla qualità della democrazia italiana. A mio parere, nulla di tutto questo conseguirà dalla semplice riduzione. I risparmi sui costi di un terzo dei parlamentari eliminati saranno “mangiati” dall’aumento dei costi delle campagne elettorali più competitive e in circoscrizioni più ampie. Il reclutamento di candidati e candidate ad opera dei dirigenti di partito e di corrente premierà coloro che hanno dimostrato di essere più disciplinati (è un eufemismo). Alcuni si sono già posizionati, altri stanno sgomitando. Farà la sua comparsa in grande stile, ma sotto mendaci spoglie, il vincolo di mandato. Vota non come vorrebbero i tuoi elettori, che, a meno di una buona legge elettorale, gli eletti non saranno in grado di conoscere, ma come dicono i dirigenti del partito e della corrente anche perché in questo modo si sfuggirà dal fastidioso esercizio dell’accountability. La prossima volta a qualcuno/a sarà assegnato un seggio sicuro magari in Alto Adige, se vi rimarrà almeno un collegio.

No, chi non vuole nulla di tutto questo ha l’opportunità di respingerlo: con un sano e argomentato voto che si oppone alla riforma sottoposta a referendum. Il resto chiamatelo pure “scontento” democratico. Non è immobilismo perché la Costituzione italiana e la democrazia parlamentare che esistono dal 1948 hanno ampiamente dimostrato di essere flessibili e adattabili, in grado di superare le sfide e di continuare a offrire un quadro democratico per la competizione politica, per un tuttora decente rapporto fra le istituzioni, per il conferimento dell’autorità, per l’esercizio del potere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Pubblicato il 28 agosto 2020 su rivistailmulino.it

Il rilancio del PD e l’opzione Minniti

Con Gianfranco Pasquino parliamo della crisi del PD e degli scenari futuri del partito

Intervista raccolta da Francesco Snoriguzzi

Le ultime Elezioni Politiche, il 4 marzo del 2018, hanno sancito ancora una volta la crisi profonda della Sinistra in Italia (ma il discorso è valido per tutta l’Unione Europea). Il Partito Democratico, principale rappresentante della Sinistra italiana, ha ottenuto il peggior risultato della sua storia attestandosi attorno al 18%. Allo stesso tempo, le elezioni hanno segnato una nettissima affermazione di quei movimenti populisti e neo-nazionalisti che avanzano in tutta la UE: oltre al successo annunciato del Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio, primo partito fuori da coalizioni, nella coalizione di Centro-Destra si è avuto lo storico superamento della Lega di Matteo Salvini (non più Lega Nord) rispetto a Forza Italia di Silvio Berlusconi. L’esito istituzionale ha confermato la svolta populista dell’Italia portando ad un Governo di Lega e M5S.

Di fronte alla lampante sconfitta, il PD sembra essere rimasto quasi stordito e fatica a trovare la forza di rialzarsi e di tornare a mobilitare il suo elettorato. Trattandosi di un fenomeno di portata quanto meno europea (ma si pensi anche a Donald Trumpnegli USA e a Jair Bolsanaro in Brasile) e con radici che affondano nel tempo (nel caso italiano si possono far risalire quanto meno alla vittoria di Berlusconi nel 1994), il risultato non dovrebbe stupire. Una ragione potrebbe essere certamente la scarsa abilità della Sinistra nell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, che invece rappresentano il fiore all’occhiello della propaganda populista: i nuovi mezzi, per loro natura, non si prestano alla comunicazione ufficiale di un partito, che spesso risulta troppo formale ed ingessata, mentre risultano ideali per quei gruppi anti-sistema che li utilizzano per amplificare la rabbia dell’uomo medio.

Mentre ci si avvicina a delle Elezioni Europee che vedono il fronte anti-europeista più forte che mai, il PD (come i suoi equivalenti europei) si interroga su come uscire da questa fase di crisi e già si è scatenata una serrata lotta interna sulla figura del nuovo Segretario che dovrà traghettare il partito verso una nuova fase. Da un lato c’è il Segretario Reggente, Maurizio Martina, da un altro l’attuale Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, da un altro ancora quella parte di partito che si riconosce nell’ex-Segretario ed ex-Presidente del Consiglio, Matteo Renzi; ultimamente, infine, si è parlato di una possibile candidatura dell’ex-Ministro degli Interni, Marco Minnitialla guida del PD e lui stesso ha dichiarato di considerare questa ipotesi.

La situazione resta molto complicata. Secondo Gianfranco Pasquino, ex-Senatore della Repubblica e Professore Emerito dell’Università di Bologna, però, l’eventualità di una candidatura di Minniti non è del tutto chiara: Minniti, afferma Pasquino, “dovrebbe decidere autonomamente se candidarsi oppure no, non farsi candidare da Renzi o dai ‘renziani’: se ha voglia di fare il Segretario del partito e ritiene che Zingaretti, che al momento è l’unico candidato in corsa, o che Martina siano inadeguati per quel ruolo, allora dovrebbe candidarsi; se Minniti si fa candidare dai renziani, però, diventa automaticamente il candidato dei renziani”. In tal caso, continua, Minniti finirebber per “rappresentare quello che Renzi ha fatto, o non ha fatto, nel corso della sua Segreteria: non dimentichiamo che Renzi era Segretario del partito e del partito non si è mai occupato”.

La figura dell’ex-Ministro degli Interni, in ogni caso, potrebbe risultare problematica per parte del PD. I due temi principali su cui la Sinistra sembra non intercettare più il favore dell’elettorato, infatti, sono il rapporto con la UE, da un lato, e la gestione del flusso migratorio, dall’altro. Se sui rapporti con la UE, la posizione di Minniti è sempre stata coerente con la linea espressa dal partito (puntando ad una riforma dell’Unione che vada nella direzione di maggiore integrazione, ovvero riforma del Trattato di Dublino e quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti), la sua gestione del fenomeno migratorio è stata a volte più controversa. Il suo operato da Ministro degli Interni, infatti, è stato spesso criticato da una parte della Sinistra che lo ha spesso accusato di inseguire la Destra sul proprio territorio. Durante la propria esperienza da Ministro degli Interni, infatti, Marco Minniti ha portato avanti una linea improntata alla realpolitik prendendo, in alcuni casi, anche misure impopolari a Sinistra (in particolare quelle sulla gestione del flusso migratorio dalla Libia e sul codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative).

È probabile che l’idea che sta dietro alla proposta di una candidatura di Minniti alla Segreteria del PD punti a far sì che la realpolitik di Minniti, contrapponendosi a posizioni generalmente percepite dall’elettorato come buoniste e superficiali su temi come la gestione dei flussi migratori, potrebbe contribuire a rilanciare i consensi elettorali del partito. Secondo il Professor Pasquino, però, “la posizione dura nei confronti dei migranti sia già totalmente occupata da Salvini e che sia impossibile scalzarlo: ci è arrivato prima di altri e in maniera molto pesante; ha avuto il vantaggio di porre all’attenzione di italiani che erano già molto preoccupati per l’immigrazione e quindi nessuna posizione dura della Sinistra potrà scalzare il consenso che Salvini ottiene da quello che dice e quello che fa, che per altro non è un granché ed è molto diverso da quello che dice”. Il partito, continua Pasquino, si ricostruisce in un altro modo: “certamente non facendo il buonista, ma neanche imitando posizioni di Destra, ma francamente non credo che Minniti stia inseguendo la Destra”.

Il punto, però, insiste Gianfranco Pasquino, non è quale linea debba esprimere il partito: “la domanda importante è quale tipo di Partito Democratico dovrebbe esserci, ma la questione vale per Minniti, per Martina, per Zingaretti, per chiunque voglia fare il Segretario del partito: bisogna avere un’idea di partito, una visione di partito; bisogna, soprattutto, avere un’idea chiara di come si vuole allargare il partito, perché se si propone di rimanere un partito da 18% il partito sarà quasi sempre irrilevante; bisogna avere la capacità di tenere insieme il partito come è, e già ci sono delle tensioni preoccupanti”. Secondo Pasquino, infatti, “il punto è che si deve ricostituire un Partito Democratico che è sostanzialmente decaduto e ci sono zone del Paese in cui, praticamente, non esiste neanche: che tipo di politica può fare un partito che non esiste? Tanto Minniti quanto Zingaretti devono dire che tipo di Partito Democratico intendono costruire”.

Di certo, l’esperienza insegna che i partiti di Sinistra hanno una certa tendenza ad optare per le scissioni, quando le loro correnti si trovano in disaccordo. In base alle critiche che la figura di Minniti può sollevare all’interno del partito, quindi, l’ipotesi che nel caso di una sua Segreteria il PD si avvii verso l’ennesima scissione non appare così remota. Secondo Pasquino, “se i renziani mettono le proprie carte su Minniti e Minniti non vince, dato che nel frattempo stanno organizzando dei Comitati Civici, si può pensare che si tratti di una premessa per fare qualcos’altro fuori dal Partito Democratico. I Comitati Civici, per di più costituiti dall’ex-Segretario del partito, sono già un principio di scissione, o comunque una minaccia, come a dire che, se non dovesse vincere il loro candidato, loro sono pronti ad andarsene”. I precedenti, continua il Professore, “in verità non sono così positivi: Renzi voleva migliaia di Comitati Civici per il SÌ al Referendum Costituzionale; non so quanti ne siano nati, ma sta di fatto che il Referendum è stato perso seccamente. Nonostante i precedenti non siano molto positivi, a mio avviso questa è oggettivamente un’azione contro il partito”.

Il dibattito attuale tra le correnti del PD, incentrato soprattutto sui nomi e, in misura minore, sulla linea da seguire, non risponderebbe quindi alla questione fondamentale, ovvero la ricostituzione del partito. Il Professor Pasquino afferma che “il problema non riguarda una persona. Siamo di fronte ad una tematica enorme che si chiama immigrazione e che riguarda soprattutto l’Italia, ma non solo”. Si tratta di una tematica, continua Pasquino, “che non può avere una soluzione nazionale ma che deve necessariamente avere una soluzione europea”. A questo punto, quindi, “bisognerebbe chiedersi se chi diventerà Segretario del Partito sarà in grado di avere una credibilità nei confronti dell’Europa e fare cambiare politica all’Europa su alcuni passaggi”.

In conclusione, afferma Pasquino, “il partito dovrebbe ripartire dalla costruzione di una Sinistra plurale e una Sinistra plurale può essere o intorno al partito, ma in quel caso serve un rapporto di ascolto e interlocuzione, di comprensione e dibattito tra il dirigente e coloro che gli stanno attorno, oppure costituita in un partito plurale nel senso che si apre, ovvero, mantenendo i confini del partito, si dovrebbe aprire ad una serie di personalità che abbiano una qualche presenza sul territorio, non solo sulla televisione perché non è vero che il consenso passi solo attraverso la televisione”. La questione della presenza sul territorio è fondamentale: “il consenso, e la Lega lo sta dimostrando in maniera straordinaria, passa attraverso l’attività politica organizzata sul territorio con presenze dei più vari generi. È necessaria, quindi, una presenza plurale e presente sul territorio. Non bisogna chiudersi a Roma o in un qualsiasi bunker o in una qualsiasi stazione in disarmo, che si chiami Leopolda o in un altro modo”. Il partito, conclude Gianfranco Pasquino, “deve fare politica sul territorio, con persone che abbiano voglia, capacità e magari qualche esperienza di rappresentare pezzi di territorio: se uno pensa di vincere le elezioni in Trentino candidando la toscana Maria Elena Boschi vuol dire che non ha capito assolutamente nulla e che l’unica cosa che si voleva ottenere era mandare in Parlamento Maria Elena Boschi… quanto serva al Parlamento non so dirlo, ma di certo non serve al partito”.

Pubblicato il 24 ottobre 2015 su lindro.it

Quale partito per il prossimo segretario del PD?

Dalla rumorosa cavalcata di Veltroni nell’estate-autunno 2007 fino all’inusuale ri-elezione nel 2017 di un ex-segretario sconfitto al referendum costituzionale, le battaglie (impropriamente definite “primarie) per la conquista della segreteria del Partito Democratico hanno regolarmente eluso il tema di “quale partito” debba essere il PD. Tutti i potenziali segretari hanno raccontato qualche storia più o meno credibile, più o molto meno nuova, più o meno infiorettata, sulle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbero introdotto nel governo del paese. Con quale partito non si è saputo mai. Con quale successo lo si è visto poi. Nelle democrazie contemporanee, alla faccia di tutte le estemporanee analisi che accentuano la personalizzazione della politica (in Svezia? Norvegia? Danimarca? Finlandia? Germania? Gran Bretagna? tutte democrazie davvero pochissimo “personalizzate”, e altre se ne potrebbero aggiungere), che sostengono che i partiti sono spariti, che trovano, per assolvere gli italiani, inconvenienti simili alla sgangherata politica italiana un po’ dappertutto, i partiti continuano a esserci, in uno stato di salute accettabile, e quelle che chiamiamo crisi della democrazia sono problemi di funzionamento nelle democrazie. Quei problemi sono più evidenti e più gravi proprio laddove i partiti sono più deboli. Incidentalmente, le alternanze al governo non sono mai la causa dei problemi, ma neppure la loro magica soluzione. Marco Valbruzzi mi ha insegnato che quelle alternanze frequenti sono semplicemente il prodotto della competizione fra partiti indeboliti che non riescono a mantenere “fermo” il consenso ottenuto da una elezione alla successiva. La volatilità elettorale è inevitabilmente più alta dove i partiti sono “qual piume al vento” e non dove sono radicati. Sulla volatilità del consenso del PD, se i dirigenti del partito smettessero di raccontarci i loro sogni e studiassero un po’ di analisi elettorali, qualcosa potrebbero imparare. La prima lezione è, come si conviene, tanto elementare quanto fondamentale. Laddove l’organizzazione del partito tiene il consenso elettorale fluttua poco. La seconda lezione è quella operativa. Se i dirigenti del partito si occupano di cariche e di carriere e non della presenza organizzata sul territorio, anche le cariche e le carriere diventano a rischio. Allora, bisogna proteggerle con le candidature multiple e le nomine dall’alto. La legge Rosato ha avuto questo unico esito protettivo che, naturalmente, prescindeva dallo stato del partito ed è andato a scapito della rappresentanza politica.

La campagna per l’elezione del prossimo segretario è sostanzialmente già partita, “sottotraccia” dicono i retroscenisti, ma già narrata in maniera più o meno fake da giornaliste e giornalisti che hanno fonti amiche. Sappiamo di contrapposizioni fra persone, con l’obiettivo prevalente del due volte ex-segretario (e lo scrivo due volte apposta) di bloccare chi è a lui ostile, per un insieme di ragioni che nulla hanno a che vedere con le modalità con le quali sarà ricostruito il Partito Democratico oppure si porranno le premesse per un altro partito. Che Renzi e i renziani siano totalmente disinteressati al PD è lampante. Con grande loro compiacimento personale, hanno nel tempo consentito a Ilvo Diamanti di scrivere tre o quattro articoli su “Repubblica” centrati, pardon, sbilanciati proprio a favore del Partito di Renzi (PdR). Tuttavia, un partito è più di una fazione di carrieristi e, quando i carrieristi perdono, il deflusso di parte di loro, spesso senza un ancoraggio sul territorio (anche perché paracadutati), è fisiologico, alla ricerca di chi offrirà altre opportunità di carriera. Qui sta, naturalmente, il problema di come (ri)costruire il partito sostituendo parte grande di quella classe dirigente. Dal mio allievo Angelo Panebianco ho imparato molto tempo fa che i partiti non possono mai cambiare completamente. Cambiano attraverso spostamenti interni che producono nuove coalizioni dominanti. In questo modo, è nato, frettolosamente e balordamente, nonostante le critiche apertamente rivoltegli, il PD.

Probabilmente, gli spostamenti cominceranno a fare la loro comparsa al momento delle candidature alla segreteria. In particolare, non tanto curiosamente, conteranno le “desistenze” a favore di chi. L’ultimo ex-segretario vorrà certamente continuare, scrivono le giornaliste, a dare le carte, ma quante carte gli saranno restate? Il punto, che dovrebbe preoccupare di più chi pensa che senza partiti e senza un’opposizione strutturata sul territorio nessun sistema politico può funzionare in maniera decente e nessuna democrazia può avere una qualità accettabile, è che i candidati dovrebbero formulare prioritariamente con il massimo di chiarezza possibile la loro idea di partito e non annunciare un programma di governo, per un governo che senza un partito decente non formeranno mai. Schematicamente (estesamente, riflessioni e proposte di notevole qualità si trovano nel volume di Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Regole e democrazia interna del PD, di prossima pubblicazione), ecco i temi da trattare: iscritti, sedi, attività, modalità di consultazione e decisione, procedure per la scelta dei dirigenti e dei candidati, e, oso al massimo, “cultura politica” (quindi, anche strumenti per la formazione). Nulla di tutto questo è particolaristico e specialistico. Questa è politica: come rapportarsi alle persone, come rappresentarne idee, preferenze, emozioni, come contribuire alla loro capacità di comprendere e di fare politica. Per rendere meno sgradevole l’inverno del nostro scontento.

Pubblicato il 7 settembre 2018 su PARADOXAforum