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La premier scende in campo. Le conseguenze se vince il NO @DomaniGiornale

Troppo. La guerra lanciata dall’amico Trump, Commander in Chief dei MAGA di tutto il mondo, e i sondaggi che danno il NO in testa sia che gli elettori che andranno alle urne siano pochi oppure molti, da qualche giorno turbano assai la Presidente del Consiglio. Allora, Giorgia Meloni ha deciso che c’è un tempo per viaggiare e mostrare il volto sorridente con molti altri, non tutti encomiabili, capi di Stato e di governo, e c’è un tempo per ricordare alla Nazione, agli italiani che il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è importantissimo. Dunque, è indispensabile, anche come omaggio postumo a Silvio Berlusconi, “scendere in campo”.

Prima, però, e di frequente, rassicuriamoli questi italiani. “L’Italia non è in guerra”, come ripete in ogni intervista Antonio Tajani, il più sfigato (parole sue) Ministro degli Esteri della storia italiana del dopo guerra. Anche noi, cittadini italiani, ci sentiamo un po’ sfigati con questo Ministro (non solo con lui, peraltro). La non condivisione italiana: “L’Italia non è in guerra”, alla violenta e confusa operazione di Trump in Iran, forse cambio di regime, forse cambio di governanti, forse smantellamento dei siti di ricerca del nucleare, non ha ancora ricevuto le reprimende della Casa Bianca. Altri, come, nell’ordine, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, Macron e Starmer sono stati bacchettati. Fa bene Meloni a essere preoccupata per l’eventuale spezzarsi di quella che lei e alcuni affannati corifei di Fratelli d’Italia lodavano come la relazione speciale che ne facevano la presunta?, possibile? pontiera fra Bruxelles e Washington? Nel grandissimo disordine mondiale bisognerà trovare modalità nuove con le quali rapportarsi agli alleati desiderati, mica affidando a quello sfigato ministro un compito per il quale non sembra preparato.

Adesso quel che preme è il referendum, tutt’altro che confermativo, semmai oppositivo. Primo, stabilire e ribadire che, in caso di vittoria del NO, il governo non si dimetterà. Lei, Giorgia, non ha nessuna intenzione di farlo, ma, purtroppo, lei, Giorgia, ha strettissimamente coinvolto il suo governo e la sua maggioranza nella brutta faccenda. La separazione delle carriere, pubblici ministeri e giudici, stava promessa nel programma elettorale dei Fratelli d’Italia e poi nel programma del governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio era stato scelto anche per attuare proprio, prioritariamente, quella revisione. Lo ha fatto con moltissimo zelo e qualche imbarazzante voce dal sen fuggita. Ad esempio, che con la revisione costituzionale la politica si riprende il giusto sopravvento sulla magistratura e che quanto fatto servirà anche a Elly Schlein e alle opposizioni quando toccherà a loro governare (toccaferro!)

Al testo approvato la maggioranza parlamentare ha fermamente impedito qualsiasi emendamento, quindi è proprio integralmente interamente quanto redatto dal governo. Non c’era nessun bisogno per la maggioranza parlamentare di raccogliere le firme per sottoporre la revisione a referendum. Volere un voto popolare su quel testo significa quasi farne un plebiscito. Il precedente della campagna elettorale a sostegno delle “sue” riforme condotta in maniera totalmente personalizzata da Matteo Renzi avrebbe dovuto insegnare a non commettere un errore simile. Invece, no. Evidentemente, con la grande autostima che non le manca, Meloni pensa di potere con la sua presenza mediatica mobilitare l’elettorato di centro-destra, ma, a scanso di equivoci e di illusioni, informa tutti che, comunque, il governo non se ne andrà a casa.

In effetti, pure pienamente coinvolto, il governo Meloni non ha nessun obbligo costituzionale alle dimissioni in caso di sconfitta (non l’aveva neppure Renzi). La buona politica, però, suggerirebbe di accettare le responsabilità e la loro logica conseguenza. Quantomeno il ministro Nordio sentirà il dovere di sue dimissioni immediate e irrevocabili. Questi pensieri, con l’aggiunta della necessità di un rimpasto (che, no, non è solo quanto succedeva nella cosiddetta Prima Repubblica, ma quello che avviene in molte compagini governative anche nelle repubbliche presidenziali. Trump ha da poco sostituito la Segretaria agli Affari Interni) turbano Meloni. La rendono nervosa. La incattiviscono. C’est la vie.

Pubblicato il 11 marzo 2026 su Domani