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Il rilancio del PD e l’opzione Minniti

Con Gianfranco Pasquino parliamo della crisi del PD e degli scenari futuri del partito

Intervista raccolta da Francesco Snoriguzzi

Le ultime Elezioni Politiche, il 4 marzo del 2018, hanno sancito ancora una volta la crisi profonda della Sinistra in Italia (ma il discorso è valido per tutta l’Unione Europea). Il Partito Democratico, principale rappresentante della Sinistra italiana, ha ottenuto il peggior risultato della sua storia attestandosi attorno al 18%. Allo stesso tempo, le elezioni hanno segnato una nettissima affermazione di quei movimenti populisti e neo-nazionalisti che avanzano in tutta la UE: oltre al successo annunciato del Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio, primo partito fuori da coalizioni, nella coalizione di Centro-Destra si è avuto lo storico superamento della Lega di Matteo Salvini (non più Lega Nord) rispetto a Forza Italia di Silvio Berlusconi. L’esito istituzionale ha confermato la svolta populista dell’Italia portando ad un Governo di Lega e M5S.

Di fronte alla lampante sconfitta, il PD sembra essere rimasto quasi stordito e fatica a trovare la forza di rialzarsi e di tornare a mobilitare il suo elettorato. Trattandosi di un fenomeno di portata quanto meno europea (ma si pensi anche a Donald Trumpnegli USA e a Jair Bolsanaro in Brasile) e con radici che affondano nel tempo (nel caso italiano si possono far risalire quanto meno alla vittoria di Berlusconi nel 1994), il risultato non dovrebbe stupire. Una ragione potrebbe essere certamente la scarsa abilità della Sinistra nell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, che invece rappresentano il fiore all’occhiello della propaganda populista: i nuovi mezzi, per loro natura, non si prestano alla comunicazione ufficiale di un partito, che spesso risulta troppo formale ed ingessata, mentre risultano ideali per quei gruppi anti-sistema che li utilizzano per amplificare la rabbia dell’uomo medio.

Mentre ci si avvicina a delle Elezioni Europee che vedono il fronte anti-europeista più forte che mai, il PD (come i suoi equivalenti europei) si interroga su come uscire da questa fase di crisi e già si è scatenata una serrata lotta interna sulla figura del nuovo Segretario che dovrà traghettare il partito verso una nuova fase. Da un lato c’è il Segretario Reggente, Maurizio Martina, da un altro l’attuale Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, da un altro ancora quella parte di partito che si riconosce nell’ex-Segretario ed ex-Presidente del Consiglio, Matteo Renzi; ultimamente, infine, si è parlato di una possibile candidatura dell’ex-Ministro degli Interni, Marco Minnitialla guida del PD e lui stesso ha dichiarato di considerare questa ipotesi.

La situazione resta molto complicata. Secondo Gianfranco Pasquino, ex-Senatore della Repubblica e Professore Emerito dell’Università di Bologna, però, l’eventualità di una candidatura di Minniti non è del tutto chiara: Minniti, afferma Pasquino, “dovrebbe decidere autonomamente se candidarsi oppure no, non farsi candidare da Renzi o dai ‘renziani’: se ha voglia di fare il Segretario del partito e ritiene che Zingaretti, che al momento è l’unico candidato in corsa, o che Martina siano inadeguati per quel ruolo, allora dovrebbe candidarsi; se Minniti si fa candidare dai renziani, però, diventa automaticamente il candidato dei renziani”. In tal caso, continua, Minniti finirebber per “rappresentare quello che Renzi ha fatto, o non ha fatto, nel corso della sua Segreteria: non dimentichiamo che Renzi era Segretario del partito e del partito non si è mai occupato”.

La figura dell’ex-Ministro degli Interni, in ogni caso, potrebbe risultare problematica per parte del PD. I due temi principali su cui la Sinistra sembra non intercettare più il favore dell’elettorato, infatti, sono il rapporto con la UE, da un lato, e la gestione del flusso migratorio, dall’altro. Se sui rapporti con la UE, la posizione di Minniti è sempre stata coerente con la linea espressa dal partito (puntando ad una riforma dell’Unione che vada nella direzione di maggiore integrazione, ovvero riforma del Trattato di Dublino e quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti), la sua gestione del fenomeno migratorio è stata a volte più controversa. Il suo operato da Ministro degli Interni, infatti, è stato spesso criticato da una parte della Sinistra che lo ha spesso accusato di inseguire la Destra sul proprio territorio. Durante la propria esperienza da Ministro degli Interni, infatti, Marco Minniti ha portato avanti una linea improntata alla realpolitik prendendo, in alcuni casi, anche misure impopolari a Sinistra (in particolare quelle sulla gestione del flusso migratorio dalla Libia e sul codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative).

È probabile che l’idea che sta dietro alla proposta di una candidatura di Minniti alla Segreteria del PD punti a far sì che la realpolitik di Minniti, contrapponendosi a posizioni generalmente percepite dall’elettorato come buoniste e superficiali su temi come la gestione dei flussi migratori, potrebbe contribuire a rilanciare i consensi elettorali del partito. Secondo il Professor Pasquino, però, “la posizione dura nei confronti dei migranti sia già totalmente occupata da Salvini e che sia impossibile scalzarlo: ci è arrivato prima di altri e in maniera molto pesante; ha avuto il vantaggio di porre all’attenzione di italiani che erano già molto preoccupati per l’immigrazione e quindi nessuna posizione dura della Sinistra potrà scalzare il consenso che Salvini ottiene da quello che dice e quello che fa, che per altro non è un granché ed è molto diverso da quello che dice”. Il partito, continua Pasquino, si ricostruisce in un altro modo: “certamente non facendo il buonista, ma neanche imitando posizioni di Destra, ma francamente non credo che Minniti stia inseguendo la Destra”.

Il punto, però, insiste Gianfranco Pasquino, non è quale linea debba esprimere il partito: “la domanda importante è quale tipo di Partito Democratico dovrebbe esserci, ma la questione vale per Minniti, per Martina, per Zingaretti, per chiunque voglia fare il Segretario del partito: bisogna avere un’idea di partito, una visione di partito; bisogna, soprattutto, avere un’idea chiara di come si vuole allargare il partito, perché se si propone di rimanere un partito da 18% il partito sarà quasi sempre irrilevante; bisogna avere la capacità di tenere insieme il partito come è, e già ci sono delle tensioni preoccupanti”. Secondo Pasquino, infatti, “il punto è che si deve ricostituire un Partito Democratico che è sostanzialmente decaduto e ci sono zone del Paese in cui, praticamente, non esiste neanche: che tipo di politica può fare un partito che non esiste? Tanto Minniti quanto Zingaretti devono dire che tipo di Partito Democratico intendono costruire”.

Di certo, l’esperienza insegna che i partiti di Sinistra hanno una certa tendenza ad optare per le scissioni, quando le loro correnti si trovano in disaccordo. In base alle critiche che la figura di Minniti può sollevare all’interno del partito, quindi, l’ipotesi che nel caso di una sua Segreteria il PD si avvii verso l’ennesima scissione non appare così remota. Secondo Pasquino, “se i renziani mettono le proprie carte su Minniti e Minniti non vince, dato che nel frattempo stanno organizzando dei Comitati Civici, si può pensare che si tratti di una premessa per fare qualcos’altro fuori dal Partito Democratico. I Comitati Civici, per di più costituiti dall’ex-Segretario del partito, sono già un principio di scissione, o comunque una minaccia, come a dire che, se non dovesse vincere il loro candidato, loro sono pronti ad andarsene”. I precedenti, continua il Professore, “in verità non sono così positivi: Renzi voleva migliaia di Comitati Civici per il SÌ al Referendum Costituzionale; non so quanti ne siano nati, ma sta di fatto che il Referendum è stato perso seccamente. Nonostante i precedenti non siano molto positivi, a mio avviso questa è oggettivamente un’azione contro il partito”.

Il dibattito attuale tra le correnti del PD, incentrato soprattutto sui nomi e, in misura minore, sulla linea da seguire, non risponderebbe quindi alla questione fondamentale, ovvero la ricostituzione del partito. Il Professor Pasquino afferma che “il problema non riguarda una persona. Siamo di fronte ad una tematica enorme che si chiama immigrazione e che riguarda soprattutto l’Italia, ma non solo”. Si tratta di una tematica, continua Pasquino, “che non può avere una soluzione nazionale ma che deve necessariamente avere una soluzione europea”. A questo punto, quindi, “bisognerebbe chiedersi se chi diventerà Segretario del Partito sarà in grado di avere una credibilità nei confronti dell’Europa e fare cambiare politica all’Europa su alcuni passaggi”.

In conclusione, afferma Pasquino, “il partito dovrebbe ripartire dalla costruzione di una Sinistra plurale e una Sinistra plurale può essere o intorno al partito, ma in quel caso serve un rapporto di ascolto e interlocuzione, di comprensione e dibattito tra il dirigente e coloro che gli stanno attorno, oppure costituita in un partito plurale nel senso che si apre, ovvero, mantenendo i confini del partito, si dovrebbe aprire ad una serie di personalità che abbiano una qualche presenza sul territorio, non solo sulla televisione perché non è vero che il consenso passi solo attraverso la televisione”. La questione della presenza sul territorio è fondamentale: “il consenso, e la Lega lo sta dimostrando in maniera straordinaria, passa attraverso l’attività politica organizzata sul territorio con presenze dei più vari generi. È necessaria, quindi, una presenza plurale e presente sul territorio. Non bisogna chiudersi a Roma o in un qualsiasi bunker o in una qualsiasi stazione in disarmo, che si chiami Leopolda o in un altro modo”. Il partito, conclude Gianfranco Pasquino, “deve fare politica sul territorio, con persone che abbiano voglia, capacità e magari qualche esperienza di rappresentare pezzi di territorio: se uno pensa di vincere le elezioni in Trentino candidando la toscana Maria Elena Boschi vuol dire che non ha capito assolutamente nulla e che l’unica cosa che si voleva ottenere era mandare in Parlamento Maria Elena Boschi… quanto serva al Parlamento non so dirlo, ma di certo non serve al partito”.

Pubblicato il 24 ottobre 2015 su lindro.it

Quale partito per il prossimo segretario del PD?

Dalla rumorosa cavalcata di Veltroni nell’estate-autunno 2007 fino all’inusuale ri-elezione nel 2017 di un ex-segretario sconfitto al referendum costituzionale, le battaglie (impropriamente definite “primarie) per la conquista della segreteria del Partito Democratico hanno regolarmente eluso il tema di “quale partito” debba essere il PD. Tutti i potenziali segretari hanno raccontato qualche storia più o meno credibile, più o molto meno nuova, più o meno infiorettata, sulle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbero introdotto nel governo del paese. Con quale partito non si è saputo mai. Con quale successo lo si è visto poi. Nelle democrazie contemporanee, alla faccia di tutte le estemporanee analisi che accentuano la personalizzazione della politica (in Svezia? Norvegia? Danimarca? Finlandia? Germania? Gran Bretagna? tutte democrazie davvero pochissimo “personalizzate”, e altre se ne potrebbero aggiungere), che sostengono che i partiti sono spariti, che trovano, per assolvere gli italiani, inconvenienti simili alla sgangherata politica italiana un po’ dappertutto, i partiti continuano a esserci, in uno stato di salute accettabile, e quelle che chiamiamo crisi della democrazia sono problemi di funzionamento nelle democrazie. Quei problemi sono più evidenti e più gravi proprio laddove i partiti sono più deboli. Incidentalmente, le alternanze al governo non sono mai la causa dei problemi, ma neppure la loro magica soluzione. Marco Valbruzzi mi ha insegnato che quelle alternanze frequenti sono semplicemente il prodotto della competizione fra partiti indeboliti che non riescono a mantenere “fermo” il consenso ottenuto da una elezione alla successiva. La volatilità elettorale è inevitabilmente più alta dove i partiti sono “qual piume al vento” e non dove sono radicati. Sulla volatilità del consenso del PD, se i dirigenti del partito smettessero di raccontarci i loro sogni e studiassero un po’ di analisi elettorali, qualcosa potrebbero imparare. La prima lezione è, come si conviene, tanto elementare quanto fondamentale. Laddove l’organizzazione del partito tiene il consenso elettorale fluttua poco. La seconda lezione è quella operativa. Se i dirigenti del partito si occupano di cariche e di carriere e non della presenza organizzata sul territorio, anche le cariche e le carriere diventano a rischio. Allora, bisogna proteggerle con le candidature multiple e le nomine dall’alto. La legge Rosato ha avuto questo unico esito protettivo che, naturalmente, prescindeva dallo stato del partito ed è andato a scapito della rappresentanza politica.

La campagna per l’elezione del prossimo segretario è sostanzialmente già partita, “sottotraccia” dicono i retroscenisti, ma già narrata in maniera più o meno fake da giornaliste e giornalisti che hanno fonti amiche. Sappiamo di contrapposizioni fra persone, con l’obiettivo prevalente del due volte ex-segretario (e lo scrivo due volte apposta) di bloccare chi è a lui ostile, per un insieme di ragioni che nulla hanno a che vedere con le modalità con le quali sarà ricostruito il Partito Democratico oppure si porranno le premesse per un altro partito. Che Renzi e i renziani siano totalmente disinteressati al PD è lampante. Con grande loro compiacimento personale, hanno nel tempo consentito a Ilvo Diamanti di scrivere tre o quattro articoli su “Repubblica” centrati, pardon, sbilanciati proprio a favore del Partito di Renzi (PdR). Tuttavia, un partito è più di una fazione di carrieristi e, quando i carrieristi perdono, il deflusso di parte di loro, spesso senza un ancoraggio sul territorio (anche perché paracadutati), è fisiologico, alla ricerca di chi offrirà altre opportunità di carriera. Qui sta, naturalmente, il problema di come (ri)costruire il partito sostituendo parte grande di quella classe dirigente. Dal mio allievo Angelo Panebianco ho imparato molto tempo fa che i partiti non possono mai cambiare completamente. Cambiano attraverso spostamenti interni che producono nuove coalizioni dominanti. In questo modo, è nato, frettolosamente e balordamente, nonostante le critiche apertamente rivoltegli, il PD.

Probabilmente, gli spostamenti cominceranno a fare la loro comparsa al momento delle candidature alla segreteria. In particolare, non tanto curiosamente, conteranno le “desistenze” a favore di chi. L’ultimo ex-segretario vorrà certamente continuare, scrivono le giornaliste, a dare le carte, ma quante carte gli saranno restate? Il punto, che dovrebbe preoccupare di più chi pensa che senza partiti e senza un’opposizione strutturata sul territorio nessun sistema politico può funzionare in maniera decente e nessuna democrazia può avere una qualità accettabile, è che i candidati dovrebbero formulare prioritariamente con il massimo di chiarezza possibile la loro idea di partito e non annunciare un programma di governo, per un governo che senza un partito decente non formeranno mai. Schematicamente (estesamente, riflessioni e proposte di notevole qualità si trovano nel volume di Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Regole e democrazia interna del PD, di prossima pubblicazione), ecco i temi da trattare: iscritti, sedi, attività, modalità di consultazione e decisione, procedure per la scelta dei dirigenti e dei candidati, e, oso al massimo, “cultura politica” (quindi, anche strumenti per la formazione). Nulla di tutto questo è particolaristico e specialistico. Questa è politica: come rapportarsi alle persone, come rappresentarne idee, preferenze, emozioni, come contribuire alla loro capacità di comprendere e di fare politica. Per rendere meno sgradevole l’inverno del nostro scontento.

Pubblicato il 7 settembre 2018 su PARADOXAforum

Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Pubblicato il 18 agosto 2018

Due o tre cose da sapere sulle democrazie parlamentari

Nelle democrazie parlamentari, il governo, bisogna continuare a dirlo e a ripeterlo, è espressione del Parlamento. Non è eletto dal popolo. Del Parlamento deve godere la fiducia e mantenerla. Se la perde, può essere sostituito da un altro governo che abbia una maggioranza in Parlamento. Tranne pochissimi casi, quelli anglosassoni caratterizzati da bipartitismo, i governi delle democrazie parlamentari sono formati da coalizioni di partiti. Una volta inaugurati, tutti i governi delle democrazie parlamentari sono a capo di una maggioranza parlamentare e la guidano. Quei governi hanno il dovere politico di attuare un programma. Lo faranno attraverso appositi disegni di legge. Nelle democrazie parlamentari, non sono i parlamentari, per quanto bravi e competenti, a fare le leggi. È il governo, che ha ricevuto un mandato, a elaborare le leggi. Il parlamento le discute, le emenda, le può, nei limiti definiti dal governo, cambiare, infine le approva (o respinge).

Il programma del governo non può mai essere il programma di un solo partito, ma un compromesso, parola nobile, fra i programmi che i partiti facenti parte della coalizione hanno presentato agli elettori durante la campagna elettorale. Ciascuno dei parlamentari di ciascuno e di tutti quei partiti deve sapere che è stato eletto, soprattutto laddove la legge elettorale è proporzionale, com’è il caso praticamente di tutte le democrazie parlamentari ad esclusione di quelle anglosassoni, grazie al fatto che gli elettori hanno scelto il partito che li ha candidati e, più o meno indirettamente, hanno preferito il programma di quel partito. Dopodiché, il problema è che il programma di un governo multipartitico differisce, in verità, mai in maniera esagerata, comunque, non diverge, dai programmi di ciascuno dei partiti contraenti. A quel punto, senza troppi tentennamenti e furbizie, prese di distanza e opportunismi, ciascuno dei parlamentari deve decidere, “senza vincolo di mandato”, se accettare il programma del governo al quale partecipa il partito che lo ha sostanzialmente fatto eleggere oppure se non può e/o non vuole. Quello che non dovrebbe essergli consentito è di impegnarsi in una quotidiana guerriglia parlamentare contro il governo rimanendo dentro il suo gruppo e diventando un franco tiratore.

A loro volta, i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari debbono richiedere, esigere il sostegno e il voto dei loro parlamentari su tutte le materie concordate con i dirigenti degli altri partiti e confluite nel programma di governo. Fin qui il rapporto cruciale fra governo e sua maggioranza parlamentare per l’attuazione del programma concordato che discende in maniera abitualmente considerevole dai programmi dei singoli partiti. La richiesta di disciplina di voto e, qualche volta, di un voto di fiducia, per chiudere la discussione, per fare cessare l’ostruzionismo dell’opposizione, per imporre la decadenza degli emendamenti (spesso stilati da agguerriti gruppi di pressione), è, per lo più, sostanzialmente giustificata e l’indisciplina dei parlamentari risulta indisponente, pelosa e stigmatizzabile. Tutt’altro discorso va fatto quando all’attenzione dei parlamentari il governo pone, per una molteplicità di ragioni, tutte da verificare e da discutere, materie che non si trovano né nel programma di un partito né nel programma dello stesso governo. Allora, sia i dirigenti dei partiti e i capi dei gruppi parlamentari sia il governo e i suoi Ministri il voto di ciascun parlamentare (anche se molti sono già in partenza sufficientemente ossequienti, pronti a qualsiasi prostrazione) debbono conquistarselo. Al proposito, la rappresentanza politica fa, mi spingo più in là, deve fare aggio sulla disciplina di partito e, in un certo senso, di governo.

Il parlamentare può anche decidere di non votare un provvedimento che ritiene contrario al programma del suo partito, che ritiene inaccettabile dai suoi elettori le cui preferenze è giunto a conoscere durante la campagna elettorale, che va contro i suoi personali principi, contro la sua coscienza (e che spiegherà facendo ricorso anche alla sua scienza ovvero ai suoi studi e alle sue conoscenze). Il dissenso argomentato è il sale delle democrazie, ovviamente anche parlamentari. Sovvertire il rapporto fra governo e parlamento asserendo la preminenza del secondo sul primo, sempre e comunque, negando al governo la prerogativa di fare appello alla fiducia e togliendoli gli strumenti, fra i quali il ricorso alla decretazione d’urgenza (ovviamente soltanto in casi “straordinari di necessità”), può significare la trasformazione di una democrazia parlamentare in una pericolosa sbandante democrazia assembleare. Questo è, temo, il pericolosissimo approdo della analisi di Umberto Curi. Potrebbe anche finire per essere, a memoria di un futuro prossimo, l’esito di un governicchio di neanche abbastanza grande coalizione — i numeri parlamentari al momento sono chiaramente insufficienti– fra Partito Democratico e suoi cespugli e Forza Italia. Anche questa è una cosa che so, che riguarda i comportamenti, non la struttura del Parlamento, e che, di conseguenza, non sarebbe evitata, ma, peggio, accentuata in un Parlamento (a funzionamento) monocamerale, come quello che sarebbe conseguito dal “sì” al referendum costituzionale.

Pubblicato 8 febbraio su PARADOXAforum


Gli errori a ripetizione dei Dem

Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.

Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.

Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.

Pubblicato il 7 novembre 2017

Restano i nominati e altri obbrobri

Il fatto

Cancellando il ballottaggio, l’elemento davvero distintivo rispetto al Porcellum, la Corte Costituzionale ha strappato il cuore dell’Italicum. Non è chiaro perché i renziani gongolino dicendo che è stato salvato il premio di maggioranza la cui soglia per ottenerlo, rimasta ferma al 40 per cento, non sarà attingibile da nessuno tranne da Luca Lotti che sostiene che il 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale sono tutti del suo capo. Seppure in maniera tormentata, la Corte ha fatto molto di più. Ha scoperto una disposizione di sessant’anni fa (grazie archivisti archeologi), per conservare le obbrobriose candidature multiple, fino a dieci collegi, preziosa eredità berlusconiana, stabilendo, però, che i supercandidati, almeno nove volte su dieci inevitabilmente anche paracadutati/e, non potranno scegliere ad libitum (che non sarebbe loro, ma del capo) dove desistere e dove insistere, ma, “allo stato”, vale a dire fino a che non si troverà un altro escamotage, dovranno sottostare al “criterio residuale del sorteggio”. Più precisamente, andranno a rappresentare un collegio a caso.

Nel complesso, la rappresentanza politica degli italiani sarà affidata a due tipi di deputati: un 65 per cento o poco più di nominati, sui quali faremo affidamento per contenere il fenomeno del trasformismo (nominati e nominate saranno molto leali nei confronti di chi ha il potere di rinominarli/e); un 35 per cento di eletti che si sono conquistato il seggio grazie alle preferenze. Che l’esistenza di capilista bloccati e di pluricandidati vada a cozzare contro il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione italiana vigente), in questo caso di eguaglianza fra i candidati stessi nella competizione elettorale, evidentemente alla maggioranza dei giudici non deve essere sembrato un problema. Se esistesse la possibilità per i giudici costituzionali italiani di esprimere a chiare lettere sia le loro motivazioni concorrenti con la sentenza firmata dalla maggioranza sia le opinioni dissenzienti, i cittadini italiani imparerebbero molto sui criteri che i giudici adottano. Potrebbero addirittura scoprire che, mentre alcuni di noi, malpensanti, attribuiamo le decisioni a motivazioni politiche, i giudici seguono solidissime interpretazioni giuridiche, anche se, in materia elettorale, proprio tutte giuridiche non possono essere.

Infine, la maggioranza della Corte ha risposto anche ad una domanda politica che era/è nell’aria: “quando si può andare a votare?”. Risposta perentoria della Corte: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sul punto, avrei più di una riserva. Possibile che non sia necessario un passaggio parlamentare con il quale il testo dell’Italicum viene riscritto con i tagli impostigli dalla Corte? Già sembra opinione largamente, ma non unanimemente, condivisa, che il massacro del Porcellum abbia dato vita a una legge “suscettibile di immediata applicazione” al Senato, il cosiddetto Consultellum. Tuttavia, poiché le due leggi, ancorché entrambe proporzionali , contengono differenze non marginali, soprattutto per le clausole d’accesso al Parlamento (un misero 3 per cento alla Camera e un cospicuo 8 per cento al Senato) e per l’attribuzione del premio in seggi, rimane aperta la necessità segnalata con forza (sic) dal Presidente Mattarella: armonizzare i due testi di legge al fine di evitare la presenza di una maggioranza alla Camera diversa da quella al Senato.

Lasciando l’esultanza a chi vuole andare il più presto possibile a elezioni anticipate, due problemi meritano di essere sobriamente segnalati. Il primo riguarda chi debba scrivere le leggi elettorali: il Parlamento o la Corte Costituzionale? Se il Parlamento dimostra la sua incapacità, è inevitabile che “il giudice delle leggi” diventi anche il produttore di quella specifica legge, ma lo fa di risulta potendo operare soltanto a partire da (brutti) testi già esistenti con esiti che, probabilmente, non hanno soddisfatto appieno nessuno dei giudici costituzionali. Secondo problema: nuove elezioni fatte con leggi che contengono non pochi inconvenienti comportano, da un lato, la possibilità di un esito balordo per un po’ tutti i partiti (e gli elettori); dall’altro, che il discorso sulla legge elettorale riprenderà e continuerà con acrimonia anche dopo il voto. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” non è, però, una consolazione per i cittadini elettori costretti a usare strumenti elettorali raffazzonati e inadeguati e a subire le conseguenze del malgoverno.

Pubblicato il 28 gennaio 2017

Italicum: dialogo tra un Giudice costituzionale e uno Scienziato politico

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Scienziato: Non solo, caro Giudice, ci avete messo un sacco di tempo per partorire un topolino, ma adesso vi date addirittura quindici giorni (le motivazioni della sentenza saranno pubblicate il 10 febbraio) per stendere il testo completo.

Giudice: Manca il personale. Ah, no: questo non lo credete. Dirò, allora, che c’erano dissensi tecnici e politici. Insomma, il Parlamento opera lentamente dietro muri di ignoranza e da noi volete una rapida supplenza senza accondiscendenza addirittura in piena trasparenza?

S: A me, in una delle poche riforme sulle quali sono d’accordo con Rodotà, piacerebbe leggere non solo le motivazioni della maggioranza, ma le motivazioni eventualmente concorrenti, ancorché differenti, e soprattutto le opinioni dissenzienti. Vorrei portarvi a Filadelfia (dove fu scritta la Costituzione USA) e non lasciarvi sul Partenone.

G: Perché sul Partenone?

S: E dov’altro si poteva ricorrere al sorteggio se non là dove uomini bianchi, cresciuti agli insegnamenti dei filosofi, benestanti, leggermente abbronzati e profumati, di status eguale, erano disponibili ad accettare il sorteggio per le cariche elettive? Invece, il sorteggio attraverso il quale stabilire il collegio di cui il pluricandidato sarà rappresentante sembra alquanto orwelliano.

G: Non le pare di esagerare, scienziato, perché chiamare in causa Orwell, mica siamo nella Fattoria degli animali?

S: Come no! Tutti i candidati sono eguali, ma alcuni sono più eguali di altri. Infatti, ce ne saranno molti che continueranno a godere delle pluricandidature e molti che saranno capilista bloccati. Alquanto scandaloso. Forse va anche contro il principio di eguaglianza dell’art. 3 della Costituzione che noi referendari del NO abbiamo appena salvato.

G: Nell’art. 3 mica sta scritto che tutti i cittadini candidati sono eguali davanti alla legge elettorale. L’eguaglianza l’abbiamo recuperata con quello che lei critica: il sorteggio. Pensi come sarà divertente.

S: Divertente, non so, ma, sostanzialmente, privo di rischi per l’elezione dei pluricandidati, inesorabilmente, anche pluriparacadutati e, soprattutto, privo di opportunità per gli elettori che non potranno bocciarli.

G: Sottigliezze le sue, scienziato dello stivale italico. Guardi al nostro intervento più incisivo: l’abolizione del ballottaggio. Non vede che con un colpo di forbici abbiamo ridato al paese l’agognata proporzionale?

S: Tanto per cominciare io non l’agognavo per niente. Secondo, il ballottaggio era, quasi esattamente come per l’elezione dei sindaci, uno strumento importante nelle mani degli elettori partecipanti che acquisivano il potere di decidere a chi consegnare il potere di governarli. L’avete tolto perché temevate che il prossimo governo fosse a Cinque Stelle.

G: Oh, no, scienziato, noi non facciamo politica, suppliamo alle carenze oramai drammatiche della politica. Adesso, aspettiamo che i parlamentari in carica “armonizzino” la legge per la Camera con il Consultellum che abbiamo già scritto per loro tre anni fa. Che cosa volete di più?

S: Continuo a volere un Europaeum, vale a dire una legge sul modello di quelle che, in Francia, doppio turno in collegi uninominali, e in Germania, proporzionale personalizzata son soglia di accesso al Bundestag, hanno dato ottima prova di sé.

G: Ma, allora, visto che si unisce alle nostre schiere? Anche lei arriva sul Partenone. La avrà quella legge elettorale, la avrà: alle calende greche.

Pubblicato il 26 gennaio 2017 su FuturoQuotidiano

#2017iscoming Sul nuovo anno l’ombra lunga del vecchio

L’anno 2017 sta per cominciare, ma il 2016 non ha intenzione di finire. L’ombra lunga di tre avvenimenti diversamente importanti inciderà non poco per tutto l’anno (e oltre). Né i britannici né l’Unione Europea sanno esattamente come venire a capo della Brexit. La transizione da impresario televisivo e palazzinaro a Presidente degli USA riguarda non soltanto Donald Trump, ma il mondo e i suoi molti problemi. L’apprendistato rischia di essere lungo, tormentato e pericoloso. Gli sconfitti del referendum costituzionale italiano non hanno riflettuto sulle loro drammatiche inadeguatezze e preparano non rimedi, ad esempio, una legge elettorale decente, ma vendette.

Auguri 2017 !

Perché serve abbassare i toni

Corriere della sera

E’ legittimo che gli operatori economici internazionali, fra i quali includo sia le banche sia le agenzie di rating sia i due grandi quotidiani economici anglosassoni: “Financial Times” e “Wall Street Journal”, mostrino grande interesse per l’esito del referendum costituzionale italiano. E’ anche comprensibile che siano preoccupati da eventuali conseguenze destabilizzanti derivanti da quell’esito. Persino accettabile è la loro convinzione, pur non sempre sostenuta da argomenti forti e conoscenze approfondite, che il voto favorevole alle riforme costituzionali costituisca un passo avanti importante per la stabilizzazione del governo in carica e per un miglior funzionamento del sistema politico.

Gli operatori economici internazionali sono, non necessariamente perché lo vogliono essere, parte del problema. Infatti, le loro valutazioni, influenzate anche dalle prese di posizione dei detentori di alcune cariche importanti come, ad esempio, l’Ambasciatore USA e, direi, di conseguenza, l’ormai ex-Presidente Obama, contribuiscono sia ad accrescere le tensioni fra il sì e il no sia a fare salire la posta. In gioco non sono più soltanto quelle specifiche riforme e la loro eventuale modernizzazione della Costituzione, ma la credibilità dell’Italia e l’efficacia anche del suo sistema economico. Com’è facile notare dalle riserve che la Commissione europea ha manifestato relativamente alla Legge di Stabilità italiana, la credibilità del governo si misura anche, al di là di qualsiasi altra considerazione, sulla sua capacità di mantenere gli impegni presi (anche quelli dello zero virgola). Molti dei numeri di quella Legge di Stabilità riflettono anche le prestazioni di un sistema economico la cui produttività non può essere accertata e dimostrata ricorrendo semplicisticamente a qualche algoritmo. Nel frattempo, il dibattito italiano e i sondaggi sembrano avere già prodotto qualche effetto sugli atteggiamenti e sulle aspettative degli operatori economici internazionali.

La maggior parte di loro sembra avere superato la fase iniziale di grande allarmismo. Il testa a testa fra i due schieramenti, con una costante prevalenza del no, ha già suggerito a molti di ridefinire le loro previsioni e di iniziare a pensare il corso d’azioni necessarie se effettivamente vincesse il no. Dall’allarmismo a una strategia di limitazione dei danni il passo non è facile, ma può essere necessitato ed è meglio che sia preparato in anticipo. Se questa è la nuova condizione degli operatori economici internazionali, allora i sostenitori del sì, a cominciare dal governo, si trovano con un’arma relativamente spuntata. Non possono più, esagerando, chiedere agli italiani un voto che serva al tempo stesso a riformare le istituzioni e a dissipare la sfiducia di quegli operatori. Anzi, per mantenere quella fiducia, che va a vantaggio dell’intero paese, dovrebbero abbassare i toni e smettere di ipotizzare scenari catastrofici in caso di sconfitta.

Un discorso non molto dissimile vale per i sostenitori del no. Una volta preso opportunamente atto che l’Italia si trova in un mondo globalizzato e in una Unione Europea che la vorrebbe stabile e performante, i sostenitori del no dovrebbero cessare subito di demonizzare le banche d’affari, le agenzie di rating, gli americani e tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, esprimono preoccupazioni. Dovrebbero, al contrario, dichiarare che anche nel caso di una vittoria del no non ci saranno rese dei conti politici né stravolgimenti economici, che la posta in gioco è data, in effetti, dalle modifiche costituzionali e non necessariamente dalla vita del governo e che il post-referendum si svolgerà all’insegna delle norme costituzionali vigenti nell’interpretazione che ne darà il Presidente della Repubblica. Insomma, il sì e il no hanno la concreta possibilità di ridurre congiuntamente qualsiasi impatto negativo, sulla politica e sulla economia della vittoria del no, poiché questo è l’esito finora più temuto dagli operatori economici internazionali. Che almeno tutti ne siano pienamente consapevoli.

Pubblicato il 25 novembre 2016

I commenti e la “farina” dei giudizi

Faccio molta fatica a vedere dove sta lo scandalo se un commentatore del “Financial Times” scrive che le riforme costituzionali di Renzi sono “un ponte verso il nulla”. Faccio molto meno fatica, ma provo parecchio fastidio, quando la stampa italiana, i suoi commentatori, i guru televisivi riportano con grande rispetto ed esagerato provincialismo qualsiasi affermazione delle banche d’affari USA, delle agenzie di rating, di qualche ambasciatore, di alcuni professori di storia (ma non di geografia) non particolarmente noti per essere esperti della complicata politica italiana. Nessuno che si chieda mai da dove traggono le loro opinioni i diversi commentatori della politica italiana, compresi, sia chiaro, i corrispondenti delle varie testate estere? Possibile che nessuno sappia e dica alto e forte che molto dipende dalle fonti alle quali attingono i giornalisti che, spesso, in questa come in troppe altre occasioni, fanno affidamento su qualche battuta scambiata al telefono con uno, lo dirò proprio così, di noi, incontrato per caso, sembrato simpatico e persino autorevole, ma i cui giudizi dovrebbero pur sempre, non tanto essere accompagnati da giudizi contrapposti, ma da un minimo di controllo sulla loro corrispondenza alla realtà?

È plausibile che faccia male io a sostenere che tanto il “Wall Street Journal” e la banca d’affari JP Morgan quanto l’Ambasciatore USA e l’agenzia di rating Fitch hanno sostanzialmente utilizzato poche affermazioni raccogliticce piuttosto che ricorrere a informazioni e dati che nel loro paese verrebbero accuratamente controllate? No, sono i giornalisti italiani che sbagliano a riportare queste opinioni senza chiedere, basterebbe anche una semplice telefonata, grazie a quale fonte: persona, libro, ricerca, sondaggio, Facebook e Twitter, sono state elaborate quelle interpretazioni e, nel caso del referendum, le valutazioni sia delle riforme costituzionali sia, non soltanto qualora risultasse vittorioso il NO, delle conseguenze.

Naturalmente, alcuni degli studiosi italiani di politica e di economia sono noti all’estero. Vengono più o meno spesso intervistati. Scrivono articoli e pubblicano libri, in inglese, il che accresce le loro probabilità di essere letti. Tuttavia, per ottenere il doppio esito di influenzare le opinioni altrui ed essere citati è indispensabile che le loro opinioni e le loro ricerche siano affidabili e, in misura, più o meno grande, comunque sempre variabile, appaiano convincenti, dotate di potere esplicativo. Nel pieno della crisi 1992-1994, il famoso, abitualmente definito “autorevole”, settimanale inglese “Economist” mi intervistò, si appropriò della mia valutazione: “La crisi è creativa”, e la utilizzò, senza citarmi. Molti, in Italia, invece, citarono l’Economist per lo più in maniera approvativa. Se, adesso, il “Financial Times” indirettamente utilizza come fonte un lungo commento, di cui sono stato autore unitamente a Andrea Capussela, pubblicato e visibile sul sito della London School of Economics, non posso che esserne lieto. Condivido quasi tutte le valutazioni che l’autore dell’articolo del FT dà delle riforme costituzionali di Renzi, ma non sono un’eminenza grigia e neppure un suggeritore. L’articolo è e rimane (apprezzabile) farina del sacco dell’autore inglese. Chi non condivide produca altra, controllabile e migliore farina!

Pubblicato AGL 7 ottobre 2016