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Ulivisti, riflettete sul passato e andate oltre

I nostalgici dell’Ulivo sono fra i perdenti di un referendum che hanno maldestramente e tardivamente appoggiato con riferimento a loro vaghe tesi istituzionali di vent’anni fa. Qualcuno vuole riesumare un’esperienza mal guidata e sconfitta. Meglio di no.

Crisi di governo: occasione di innovazione e creatività o ribollita?

Le crisi di governo potrebbero essere occasioni di innovazione e di creatività. Se finiscono in un re-incarico di un Primo ministro che si è dimesso per una volta tenendo fede ad una promessa, saremo di fronte ad una minestra malamente riscaldata, ad una indigeribile ribollita.

Scenario istituzionale post-referendum 12 dicembre ISIT Cento #Ferrara

GIANFRANCO PASQUINO
Professore emerito di scienza politica all’Università degli Studi di Bologna
attualmente James Anderson Senior Adjunct professor alla SAIS-Europe di Bologna

parlerà
all’ISIT “Bassi-Burgatti” di Cento

dello
Scenario istituzionale post-referendum
Elezione e poteri della Camera dei deputati e del Senato della repubblica

cattura

La campanella delle risorse politiche

nenni-blog

“I voti contano, le risorse decidono” è il titolo di un breve, ma densissimo articolo scritto da un famoso studioso di scienza politica norvegese: Stein Rokkan. Fra le risorse, nient’affatto improprie (non, ad esempio, le fritture di pesce à la De Luca o altri scambi clientelari, promesse di “quel che vi do, ma, soprattutto, quel che non vi darò”), Rokkan includeva in modo particolare la rete di rapporti fra partiti e governi con i sindacati e con le associazioni industriali, più in generale con la società civile. Credo, però, che a quarant’anni dalla pubblicazione di quell’articolo, Rokkan (deceduto prematuramente nel 1979) non avrebbe nessuna obiezione a includere, anche sulla base delle ricerche successive ai suoi tempi, risorse come il prestigio, le aspettative positive, la credibilità, il consenso basato anche sulle prestazioni passate, la competenza. Certo, non è facile precisare e soppesare queste risorse, ma sicuramente ciascuna di loro conta in politica come e qualche più dei voti e, naturalmente può contribuire ad accrescere quei voti e farli pesare di più.

In Italia, dopo l’esito referendario, i più accaniti sostenitori di Renzi hanno, da un lato, attribuito a Renzi tutti i voti conseguiti dal SI’, vale a dire 13 milioni 432 mila, dall’altro, hanno sostenuto in maniera davvero arbitraria che quello è il bottino dal quale il Partito Democratico potrà fare ripartire la sua politica. Sono due affermazioni assolutamente controvertibili, ma anche rivelatrici di una scheletrica concezione della politica. Dunque, prima considerazione, si riconosce implicitamente che la campagna referendaria di Renzi è stata effettivamente condotta con intenti plebiscitari che, incidentalmente, denunciai fin dal maggio (si vedano i miei interventi ora raccolti in NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme, Per migliorare la politica e la vita, Edizioni Epoké 2016, anche e-book). Se la richiesta tambureggiante e assillante di voti a sostegno della sua leadership, delle sue riforme, della sua concezione della politica è andata molto oltre quella di un voto per il Partito Democratico, allora non sarà il PD a ripartire da quei voti, ma il Partito di Renzi. Questo è tanto vero che, seconda considerazione, non sono mancati inviti a Renzi di essere lui a uscire dal PD, lasciandolo alle minoranze e lanciando un nuovo veicolo elettorale che soltanto lui può guidare. Che poi quel veicolo abbia comunque bisogno, soprattutto se svincolatosi dalle minoranze interne, dell’appoggio nient’affatto insignificante di Alfano, di Verdini e di non proprio pochi elettori di Forza Italia, è sfuggito agli interessati, nient’affatto interessanti, apologeti di Renzi e del renzismo, gettatisi sulla strada del Partito della Nazione.

Rokkan, studioso gentiluomo, non si preoccuperebbe di venire utilizzato a sostegno della mia tesi, cioè che alla politica italiana dei numeri, manca l’apporto delle risorse: prestigio, aspettative, consenso e, ma non vorrei esagerare, empatia. Infatti, gli imponenti numeri del NO, assolutamente imprevedibili e largamente inaspettati, contengono non soltanto la bocciatura delle riforme costituzionali, ma anche un rigetto, quasi antropologico (aggettivo piuttosto logorato), proprio della leadership di Renzi, del suo stile, delle sue modalità. Amareggiato, è stato lo stesso Renzi a riconoscere questo elemento: “non credevo di essere tanto odiato”. Allora, i numeri contano, ma, forse, non sono tutti di Renzi. Se, però, le risorse contano anch’esse e decidono, allora per mantenere quei numeri e per trovare altri voti e i necessari alleati, qualcuno dovrà comunicare a Renzi che deve acquisire la statura e i comportamenti di un leader democratico che convince prima di e per vincere.

Non sembra che questa strada sia stata imboccata, ma già si vede dietro l’angolo il primo test: la soluzione della crisi di governo e il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio al suo successore, come Renzi ha detto, “allegramente”. Lasciamo a Luca Lotti, il braccio destro armato di Renzi, la misurazione del tasso di allegria del suo datore di lavoro.

Pubblicato l’8 dicembre 2016 su Il Blog della Fondazione Nenni

Cittadini con lo scettro

paradoxaforum

Non ce la raccontiamo. Nei referendum vince chi ottiene più voti. Tutto il resto sono favole, pardon, narrazioni, infondate, anzi, sfondate. Poi, è giusto tornare alla definizione della situazione e del quesito. Già, gli elettori, spesso, valutano anche il quesito. Sembra, quindi, davvero bizzarro sostenere che moltissimi elettori del NO non abbiano avuto come motivazione prevalente, non necessariamente esclusiva, quella di bocciare le riforme brutte e un tantino pericolose, perché concentranti, più o meno surrettiziamente, potere nelle mani dell’esecutivo. Quando poi il capo di quell’esecutivo personalizzava al massimo la sua prolungatissima (alla faccia della riduzione dei costi della politica) campagna referendaria portandola più volte nell’arena del plebiscitarismo, ovvio che moltissimi elettori abbiano deciso di votare contro il plebiscitante per mandarlo a casa.

Il primo dato interessante e, in un certo senso, decisivo viene dall’analisi del voto per fasce d’età. Il governo giovanilistico è stato bocciato dall’81 per cento degli under 34 e sostenuto dal 53 per cento degli over 55 che, forse, sperano di ingraziarselo e di evitare la rottamazione. La verità è, piuttosto, che gli anziani temono l’instabilità politica più dei giovani i quali, probabilmente, hanno pensato che un governo inadeguato, fatto di promesse senza prestazioni, dovesse essere sostituito senza rimpianti.

L’assenza di prestazioni atte a cambiare la loro situazione deve essere state motivante in praticamente tutte le aree del Sud, ad esempio, in Campania: 69 per cento NO; 31 per cento SI’, ossia un esito molto difforme da quello nazionale: 59 e qualcosa NO contro 40 e qualcosa per il SI’ . Evidentemente il governatore De Luca e i suoi seguaci non sono riusciti a reperire abbastanza fritture di pesce da offrire ai loro attuali e potenziali “clienti”. Non vorrei spingermi fino a sostenere, anche se mi piacerebbe, che questo referendum costituzionale potrebbe segnalare l’inizio della fine delle politiche clientelare. Temo, infatti, che, non soltanto in Campania, quei comportamenti facciano la loro ricomparsa nelle prossime elezioni politiche (in attesa di conoscere la nuova legge elettorale).

Quasi sicuramente l’interpretazione del voto più balorda e più partigiana (quella di un partigiano “cattivo” per ricorrere all’indimenticabile distinzione formulata dalla Ministro Boschi) è stata fornita dal sottosegretario Luca Lotti, renzianissmo della prima ora (all’ultima lo aspetteremo). Il Partito Democratico può ripartire dal 40 per cento come se i voti al SI’ fossero stati dati tutti a Renzi ovvero, meglio, al PD di Renzi (PdR). Senza tralasciare che questa interpretazione è una conferma inconsapevole del carattere plebiscitario dato da Renzi alla consultazione referendaria, i dati dicono che quel 40 per cento di voti hanno una provenienza almeno in parte di centro-destra (metà dell’elettorato dell’NCD, più del 20 per cento di Forza Italia, circa il 10 per cento di Lega e Fratelli d’Itali), sostanzialmente elettori che, come ho scritto sopra, hanno deciso di votare le riforme per timore di un effetto negativo sul governo (di cui fanno parte l’NCD e, informalmente, i verdiniani) e timorosi di eventuali gravi conseguenze economiche, naturalmente allarmisticamente esagerate, che non ci sono state. Insomma, il Partito Democratico continua a stare dov’è da parecchio tempo, intorno al 30 per cento o poco più.

Seguendo, da parte mia, molto malvolentieri, i nient’affatto pii, ma deliberatamente manipolatori, desideri di Lotti, il PD non dovrebbe in nessun modo assecondare coloro che, a cominciare da Napolitano (uno dei grandi sconfitti del referendum),vorrebbero cambiare l’Italicum scarnificandolo del premio di maggioranza. Quell’ottima legge elettorale che, secondo il (ex-)Presidente del Consiglio, tutta l’Europa c’invidia e mezza Europa imiterà, verrà invece modificata, se non addirittura cestinata. Al 40 per cento più uno il PD da solo non ci arriva proprio e il ballottaggio con le Cinque Stelle, che hanno portato al NO quasi tutto il loro elettorato, salvo marginalissime defezioni, continua a essere rischiosissimo. E’ difficile, e quasi sicuramente sbagliato, immaginare che il voto politico rifletterà il voto referendario. Altri protagonisti, altre tematiche, altre circostanze: faremmo un gravissimo torto democratico all’elettorato italiano se pensassimo che non valuta la posta in gioco. Il 4 dicembre ha saputo farlo, molto bene, affluendo alle urne con intenzione e convinzione. La vittoria è sua.

Pubblicato il 6 dicembre 2016 su ParadoXaforum

Renzi, molto ambizioso ma poco responsabile

LINKIESTA

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA

«Renzi è rimasto in carica più di mille giorni, credo che possa ritenersi soddisfatto». Mentre il presidente del Consiglio si prepara a lasciare Palazzo Chigi, il noto politologo Gianfranco Pasquino non sembra avere grandi rimpianti. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della sinistra indipendente e dei progressisti, Pasquino ricorda errori e contraddizioni dell’ex rottamatore appena sconfitto al referendum costituzionale: dall’eccessivo protagonismo all’incapacità di selezionare una classe dirigente adeguata. Il giudizio di Pasquino, che in questa campagna ha sostenuto con forza le regioni del No, è a tratti impietoso: «Berlusconi aveva carisma, per Renzi parlerei piuttosto di fortuna». Sullo sfondo, resta il futuro incerto del segretario del Pd. «Ma alla fine – continua il politologo – non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica».

Professor Pasquino, non siamo ancora ai titoli di coda del renzismo. Forse il presidente del Consiglio dimissionario rimarrà sulla scena e avrà il tempo di trovare la sua rivincita. Eppure la clamorosa sconfitta al referendum chiude in maniera evidente una fase politica.

Sì, credo che si possa dire così. Se Matteo Renzi pensava di cambiare la politica italiana a colpi d’accetta e con grande velocità, l’operazione non gli è riuscita. Forse gli è mancata un po’ di saggezza.

Resta un’esperienza politica significativa, destinata a lasciare il segno. Eppure velocissima. Dall’ascesa di Renzi alla sua sconfitta sono passati solo tre anni.

Sono cambiati i tempi della società, del mondo globale. E inevitabilmente sono cambiati anche quelli della politica italiana. Renzi ha bruciato i tempi. In ogni caso è rimasto in carica per poco più di mille giorni, credo che possa essere soddisfatto. Il suo è uno dei cinque governi più longevi della storia repubblicana. Una nota a piè di pagina sui libri di storia se l’è guadagnata anche lui.

Il renzismo come fenomeno politico. Tra gli aspetti caratteristici c’è l’idea di un uomo solo al comando. Anche nell’ultima campagna elettorale Renzi ha giocato la partita da unico protagonista. È d’accordo?

Questa è stata una sua scelta. Uno stile personalistico che Renzi ha sempre avuto, fin da quando era presidente della provincia di Firenze. Lui non ha mai voluto contare fino in fondo sul partito. Lo ha conquistato, ma ne è rimasto sempre fuori. Ha sempre pensato di poter fare a meno del Partito democratico. Lo teneva da parte, non ne ha mai tenuto conto. E in questo è stato confortato dal successo alle Europee del 2014, che effettivamente è stato un suo successo personale. In quell’occasione il Pd era al 30-31 per cento, ma lui è stato in grado di portarlo fino al 40 per cento.

Forse uno degli errori di Renzi è stato proprio questo? La personalizzazione e l’assenza di un gruppo dirigente all’altezza?

Il gruppo dirigente all’altezza lo avrebbe anche trovato, se solo lo avesse cercato. Invece ha preferito circondarsi di debuttanti, personalità prive di esperienza politica. Penso a Maria Elena Boschi, a Lorenzo Guerini. Anche a Luca Lotti, che dicono essere il suo potentissimo braccio destro. Si è affidato a una classe dirigente di neofiti.

C’è un tema che ritorna nella carriera politica di Renzi. Se la sua ascesa politica si è caratterizzata per gli slogan sulla rottamazione, la sua ultima campagna elettorale si è incentrata sulla lotta alla Casta.

Ed è stata un’operazione poco credibile. Se si vogliono elencare i sostenitori della riforma, al primo posto troviamo proprio Giorgio Napolitano, eletto in Parlamento nel lontano 1953. Poi c’è Luciano Violante, entrato a Montecitorio nel 1979. Seguono i due ex presidenti di Camera e Senato Pierferdinando Casini e Marcello Pera. Ci metterei dentro anche Fabrizio Cicchitto, anche lui un grande sostenitore della riforma, un altro parlamentare di lungo corso. Vede, in questa strategia della rottamazione c’è una grande contraddizione: al referendum sono stati gli elettori sopra i sessant’anni a votare con più convinzione per il Sì. Mentre i giovani sotto i trent’anni hanno votato in prevalenza per il No.

Eppure Renzi ha portato un gran cambiamento nella politica italiana, non è d’accordo? Un premier giovane, tra slide e tweet, in grado di prendere le distanze dai rituali ingessati di Palazzo.

Naturalmente la rappresentazione mediatica era un suo obiettivo. In ogni caso credo che si possa fare qualche tweet e al tempo stesso svolgere la politica con una certa dignità, offrendo un’immagine di serietà. Ma in Renzi questo si è visto poco, contava di più la spettacolarizzazione.

Il presidente del Consiglio ha sempre sofferto l’assenza di una legittimazione elettorale. E alla fine l’affannosa ricerca del voto popolare gli è costata la poltrona.

Dal punto di vista formale la legittimazione di un presidente del Consiglio passa dal voto di fiducia. E in questi anni le occasioni non sono mancate. Tutte le volte che Renzi ha chiesto un voto di fiducia in Parlamento, e sono state anche troppe, l’ha ottenuto. Se voleva così tanto una legittimazione popolare forse aveva la coda di paglia.

In questi anni Matteo Renzi ha dimostrato un’ambizione rara. In politica non è una dote importante?

L’ambizione in politica è molto importante. Prima di me lo diceva James Madison, uno dei principali autori della costituzione americana. Ma dovrebbe sempre fare i conti con la necessità di essere responsabili. Renzi, invece, ha cercato di sfuggire a questa responsabilizzazione. Pensando alla sua esperienza è interessante notare un dato: non c’è mai stata una vera riflessione, il presidente del Consiglio si è sempre occupato di rilanciare. E invece in politica, di tanto in tanto, è importante anche qualche pausa per riflettere.

Recentemente Silvio Berlusconi ha parlato di Renzi come dell’unico leader politico presente in Italia. Lei gli riconosce lo stesso carisma?

Io questo carisma non lo vedo. Non per come lo intendeva Max Weber, che ha introdotto il termine in politica. Lo vedevo in Silvio Berlusconi, semmai. Un uomo che irrompe nella scena mentre il Paese vive una fase di ansia collettiva, i partiti sono crollati e nel centrodestra c’è un enorme vuoto. Crea dal nulla una forza politica, Forza Italia, e vince le elezioni. Renzi non ha fatto nulla di simile. Lui il partito lo ha trovato, è riuscito a conquistarlo grazie alla generosità di Pierluigi Bersani. Per il resto sappiamo come è andata. Parlerei più di fortuna, meno di carisma.

Ammetterà almeno che nel primo discorso dopo il referendum Renzi ha riconosciuto la sconfitta con grande onestà. Una dote rara in politica…

E ci mancherebbe altro. Con il No in vantaggio di venti punti cos’altro avrebbe potuto dire?

Dopo questa sconfitta crede che Renzi cambierà mestiere o proverà a tornare a Palazzo Chigi?

Non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica. Renzi ha ancora un certo appeal, la capacità di stare sulla scena non gli manca, ha saputo spettacolarizzare un confronto politico altrimenti noioso. Vedremo. Sarà lui a decidere se rimanere o preferirà ritirarsi e cominciare a scrivere libri di successo…

Pubblicato il 6 dicembre 2016 su LINKIESTA

Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

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Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016

Non perdiamoci di vista

Donne e uomini, cittadine e cittadini, partigiani “buoni” e sindacalisti vigorosi, professori/esse di istituti superiori e studenti/esse che mi avete invitato e ascoltato a

Vicenza (ANPI), Massa (Giovani universitari), Bologna (centro Sociale Costa), Reggio Emilia (Possibile), Galliera (BO), Castelfranco Emilia (ANPI), Bologna (ACLI-DeGasperi), Reggio EMILIA , Cremona, Casalmaggiore, Montecavolo (RE), Sciacca, Potenza, Napoli, Mestre, Viadana, Ficarolo, Guastalla, Filo d’Argenta, Pescantina (VR), Ozzano nell’Emilia (BO), Calci (PI), Lamporecchio, Larciano, Imola, Treviglio, Zola Predosa, San Lazzaro (BO), Cavriago, Pisa, Ferrara, Vigarano Mainarda, Forlì, Medolla, Vittorio Veneto, Vicenza, Bologna (Possibile), Cesena, San Giovanni in Persiceto,Modena (ANPI) e Modena (Confindustria), Parma, Padova, Milano (1, 2, 3), Maranello, Crevalcore, Bologna (Sinistra per il Sì), Ferrara (ANPI), Rimini, Rovereto, Vergato (BO), Senigallia, Ancona, San Giorgio a Liri (FR), Pordenone …

Grazie.

Un grande lungo affettuoso abbraccio collettivo. Non perdiamoci di vista.

 

NO positivo a riforme confuse e sbagliate

Le Costituzioni migliori, come l’italiana, danno regole, procedure, istituzioni che servono al funzionamento del sistema politico. Qualsiasi riforma costituzionale ha senso se mira a migliorare il sistema politico e si giustifica se riesce a farlo. E’ molto improbabile che le riforme Renzi-Boschi conseguano questo obiettivo. Il pacchetto di riforme sul quale gli italiani sono chiamati a votare il 4 dicembre è disorganico, contingente, senza visione. E’ criticabile quello che c’è. E’ preoccupante quello che non c’è. La parola d’ordine utilizzata da Renzi è governabilità, ma sono pochi gli italiani insoddisfatti perché non si sentono “governati”. La maggioranza di noi si sente poco e male rappresentato. Togliere il voto di fiducia al Senato, farlo eleggere dai consiglieri regionali, in conformità con “le scelte espresse dagli elettori”, fra i consiglieri in carica e i sindaci della Regione, attribuirgli poche competenze legislative e qualche potere di richiamo delle leggi approvate dalla Camera dei Deputati significa togliere rappresentanza ai cittadini. Il bicameralismo paritario può essere differenziato, preferibilmente non con motivazioni antipolitiche: “tagliare i politici” e “ridurre i costi”, ma il sistema non funzionerà automaticamente meglio. I nuovi Senatori dovranno svolgere compiti gravosi – l’elaborazione delle importantissime politiche europee e la valutazione delle politiche pubbliche- per i quali non sono preparati e che richiederanno moltissimo del loro tempo in una difficile combinazione con la loro attività nelle regioni e nei comuni. Saggiamente, già alcuni sindaci di città importanti hanno dichiarato di non essere interessati a diventare Senatori. Curiosamente, mentre si crea un Senato delle Regioni apparentemente per dare rappresentanza e influenza alle regioni, la riforma del Titolo V della Costituzione, non soltanto sottrae molti poteri legislativi alle regioni stesse, ma codifica la clausola di supremazia statale: lo Stato potrà intervenire praticamente ogni volta che non gradisce le politiche di qualche regione. Tutto questo aprirà la strada a frequenti conflitti che la Corte Costituzionale dovrà dirimere.

Si poteva fare diversamente e meglio imitando il molto ben funzionante Bundesrat tedesco che non soltanto ha un minor numero di componenti, 69 (costi più contenuti), ma che rappresenta davvero ciascun Land, essendo espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni, e che, all’occorrenza, costituisce un contrappeso al potere del governo. Congiuntamente, la riforma del Senato e la nuova ripartizione delle competenze fra Stato e regioni dimostrano che, da un lato, Renzi e Boschi non hanno un’idea chiara di quale modello di Stato è migliore per l’Italia, dall’altro, che hanno deciso di comprimere il ruolo del Parlamento. E’ una compressione necessaria per produrre più leggi più rapidamente? Tutti i dati disponibili rivelano che il parlamento bicamerale italiano mediamente produce più leggi in tempi inferiori a quelli di altri parlamenti bicamerali differenziati (Francia, Germania, Gran Bretagna). Acconsente alle leggi volute dal governo: più dell’80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Nella riforma non c’è nessuna indicazione sulla delegificazione. Si ampliano gli spazi legislativi del governo: corsie preferenziali e tempi certi per il voto sui decreti (che significherà, data la maggioranza artificialmente costruita dal premio in seggi dell’Italicum, sicura approvazione), si concede uno “statuto dell’opposizione” che, incredibilmente, sarà sostanzialmente definito dalla maggioranza.

E’ molto dubbio che saranno i cittadini ad acquisire qualche potere nei confronti del Parlamento e del governo con la nuova regolamentazione dei referendum e dell’iniziativa legislativa popolare. Il referendum abrogativo avrà abbassato il quorum di validità con riferimento alla percentuale di votanti nelle precedenti elezioni politiche, ma soltanto se richiesto da 800 mila elettori, cifra difficilissima da raggiungere per i cittadini, conseguibile quasi esclusivamente dalle grandi organizzazioni, sindacati e, forse, partiti. Se accompagnato da 150 mila firme, il testo di una proposta legislativa popolare dovrà essere discusso e votato dal Parlamento, ma non esiste nessuna “sanzione” per un voto di rigetto. Si doveva prevedere che quegli stessi cittadini, magari raccogliendo più firme, ottenessero di sottoporre il loro testo a referendum popolare. Che il potenziamento della voce dei cittadini non è affatto centrale nelle riforme Renzi-Boschi lo si nota dal suo non apparire nel testo del quesito referendario. Infine, quello che non c’è, ma surrettiziamente potrebbe sbucare. Poiché governabilità significa anche capacità di governo favorita dalla stabilità di quel governo, sarebbe stato utile individuare meccanismi di stabilizzazione di cui, peraltro, il governo Renzi non ha bisogno essendo già giunto oltre i mille giorni di durata. Era possibile semplicemente importare il voto di sfiducia costruttivo tedesco, già acquisito con successo dagli spagnoli. Per sostituire un governo bisogna sconfiggerlo in Parlamento a maggioranza assoluta la quale entro quarantotto ore dovrà dare la fiducia a un nuovo governo: potente deterrente di qualsiasi crisi al buio. Non se n’è neppure parlato poiché Renzi affida durata e forza del suo governo alla legge elettorale e al cospicuo premio in seggi.

I sostenitori del NO credono che le riforme fatte, confuse e episodiche, non siano “meglio che niente”. Al contrario, creando incertezza, tensioni e conflitti, peggioreranno l’esistente. La vittoria del NO non significa affatto “ritorno al passato”, ma mantenimento della Costituzione esistente e, se tutti abbiamo imparato qualcosa (esistono non pochi punti di convergenza, anche la possibilità di fare rapidamente alcune riforme necessarie e condivise.

Pubblicato AGL il 2 dicembre 2016

Arroganza e forzature: è la riforma ad personam. Perchè votare No al referendum costituzionale

panorama

7 dicembre 2016 Panorama n 51

La riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare è legata a doppio filo al percorso politico di Matteo Renzi e alla sua ascesa a Palazzo Chigi. Fin da quando l’ha concepita, il suo obiettivo è stato quello di poter rivendicare un successo personale che lo legittimasse davanti agli elettori e a tutti coloro che pensano che sia arrivato a Palazzo Chigi senza essere eletto, con un “colpo” di Palazzo.

Ecco perché nel percorso riformatore Renzi ha introdotto, da subito, un elemento fortemente personalistico, arrivando a una sorta di ricatto politico: o votate la riforma o me ne vado.

In questo senso, anche il varo dell’Italicum, con il premio di maggioranza assegnato non alla coalizione, ma alla lista, andava a sostegno di una riforma cucita a misura sulla sua figura di segretario di un partito che fino a poco tempo fa sembrava così forte da poter incassare il premio e andare al governo con una maggioranza cospicua da guidare in una sola delle due Camere: la combinazione tra legge elettorale e riforme costituzionali vuole suggerire il rafforzamento della investitura popolare, ma in realtà rimarca solo il ruolo del leader forte.

Oggi Renzi sottolinea l’esigenza di votare Sì per garantire maggiore “governabilità” al Paese, ma in realtà segue lo schema del rafforzamento del potere esecutivo e dei poteri del premier rispetto al Parlamento. Un modello che oggi, peraltro, potrebbe finire paradossalmente per favorire un altro teorico del leaderismo, ovvero il leader dei 5 Stelle, Beppe Grillo.

Nell’analisi della riforma ad personam un altro aspetto da considerare è il metodo utilizzato dal governo per la sua approvazione. Per quel che mi riguarda, non sono un sostenitore a tutti i costi della revisione costituzionale “condivisa”, ma qui siamo di fronte a vere e proprie forzature di Renzi. Dopo aver provato a mantenere un rapporto personale e politico con Silvio Berlusconi e dopo la rottura seguita alla elezione di Sergio Mattarella, il premier ha cercato voti ovunque liberandosi degli ostacoli di volta in volta, arrivando perfino a sostituire alcuni membri della Commissione Affari costituzionali perché non più di sua fiducia, senza manifestare alcun interesse reale per la condivisione bipartisan delle riforme.

Fin dall’inizio, Renzi ha avvolto questo processo riformatore in un’aura di arroganza e protervia, legando i suoi destini a quelli di un Paese intero, al punto che oggi si trova di fronte a un bivio al quale non può sottrarsi: o vince il referendum e va avanti o perde e deve dimettersi. Non c’è alternativa.

Sia chiaro, spetta al presidente Mattarella il compito di decidere se rimandarlo davanti al Parlamento, in caso di sconfitta. In ogni caso, il premier potrà provare a ottenere un nuovo incarico solo se accetterà di riconoscere i propri errori spiegando perché ha perso e come intende cambiare, ma senza provare a mettersi di traverso, da segretario del partito di maggioranza in Parlamento, a un eventuale nuovo governo affidato ad altri.

Per i motivi che ho elencato e per tanti altri di merito su riforme brutte e confuse, invito a votare No al referendum di domenica. Però, non mi illudo. Neanche dopo una sconfitta Renzi farà un bagno di umiltà. Per quello ci sarebbe bisogno di enormi quantità di acqua e non so se ne abbiamo a disposizione a sufficienza…

(testo raccolto da Luca Maurelli)

Pubblicato in anteprima il 2 dicembre 2016 su panorama.it