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Europeismo, atlantismo e le dure elezioni per i due leader @formichenews

La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi. Il corsivo di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Preferisco sentirlo dire da Draghi che cosa ha fatto a Washington, che cosa si sono detti con il Presidente Biden, che cosa pensano di potere realizzare operando più strettamente. Evitata la bizzarria di comunicazioni prima del viaggio, come chiedevano i soliti noti, Draghi riferirà in Parlamento sul fatto e sul non fatto. Credo che il punto di partenza debba essere strutturale. Nelle parole di Stefano Feltri, Direttore di “Domani”, Draghi è “il più europeista degli atlantisti e il più atlantista degli europeisti”. Non mi esercito sui meno europeisti degli atlantisti italiani (quasi sicuramente Giorgia Meloni) e sui meno atlantisti degli europeisti (non pochi loquaci esponenti dei gruppuscoli di sinistra), ma mi chiedo e mi auguro che qualcuno lo chieda a Draghi nel dibattito parlamentare, dove si colloca il punto di equilibrio di politiche che è indispensabile siano coerentemente atlantiste e di politiche che siano effettivamente europeiste.

   Un atlantismo più forte richiede che gli USA riconoscano i problemi che l’Unione Europea deve affrontare e risolvere, mentre un europeismo più efficace si fonda sulla capacità di fare avanzare l’Europa e i suoi confini nei ritmi e nei modi che gli europei stessi scandiscono e scelgono. Hanno parlato anche di questo Biden e Draghi? Non voglio esercitarmi nell’interrogativo, pure importante, se la priorità di giungere a porre termine all’aggressione russa all’Ucraina ha finito per impedire qualsiasi riflessione di più lungo periodo, l’inizio di una visione, di una preparazione del futuro possibile. La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi.

   Chiaro che con la sua autorevolezza Draghi ha comunicato al Presidente Biden che il più preoccupante e il più incombente dei problemi di gran parte dell’Europa e soprattutto dell’Italia riguarda l’accesso a fonti di energia alternative a quelle russe. Bisogna costruire una differente politica energetica, che implica anche trovare le modalità migliori per effettuare una transizione energetica che dia un aiutino immediato e significativo al salvataggio di quel che resta del pianeta.

Per quanto, personalmente, la mia inclinazione consiste sempre nel cercare i fattori strutturali e nel farvi riferimento costante per la comprensione dei fenomeni politici, non posso non concludere con un timore e una considerazione preoccupata. Il timore è che, per quanto necessario e rispettoso delle prerogative istituzionali, il dibattito parlamentare con le varie anticipazioni nei talkshow rischi di essere un torneo oratorio con i soliti verbosi retori. La considerazione preoccupata riguarda il futuro di Biden e Draghi. Il Presidente USA sta andando incontro ad una sconfitta di proporzioni significative nelle elezioni di metà mandato che potrebbero renderlo un’anatra zoppa. D’altro canto, è già possibile con molti mesi d’anticipo affermare che il successore di Draghi alla Presidenza del Consiglio dopo le elezioni del marzo 2023 non avrà certamente la sua autorevolezza e le sue posizioni euro-atlantiste. Whatever will be will be (frase non di Draghi).

Pubblicato il 11 maggio 2022 su Formiche.net

Il regime change in Russia è realistico @DomaniGiornale

Fra gli obiettivi della aggressione di Putin all’Ucraina probabilmente il più importante era, e sicuramente rimane, quello di fare cadere il Presidente democraticamente eletto Zelenski e di sostituirlo con un Presidente fantoccio. Questo obiettivo si chiama tecnicamente regime change. Lascio l’arduo compito di discettare sui precedenti recenti di cambiamenti di regime, quantomeno di leadership, soprattutto quello relativo a Saddam Hussein, ai commentatori prezzolati dei talk show. Rilevo che anche soltanto un minimo di conoscenze storiche suggerisce che le guerre finiscono sostanzialmente con l’esclusione dal potere politico di coloro che, avendole scatenate, le hanno perse inevitabilmente trascinando nella loro sconfitta, non soltanto il paese, ma soprattutto la cerchia dei loro sostenitori, profittatori e furfanti. Poi, naturalmente, il nuovo regime, che non è affatto detto che diventi immediatamente una democrazia, avrà bisogno di una qualche legittimità politica e sociale. Potrebbe essere quella derivante da coloro che, facendo cadere il dittatore, sono in grado di vantarsi di avere evitato morti e distruzioni. Rimanendo alla storia che, magari anche se non riesce a essere magistra vitae, qualcosa a chi la studia e la ricorda è sempre in grado di insegnare, evoco un esempio di straordinario successo. Fu grazie alla moglie giapponese del loro ambasciatore a Tokyo che gli americani si lasciarono convincere che la figura dell’imperatore era indispensabile per guidare la transizione dal militarismo alla democrazia. Ben gliene incolse.

La Russia di Putin non è necessariamente tutta un’altra storia. Certo esistono molte differenze, ma alcune non riguardano affatto le modalità dittatoriali e ricattatorie nei confronti degli oligarchi e dei siloviki che Putin ha in parte creato in parte agevolato e la cui esistenza, userò una gamma di parole forti: fedeltà e lealtà, forse anche connivenza, vengono messe a durissima prova. “Provati” sono anche i generali che combattono una guerra, forse da loro non voluta, con armamenti inadeguati e con reti di sostegno evidentemente malstrutturate e insufficienti. Gli oligarchi ci rimettono le ricchezze, i fasti e gli agi, per loro stessi e per le loro famiglie alquanto allargate. Molto probabile è che i generali non vogliano rimetterci, più che la carriera, la faccia, la reputazione. Sembra, dunque, logico pensare e, per quel che mi riguarda, auspicare che a Mosca e dintorni vi sia chi si sta interrogando sulle modalità con le quali uscire da una situazione che non promette vittoria. Qualcuno può essere già giunto alla convinzione che sia assolutamente indispensabile sostituire Putin: cambio di regime. Insisto: è un obiettivo più che legittimo, meno costoso in termini di vite umane della prosecuzione della guerra, più promettente anche per tutti coloro, a cominciare dal Papa, che desiderino una situazione di fuoruscita dal conflitto che riesca a sfociare in qualcosa di non umiliante per i russi e per quella parte di leadership politica che si orienti alla sostituzione di Putin. Sicuramente, questo obiettivo non può essere apertamente dichiarato da chi sostiene gli ucraini. Molto più di altri i dittatori non debbono mai essere messi con le spalle al muro. Pertanto, tocca a coloro che ne furono/sono sostenitori procedere al cambiamento anche per vantare meriti che serviranno loro a stabilizzare il regime che seguirà. Si vis pacem para transitionem.

Pubblicato il 3 maggio 2022 su Domani