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Europee, Pasquino: “Il governo tiene con Salvini sotto al 30%. Zingaretti sbaglia a chiudere al M5S” @Serv_Pubblico #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Intervista raccolta da Silvia De Santis per Servizio Pubblico factory multimediale di Michele Santoro

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“Credo che Salvini sarebbe felice di rimanere leggermente al di sopra del 30%, se scende sotto ci sono dei problemi. Il M5S sa di aver perso voti, se riuscisse a mantenersi intorno al 25% e sopra il Pd dovrebbe essere contento, così come i dem dovrebbero accontentarsi di superare il 20%. Non credo che Forza Italia possa prendere il 10%, mentre la Meloni può stare sopra il 4%. Fra le altre liste l’unica che vedo sopra il quorum è +Europa di Emma Bonino”.

Così Gianfranco Pasquino vede la distribuzione delle forze in vista delle elezioni europee che si terranno domenica 26 maggio. Un segnale confortante, secondo il politologo, potrebbe arrivare dall’affluenza, dopo tornate particolarmente deludenti: “Credo che sarà buona,perché c’è stata finalmente una campagna elettorale ampia e diffusa, probabilmente sarà vicina al 70%, segno che gli italiani sentono che l’Europa per loro conta” spiega Pasquino, che poi analizza i possibili scenari post-voto:

“Se la Lega va molto al di sopra del 30% pretenderà di imporre la sua linea al governo e chiaramente il M5S questo non lo può accettare. Se la Lega rimane attorno al 30% e il M5S tiene il governo reggerà, anche perché hanno di fronte la scelta del prossimo commissario europeo e più avanti l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. Ma, soprattutto, dovranno rispondere alle critiche della Commissione europea sul bilancio”.

Quindi Salvini non romperà con i 5 stelle?

“I voti della Meloni a Salvini non bastano, hanno bisogno di 45 seggi fra Camera e Senato che non troveranno. L’unione Pd – M5S? È il grande errore del Pd e di Renzi aver accettato di andare all’opposizione. Era possibile negoziare un governo politicamente e numericamente. Zingaretti fa molto male a dire che non vuole provarci”.

In ultima battuta commento sugli exit poll olandesi, che vedono in vantaggio i laburisti:

“Credo che gli elettori abbiano capito che se vogliono un’Europa che va avanti devono votare a sinistra. I sovranisti, invece, hanno mostrato che la soluzione del sovranista italiano è diversa da quella del sovranista austriaco e francese”.

Pubblicato il 24 maggio 2019

 

 

Capro espiatorio e caproni

Mi chiedono troppo spesso, acidamente e aggressivamente, anche fastidiosamente, dove sono finiti i sostenitori del “no”. Che se li cerchino loro. La domanda vera è dove sono finiti i sostenitori del “si” al referendum? Oltre che in Parlamento, come la deputata toscana eletta a Bolzano alla faccia di qualsiasi rappresentanza del territorio, e l’abile facitore della Legge elettorale che porta meritatamente il suo nome, promosso vice-Presidente della Camera, gli altri battano un colpo. Hanno capito che il 40 per cento ottenuto dalle loro riforme non era consenso espresso né per il PD né per Renzi? Hanno finalmente fatto sapere al loro due volte ex-segretario che paragonare quel presuntamente “suo” 40 per cento con il 25 per cento ottenuto da Macron al primo turno delle presidenziali francesi era semplicemente assurdo? Sono, infine, riusciti a scoprire che il bicameralismo (mai “perfetto”, altrimenti perché mai renderlo imperfetto differenziandolo?) può essere ristrutturato seguendo il modello del Bundesrat? Hanno letto qualcosa sulle modalità di stabilizzazione dei governi senza procedere a gonfiare artificialmente, forse truffaldinamente, maggioranze elettorali mal conquistate con un abnorme premio in seggi? Hanno trovato da qualche parte riferimenti al voto di sfiducia costruttivo, condizione di fondo della stabilità dei governi e dei cancellieri tedeschi? No. Nulla di tutto questo. Non hanno imparato nulla. Peggio, il capro espiatorio ha fatto la sua comparsa anche nel discorso di investitura del neo-segretario del PD Nicola Zingaretti: “L’Italia non funziona, anche per colpa della vittoria del “no” al referendum”.

Nelle stanche parole dei sostenitori del “si” si trova, in parte, il rifiuto di riflettere sulle loro balorde riforme e sulla campagna plebiscitaria che le accompagnò (dove eravate sostenitori più o meno eccellenti del “sì”?) in parte l’inesistenza delle nozioni minime per la comprensione e la comparazione dei sistemi politici, più precisamente delle democrazie parlamentari. Adesso, discendenti diretti dei giapponesi che continuavano a combattere nella giungla ingaggiano la loro battaglia di retroguardia sui social, in troppi articoli, persino in occasione di un congresso di partito. Convintisi di possedere non si sa quale autorevolezza e legittimità chiedono insistentemente retoricamente altezzosamente ai sostenitori del “no” dove sono finiti.

Per quel che mi riguarda, baldanzoso predicatore di un “no” sano e consapevole, continuo a girare con grande impegno e soddisfazione per l’Italia e, quando mi capita, per l’Europa e nel mondo (sì, sono stato in Messico e in Cina). Scrivo anche articoli e saggi, su Costituzione, Unione Europea, Deficit democratici, purtroppo di difficile lettura e comprensione da parte dei sostenitori del “sì”. Loro, invece, senza un minimo di riflessione critica, addebitano tutto quello che è successo dopo il 4 dicembre 2016 alla vittoria del no. Qualcuno, non io, sia così caritatevole da comunicare loro che il “post hoc ergo propter hoc” non è affatto una raffinata spiegazione scientifica. È un’affermazione azzardata da sottoporre a verifica/falsificazione e corroborare con argomentazioni. Il mio “no” non è stato minimamente intaccato. Persiste e aspetta qualcosa di meno auto assolutorio e di più convincente. Non dico che i “sì” riusciranno farcela, ma dovrebbero almeno tentare. A viso aperto.

SCENARIO PD/ Zingaretti tra la tentazione Renzi e il modello Prodi #intervista #ilsussidiario.net

Intervista raccolta da Federico Ferraù

Nel Pd è cominciata l’era Zingaretti. Il neosegretario ieri ha incontrato Chiamparino e ora si prepara a sfidare i 5 Stelle

Nel Pd è cominciata l’era Zingaretti. Il governatore del Lazio, forte del 66 per cento dei consensi incassati alle primarie, sta già facendo il segretario del partito: ieri ha incontrato Chiamparino, ha detto niente giochi con M5s e, sondaggi alla mano, si prepara a sfidare i 5 Stelle. “Ma il Pd da solo fa poca strada – dice il politologo Gianfranco Pasquino -, ha bisogno di raggiungere quel tessuto sociale che Prodi riuscì a raggiungere con l’Ulivo”. Più che proporsi di far cadere il governo, secondo Pasquino il neosegretario deve lavorare in vista delle regionali e delle europee.

Con Zingaretti avremo un Pd più spostato a sinistra?

Più a sinistra delle gestione renziana, ma a sinistra-sinistra no. Lì c’è uno spazio occupato in parte da Sinistra italiana, in parte da Liberi e Uguali, in parte da Potere al popolo; sono raggruppamenti destinati a durare, a meno che il Pd non faccia una politica come la loro. Ne dubito.

Ma il dna di Zingaretti qual è?

E’ un politico di centro-sinistra che ha dimostrato capacità di governo come governatore del Lazio e una buona capacità attrattiva.

La prima mossa è stata quella di incontrare il governatore del Piemonte Chiamparino, in prima linea nel volere la Tav. Una scelta giusta?

Sì, perché Chiamparino si è molto esposto e ha bisogno del sostegno del suo partito, se vuole vincere le regionali di fine maggio. Inoltre sulla Tav i 5 Stelle stanno dimostrando profonde contraddizioni che immagino si trovino anche nel loro elettorato, un elettorato che il Pd deve darsi come obiettivo di riconquistare.

Secondo alcuni, i voti del Pd che sono andati a M5s non torneranno indietro. Secondo altri invece sono recuperabili perché espressione, alla vigilia del 4 marzo, di un voto più “utile” a fermare il centrodestra. Lei che ne pensa?

Quello che sappiamo è che l’elettorato italiano oggi è molto mobile. Un terzo degli elettori ha cambiato il proprio voto tra il 2013 il 2018 e non c’è ragione di pensare che non possa farlo di nuovo. Più che elettori Pd, li definirei elettori dell’ambiente Pd molto insoddisfatti della politica di Renzi. Il 4 marzo sono andati là dove potevano esprimere in modo più forte la loro protesta. Quindi sono riconquistabili, a patto di fare proposte che siano chiare e mobilitanti.

Tav vuol dire grandi opere, soprattutto vuol dire Nord produttivo. Un’Italia che ha detto no al Pd e confinato Renzi nella ridotta del Centro. Zingaretti ha le carte per parlare a questa parte del paese?

Piano: il Nord non è del tutto ostile al Partito democratico. A Torino fino al 2016 il sindaco era Fassino, il governatore del Piemonte è Chiamparino, il sindaco di Milano è Sala. Il Pd ha forti potenzialità, soprattutto se sceglie le persone giuste.

Ad esempio?

Non sono così addentro, però so le persone che non dovrebbero essere scelte: uomini e donne di spettacolo e tv, giornalisti, scrittori. Tutti costoro sanno poco di politica, si troverebbero malissimo nelle assemblee elettive e non darebbero nessun contributo. Ci vogliono in lista donne che facciano politica e soprattutto giovani, scelti nei luoghi di aggregazione giovanile. Un partito ha bisogno di rinnovarsi.

Ma cosa dovrebbe fare Zingaretti?

Riconquistare le periferie delle grandi città, parlando a coloro che sentono il peso delle disuguaglianze. Una parte della classe operaia, che era rappresentata dai sindacati, si è dispersa nel momento elettorale. Zingaretti deve intercettare tutti questi elettori.

Prodi lo ha sostenuto. Che parte avrà ora nel Pd?

Un uomo che va verso gli ottanta non so che tipo di ruolo possa avere. Quello del padre nobile? Bene, lo eserciti, attivamente, senza venire fuori di tanto in tanto con delle dichiarazioni sporadiche. Detto questo, Prodi ha ancora un suo seguito e quello che dice conta. Se dice le cose che dice Zingaretti, il segretario del Pd avrà molto da guadagnare.

Padre nobile cosa significa? Riproporre l’Ulivo? O cos’altro?

Il disegno originario del Pd era di diventare qualcosa come l’Ulivo, e anche più strutturato di quello. Quest’operazione non è mai stata fatta e se Prodi volesse sostenerla sarebbe una buona idea. Il Partito democratico da solo fa poca strada, ha bisogno di raggiungere quel tessuto sociale che Prodi riuscì a raggiungere con l’Ulivo e che poi andò perduto, perché l’Unione era un’altra cosa.

Il renzismo si può considerare concluso?

Sì. L’idea che ci fosse un uomo arrembante, che decideva tutto, anche il sistema istituzionale che dovevamo avere, e che aveva creato una corrente molto confusa ma tutta fatta di persone che volevano qualcosa in cambio, è finita in quella bella domenica del 4 dicembre 2016. Renzi ha però reclutato l’80 per cento dei senatori e il 60 per cento dei deputati. Ci sono molti renziani che rimarranno in posti rilevanti per i prossimi quattro anni.

Appunto. Cosa farà l’ex premier?

Dipende da lui. Può limitarsi ad essere l’uomo che ha aperto la strada al governo gialloverde, oppure potrebbe giocare un ruolo diverso, non elettorale ma politico serio, non presentando libri ma argomentando la necessità di un partito di centrosinistra.

A che cosa deve puntare Zingaretti? A far cadere il governo?

No. Se il governo ha delle contraddizioni, e le ha eccome, prima o poi scoppieranno. Zingaretti deve fare la pratica dell’obiettivo, come avrebbero detto i sessantottini, cioè dedicarsi alle prossime elezioni. Deve vincere le regionali in Piemonte e dimostrare alle europee che il Pd non ha il 18 ma il 25 per cento. E soprattutto che il Pd sa gestire l’economia.

Come?

Dando un ruolo significativo a Pier Carlo Padoan, che è uomo competente e molto apprezzato a livello internazionale.

Pubblicato i 5 marzo 2019

 

INTERVISTA Più circoli e nuove alleanze. I consigli di Pasquino a Zingaretti @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo

Il noto politologo punta sulla gestione autonoma di circoli e federazioni, in antitesi al piglio renziano. E sul futuro prossimo crede che la prospettiva di alleanze piddine sarà sì a sinistra, ma saldandosi con il sindacato. E su Calenda, Sala e Letta dice che…

Meglio andare a vedere le carte dei grillini oppure quelle della Lega? È il quesito che il prof. Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, porrà nel prossimo futuro al neo segretario del Pd.

Perché, all’indomani delle primarie, a Nicola Zingaretti non basterà tornare all’antico di circoli e federazioni, ma “farsi moderno mostrandosi aperto a rilievi e critiche”. E condurre il partito a saldarsi con il sindacato e con il popolo della piazza milanese, che ha manifestato contro il razzismo. E su Calenda, Sala eLettadice che…

Il Pd con Nicola Zingaretti segretario torna all’antico di circoli e federazioni, dopo la parentesi renziana?

Sarebbe antico se tornasse a circoli e federazioni come sono stati trattati da Renzi, se invece li lasciasse autonomi, facendoli lavorare ed esprimere allora no. Se li frequenterà e al tempo stesso si mostrerà aperto a rilievi e critiche allora compierà un grande passo, che prende il nome di modernità.

Zingaretti ha chiuso ad un accordo col M5S: ma per essere alternativa al governo gialloverde basterà solo dialogare a sinistra?

Difficile rispondere ora, perché non ci troviamo in una fase dove si presentano prospettive del genere. Ma non c’è dubbio che, quando si giungerà alla composizione del prossimo Parlamento, il Pd dovrà porsi il problema dei numeri e quando vedrà che i numeri non saranno sufficienti dovrà decidere: negoziare con la Lega o con il M5s? Stando così le cose il sistema è, come minimo, tripolare, per cui con qualcuno bisognerà confrontarsi. A quel punto chiederò a Zingaretti e agli altri se meglio andare a vedere le carte dei grillini oppure quelle della Lega che le squaderna quotidianamente.

Un milione e seicentomila votanti, che sono molto meno di quelli del 2007, 2009, 2013 e 2017, crede siano un segno di vera testimonianza oppure solo un residuo di apparato?

Intanto direi che sono un buon segno per il Pd, lo dimostra il fatto che inizialmente l’asticella era stata posizionata attorno al milione. Significa che esiste ancora una spinta alla partecipazione, nonostante la delusione e la rassegnazione di molti dem al cattivissimo andamento del partito. Se, come io penso, il Pd dovrà essere fulcro di un’alleanza più ampia, allora bisognerebbe aggiungere a quei numeri i cittadini che sono scesi in piazza a Milano contro il razzismo, e anche quelli a sostegno dei sindacati lo scorso 9 febbraio. Non sono tutti ovviamente del Pd, li definirei culturalmente di sinistra, se cultura significa rapportarsi ad altre persone anche se straniere, ma tutti sono in opposizione al governo. Questo lo peso come un segnale di vivacità.

Ha citato i sindacati: come farà Zingaretti a sanare la ferita del jobs act?

La posizione renziana era di disintermediazione, se quella di Zingaretti sarà di aggregazione allora i sindacati saranno della partita. Se il Pd è divenuto il partito delle zone a traffico limitato e intende ritrovare i lavoratori, allora dovrà spostarsi in periferia. Nessuna sinistra sarà mai forte se non avrà un rapporto vero e non organico con il sindacato: nel senso di confronto e di contrasto, ma finalizzato a stare nella stessa barca e adoperarsi affinché si muova.

In questo senso l’elezione di Maurizio Landini al vertice della Cgil può essere elemento di trade union?

Direi di sì. Nonostante le sue asprezze e le sue impuntature, Landini è un utile soggetto nella sinistra.

I renziani adesso restano senza una prospettiva?

Sono andati molto male e particolarmente il renzianissimo Giachetti. Non credo sia interessante sapere dove andranno ora, ma in teoria Zingaretti dovrebbe fare il possibile per tenere tutti uniti ed evitare che escano, incentivandoli a partecipare attivamente e non a ostacolare in modo sgradevole il funzionamento del partito.

Come farà il Pd a dialogare con quegli elettori, anche di centro, che il 4 marzo 2018 hanno scelto il M5S ma che ad esempio in Abruzzo e Sardegna hanno fatto marcia indietro?

Bisognerà fare un’offerta a quel 30% di elettorato che nel 2018 ha votato M5S e che, presumibilmente, nel 2023 potrebbe cambiare idea. Gli elettori grillini insoddisfatti si trovano alle prese con dei rappresentanti che non sanno che pesci prendere e, quando li pescano, non sanno come cucinarlo. Inoltre il Pd dovrà sperare che il sistema italiano si ristrutturi in maniera bipolare, perché a quel punto tutti coloro che non vogliono la destra si coaguleranno in un unico interlocutore.

Quale il ruolo dell’operazione civica di Calenda?

Se Calenda sceglierà di farsi una sua lista per le europee, gli farò i miei auguri. Così come la leggo io, quella è un’operazione molto confusa, perché in realtà non rafforza il centrosinistra e neanche gli europeisti. Credo occorra altro, come ad esempio dei capilista che siano uomini e donne della politica che possano vantare competenze europee, non giornalisti, scrittori o attrici.

Le faccio due nomi, Beppe Sala ed Enrico Letta: come potranno intrecciarsi con il lavoro di Zingaretti? Consigli, sussurri o con ruoli di primo piano?

Secondo me Sala dovrebbe continuare a fare il sindaco di Milano, anche perché il consenso del capoluogo lombardo è di primaria importanza. Una volta terminato il suo mandato, poi, deciderà come proseguire. Mi auguro che Zingaretti stabilisca un buon rapporto di collaborazione con lui. Su Letta non scelgo la strada del politichese, che mi porterebbe a dire che è una riserva dello Stato e una risorsa. Per cui mi limito a osservare che si tratta di una persona di grande competenza, che parla splendidamente sia inglese che francese, dotato di una cultura europea. Se qualcuno sta cercando un capolista per una circoscrizione, allora è il nome giusto. Aggiungo che ha un suo prestigio personale a livello europeo, il nome giusto se Zingaretti vorrà cercare profili all’altezza.

Pubblicato il 5 marzo 2019 su formiche.net

 

Pasquino: «Non solo periferie, il Carroccio ormai pesca ovunque»

Intervista raccolta da Mauro Bonciani per il Corriere Fiorentino

Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è Deficit democratici (UniBocconi 2018).

Professore, Salvini inizia la sua campagna elettorale per conquistare Firenze: come si muoverà secondo lei nei prossimi mesi?
«Salvini ha imparato a muoversi molto bene. Quando serve fa anche muovere le ruspe. Ha le physique du rôle sia quando fa il capo politico, il Capitano della Lega, sia quando indossa le felpe da ministro degli Interni che difende il territorio. Che poi sul territorio si trovi di tutto, anche qualche capo ultrà condannato perché facinoroso e più, ma “milanista”, è un incidente di percorso. A Firenze viene facendo più attenzione a incontri selettivi senza rinunciare a qualche provocazione».

Il leader della Lega ha detto che prima a Firenze il centrodestra non ci ha mai veramente provato, con un riferimento implicito a Forza Italia e alla conduzione di Denis Verdini: è vero?
«Ha ragione. Effettivamente a Firenze il centrodestra ci ha “provato” quasi soltanto presentando un candidato, mai credendoci a sufficienza. Salvini avrebbe fatto una campagna elettorale più aggressiva, almeno a favore del milanista Giovanni Galli. Avrebbe cercato di radicare il centro-destra».

Dove prenderà i voti, nelle periferie e nel centro? Negli strati popolari o nella borghesia e nelle categorie economiche?
«Nel centro, nella Ztl, continuerà a prevalere il Partito democratico. Oramai si trova quasi più soltanto lì. La Lega è diventata un organismo che prende voti un po’ dappertutto. Le sue due tematiche, che si intersecano, immigrazione e sicurezza, fanno breccia anche nei settori popolari, non soltanto di Firenze. Artigiani e piccoli imprenditori hanno capito che Salvini rappresenta anche i loro interessi».

Lega e centrodestra puntano su un candidato civico a Firenze: fanno bene?
«Non posso rispondere senza sapere se già esiste quel candidato civico e chi è. Neppure i “civici” sono tutti eguali in quanto a visibilità politica, biografia professionale, capacità di rapportarsi alle persone, agli elettori. Un civico può vincere, ma se non ha esperienza e competenza non governerà in maniera soddisfacente».

La Lega può strappare l’area di centro a Nardella?
«Nardella non “possiede” l’area di centro. Deve riconquistarsela. Quella area è contendibile più che nel passato, è preoccupata, non è organizzata, quindi fluttua».

Firenze, ma anche Prato e Livorno, sono ormai diventati contendibili: perché non c’è più l’“eccezione Toscana”, il monolite rosso ad egemonia Pd?
«Non dimentichiamo che altrove, Arezzo e Siena, ma anche Massa, la contendibilità ha già portato alla sconfitta dei “rossi”. Non so se il Pd è mai stato un monolite rosso capace di egemonia. Credo, invece, che anche in Toscana sia stato un “amalgama mal riuscito” (espressione di Massimo D’Alema che se ne intende. Punto!), privo di cultura politica da trasmettere e da utilizzare per ottenere e mantenere il sostegno dell’elettorato. Il potere politicoamministrativo ha cessato di produrre altro potere e i voti necessari per riprodursi. La classe politica del Pd è chiaramente inferiore come qualità ai suoi predecessori di dieci-quindici anni fa. Non va più da nessuna parte».

E la sinistra si mobiliterà e si unirà contro l’“effetto Salvini” o crede che le divisioni, anche senza Renzi in campo, siano ormai troppo profonde?
«Non so cos’è la “sinistra” a Firenze. Quel poco di eletti e di amministratori che hanno ancora una visione che combina, giustamente, le loro preferenze personali, anche di carriera politica, con una visione di città e di Paese da costruire e da guidare potrebbero impegnarsi nella mobilitazione. Però potrebbe non essere sufficiente. Con quali idee e proposte, credibilità personale e politica la “sinistra” pensa di ricostruirsi?».

La sicurezza sarà centrale nella campagna elettorale: la Lega avrà il monopolio si questo tema? Cosa può fare la sinistra?
«Sulla sicurezza la Lega ha conquistato quella che si chiama issue ownership, possiede la tematica. È più credibile di qualsiasi concorrente. Fino ad un certo punto non è importante che risolva il problema, che non è mai uno solo. Molti elettori pensano che solo la Lega è intenzionata ad affrontarlo. La sinistra non sa fare granché e la maggioranza dei suoi elettori, sbagliando, almeno in parte, pensano che i problemi sono altri, diversi, risolvibili con una indefinita “integrazione”, con la solidarietà, con il multiculturalismo, tutto soltanto parzialmente vero, ma mai declinato in maniera convincente».

Pubblicato il 21 dicembre 2018

Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]

Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.

Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani

“Lega e M5s? Non chiamateli populisti” #Intervista @Lettera43

 

Il Carroccio è “sovranista”, il Movimento “democraticista”. Salvini e Di Maio? “Hanno paura di scottarsi”. Dal “declino di Berlusconi” alla “incompetenza dei renziani”: il politologo a ruota libera.

Intervista raccolta da Attilio De Alberi

Dopo quasi due mesi e mezzo di stallo, l’Italia vede all’orizzonte un possibile governo grazie alla convergenza tra la Lega e il Movimento 5 stelle (M5s). A sentire le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini, bisognerà aspettare ancora qualche giorno per sapere come andrà a finire e l’ipotesi di uno strappo non è da escludere, anche se Luigi Di Maio parla di un governo di legislatura in un’ipotetica Terza Repubblica. Diversi osservatori, tra cui il sociologo Domenico De Masi, che definisce questo potenziale governo come quello più a destra nella storia italiana dal 1946, prevedono che il M5s uscirebbe fagocitato dalla Lega di Salvini.

RISCHIO DISAFFEZIONE Secondo uno studio dell’istituto Cattaneo, il 45% tra i supporter del M5s – anche se questo insiste nel definirsi post-ideologico – è di sinistra; potrebbe dunque verificarsi un fenomeno di disaffezione di fronte all’alleanza con un partito dichiaratamente di destra come la Lega. Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna, siamo arrivati allo stato attuale delle cose “perché è crollato il sistema dei partiti, che ha avuto una botta fortissima da Berlusconi, e non si è mai più ricostituito”. Questo, dice a L43, “ci rende ‘eccentrici’ rispetto al resto dell’Europa, ed è difficile cambiare la politica di un Paese se non ci sono delle strutture che abbiano una ragionevole aspettativa di durare almeno 5-10 anni: senza di queste l’elettorato sarà sempre mobile, mutevole”.

A cosa è dovuto l’ennesimo ritardo nella formazione di un governo Lega-M5S, oltre al continuo mistero sul nome del candidato premier?

Le distanze programmatiche sono notevoli, i temi controversi molti, il nome del presidente del Consiglio non sanno neanche da parte cercarlo, i due capi politici hanno un’enorme paura di scottarsi. Il pentastellato Di Maio è capitato in una situazione molto più grande di lui e vorrebbe fondare una nuova Repubblica, quasi fosse un De Gaulle. Accà nisciuno è fesso.

È d’accordo con De Masi, che ha definito questo eventuale governo come quello più a destra in Italia dal 1946?

No. Questo è un governo nato dalla spinta al cambiamento espressa sia dalla Lega che dal M5s. Mi pare più una battuta propagandistica e sbagliata.

Però, anche se il M5s rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra, la Lega rimane sempre, a modo suo, un partito di destra.

Sì, ma intanto la destra rappresentata da Berlusconi al governo non ci sarà.

Esiste comunque la possibilità che gli elettori del M5s che si definiscono di sinistra possano avere dei mal di pancia di fronte a questa alleanza?

Sì, ma si terranno comunque il loro mal di pancia, visto che lo scopo era quello di mandare al governo il Movimento. E prima di farsi venire il mal di pancia sarebbe meglio che vadano a leggersi i contenuti del programma concordato, per vedere se si avvicinano alle loro preferenze oppure no. Per valutare il sapore di un budino bisogna prima mangiarlo.

Sta dicendo che se si arriva ad un programma concordato sarà innovativo?

Sarà senz’altro innovativo, anche se non vuol dire necessariamente il migliore in assoluto: sarà comunque un compromesso e non è detto che sia meglio di quello dei governi precedenti.

Dal punto di vista socio-economico ci sono tre questioni sulle quali trovare una quadra: la legge Fornero, la proposta leghista della Flat tax e quella pentastellata del reddito di cittadinanza.

La legge Fornero non sarà abolita, ma al massimo ridimensionata, e quindi è da escludere un cambiamento drammatico. La Flat tax è un disastro epocale che però il M5s dovrebbe riuscire a contrattare, anche a livello di fondi. Se il M5s vuole portare avanti una qualche forma di reddito di cittadinanza dovrà trovare i fondi che, appunto, la Flat tax detrarrebbe dal bilancio dello Stato.

E rispetto al tema immigrazione?

Salvini è a favore di una posizione, il respingimento, non applicabile dal punto di vista tecnico. Quello che bisognerà fare è rivedere il Trattato di Dublino, in particolare la clausola secondo il quale il Paese di arrivo dei migranti è responsabile di tutto. Questa è la posizione del M5s e quindi bisognerà vedere dove si assesteranno dal punto di vista programmatico. La posizione sovranista di Salvini è quasi la peggiore in assoluto, però il problema immigrazione non può essere risolto com’è stato fatto finora. Ci vuole un cambio della politica europea: l’Italia da sola non ce la può fare.

A proposito di Europa, mentre la posizione del M5s è diventata ultimamente più malleabile, quella di Salvini rimane più anti-Bruxelles.

Salvini non è “più anti-Buxelles”: è un sovranista e, se potesse, farebbe uscire l’Italia dalla Ue. Se solo vedesse le difficoltà che ha comportato la Brexit, si renderebbe conto che la sua è una posizione velleitaria. Poi anche nel M5s ci sono degli elementi sovranisti. Sarà importante vedere chi viene messo come ministro degli Esteri. Se invece di Di Maio viene messo qualcuno con una visione più anti-europeista potrebbero esserci delle difficoltà. Non dimentichiamo però il warning lanciato da Sergio Mattarella in questo contesto: il nuovo governo non potrà assumere posizioni anti-Ue. Questa sua prerogativa sulla scelta dei ministri sarà chiave.

In generale, lei accetta la definizione del M5s e della Lega come movimenti populisti?

Io la respingo sia per il M5s che per la Lega. Salvini è un sovranista, ma non ha mai rifiutato la funzione delle istituzioni intermedie e non ha mai detto che il leader è il popolo, e riconosce un sistema giudiziario. Il vero populista era semmai Berlusconi che diceva: “Sono stato eletto dal popolo e quindi non possono giudicarmi”.

E il M5s?

Neanche il Movimento è populista. Certamente Beppe Grillo ha degli accenni populisti, ma Di Maio non può esser definito tale. Il M5s si è piuttosto incanalato in una deriva “democraticista”, ossia l’idea che tutti possano decidere su tutte le tematiche.

Rientra in quest’attitudine democraticista la proposta di far votare online sulla piattaforma Rousseau l’accordo con la Lega?
Si tratta di una mossa drammaticamente democraticista che merita tutte le nostre critiche.

Perché?

Non sappiamo esattamente come funziona questa piattaforma, chi la controlla e chi la manipola. Non è cattiva l’idea di far votare gli iscritti sul programma di governo. Anche l’Spd in Germania ha fatto delle votazioni online, ma quello è un partito vero, cosa che il M5s rifiuta di essere. Non sapremo da chi e da quanti verrà valutato il programma giallo-verde. Si tratta di un pasticcio di democrazia diretta.

Si dice che le percentuali di quelli che andranno in realtà a votare saranno minime.

Ma lo sono già state: 80 mila persone rispetto al numero di persone che vanno a votare è una percentuale infima. E rimane da vedere chi ha veramente accesso alla piattaforma Rousseau.

La cosiddetta “benevola astensione” di Berlusconi potrebbe implicare una sua influenza da dietro le quinte sul governo?

L’opposizione potrebbe farla dura, ma in ogni caso non ha i numeri. Se la Lega e il M5s riescono a rimanere compatti, qualsiasi opposizione si scontrerebbe contro la loro compattezza. E in ogni caso, seppur riabilitato, Berlusconi è in declino. Questo rimarrà comunque il migliore dei governi possibili per lui, perché non credo passerà una legge sul conflitto d’interesse, cosa assai più probabile nel caso di un governo M5s-Pd.

Veniamo alla sinistra. Si può dire che sia allo sbaraglio?

È più corretto dire che è allo sbando. Se poi per sinistra intendiamo LeU e Potere al Popolo possiamo dire che essa è quasi inesistente. Il Partito democratico è un esperimento praticamente fallito. E finché non si riprenderà da questo esperimento, rimarrà quello che è.

Cioè?

Un insieme sparso di persone, alcune delle quali ancora legate al passato, e nessuna in realtà capace di ricostruire quello che è necessario, ossia una presenza sul territorio. Il gruppo dirigente intorno a Matteo Renzi è fatto da persone incompetenti, ignoranti, con nessuna tradizione di sinistra, e che quindi non possono costruire una cultura politica di sinistra. Questo problema era già presente alla nascita del partito nel 2007, laddove mancò una seria discussione culturale. Al di là di qualche riscontro a livello elettorale, Renzi ha poi dato il colpo decisivo.

Pubblicato il 15 maggio 2018 su Lettera43