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Mario Mauro cacciato per puntellare le riforme di Napolitano

Il sussidiario

Intervista di Pietro Vernizzi pubblicata su il sussidiario.net  mercoledì  11 giugno 2014

 

IL CASO/ Pasquino: Renzi ha cacciato Mauro per puntellare le riforme di Napolitano

“Non potevo mancare visto il temporaneo prolungamento del mio mandato che cerco di esercitare, nei limiti del possibile, fermamente e rigorosamente nell’interesse del Paese”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dei premi David di Donatello in Quirinale. Il capo dello Stato ha aggiunto: “L’interesse generale del Paese suggerisce cambiamenti e riforme in molti campi, anche in quello istituzionale”. Il presidente della Repubblica è dunque tornato a sollecitare le riforme. Si tratta di capire che cosa è mutato, nel frattempo, nello scenario politico. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.

 

Che cosa vuol dire il segnale di Napolitano ai partiti, proprio quando dopo le Europee le riforme sembrano allontanarsi?

Proprio perché sembrano allontanarsi, Napolitano ricorda che le riforme andrebbero comunque fatte entro tempi decenti. Anche perché probabilmente Napolitano non ha intenzione di rimanere ancora per molto tempo al suo posto.

 

In questo momento qual è l’interesse di Renzi? Fare le riforme o no?

L’interesse di Renzi è approvare le riforme, purché siano fatte bene. Occorre quindi una pausa di riflessione, in quanto la riforma del Senato così com’è non v a bene. La riforma della legge elettorale è stata pensata in un sistema politico e partitico diverso, che dopo le elezioni europee è cambiato. La riforma elettorale non va comunque pensata con riferimento a interessi di corto periodo, in quanto al centro dovrebbe avere il fatto di dare più potere agli elettori. Mentre così come l’hanno congegnata Renzi e Berlusconi, sembra avere come obiettivo il fatto di mantenere al potere i due grandi partiti, Pd e Forza Italia. Il primo è diventato un po’ più grande, il secondo un po’ più piccolo, e a questo punto gli interessi dei due partiti divergono.

 

L’esito dei ballottaggi delle amministrative deve preoccupare Renzi?

No, il segretario del Pd non deve essere preoccupato perché lui non ha fatto campagna elettorale né a Livorno, né a Padova (dove hanno vinto rispettivamente il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, ndr). Uno dei suoi più stretti collaboratori, Giorgio Gori, ha comunque vinto a Bergamo. L’effetto-traino di Renzi del resto si è registrato alle Europee, che si sono svolte su tutto il territorio nazionale, mentre alle amministrative al contrario contano molto i fattori locali.

 

Renzi può permettersi di mettere le riforme in agenda senza andare allo scontro?

Assolutamente sì. Renzi ora può mettere le riforme in agenda insieme a Scelta Civica e al Nuovo Centro Destra, che sono i partiti che fanno parte della coalizione di governo e che quindi avrebbero la maggioranza assoluta per approvarle. E’ con loro che deve discuterne, che poi Berlusconi ci sia o non ci sia è un fatto irrilevante e anche a Renzi non dovrebbe importare.

 

Qual è la vera potenzialità del 40% del Pd per le riforme di Renzi?

Non è una questione di numeri, ma di intelligenza e di adeguatezza delle riforme. Se il presidente del Consiglio attua delle buone riforme, l’intero Partito democratico lo seguirà. Nel frattempo ci sono le elezioni del nuovo presidente del Pd.

 

Per Renzi sarà un nuovo grattacapo?

Non necessariamente, credo che ci siano altre tre o quattro buone candidature, Renzi naturalmente ha una maggioranza solida nell’assemblea nazionale e quindi può decidere se vuole puntare a prendere tutto, e allora sosterrà un candidato che gli sia vicino, oppure se vuole essere generoso e scegliere una personalità a prescindere dal fatto che sia o meno renziana.

 

Lei ritiene che la favorita sia Paola De Micheli?

Paola De Micheli va benissimo: è una donna competente, capace, dotata di abilità politica e con un trascorso bersaniano che secondo me non è affatto da disprezzare.

 

Che cosa ne pensa dell’estromissione di Mario Mauro dalla commissione Affari costituzionali?

I gruppi parlamentari hanno il potere di sostituire i loro rappresentanti nelle varie commissioni. Noi possiamo non gradire le modalità con cui ciò avviene, ma resta il fatto che il potere spetta ai gruppi parlamentari. Questi ultimi designano e revocano, se poi c’è anche un obiettivo futuro lo vedremo. Dipenderà da come voterà Lucio Romano, colui che ha sostituito Mario Mauro.

 

Ma qual è il significato complessivo di questa operazione?

Il significato complessivo è che queste riforme preparate in fretta e furia da Renzi traballano, e quindi cercano di puntellarle non con l’intelligenza istituzionale, ma con un ricambio politico dei parlamentari che sono meno sensibili al richiamo del partito, e invece più sensibili al contenuto della riforma.

 

Pietro Vernizzi

La Presidente che vorrei

l'Unità

Si fa presto a dire che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe (potrebbe) essere una donna. Per quel che mi riguarda (e che, ovviamente, non ha un’enorme influenza), l’ho detto e scritto e mi sono attivato fin dal 1999. Allora, cresciuta prepotentemente nell’opinione pubblica la candidatura di Emma Bonino, fu il segretario dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni a contrastarla stilando un elenco di caratteristiche, peraltro, ampiamente condivisibili, del futuro Presidente che servirono all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al primo turno di votazioni. Quando è Napolitano che auspica che sia giunto il momento di una donna al Quirinale, la prima tentazione è di chiedergli “fuori il nome” (o i nomi). Subito dopo, però, il segnale che si coglie nelle parole del Presidente è che, forse, ha l’impressione che l’opera delle riforme elettorali e costituzionali alle quali aveva collegato la accettazione della sua rielezione sia oramai sufficientemente avanzata da potere lasciare la carica. A me non pare che sia così, ma lo vedremo nei prossimi mesi.
Più chiaro è, invece, che il governo ha di fronte a sé, senza necessità di nessun aiutino dal Presidente, una buona fase di stabilità, vera e solida premessa della sostenibilità della sua azione riformatrice nel tempo. Addirittura, la coalizione di governo avrebbe anche i numeri per eleggere a maggioranza assoluta il prossimo, pardon, la prossima Presidente della Repubblica. Naturalmente, avendo molti dei grandi elettori (i segretari dei partiti) e dei non così piccoli elettori (i parlamentari e i rappresentanti delle regioni) acquisito la consapevolezza che non è sufficiente individuare un nome, neppure, anzi, tantomeno, se rappresenta uno schieramento politico, diventa decisivo presentare candidature precise e argomentarne le qualità. Parlare di abbassamento dell’età (riforma costituzionale non fulminea) per ampliare la platea delle donne (immagino “politiche”) che abbiano i titoli per quella carica elude i veri problemi. Mi piacerebbe rilanciare con l’elezione popolare diretta della prossima Presidente che consentirebbe a candidate coraggiose di confrontarsi fra loro e con gli elettori. Se si procedesse nella direzione del semipresidenzialismo, l’elezione diretta spalancherebbe larghe finestre di opportunità . In alternativa, ovvero rimanendo nell’ambito del parlamentarismo classico all’italiana, mi parrebbe essenziale procedere a un ampio dibattito sulle qualità presidenziali delle candidate.
Probabilmente, le dimensioni della vittoria “europea” del Partito Democratico di Renzi hanno chiuso la quasi ventennale fase in cui il Presidente della Repubblica si è spesso trovato a dovere effettivamente scegliere il Presidente del Consiglio con riferimento alla coalizione che garantisse di durare in carica almeno per un po’ di tempo. Ciò rilevato, non mancheranno alla prossima Presidente molti prevedibili problemi per la soluzione dei quali saranno indispensabili alcune qualità politiche pregresse già dimostrate. Dovrà sapere attentamente rilevare eventuali elementi di incostituzionalità nei disegni di legge governativi e in quelli approvati, magari fin troppo in fretta, dal Parlamento. Dovrà tenere in grande conto le eventuali obiezioni dell’opposizione ad azioni disinvolte di un governo e di governanti che si sentano fin troppo sicuri di un mandato popolare ampio. Dovrà procedere a molte nomine di grande rilievo: dai giudici costituzionali ai senatori nella nuova versione del Senato delineata da Renzi. Infine, perché così sta scritto nella Costituzione e così deve, ne sono convinto, continuare a essere, dovrà rappresentare davvero “l’unità nazionale” (art. 87). Non essere faziosa, parziale, “divisiva”. Soltanto se avrà queste qualità riuscirà anche ad esercitare quel modico tasso di moral suasion che serve a temperare e a conciliare conflitti e tensioni comunque inevitabili. Sono certo che, con molta calma, non soltanto, come ha fatto fino ad ora, con la sua azione, anche il Presidente Napolitano saprà arricchire con sagge parole il kit delle qualità richieste alla prossima Presidente della Repubblica. Avremo, allora, un’elezione/successione presidenziale relativamente facile e sicuramente utile per i cittadini e per il sistema politico.

Pubblicato sabato 31 maggio 2014

Grillo non vincerà le Europee e Renzi non cadrà. Parola del politologo Pasquino

l’intervista di  Francesco De Palo pubblicata il 20 maggio 2014 su Formiche.net

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E se Beppe Grillo vincesse le elezioni europee? E’ l’interrogativo che si sta ponendo Formiche.net in chiave ipotetica per comprendere i possibili effetti su istituzioni, governo e partiti di un’affermazione sonante del Movimento 5 Stelle il 25 maggio. Dopo l’opinione di Giuliano Cazzola (“si andrebbe al voto anticipato”), ecco l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino che non scorge flagelli in vista per gli equilibri politici…

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I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, il governo Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%.

E’ la previsione che affida a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino, secondo cui non è nel novero delle possibilità una crisi di governo né tantomeno è ipotizzabile l’eventualità che il Colle immagini un cambiamento a Palazzo Chigi.

Cosa accadrebbe al governo se Beppe Grillo vincesse alle Europee?
I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%, per cui dovrà leccarsi le ferite proprio per riconquistare la fiducia di Alfano e dei suoi, che saranno ringalluzziti dal 6% che potrebbero ottenere.

In caso di “pareggio” o comunque di buon risultato di Grillo, quali sarebbero i riverberi sulla maggioranza, sul Pd, sugli alfaniani e sulle larghe intese?
Grillo otterrà sicuramente un buon risultato, ma sarà irrilevante. Perché anche se dovesse prendere più del 25% non sarà in grado di far pesare quei voti. Potrà per assurdo anche andare sotto il balcone del Quirinale ma non otterrà proprio nulla. Il miglior risultato per Grillo potrebbe essere un Pd sotto il 30%, o un Ncd sotto il 4% ma la soluzione dello sconquasso non sarebbe nelle sue mani bensì in quelle del Colle. E senza dimenticare che comunque la maggioranza parlamentare resterebbe identica. Questo è un voto solo europeo. Per avere un riscontro, Grillo dovrebbe sperare che la maggioranza cambi, ciò che oggi non si verifica.

Giuliano Cazzola su Formiche.net ha osservato che se Grillo vincesse si andrebbe dritti ad elezioni anticipate. Che ne pensa?
No, è semplicemente sbagliato e sostanzialmente impraticabile. Non si potrà andare a un voto anticipato a maggior ragione se il M5S dovesse avere un exploit domenica prossima. Il quel caso il Presidente della Repubblica ricorderà loro che non sono stati capaci di votare una nuova legge elettorale, per cui come si potrebbe andare alle urne? Certamente provvederà a ricordare loro che dal primo luglio al 31 dicembre l’Italia ha il turno di presidenza europea, quindi non ci potrà essere alcuna crisi di governo.

A proposito di legge elettorale, è vero che l’Italicum è concepito proprio per fermare Grillo?
Intanto l’Italicum è concepito in maniera sbagliata, perché avvantaggerebbe Berlusconi e Renzi che potrebbero continuare a nominare i propri parlamentari. Si tratta di una legge mal fatta, che per di più rischia di favorire Grillo e spiego il perché. Se riuscisse finalmente a darsi un ordine a livello di coalizioni, magari al secondo turno passerebbe il M5S al posto di Forza Italia. Dunque la legge dovrà senza dubbio essere rivista dopo le Europee.

L’Italia è tornata a un bipolarismo muscolare con da una parte l’antisistema Grillo e tutti gli altri contro?
Abbiamo avuto in passato un bipolarismo balordo, ma per essere muscolare avrebbero dovuto avere i muscoli entrambi gli schieramenti, invece li ha avuti solo Berlusconi, che li mostrava fin troppo. Oggi abbiamo un tripolarismo di fatto ma se aumentasse il bipolarismo tra Renzi e Grillo, beh sarebbe un bipolarismo vocale più che muscolare.

twitter@FDepalo

Europa, dove sei?

Al marziano inopinatamente capitato in Italia non è chiaro che tipo di campagna elettorale sia in corso. Da un lato, in questo abbastanza vicini, perché entrambi piuttosto irritati e con preoccupazioni differenti, Renzi e Berlusconi stigmatizzano il buffone-pagliaccio Grillo. La “marcia su Roma” (ma non sarebbe preferibile marciare su Bruxelles?) l’ha già fatta lui, con successo, sostiene il Berlusconi, adesso solo temporaneamente confinato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Dall’altro lato, sta Grillo che con linguaggio scurrile deride un po’ tutti, ma soprattutto Renzi e proclama che lui, Grillo, è già “oltre Hitler”, ma non precisa dove è effettivamente arrivato. Quei non molti elettori italiani che stanno cercando di informarsi su quale sia la posta in gioco nell’elezione del Parlamento europeo, ricevono informazioni non positive riguardo alla non superata depressione dell’economia italiana che, certamente, non è responsabilità dell’Unione Europea o dell’Euro, e neanche dei migranti, come vorrebbe fare credere il neo-segretario leghista, l’ipersemplificatore Matteo Salvini.

La maggioranza degli elettori italiani prestano, come è oramai loro abitudine da parecchie elezioni a questa parte, pochissima attenzione. Si sintonizzeranno con la campagna elettorale soltanto due o tre giorni prima del voto. Alla fine, in buona sostanza, sceglieranno non con riferimento a tematiche europee che rarissimi candidati hanno trattato, illustrato, spiegato, ma in base alle loro preferenze partitiche espresse poco più di un anno fa. Dimenticheranno gli insulti reciproci fra dirigenti con poche idee che hanno sentito con fastidio. Guarderanno allo stato dell’economia, forse con minore preoccupazione di un anno fa e molti saranno lieti di constatare che la loro busta paga e quella dei loro parenti e amici è stata rimpinguata con 80 utili Euro. Altri, forse si chiederanno che cosa hanno fatto degno di nota i parlamentari nazionali delle Cinque Stelle, ma non è detto che la sostanziale irrilevanza politica dei pentastellati cancelli le ragioni della protesta e dell’irritazione nei confronti della classe politica nel suo esempio.

A contrastare tutto questo sembra, però, che il Presidente del Consiglio, attivissimo sul territorio e loquacissimo, sia riuscito a convincere alcuni elettori insoddisfatti, ma attenti, che lui è davvero l’unico nuovo che avanza, per di più veloce. Magari non ha le soluzioni per tutto, ma, sembra pensare una fascia di elettori, merita un’apertura di credito. Se non lui, chi? In effetti, Renzi è alla ricerca di un successo personale che legittimi il suo ingresso a palazzo Chigi da extraparlamentare che non ha superato nessun passaggio elettorale. Proprio perché Berlusconi continuerebbe ad essergli utile come interlocutore per le difficili riforme istituzionali, Renzi non lo sceglie come principale avversario. La competizione elettorale è diventata quasi un duello, verbale, fra Renzi e Grillo. Entrambi sanno dove cercare i voti aggiuntivi. Grillo li vuole strappare agli insoddisfatti del PD. Renzi vuole raggiungere soprattutto i giovani che sono il grande serbatoio dell’insoddisfazione che guarda alla protesta (di Grillo) piuttosto che alla sua proposta di riforme annunciate. Al momento, le asticelle, come si dice nel lessico politico-giornalistico, sono quattro: Alfano e il suo Nuovo Centro destra mirano ad andare alquanto al di sopra del 4 per cento, almeno fino al 6. Berlusconi si augura di giungere nei pressi del 20 per cento. Grillo è convinto che replicherà il suo 25 per cento del 2013, e più. Renzi ha assoluto bisogno di portare il Partito Democratico al di sopra del 30 cento. Tutti si lamentano che si parla poco dell’Europa e che l’Italia finirà per contare ancora meno a Bruxelles, ma, finora, nessuno ha saputo cambiare decisamente rotta (dovrei scrivere “verso”?). Peccato perché il destino dell’Italia starà anche nelle mani del prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea, entrambi decisivamente plasmati dall’esito del voto del 25 maggio.

Pubblicato AGL 19 maggio 2014

A Roma con Peppone

Corriere di Bologna

 

In una memorabile scena del film “Don Camillo e l’onorevole Peppone”, alla stazione di Brescello, Don Camillo, con un sorriso che non nasconde l’affetto, saluta Peppone, a metà fra il preoccupato e il già nostalgico, che va a Roma a fare il deputato “in un’aula grande e triste”. Don Camillo afferma sferzante che con la sua elezione Peppone non ha guadagnato un bel niente. Persa la carica di sindaco, è diventato “un anonimo, una pallina da buttare nell’urna”. Anche se è difficilissimo immaginare i dettagli e valutare le loro condizioni di lavoro, se passa la riforma del Senato voluta da Renzi (ma in via di ridefinizione), vi saranno alcuni sindaci emiliano-romagnoli che andranno a Roma senza perdere la loro carica. Quanto alla caduta nell’anonimato, parecchio dipenderà da loro, molto dai compiti che saranno attribuiti al nuovo Senato e dalle opportunità di fare valere le loro conoscenze e la rappresentanza del loro campanile e, più in generale, delle autonomie territoriali.

E’già possibile affermare che per la sua composizione mista e per la limitatezza dei compiti il Senato prossimo venturo non sarà un luogo prestigioso. Ad accrescerne il prestigio non basteranno i ventuno senatori di nomina presidenziale, scelti fra uomini e donne di cultura che, quand’anche alta e indiscutibile, non supplirà alla loro probabile incompetenza politica, giuridica, costituzionale. Per di più i Presidenti che non vorranno alterare la composizione politica della nuova assemblea saranno costretti ad applicare criteri non dissimili da una lottizzazione partitica tutti tanto criticabili quanto inevitabili, nessuno dei quali utile a imprimere slanci di operatività. Tecnicamente prodotto da elezioni di secondo grado, vale a dire, dagli eletti nei consigli regionali e dai sindaci che saranno nominati, il prossimo Senato finirà per essere una camera di second’ordine? Meglio, dunque, procedere ad abolirla del tutto? Un’ipotesi, a determinate condizioni, da non scartare.

Qualcuno ha definito il prossimo Senato una camera di dopolavoristi. In attesa della precisazione dei compiti, il rischio c’è. D’altronde, pare ovvio che i sindaci, soprattutto se di comuni importanti, e tutti i Presidenti delle Regioni daranno il loro tempo migliore, le loro energie più fresche, la loro attenzione più motivata alle attività per le quali sono stati eletti dai cittadini per il cui benessere opereranno mirando giustamente alla rielezione. Senza in nessun modo sottovalutare gli inconvenienti di un’assemblea ridotta a luogo d’incontro dopo il lavoro che conta, percepisco un rischio più grande che è, per l’appunto, quello del doppio lavoro. Insomma, governare le città e le regioni è un compito che, se svolto con impegno, lascia pochissimo tempo per altre attività. Se, poi, l’attività dei futuri senatori di risulta non godrà di nessuna indennità, non avrà ricompense psicologiche e personali e non darà neppure prestigio, ma l’anonimato nel quale Don Camillo collocava Peppone, allora è lecito chiedersi con quali motivazioni i suoi componenti opereranno. “Buttare una pallina”, che oggi sarebbe schiacciare un pulsante, poche volte su poche cose con poca influenza?

Corriere di Bologna 1 maggio 2014

La sostenibile lentezza delle riforme

Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”?  Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.

Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta  elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.

In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.

Pubblicato AGL 27 aprile 2014

La tormentata storia non è finita

I tre emendamenti sulla parità di genere, bocciati alla Camera, avrebbero semplicemente fatto aumentare il numero delle parlamentari donne nominate. Non avrebbero cambiato le modalità e la qualità rappresentanza politica. Il cuore pulsante della legge elettorale approvata alla Camera, il punto forte dell’accordo fra Renzi e Berlusconi sono le liste bloccate, vale a dire il potere che i due leader extraparlamentari si sono consapevolmente attribuito di nominare tutti i loro parlamentari, uomini e donne, a prescindere dal loro genere. Quindi, anche grazie alla sua ampia maggioranza in Direzione, se vuole, in occasione delle prossime elezioni, Renzi potrà comunque procedere alla selezione di tutti i parlamentari del Partito Democratico, accrescendo a suo piacimento il numero di donne. A protezione delle liste bloccate, la maggioranza alla Camera ha respinto anche l’introduzione del voto di preferenza che “rischierebbe” di portare all’elezione di parlamentari non del tutto graditi né a Renzi né a Berlusconi, comunque, non del tutto subordinati in quanto in grado di conquistarsi voti per le loro capacità personali e per i loro rapporti con l’elettorato che, incidentalmente, se, come sostengono gli oppositori del voto di preferenza, implicassero il ricorso alla corruzione, sarebbero immediatamente sanzionati dalla Legge Severino.
Paradossalmente, i tanto criticati deputati PD che hanno votato contro la parità di genere e contro le preferenze (su nessuna delle tematiche ha davvero senso chiedere e imporre la disciplina di partito poiché entrambe ricadono opportunamente sotto la salvaguardia costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato) hanno “salvato” la legge voluta da Renzi e da Berlusconi. Però, di conseguenza, sono rimasti vivi e vitalissimi anche tutti gli elementi discutibili: tre complicate soglie percentuali per accedere al Parlamento; le candidature multiple, addirittura fino ad otto circoscrizioni; un complicato algoritmo per la ripartizione dei seggi; un premio di maggioranza cospicuo che sarà come minimo di novanta seggi; un ballottaggio eventuale che, se nessuno dei partiti/coalizioni supererà il 37 per cento dei voti, da un lato, attribuirà al vincente un premio ancora più grande e, dall’altro, clausola che considero positiva, consentirà agli elettori di deciderlo loro il vincente.
Con tutti questi cervellotici meccanismi, alcuni dei quali, a parere di un certo numero di giuristi autorevoli e, per quel che conta, anche mio, non rispondono affatto alle obiezioni della Corte Costituzionale, la legge che approda al Senato rimane esposta quantomeno alla ripresentazione sia degli emendamenti sulla parità di genere sia di quelli per l’introduzione delle preferenze. Per di più, i senatori non saranno per niente contenti di votare una legge sotto la spada di Damocle della loro estinzione ovvero della trasformazione del Senato in un camera non elettiva, composta quasi esclusivamente da sindaci.
Alla fine, con tutta probabilità, Renzi otterrà la legge che ha formulato e che ha voluto negoziare, anzitutto e soprattutto, senza necessità alcuna, con il capo extraparlamentare della resuscitata Forza Italia. Certo, il segretario del PD non potrà vantarsi della sua velocità. Infatti, quando verrà approvata in via definitiva, la legge elettorale sarà comunque in ritardo di circa due mesi sulla sua tabella di marcia. Sarà anche difficile che Renzi possa esaltare la qualità di questa legge, erroneamente definita l’unica possibile. Poi, dovrà interrogarsi a che cosa è servito ridare un ruolo politico importante a Berlusconi. Infine, sarà anche obbligato a prendere atto che neppure un capo del governo velocissimo può accelerare i procedimenti legislativi, a maggior ragione poi quando si cimenterà con le leggi costituzionali relative al Senato e al Titolo V della Costituzione. Insomma, la storia della riforma della legge elettorale non soltanto non è affatto finita, ma promette di essere ancora tormentata e di non regalare apprezzabili gratificazioni personali, politiche e istituzionali al capo del governo italiano e neppure agli elettori.

Pubblicato AGL (Agenzia giornali locali. Gruppo editoriale L’Espresso) 12 marzo 2014

La trappola dell’Italicum e i 3 problemi di Napolitano

Il sussidiario

 

Intervista di Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
domenica 9 marzo 2014

La battaglia per la parità di genere divide il Parlamento. Un emendamento trasversale delle donne di Camera e Senato ha chiesto che nell’Italicum sia inserita una norma per fare sì che il 50% degli eletti sia di sesso femminile. “Io mi auguro che la questione di genere sia all’attenzione di tutti i gruppi politici, perché è una questione di democrazia”, ha affermato la presidente della Camera, Laura Boldrini. Per Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna, “la questione della parità di genere andrebbe discussa in un’ottica completamente diversa, introducendo i collegi uninominali”.

La questione della rappresentanza di genere è un paravento per qualcosa di più sostanziale?
No, credo che la questione si ponga realmente, anche se le donne lo fanno con un’enfasi eccessiva e qualcuno probabilmente ci specula sopra. Aumentare la rappresentanza delle donne in Parlamento e in altri luoghi elettivi è un’operazione che dovrebbe comunque essere fatta. Che debba essere fatta come dicono le donne mi convince poco, però senz’altro l’obiettivo è nobile.

Nell’ipotesi in cui la legge ritorni alle Camere, che cosa potrebbe accadere?
In Senato le donne sono percentualmente meno che alla Camera, e a Palazzo Madama gli uomini stanno difendendo non soltanto le loro posizioni attuali, ma la loro stessa sopravvivenza. Se riescono quindi a creare una situazione tale per cui la legge diventa difficile da approvare, tanto meglio per loro.

Ci sono maggioranze trasversali capaci di modificare l’impianto dell’Italicum?
Modificare l’impianto dell’Italicum è molto difficile. Bisognerebbe riuscire a buttare a mare l’intera legge la quale però, non va dimenticato, è il prodotto di un accordo fra Renzi e Berlusconi. I due in un certo senso hanno interessi comuni, perché questa legge consente loro di nominare tutti i parlamentari.
In questo caso si potrebbe dire: basta con uomini e donne, fatevi nominare tutti da Renzi e Berlusconi. Se si vuole cambiare la legge bisogna avere un altro progetto, totalmente nuovo. La mia idea è che le donne dovrebbero combattere un’altra battaglia, ma so che non ne sono capaci, e forse non ne hanno né la voglia né il coraggio.

A quale battaglia si sta riferendo?
Le donne dovrebbero combattere la battaglia per una legge che comprenda solo i collegi uninominali, con doppio turno alla francese, e poi chiedere che ci sia il 50% di candidate donne per ogni partito. Le donne dovrebbero passare cioé dalla logica della cooptazione a quella della competizione.

Secondo D’Alimonte, Napolitano avrebbe bocciato l’accordo sul modello spagnolo. Lei che cosa ne pensa?
Intanto il modello spagnolo non è preferibile rispetto a quello attuale. Inoltre il presidente dovrebbe richiamarsi esclusivamente alla Corte Costituzionale. Sono due gli interrogativi che si deve porre Napolitano: se le liste corte bloccate non siano incoerenti rispetto a quanto ha affermato la Consulta; se il premio di maggioranza per quanto ridotto non sia comunque sgradito alla Corte costituzionale. Io ritengo che la risposta a entrambe le domande sia che sono comunque incoerenti. Il Presidente inoltre potrebbe opporsi alla possibilità di candidature multiple, che non esistono da nessuna parte al mondo.

I piccoli partiti che rischiano di scomparire riusciranno a contrastare questa legge?
I piccoli partiti dovrebbero chiedere un’unica soglia di accesso al 4,5%, mentre le tre soglie così modulate sono davvero impresentabili. Non condivido questo gioco “sporco” contro i piccoli partiti

La ballata delle riforme

Almeno per qualche giorno non si potrà dire che la proposta di riforma elettorale Renzi-Berlusconi si sia incartata. Anzi, è stato raggiunto un accordo importante. Il testo in discussione nell’aula della Camera riguarderà unicamente l’elezione dei deputati. Per il Senato, bisognerà presumibilmente attendere che sia formulato e messo in discussione il disegno di legge costituzionale che lo trasforma profondamente facendone una sorta di Camera delle autonomie che non dovrà più dare la fiducia al governo e non potrà più togliergliela. Adesso, soprattutto chi pensa, una volta approvata la nuova legge elettorale, ad una rapida dissoluzione del Parlamento e ad elezioni anticipate, ha di che essere soddisfatto. Sono caduti gli emendamenti che subordinavano l’entrata in vigore del nuovo sistema all’approvazione della riforma del Senato. Però, chi valuta le riforme in maniera “sistemica”, vale a dire, con riferimento ad un effettivo miglioramento delle modalità di funzionamento del sistema politico-istituzionale italiano, in particolare, dei rapporti governo/parlamento, non può che rimanere piuttosto perplesso. Infatti, in caso di crisi di governo e di sua impossibile soluzione in questo parlamento, nelle inevitabili elezioni anticipate gli elettori si troverebbero ad eleggere la Camera dei deputati con la nuova legge e il Senato con un sistema che deriva dalle dure e sostanzialmente insormontabili obiezioni della Corte Costituzionale.
Quello che, con pessimo termine viene definito “consultellum”, cioè la risultante delle bocciature costituzionali, è un sistema proporzionale senza nessuna clausola che impedisca la frammentazione partitica e che renda difficile la rappresentanza in Senato di partiti anche molto piccoli. Il rischio reale è che la Camera avrà, soprattutto grazie al premio di maggioranza, un chiaro vincitore, mentre il Senato potrebbe non avere vincitori e, per di più, trovarsi con una maggioranza diversa da quella della Camera: ingovernabilità assicurata.
Due sono le lezioni intermedie che si possono trarre dalla ballata elettorale. La prima è che la fretta di Renzi ha prodotto una situazione confusa con un testo che è assolutamente necessario ritoccare, rendere più limpido, ad esempio, nelle troppe soglie di sbarramento previste, raccordare con la riforma del bicameralismo, brutalmente sbandierata davanti ai senatori dal Presidente del Consiglio che ne chiedeva l'”ultima” fiducia. Per fortuna, la ballata elettorale non è ancora finita cosicché, senza impuntature, c’è ancora tempo per, ad esempio, eliminare le candidature multiple e trovare il modo di accrescere il potere, adesso minimo, degli elettori. La seconda lezione sembra essere che l’asse Berlusconi-Renzi ha tenuto, ma che il “grande disappunto” manifestato da Berlusconi sulle incertezze di Renzi potrebbe tradursi in una sua indisponibilità a collaborare per altre riforme.
Finora Berlusconi ha ottenuto quel che ha voluto: sia un premio di maggioranza che è da lui conseguibile, soprattutto se la Lega sarà costretta ad aggregarsi a Forza Italia nel caso la soglia di sbarramento la mettesse in enorme difficoltà, sia le liste bloccate che gli consentono di continuare a nominare tutti i suoi parlamentari, uno per uno. Oltre, Berlusconi potrebbe non volere andare. Insomma, questa breve (e alquanto tardiva: il velocista Renzi aveva promesso la nuova legge elettorale già per fine gennaio) vicenda segnala che il capo del governo ha gravemente sottovalutato le difficoltà del compito riformatore e che lui e i suoi collaboratori, purché li ascolti più di quanto presta attenzione al Senatore di Forza Italia, Denis Verdini, plenipotenziario di Berlusconi nelle trattative elettorali, non sono in pieno controllo della situazione. Hanno ancora molto da imparare.
AGL 5 marzo 2014

Ecco primi errori e primi successi di Renzi secondo il politologo Pasquino

Intervista di Francesco De Palo su Formiche.net 03 – 03 – 2014

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Staffetta a Palazzo Chigi? Un’operazione condotta con “freddezza e cattiveria”. Bene l’ingresso del Pd nel Pse, quella tradizione è “un aggancio, non una destabilizzazione”, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino. Ma se da un lato si è vicini a un vero partito socialdemocratico in Europa, dall’altro il professore di European studies alla Johns Hopkins University si augura che “qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno”.

Quella di Renzi è una vera rivoluzione o, come sostiene Luca Ricolfi, è solo nello stile e nel linguaggio?
Se è una rivoluzione nello stile e nel linguaggio, beh devo dire che è abbastanza limitata: un mucchio di gente parla così male e si mette le mani in tasca di fronte alle autorità. Di riforme non ne ho ancora viste, quella in agenda sull’Italicum mi pare orribile.

Quali aspetti non condivide?
Sono tutti aspetti negativi, posso dire che ce ne sarebbe solo uno di positivo ma che non compare. I sistemi elettorali si valutano sulla base del potere che danno agli elettori, questa legge non ne assicura alcuno, se non in via eventuale, ed è qui che sta l’elemento positivo se si arrivasse al ballottaggio tra le due coalizioni più votate. In caso contrario l’elettore avrebbe dato una delega in bianco. In secondo luogo non è permesso di scegliere i parlamentari che invece vengono scelti da Berlusconi e Renzi: aspetto che rende i due leader accomunabili. Infine non ha alcuna influenza complessiva su quello che verrà fuori dalla bozza che, prima la si cestina, meglio è per tutti.

Il Pd è un soggetto destabilizzato e destabilizzatore? L’ingresso nel Pse avrà qualche riverbero…
Non lo credo, con l’eccezione di Fioroni ce ne faremo una ragione. Dopo di che, quello è un passaggio positivo: se vorremo esercitare un minimo di influenza in Europa, allora dovremo far parte di uno dei grandi partiti europei. Quella tradizione del Pse è un aggancio, non una destabilizzazione. Finalmente stiamo per avere un vero partito socialdemocratico in Europa per cui mi auguro che qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno.

La staffetta Letta-Renzi è ascrivibile a un’operazione di Palazzo?
Assolutamente no, fuori dal Palazzo. E’ stata un’operazione condotta con freddezza e anche con cattiveria da un extraparlamentare che ha attaccato un dirigente del suo partito impegnato a fare il capo del governo, costringendolo alle dimissioni. Quel dirigente, avendo forse a cuore sia le sorti del suo partito che quelle della legislatura, non ha voluto chiedere un voto di fiducia parlamentare. E il Presidente della Repubblica gli ha probabilmente suggerito di non farlo.

Perché il governo del premier, e quindi non più del Presidente, dovrebbe riuscire dove il suo predecessore ha fallito?
Non c’è nessuna buona ragione perché riesca e siamo in attesa. Ma con ipocrisia o con un minimo di attenzione verso questo sventurato Paese, noi italiani ci auguriamo che il governo riesca, in caso contrario sarebbero sì problemi. Ma tra il riuscire e il non riuscire c’è la terra di mezzo in cui Renzi si adagerà prossimamente.

Ovvero?
Avere qualche successo e qualche insuccesso: sarà questo il ritornello del prossimo anno e mezzo.

“Troppe promesse”, ha osservato sulla Stampa Raffaele Bonanni leader della Cisl: quale potrà essere il ruolo dei sindacati anche alla luce del Jobs act?
Se i sindacati imputano a Renzi le troppe promesse, allora dovrebbero provare anche loro a fare qualche realizzazione, lo stesso vale per il presidente di Confindustria che è uno di quegli elementi extra Palazzo che hanno destabilizzato Enrico Letta. Per il resto credo che il sindacato dovrebbe sapere come contribuire a creare impiego, ma un loro sforzo io non l’ho visto.

Approvata la legge elettorale crede che il Capo dello Stato lascerà?
Innanzitutto spero che la legge elettorale così com’è non venga approvata, quindi vorrei prolungare anche la permanenza del Presidente della Repubblica. In secondo luogo mi piacerebbe che Napolitano dicesse qualcosa di preciso sull’Italicum non può lasciarla passare perché non risolve i due profili di incostituzionalità sollevati dalla Corte. Le liste corte continuano ad essere bloccate, al pari del premio di maggioranza che ci sarà ancora, regalando novanta parlamentari a chi vince: mi pare molto. Aggiungo che trovo ridicole le tre soglie di sbarramento, improvvisamente Roberto D’Alimonte rinsavisce e come osserva il Corriere della Sera “bacchetta”. Poteva fare certamente a meno di suggerire un’opzione simile.

twitter@FDepalo