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Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale

La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).

La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).

La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.

Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani

Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici

viaBorgogna3

È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.

La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.

Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.

tabella

Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo

Pubblicato i 3 giugno 2016