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Cosa si guadagna a cosa si perde con il semipresidenzialismo @DomaniGiornale


Il semipresidenzialismo è una forma di governo a se stante. Non è un misto, una combinazione variabile di parlamentarismo e presidenzialismo. Tuttavia, ce ne eravamo accorti per tempo (Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1997) nel suo funzionamento può, di volta in volta, vedere grande potere per il Presidente, comunque, non “iperpresidenzialismo” oppure il potere di governo quasi tutto nelle mani del Primo ministro e della sua maggioranza parlamentare, comunque non “parlamentarismo” poiché il Presidente è più che un freno e un contrappeso. Il Presidente è eletto con voto popolare separatamente dal Parlamento. Ha poteri esecutivi e soprattutto può, entro certi limiti, decidere se e quando sciogliere il Parlamento. Nomina il Primo ministro che deve godere della fiducia del Parlamento e che, dunque, è il capo della maggioranza parlamentare che, talvolta, non coincide con la maggioranza che ha eletto il Presidente.
A loro insaputa, i grandi giuristi, fra i quali Hugo Preuss, e politici che nel 1919 scrissero la Costituzione tedesca disegnarono una forma di governo semipresidenziale ante-litteram. Dovendo sostituire un imperatore la cui legittimità discendeva dalla tradizione e dalla storia, decisero di investire il Presidente della Repubblica, poi nota come Weimar, con la legittimità derivante dall’elezione popolare diretta. Notevoli poteri di governo furono riconfermati nel Cancelliere di Weimar. Quello che cambiò profondamente fu la competizione fra i partiti, del tutto democratica grazie anche ad una legge elettorale proporzionale. Weimar crollò, ma la causa non fu certamente la proporzionale e neppure il tanto vituperato articolo 48 che concedeva poteri eccezionali in stato di emergenza al Presidente della Repubblica. La causa incontrollabile fu la polarizzazione estrema fra due partiti antisistema: il Nazionalsocialista e il Partito comunista staliniano.
Non immediatamente compreso nella sua complessità e nella sua strutturazione, il semipresidenzialismo fece la sua ricomparsa dopo il crollo della Quarta Repubblica francese (1946-1958), forma di governo parlamentare debole e inefficiente, fin dall’inizio duramente contrastata e delegittimata da de Gaulle che le aveva subito contrapposto le sue idee costituzionali formulate nel discorso pronunciato nel giugno 1946 a Bayeux. Per uscire dalla “eterna palude”, definizione da lui data della politica nella Quarta Repubblica, Maurice Duverger, noto studioso di Diritto Costituzionale e Scienza politica, nelle pagine del quotidiano “Le Monde”, proponeva l’elezione popolare diretta del Primo Ministro (poi goffamente ripresa da alcuni italiani anche nostri contemporanei). Tenendo conto delle preferenze espresse dal Generale, i consiglieri costituzionali di de Gaulle procedettero nel senso della concessione di notevoli poteri esecutivi al Presidente della Repubblica inizialmente nel 1958 eletto dall’Assemblea Nazionale, poi, dal 1965, direttamente dal popolo: legittimità democratica ineccepibile accompagnata da un mandato settennale per porlo al di sopra dell’Assemblea nazionale e dei rappresentanti eletti per cinque anni.
Contro le régime des partis, quei partiti responsabili della palude della Quarta Repubblica, de Gaulle volle una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali con una soglia di passaggio al secondo turno per i candidati del 5, poi 10, poi 12.5 per cento degli aventi diritti. L’intento, chiaramente riuscito, era quello di rendere ininfluenti i piccoli partiti, i cui ricatti avevano prodotto molti governi instabili, e di spostare l’attenzione degli elettori sui candidati, su una nuova classe dirigente che i gaullisti in primis dimostrarono di saper selezionare. Per 23 anni, metà dei quali, senza de Gaulle, nel sistema politico francese non ci fu alternanza, ma notevole competizione politica sì e la nascita del Parti Socialiste. La vittoria di François Mitterrand nel 1981 fu il primo test di un fenomeno/rischio forse neppure immaginato da de Gaulle e dai suoi consiglieri: una maggioranza parlamentare di un colore, centro-destra vittorioso nel 1978, e Presidente del colore opposto, ma dotato del potere di sciogliere l’Assemblea Nazionale purché avesse almeno un anno di vita. Richiamati alle urne subito gli elettori affidarono al Presidente Mitterrand la maggioranza che desiderava e che era essenziale per governare. Ma nel 1986 nuovamente gollisti e Repubblicani indipendenti conquistarono la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale nonostante Mitterrand avesse introdotto una legge PR che, fenomeno di enorme impatto, consentì l’affermazione di 35 esponenti lepenisti, loro capo compreso.
Pur potendo, Mitterrand preferì non sciogliere l’Assemblea nazionale in attesa della riconferma, che ottenne, alla Presidenza nel 1988. La coabitazione successiva ebbe luogo dal 1993 al 1995 quando, vecchio e malato, il Presidente preferì completare il suo mandato senza nessuno scioglimento. Un enorme errore, ovvero una scommessa rischiosa del Presidente Chirac che sciolse l’Assemblea nella quale godeva di una sostanziosa maggioranza, portò alla più lunga delle coabitazioni, 1997-2002, fra Chirac e il socialista Jospin e pose le premesse per una riforma costituzionale di notevole importanza che, ritengo, de Gaulle non avrebbe assolutamente gradito. Riduzione del mandato presidenziale a cinque anni, elezioni presidenziali da svolgersi prima di quelle parlamentari, con il Presidente eletto in grado di esercitare un effetto di trascinamento a favore dei candidati al parlamento del suo schieramento. Così è finora stato. Mi sono dilungato sul modello capostipite, ma la storia politico-costituzionale del semipresidenzialismo in Portogallo offre un esempio di successo con non poche coabitazioni, una attualmente in corso: governo di sinistra, Presidente del centro-destra.
La temuta e inizialmente molto criticata coabitazione non è in nessun modo assimilabile al governo diviso nel presidenzialismo USA. Nella coabitazione c’è sempre chi governa: il Presidente se ha la maggioranza nell’Assemblea oppure il Primo ministro che diventa e rimane tale proprio perché ha e fintantoché mantiene la maggioranza che ha tutto l’interesse a rimanere compatta e a mostrare efficienza per rendere quasi impossibile/ingiustificabile lo scioglimento ad opera del Presidente. Negli USA, quando compare il “governo diviso”: Presidente di un partito, almeno una camera con maggioranza assoluta dell’altro partito, nessuno governa. Ne conseguono stallo decisionale e pratiche diffuse di scaricabarile, buckpassing, che impediscono all’elettore di valutare le responsabilità politiche, sempre evidenti nella coabitazione del semipresidenzialismo.
Nel corso del tempo, il semipresidenzialismo è stato importato e fatto funzionare in non pochi sistemi politici: del Portogallo nel 1975 ho detto; in buona parte delle ex-colonie africane francofone e sorprendentemente a Taiwan (Semi-presidentialism outside Europe, a cura di Robert Elgie e Sophia Moestrup, Londra e New York, Routledge, 2007); in diversi sistemi politici post-comunisti: Polonia, Romania, Bulgaria, Ucraina (Angelo Rinella, La forma di governo semipresidenziale. Profili metodologici e “circolazione” del modello francese in Europa centro-orientale, Torino, Giappichelli, 1997).
La transizione da una Repubblica parlamentare, come quella italiana, a una Repubblica semipresidenziale, richiede anzitutto una discussione non allarmistica e non apodittica, ma anche la presentazione non apologetica e non esagerata dell’esito finale come se potesse risolvere tutti i problemi politici italiani, molti dei quali non dipendono affatto dalle istituzioni. L’esperienza francese, ma non solo, è decisamente positiva. Ricca di insegnamenti, rivela che il semipresidenzialismo presenta qualche inconveniente, ma è certamente in grado di offrire notevoli opportunità istituzionali e politiche.
Pubblicato il 18 marzo 2023 su Domani
Le promesse e le scommesse @Mondoperaio #Craxi
Per Bettino Craxi
Giunto improvvisamente a guidare un partito chiaramente sconfitto nelle elezioni del 1976 (precipitato al punto più basso del suo consenso elettorale nel dopoguerra e diviso in correnti “ideologiche” che si spartivano malamente le poche risorse disponibili), Bettino Craxi si trovò ad affrontare la sfida delle sfide: sopravvivere e crescere in un contesto bipolarizzato dominato da due rivali agguerriti e che sembravano in ottima salute politica. Le due “chiese” – come il sociologo Francesco Alberoni, allora socialista, bollò la Democrazia cristiana e il Partito comunista), erano in condizione di schiacciare un partito i cui dirigenti e militanti avevano forse perso la fede: vale a dire che non riuscivano ad attrarre iscritti, simpatizzanti e elettori in chiave fideistica, ovvero sulla fiducia in un domani migliore. Soprattutto, non erano riusciti a formulare una posizione e un’offerta politica nettamente distinta da quella comunista e non subalterna a quella democristiana (e viceversa). Dove portassero e dove potessero effettivamente arrivare gli “equilibri più avanzati” indicati dal segretario sconfitto Francesco De Martino non era possibile dire: ma certamente quegli equilibri non erano risultati una prospettiva stimolante e realistica agli elettori.
Mondoperaio s’interrogava con una molteplicità di articoli anche pregevoli su come riuscire a capire e a imitare l’esperienza di Mitterrand, il cui Parti socialiste mieteva successi elettorali ed era addirittura sulla strada che lo avrebbe condotto all’Eliseo nel 1981. In verità molto di quello che scrivemmo allora è rimasto lì a testimoniare del pensare di ciascuno dei collaboratori, non della loro/nostra capacità complessiva di influenzare la politica della leadership del Psi. In maniera certamente non sistematica, nello spazio di un paio d’anni il segretario Craxi sembrò promettere tre importanti cambiamenti: nel partito, un nuovo Psi; nella strategia politica, l’alternativa socialista; nel sistema istituzionale, la “Grande Riforma”. Queste tre promesse potevano e dovevano essere perseguite congiuntamente. Stavano insieme: il conseguimento di una promessa avrebbe avuto effetti positivi sulla possibilità di conseguire anche le altre; e di converso, nella sequenza, un Psi debole non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Per quanto riguarda il partito, in pochi anni, Craxi sgominò tutte le opposizioni interne, emarginò i concorrenti, conquistò una posizione dominante. Il Partito socialista divenne il partito di Craxi, e in quanto tale fu apprezzato e attaccato (tema che merita approfondimenti qui impossibili). Credo di potere legittimamente sostenere che la sua rielezione per acclamazione (voluta o no, ma non ricusata) alla segreteria del Psi nel Congresso di Verona (maggio 1984) costituisca il punto di non ritorno. Naturalmente, non mancarono le critiche sia alla procedura sia ad alcune conseguenze. In un durissimo commento sulla Stampa Norberto Bobbio stigmatizzò l’acclamazione come un esempio criticabilissimo di “democrazia dell’applauso”. Craxi replicò evocando “filosofi che hanno perso il senno”, ma repliche altrettanto sferzanti furono da lui indirizzate a critiche simili formulate dal sociologo Francesco Alberoni e dallo storico del pensiero politico Luigi Firpo.
Per acquisire ancora maggiore controllo sul partito, Craxi aprì le porte dell’Assemblea nazionale ad una pluralità di figure di varia provenienza, praticamente nessuna con precedenti esperienze di impegno politico-partitico o dotate di conoscenze politiche. Memorabilmente, Rino Formica parlò di “nani e ballerine”, espressione che è rimasta nel linguaggio politico. Senza entrare nei particolari, è facile constatare che la promessa di Craxi di costruire un partito socialista effettivamente nuovo non fu da lui mantenuta. Sicuramente una novità rilevantissima fu data dalla sua leadership e dalle sue modalità “decisioniste” di esercizio del potere politico e di governo. In quanto a distribuzione del potere nel partito, Craxi si accontentò del sostegno che gli portavano coloro che controllavano il potere nelle loro rispettive aree di influenza: La Ganga in Piemonte; De Michelis in Veneto; Lagorio in Toscana; Di Donato in Campania; Marzo (e per qualche tempo Signorile) in Puglia; Andò in Sicilia.
Negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader
Il Psi divenne un partito dalla doppia immagine: quella nazionale espressa da Craxi e quelle locali dei rispettivi baroni regionali. Chi aveva suggerito di seguire, almeno in parte, il percorso che aveva portato al Parti socialiste di Mitterrand, stabilendo rapporti flessibili ma costanti con una varietà di gruppi e associazioni di tipo riformista attive nella società italiana, fu inevitabilmente deluso. Quello che poteva essere un modo di drenare sostegno ed energie dalle associazioni vicine al Pci, e quindi di riequilibrare i rapporti di forza, non fu mai tentato con convinzione. Né Craxi né gli altri dirigenti socialisti vollero (o seppero) apprendere un’altra grande lezione che aveva portato all’esito felice del Parti socialiste: suscitare luoghi di aggregazione e di confronti sotto forma di club, di circoli, di sedi. Il punto più alto di elaborazione culturale (non seguito dalla declinazione di politiche sociali adeguate e coerenti) fu opera, non di una sintesi di quanto fosse stato pensato e prodotto in una molteplicità di luoghi, ma della riflessione che Claudio Martelli affidò al suo intervento sui meriti e sui bisogni alla conferenza programmatica di Rimini del 1982.
In sostanza e nella pratica, negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader: e che nelle aree locali di una qualche importanza, ad eccezione della Lombardia, era nelle mani di uno specifico dirigente, con suo personale radicamento, il quale, fatto salvo il “dovuto” omaggio al leader, perseguiva anche sue politiche personali. Noterò en passant che il Psi di Craxi non fu comunque mai un partito personalista del tipo di quelli che abbiamo visto in Italia nell’ultimo decennio: ma non riuscì neppure a diventare un partito effettivamente rinnovato, coeso e effervescente.
Soltanto un partito profondamente rinnovato avrebbe potuto perseguire con qualche ragionevole aspettativa di successo quella che allora su Mondoperaio molti, compreso chi scrive, definivano “alternativa”. L’uso di questo termine offrì a molti raffinati interpreti il destro per esibirsi in sottili, ma inadeguate, distinzioni fra alternativa e alternanza, non tenendo conto delle premesse, dei processi e delle implicazioni dell’espressione “alternativa”[1]. Mi pare opportuno sottolineare che si trattava proprio di costruire una alternativa alle coalizioni imperniate sulla Democrazia cristiana: in assenza di quella possibile alternativa in nessun modo si sarebbe giunti all’alternanza. Non so se “dalla forza delle cose” sarebbe scaturita “l’alternativa socialista”, tema del Congresso Psi di Torino (fine marzo-aprile 1978). Sono tuttora convinto che quell’alternativa andava costruita, ed era possibile farlo, a sinistra, con il Pci. Naturalmente, quel Pci che perseguiva la politica del compromesso storico al tempo stesso negava la possibilità di un’alternativa di sinistra, e contraddiceva uno dei cardini della politica democratica: vale a dire che la alternanza al governo di un paese deve essere sempre considerata un esito incombente e praticabile della competizione politico-elettorale.
Senza tentennamenti criticai per tempo tanto il compromesso storico, che poco aveva a che vedere con un accordo effettivamente consociativo che avrebbe dovuto di necessità includere anche il Psi, quanto la prospettiva che un eventuale governo di compromesso storico avrebbe dovuto durare per un periodo di tempo indefinito. Sarebbe inevitabilmente diventato una cappa di piombo su una società che doveva cambiare liberando energie e non comprimendole. Non fui affatto il solo a avanzare forti riserve e formulare serie critiche. Rispetto alla maggioranza dei critici, la mia posizione si caratterizzava per porre avanti a tutto una certa idea di sistema politico nel quale nessuna maggioranza potesse mai considerarsi sicura e insostituibile, e tutte le maggioranze fossero costrette a comportarsi come se la possibilità di una loro sconfitta stesse costantemente dietro l’angolo.
Sarebbe di grande utilità un approfondimento sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti
Nel corso degli anni Ottanta dello scorso secolo Craxi semplicemente abbandonò qualsiasi prospettiva di alternativa socialista. I fischi del Congresso di Verona a Berlinguer, almeno in parte giustificabili come disapprovazione della incerta e malferma politica del Pci, furono la premessa di un altro percorso che all’alternativa non avrebbe potuto mai portare e approdare. Il solco nella sinistra si approfondì non soltanto con la decisione di “tagliare” la scala mobile, ma soprattutto di accettare di andare al voto sul referendum chiesto dal Pci. Lascio da parte qualsiasi discorso sulla necessità – per la costruzione di un’alternativa alla Dc – di avere il pieno, esplicito, convinto sostegno dei sindacati (anche e soprattutto, della Cgil), perché mi pare da sottolineare con apprezzamento la dichiarazione di sfida di Craxi. “Un minuto dopo la vittoria degli abrogazionisti il capo del governo si dimetterà”. Dopo avere esitato fino ad intrattenere l’idea – di provenienza radicale – di invitare all’astensione, Craxi rivendicò la sua responsabilità e ottenne una significativa vittoria.
Purtroppo non ne seguì una indispensabile politica di concertazione con i sindacati, dimenticando anche in questo caso l’esperienza del Parti socialiste di Mitterrand e il rapporto strettissimo intessuto con la CFDT di Jacques Delors. Qui sarebbe di grande utilità un approfondimento, del quale non sono capace, sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti. Certamente, ancora oggi capire dove e come situarsi fra la deleteria disintermediazione e la deplorevole “cinghia di trasmissione” che, lo sottolineo, va avanti e indietro fra sindacati e partiti, appare problematico. Tuttavia nessuna alternativa politica può essere costruita con successo e tradotta efficacemente in pratica senza porsi il compito di offrire rappresentanza, confronto e interlocuzione alle associazioni.
Il successo quarantennale della Democrazia cristiana è spiegabile quasi esclusivamente con riferimento alla capacità delle sue correnti di stabilire, mantenere, fare funzionare le relazioni stabilite con numerosi interlocutori sociali dei più vari tipi. Non vorrei ridurre tutto questo a qualche slogan, ma la politique d’abord fa poca strada senza il sostegno sociale: anche se mi affretto ad aggiungere che nessun sistema politico è o sarebbe in grado di funzionare all’insegna della société d’abord. Oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, m’interrogherei piuttosto sulla culture d’abord: vale a dire quali principi e quali valori, sentendomi di sottolineare la quasi assoluta inadeguatezza della cultura politica con la quale i comunisti giunsero a quell’imprevisto appuntamento, ma anche l’incapacità di Craxi e dei socialisti di trarne insegnamenti per i rapporti da intrattenere con i comunisti italiani e per formulare a loro volta una cultura politica che tenesse conto della nuova situazione. Quali bisogni, quali meriti? Quale riflessione sul richiamo di Bobbio, immediatamente criticato da molti e dai socialisti certamente non difeso, per il quale “caduto il comunismo rimangono i problemi che ne hanno costituito il fondamento, la motivazione”? Invece mi parve che Craxi pensasse che il Psi sarebbe quasi automaticamente riuscito ad attrarre/ereditare i voti, molti, in uscita dal Pci, entrato nel tunnel della sua forzata trasformazione: fino a svuotarlo e assorbirlo quasi completamente anche senza procedere a nessun cambiamento nella cultura politica socialista.
Rimanendo nella linea interpretativa che mi sono dato con riferimento alla notevole esperienza del Parti Socialiste di Mitterrand, concludo la mia analisi e valutazione dell’opera di Craxi con la sua proposta di Grande Riforma sorprendentemente annunciata nell’autunno 1979[2]. Chiunque dimentichi che Mitterrand si trovò ad operare in un sistema istituzionale drasticamente diverso da quello italiano – vale a dire in una Repubblica semipresidenziale con sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali per l’elezione del Parlamento – non può capire quanto le regole istituzionali e elettorali abbiano influenzato la strategia del Parti socialiste, che seppe sfruttarne tutte le opportunità. Anche se quelle istituzioni “non erano state fatte per lui”, avrebbe dichiarato il neo-eletto Presidente, “se ne sarebbe servito”: in maniera, mi permetto di aggiungere, che fu eccellente. In una pluralità di articoli pubblicati da Mondoperaio non mancarono i riferimenti positivi alla struttura istituzionale della Quinta Repubblica francese (ma vi furono anche non poche riserve e critiche). La tematizzazione più completa e più brillante della necessità di una riforma costituzionale arrivò con il volume di Giuliano Amato, Una Repubblica da riformare (Bologna, Il Mulino, 1980).
Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti
Senza nessuna concessione a coloro che pensano che la Costituzione italiana fosse già allora datata e persino di ostacolo a cambiamenti politici significativi (non lo era e non lo è tuttora), certamente le democrazie parlamentari con leggi elettorali proporzionali e quindi con sistemi multipartitici sono più flessibili e maggiormente in grado di accogliere e smussare le preferenze degli elettori: mentre i semipresidenzialismi di tipo francese sono più sensibili ai mutamenti di quelle preferenze e le leggi elettorali maggioritarie, oltre a spingere verso un’effettiva competizione bipolare (già facilitata dall’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica) ne potenziano l’impatto. In estrema sintesi, il “bipolarismo” Dc/Pci era favorito dagli assetti istituzionali e elettorali italiani. Spaccarlo richiedeva un intervento mirato e di grande respiro. Peraltro, quasi inesorabilmente, una legge elettorale a doppio turno come quella francese (l’ho ripetutamente argomentato) da un lato svantaggia i partiti, dall’altro favorisce la formazione di coalizioni che gli elettori scelgono di votare nella prospettiva di conferire un mandato di governo.
Né l’impianto complessivo della Grande Riforma né i suoi cruciali dettagli furono mai elaborati soddisfacentemente da Craxi. Neppure ad opera dei parlamentari socialisti fecero seguito proposte precise e significative. Al contrario, nelle sedi ufficiali – a partire dalla Commissione Bozzi, istituita nel novembre 1983 e giunta al termine dei suoi lavori il 1 febbraio 1985 – i socialisti operarono sostanzialmente per impedire il conseguimento di qualsiasi accordo. Per tutto quel periodo Craxi fu Presidente del Consiglio. La sua comprensibile priorità era la permanenza in carica. Il suo “interesse” istituzionale consisteva nel rafforzamento dei poteri del capo del governo, ma le modalità con le quali pervenire a questo esito non furono mai delineate. Non è questo il luogo dove procedere a puntigliose esplicazioni: ma, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca è una di quelle modalità fra le più apprezzabili e in pratica fra le più efficaci per chi desideri la stabilità di governo. Germania docet. La battaglia istituzionale più incisiva Craxi la condusse contro il ricorso al voto segreto in Parlamento, strumento sul quale i parlamentari, ma soprattutto le correnti democristiane, facevano frequente affidamento. Fu una battaglia sostanzialmente vittoriosa, ma che rimase confinata in quell’ambito: mentre avrebbe potuto estendersi alle modalità di funzionamento interno dei partiti e di elezione dei candidati. Proprio a questo proposito la parabola non riformatrice di Craxi si concluse con un errore strategico e con una grande decisiva sconfitta.
Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti, poiché andava anche nel senso di rispondere ad un’opinione pubblica inquieta e irritata dai comportamenti parlamentari dei franchi tiratori. Invece Craxi schierò il Psi contro qualsiasi riforma elettorale (tralascio la sua idea di soglia di sbarramento in tutte le circoscrizioni per la Camera, pensata palesemente contro l’avanzata della Lega). Fatidico fu l’invito ai cittadini elettori ad “andare al mare” per fare fallire per mancanza di quorum il primo referendum elettorale, quello sulla preferenza unica. Il 9 giugno 1991 fu certo in una qualche misura, se non una vera e propria sconfitta della partitocrazia italiana, quantomeno il segnale forte della crescente insofferenza nei suoi confronti della maggioranza degli italiani.
Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo
Fu anche il segnale che il Psi di Craxi non aveva capito quei sentimenti e non riusciva a rappresentarli modernamente. Qualsiasi Grande Riforma avrebbe potuto giovarsi di una iniziale “riformetta” che toccava in radice il rapporto dei parlamentari con l’elettorato. Quel giorno del giugno 1991 nel quale Craxi privilegiò quello che considerava l’interesse (di cortissimo respiro) del suo partito alla sfida di un mutamento positivo per il sistema politico italiano segna una svolta negativa alla quale nessuno nel Psi si oppose e seppe, in seguito, porre rimedio.
È tempo di concludere. Lo farò ricorrendo all’analisi effettuata da Bobbio sulle “promesse non mantenute della democrazia” (Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi) pubblicata proprio nell’anno, 1984, in cui il presidente Pertini lo nominò senatore a vita e aderì come indipendente al gruppo dei senatori socialisti. A proposito della traiettoria politica di Craxi sono giunto alla convinzione che si possa e si debba parlare di “scommesse perdute”. Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo. Dovette tenere alta la posta del rinnovamento del Psi: ma anche se ebbe qualche buona carta da giocare non riuscì davvero a dare al suo partito una strutturazione solida a sostegno del suo leader e di una politica limpidamente definita. Sconfitte le correnti interne, parte non piccola del potere politico confluì nelle mani di baroni locali la cui politica e la cui immagine non furono di giovamento al partito nazionale. Craxi scommise sulla sua capacità di obbligare i comunisti a incamminarsi sulla strada dell’alternativa alla Democrazia cristiana, ma lui stesso, preferì “giocare” con la Dc piuttosto di andare a vedere la carte del Pci e dei suoi dirigenti. Quelle carte non volle vederle neppure quando, trattandosi della possibilità di una Grande Riforma che avrebbe rimescolato tutto, a veri e convinti riformatori istituzionali si sarebbero aperte notevoli opportunità. Contrariamente alle promesse non mantenute della democrazia (che secondo Bobbio non si potevano mantenere), le scommesse di Craxi, se avesse voluto rischiare fino in fondo, avrebbero potuto risultare vincenti. Invece, a triste conclusione della sua parabola durata più di quindici anni, il segretario del Partito socialista lasciò il suo partito in condizioni di grande debolezza e il sistema politico scalfito, irriformato ed esposto agli avventurieri istituzionali che non tardarono ad arrivare e stanno tuttora qui fra e con gli italiani.
note
[1] Per ampi chiarimenti e opportuni esempi mi fa piacere rimandare alle analisi contenute nel volume da me curato insieme a Marco Valbruzzi, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011).
[2] Il testo intitolato La grande riforma si trova nell’utilissimo volume curato da G. Acquaviva e L. Covatta, La “grande riforma” di Craxi, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 185-189. Per ragioni di spazio, ma soprattutto di contenuti, ciascuno dei quali richiederebbe riflessioni puntuali e estese, non posso confrontarmi, e me ne dispiaccio, con quanto scritto dagli autori dei singoli capitoli. Mi limito a sottolineare che le due opzioni di riforma del modello italiano di governo, vale a dire, il neo-parlamentarismo e il presidenzialismo, alle quali dedica la sua attenzione Giuliano Amato, non possono essere messe sullo stesso piano. La prima approderebbe nel migliore dei casi (cioè se accuratamente elaborata nei dettagli), ad una razionalizzazione del parlamentarismo: ma è solo la seconda (nelle sue varianti: Repubblica presidenziale/Repubblica semi-presidenziale, tutt’altro che assimilabili) che meriterebbe la qualifica di Grande Riforma. Aggiungo che, preso atto delle difficoltà in cui versano i partiti politici italiani, a chiunque intenda prospettare riforme istituzionali più o meno “grandi” è oggi indispensabile chiedere anche su quali strutture politiche si reggerebbero quelle riforme.
Pubblicato su Mondoperaio gennaio 1/2020
