Il 25 aprile non è, non è mai stato, neppure deve essere un giorno di festa per tutti. Ognuno decide per sé se quanto come vuole festeggiare la liberazione dell’Italia dalla presenza dei nazisti sul territorio della Nazione e la sconfitta del tentativo fascista della Repubblica di Salò di riconquistare il potere politico. La Liberazione fu conquistata dai partigiani per tutti gli italiani, ma i fascisti che erano gli oppressori sconfitti, anche se egualmente “liberati”, non avevano proprio nulla da festeggiare. Non pochi fascisti si sarebbero, poi, considerati “esuli in patria”, in quella nuova patria che, pure, garantiva loro libertà, anche quella di non festeggiare, partecipazione, opposizione.
Una festa civile è per definizione aperta e inclusiva tanto più quando non ha bisogno di dichiararsi tale. La sua ricorrenza serve a ricordare a tutti le ragioni che stanno a fondamento della sua celebrazione tanto più quando, com’è il caso del 25 aprile, quella festa di liberazione sta a fondamento sia della Repubblica parlamentare democratica sia della Costituzione. Ne è la imprescindibile premessa. Non è, logicamente, affatto casuale che i fascisti abbiano sempre sostenuto il presidenzialismo contro il regime dei partiti, siano stati a lungo esclusi dall’arco costituzionale e fino al 1994 tenuti giustamente fuori dalle coalizioni di governo. Erano avversari del sistema politico democratico. Alcuni lo sono tuttora, in forme e modi più sottili e più subdoli.
Considerare e celebrare il 25 aprile come festa di tutti è stato un errore grave, non da tutti commesso in buona fede. Sappiamo che quell’ecumenismo non ha in nessun modo contribuito alla “pacificazione” nazionale. Peggio, ha impedito che la necessaria discussione sulla storia del fascismo, delle basi del consenso che, più o meno coatto, ci fu, delle radici del mussolinismo e del regime autoritario, delle connivenze giungesse ad acquisizioni culturali e politiche definitive (o quasi, ferma restando la possibilità di revisioni che, pur senza intaccare la sostanza, si rendessero indispensabili).
Non c’è nessuna ragione per la quale gli italiani debbano avere memorie condivise del fascismo, della Resistenza, della traiettoria della storia della Repubblica e dei suoi momenti più gravi nei quali i fascisti svolsero ruoli devastanti. Ciascuno ha la sua propria memoria, nutrita di conoscenze e di pregiudizi, di insegnamenti e di esperienze, di apprendimenti e di preferenze. Quello che le memorie dei singoli contengono è sempre suscettibile di controllo e revisione a confronto con i fatti. Le memorie non vanno obbligatoriamente condivise. Farlo è illusorio quando non è manipolatoria. Le memorie possono essere sfidate e debbono essere messe in competizione anche al fine di trasmetterle, di ridefinirle, di farne fondamento della convivenza civile e politica. Quelle memorie vanno prese sul serio anche perché attraverso di loro si sono costruiti e si reggono alcuni valori portanti: l’amor di patria, la giustizia sociale, la libertà, la partecipazione, forse l’eguaglianza. Deliberatamente non mi dilungo, ma chiaramente non considero l’elenco né esaustivo né stilato in ordine di importanza.
Ribadisco: il 25 aprile è senza ombra di dubbio festa di libertà. Su quella libertà e grazie a lei l’Italia e gli italiani/e hanno goduto per ottanta lunghi dell’opportunità di perseguire altri valori desiderati, opportunità negata dal fascismo a gran parte dei cittadini. Coloro che non ritengono di dover festeggiare il 25 aprile, anzi, si rifiutano graniticamente di farlo, si esprimono indirettamente, spesso con sprezzante cognizione di causa in un contesto divenuto loro molto favorevole, contro la libertà degli altri e i valori che ne conseguono. L’Italia delineata nella Costituzione era e continua a essere, come scrisse
“Quando sento parlare di patria, mi viene subito voglia di invadere la Francia e di spezzare le reni alla Grecia”. Come molti lettori/trici di “Domani” hanno sicuramente capito, ho parafrasato Woody Allen al quale la musica di Wagner dava l’irreprimibile stimolo ad invadere la Polonia. Proprio a causa del titolo ho alquanto esitato prima di immergermi nella lettura del saggio di Vittorio Emanuele Parsi, Madre Patria. Un’idea per una nazione di orfani Bompiani 2023. Da più di vent’anni conosco l’autore, professore di Relazioni Internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, capitano di fregata della Marina Militare, appassionato giocatore di rugby. Ho letto e apprezzato alcuni dei suoi importanti libri sull’ordine liberale internazionale, le sue tensioni, il suo slabbrarsi. Condivido la sua ferma e argomentata, in molti frequenti interventi a trasmissioni televisive, difesa dell’Ucraina aggredita dalla Russia (caso al quale è qui dedicato un capitolo), e ritengo la sua prospettiva di studioso convincente e feconda. Pertanto, mi è parso utile confrontarmi con la sua “idea per una nazione di orfani”.
Premetto che non mi sono mai sentito orfano di alcunché, meno che mai della “madre patria”. La mia autobiografia comincia con le parole “sono un europeo nato a Torino”. Non sono affatto incline a definire la mia identità con l’unico riferimento all’Italia in quanto patria. Le mie reminiscenze della storia e della politica greca mi hanno condotto a dare valutazione positiva alla pratica di stare insieme in nome di certi valori. Quello considerato particolarmente importante da Pericle nel suo famosissimo discorso sulla democrazia in Atene era la partecipazione, l’azione comune dei migliori dei cittadini per il bene della città (MAGA: Make Atene Great Again) anche sacrificando i loro interessi e piaceri personali. Subito dopo in una sequenza logica irrefutabile, mi confronto con quel grande retore e convinto patriota della Roma repubblicana che fu Marco Tullio Cicerone e gli chiedo se non ritenga che la sua icastica affermazione ubi patria ibi libertas non debba essere capovolta: ubi libertas ibi patria. Ci impegniamo in un concitato confronto nel quale ciascuno di noi sostiene con modalità diverse la necessità che la patria sia luogo di valori, da affermare e per i quali combattere, a cominciare dal valore della libertà senza la quale nessuno degli altri valori avrebbe senso, sostanza, solidità.
Parsi preferisce non formulare e non offrire una precisa definizione della patria. Solo verso la fine del suo saggio dichiara quale è l’obiettivo degno di essere perseguito: “una patria inclusiva, democratica e gentile”. Potrebbe non essere inutile spacchettare ciascuno degli aggettivi e porsi il compito di trovarne di più appropriati, più evocativi, migliori anche se poi diventerebbe tanto essenziale quanto problematico convergere sui criteri per la classificazione. L’aggettivo “inclusivo” viene scelto da Parsi sia perché la patria fascista fu deliberatamente costruita per escludere tutti coloro che si opposero in una pluralità di forme al regime autoritario sia perché anche oggi i governanti italiani hanno, esprimono, manifestano un atteggiamento proprietario: la loro idea di patria è quella giusta, l’unica giusta. Capisco, ma preferirei “aperta”, l’aggettivo utilizzato da Karl Popper contro i tetri e chiusi totalitarismi dei suoi tempi (nient’affatto finiti), che consente di pensare e operare affinché chiunque lo desidera, ovviamente a determinate condizione, possa aderire, entrare nella patria più affine ai suoi valori o più capace di proteggere e promuovere quei valori.
L’aggettivo “democratico” merita il posto centrale. Serve a richiamare l’attenzione sull’esistenza di un notevole numero di patrie che non sono affatto democratiche, che non lo sono mai state, che non stanno in nessun modo cercando di diventarlo. La Grande Madre Russia ne costituisce un caso esemplare. Più in generale, molti regimi (e leader) autoritari fanno leva sulla esaltazione della triade “Dio, Patria, Famiglia”. Infine, non sono per nulla interessato a che la “mia” patria sia gentile. La vorrei esigente e giusta. Esigente nei confronti dei suoi cittadini i cui diritti protegge e promuove, dai quali esige l’adempimento di doveri (eviterò l’aggettivo “sacrosanti”) essenziali: difesa, tassazione, solidarietà, decoro e onore. Giusta perché chiede ai suoi cittadini in proporzione alle loro capacità di contribuire.
La patria alla quale Parsi si riferisce positivamente, quasi con gratitudine è quella che nasce con il Risorgimento quando la probabilmente migliore, anche se molto ristretta, classe politica che l’Italia abbia mai avuto, la Destra Storica, unifica statualmente e politicamente nel Regno d’Italia quanto, fino ad allora, era, aveva ragione il Principe di Metternich, poco più che una “espressione geografica”. Ma, male faremmo se dimenticassimo i diversamente importanti contributi di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Vorrei inserirli nel Pantheon dei Patrioti sottolineando che ad entrambi la sola Italia non bastava. Mazzini ebbe come orizzonte la Giovane Europa e Garibaldi è famoso come “eroe dei due mondi” poiché sia in America latina sia in Italia combatté per la libertà.
La Resistenza non fu il completamento del Risorgimento. Fu un Risorgimento diverso innestato su un paese ridotto dal fascismo a macerie politiche, economiche, sociali, culturali. Il 25 luglio 1943 morì il fascismo come regime (non come mentalità). L’8 settembre 1943 si suicidò per egoismo e codardia la monarchia sabauda con i suoi fiancheggiatori felloni. Come in maniera spesso commovente registrano e attestano le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, una certa idea di patria sopravviveva. Si espresse in forme liberaldemocratiche maggioritarie alle quali si contrappose una visione, giustamente criticata senza mezzi termini da Parsi, rivolta alla patria del socialismo, l’Unione Sovietica. Neppure il crollo del Muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica hanno portato gli italiani, sostiene Parsi, ad una ricomposizione dell’idea di Patria. Non è stata sufficiente l’opera di predicatori eccellenti, in qualche modo, Sandro Pertini con le sue impertinenze talvolta ai limiti della costituzionalità; Ciampi, purtroppo per lui privo di un partito che facesse da cassa di risonanza alle parole; e Sergio Mattarella. Per motivi che non chiarisce, Parsi esclude, a mio parere, sbagliando, Giorgio Napolitano.
Quel che manca in Italia sono le figure di intellettuali predicatori di patriottismo. Parsi non affronta questo tema poiché ritiene che la patria debba nascere dal basso, bottom up, e che il compito debba essere svolto, non dai docenti nelle scuole, nella cui adesione nutre scarsissima fiducia, condivido, ma, problematicamente, nei e dai nostri cuori. So che i sentimenti contano, ma preferirei che patria e patriottismo venissero argomentati dalla ragione e ragionevolmente condivisi oppure contrastati. A quel che so, altrove in Europa la ricerca di patriottismo è limitata e politicamente marchiata. Il grande filosofo politico e sociologo tedesco Jürgen Habermas si è impegnato nell’elaborazione, mai trionfante, del patriottismo costituzionale proprio per opporsi a qualsiasi riaffermazione/risorgenza nazionalista sotto mentite spoglie patriottiche. Il patriottismo di destra, particolaristico e nazionalista si camuffa come sovranismo. L’invocazione di Parsi è che si parta dal rispetto e dall’amore per quel che ci circonda: persone e regole, “il bene di tutti nostri compatrioti” (p. 179).
Poiché sono giunto alla convinzione che recuperare la patria, concetto e azione, è un’operazione probabilmente impossibile, sicuramente di retroguardia, la mia visione e la mia analisi vanno verso l’europeismo. Dirò, con Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, che il compito più alto, la sfida più significativa per le patrie e i patrioti consiste nel consapevolmente fare molti passi avanti per convergere sulla patria europea. Il più recente magistrale racconto di vita e di storia dello studioso inglese Timothy Garton Ash, Homelands [patrie al plurale]. A Personal History of Europe (Penguin Random House 2023), è un’ottima lezione di post-patriottismo nazionale. Non è incompatibile con la perorazione patriottica di Parsi. Però, Garton Ash mostra che si possono, si debbono avere più patrie. Concordo.
Non può esserci nessuna mielosa pacificazione fra queste due visioni della politica, fascista e democratica, e in buona sostanza, della vita. Sono inconciliabili. Proprio questa inconciliabilità volevano i costituenti: porre argini invalicabili alla ricomparsa di qualsiasi forma, modalità, assetto autoritario. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei, in libreria con il suo nuovo libro “Il lavoro intellettuale”
Agli affastellatori di date bisogna contrapporre che l’unico collegamento inscindibile è quello fra il 25 aprile e il 2 giugno. Senza la vittoria della Resistenza nessun referendum monarchia/Repubblica e nessuna elezione dell’Assemblea Costituente sarebbero stati possibili. A coloro che negano il carattere antifascista della Costituzione, non basta contrapporre la XII disposizione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista che, comunque, si ricostituì e che, forse sarebbe stato subito disciolto da una Corte costituzionale attiva fin dal 1948. Sono tutti gli articoli sui diritti dei cittadini, sul pluralismo dei partiti e sulla separazione e autonomia delle istituzioni: Presidenza, Governo, Parlamento e Magistratura, che rendono la Repubblica italiana strutturalmente antifascista, contro tutto quello che fu istituzionalmente e politicamente il fascismo.
Non può esserci nessuna mielosa pacificazione fra queste due visioni della politica, fascista e democratica, e in buona sostanza, della vita. Sono inconciliabili. Proprio questa inconciliabilità volevano i costituenti: porre argini invalicabili alla ricomparsa di qualsiasi forma, modalità, assetto autoritario. Ancora oggi i critici della forma di governo parlamentare istituita con la Costituzione italiana sottolineano che al Presidente del Consiglio furono attribuiti scarsi poteri decisionali poiché i Costituenti agivano sotto “il complesso del tiranno”: mai più troppi poteri ad un uomo (una donna?). Curiosamente e contraddittoriamente, sono gli stessi che sostengono che la Costituzione non è antifascista. Ma, l’eventuale carenza di potere decisionale del Presidente del Consiglio dipende, molto più che dagli articoli che lo riguardano, dalla necessità, in un paese attraversato da molte fratture sociali, di dare vita a governi di coalizione fra più partiti, sicuramente più rappresentativi che richiedono però tempi di accordo e di decisione necessariamente più lunghi.
Anche questo, la disponibilità al confronto e al compromesso, è, forse, da considerarsi un elemento propriamente democratico e antifascista laddove il fascismo esaltava il potere e le capacità personali del Duce. La Costituzione ha anche saputo domare i fascisti, gli ex-fascisti e i post-fascisti proprio con la flessibilità delle sue istituzioni, contrastando le sfide di stampo fascista fino al Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. In uno slancio di comprensibile retorica democratica che ha molti predecessori certamente più eminenti e più qualificati di me, l’antifascismo della Costituzione sta nel fatto tanto semplice quanto cruciale che la Costituzione tutela e rispetta il dissenso, in qualche modo persino lo ritiene positivo. Di contro, il fascismo si fece vanto di sapere schiacciare qualsiasi modalità di dissenso e punì spesso, anche con la morte, coloro che, lucidamente consapevoli dei rischi, ne erano portatori. La Costituzione italiana ha bandito la pena di morte. Ricordare tutto questo è il modo migliore di celebrare il 25 aprile che lo ha reso pssibile.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei. Il suo nuovo libro si intitola
Deliberatamente e consapevolmente imperterriti, Ignazio La Russa e Isabella Rauti celebrano la nascita del Movimento Sociale Italiano, partito nel quale hanno fatto politica per lungo tempo e che ha permesso loro di diventare rispettivamente Presidente del Senato e Sottosegretaria alla Difesa. La fiamma sta nel logo di Fratelli d’Italia proprio a ricordo del MSI che così si chiama con riferimento alla Repubblica Sociale Italiana (di Salò) e per aggancio con quell’esperienza formativa. Giorgia Meloni si limiterà a liquidare con sufficienza quanto detto dai suoi rappresentanti. Sa che la prevedibile indignazione di molti non scalfisce minimamente il consenso di FdI.
Per quanto sacrosanta quelle indignazione non è una risposta politicamente efficace. Molti hanno già detto che il voto e i consensi a Fratelli d’Italia sono anche e soprattutto il prodotto di un disagio sociale al quale le sinistre da tempo non sanno offrire risposte convincenti. Elaborare risposte nuove e decenti al disagio dell’elettorato è sicuramente un compito che le opposizioni hanno il dovere politico di assumere seriamente e responsabilmente. Tuttavia, a nessuno può essere consentito né di dimenticare né di sottovalutare i principi ideali a fondamento della Costituzione e della democrazia repubblicana. L’antifascismo è uno, probabilmente il più importante, di questi principi. Spesso è stato proposto in maniera puramente celebrativa senza i necessari presupposti storici senza l’indispensabile elaborazione di come proprio quell’antifascismo abbia costituito la premessa per il riscatto della dignità della Nazione.
Lamentarsi delle carenze e delle inadeguatezze dell’insegnamento (e della conoscenza) della storia d’Italia (e d’Europa) in questo paese è stato spesso un argomento di discussione salottiera per colmare qualche vuoto, forse per salvarsi l’anima. Non sono certo questi i tempi più propizi per trasmettere la storia e le memorie del ventennio e della Resistenza. Profondamente sbagliato, però, è credere che si tratti di una battaglia di retroguardia, già persa. Una Nazione civile ha l’obbligo morale di continuare a interrogarsi sui fenomeni del passato, quelli che avevano radici nella storia, che hanno contribuito a scriverne, nelle parole di Piero Gobetti e dell’azionismo, l’autobiografia. Conteranno i modi con i quali le memorie saranno fatte rivivere. Senza esagerare né i misfatti che portarono ad una tragedia, nazionale, né le reazioni, non tutte encomiabili, ma da comprendere prima di stigmatizzarle. Non so quanto di questo ripensamento storico ridimensionerebbe il disagio sociale. So che è comunque necessario, fattibile e doveroso. Non di solo pane vive l’uomo, ma delle memorie che gli vengono tramandate e dell’identità che si costruisce. Gli italiani hanno ancora molta strada da fare.
Furono diverse le motivazioni con le quali all’incirca duecentomila italiani parteciparono attivamente alla Resistenza. Come evidenziò chiaramente il grande storico Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, 1991, furono differenti anche gli obiettivi che quegli italiani perseguivano: dal cacciare i nazisti al rovesciare la Repubblica di Salò a trasformare la struttura di classe della società italiana. Nessuno dei combattenti mai pensò, lo sappiamo dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, che la priorità fosse salvare la propria vita e accontentarsi di una soluzione “diplomatica” affidata agli anglo-americani. Molti di loro, in Italia e nel resto dell’Europa travolta dagli invasori nazisti, lottarono per la riconquista della libertà in ciascun paese sentendola collegata a quella di tutti gli altri paesi. Nel corso del tempo si sono susseguiti racconti e memorie, ma il documento rivelatore inoppugnabile è rappresentato dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Qui si trova anche l’aspirazione ad un’Europa unificata per porre fine alla guerra civile europea. Non so quanto questi fondamentali testi siano consigliati e distribuiti dall’ANPI e neppure quanto vengano effettivamente letti. Sono sicuro che l’ANPI farebbe opera meritoria procedendo a consigliarli come biglietto d’ingresso per l’iscrizione alla Associazione. Probabilmente, in non poche sedi locali è in atto da qualche settimana una discussione intensa e, inevitabilmente, anche acrimoniosa, sull’aggressione russa all’Ucraina, su quello che possiamo fare per gli aggrediti, su quello che dobbiamo o no consigliare agli ucraini che intendono continuare a combattere. Anche ai partigiani italiani il Generale inglese Alexander consigliò di abbandonare la lotta armata nell’autunno-inverno 1944-45. I partigiani italiani decisero di non deporre le armi. Non era soltanto una questione militare. Ne andava della dignità loro e della visione di un paese che volevano riscattare dopo vent’anni di fascismo. È in nome di quella dignità di popolo e di patria che gli ucraini non si arrendono e chiedono armi per respingere l’invasore. La loro è una guerra di difesa, quella prevista dai Costituenti come accettabile nell’art. 11 della Costituzione, articolo che apre anche ad azioni di sostegno esterno attraverso organizzazioni internazionali per assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Senza esagerazioni, ma anche senza elusioni, è auspicabile una riflessione dell’ANPI e di tutti coloro che ritengono che l’unica conclusione accettabile della guerra lanciata dai russi all’Ucraina sia il riconoscimento dell’indipendenza dello Stato e delle libertà dei suoi cittadini. Solo questo esito è coerente con le aspirazioni dei partigiani combattenti italiani.
25 aprile. Punto d’arrivo e punto di inizio di una nuova vicenda. Non dimenticare non basta. Bisogna pensare e sapere ripensare. Senza fastidiosi appelli retorici e spesso ipocriti. Senza deprecabili richiami al superamento del passato. Senza impraticabili e contraddittorie richieste di impossibili memorie condivise.
Resistenza. Nata da subito contro il fascismo. Dipanatasi con alti e bassi in tutta l’Italia. Presente nelle grandi città e nei piccoli villaggi. Repressa, ma incomprimibile. Con le uccisioni periodiche dei suoi leader: Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci. Con i molti assassinati a livello locale, non dimenticati, il cui sangue testimoniava la volontà di opporsi, l’esistenza anche di un’altra Italia. Da quei martiri celebri e dalle loro idee scaturirono le idee e ideologie di un’Italia futura, migliore: la libertà del liberalismo; una società rappacificata del cattolicesimo democratico; la giustizia sociale dell’azionismo; la trasformazione anche rivoluzionaria del socialismo e del comunismo. A distanza di quasi ottant’anni rimangono esemplari e commoventi i documenti e le testimonianze contenuti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Monumento e memento di come preservare liberi la mente e il cuore anche nei giorni più bui.
Liberazione. Divenuta lotta armata, la Resistenza ebbe due obiettivi: da un lato, liberare l’Italia dall’oppressore fascista rinserratosi nella Repubblichetta di Salò; dall’altro, cacciare l’invasore nazista in preda agli ultimi spasmi della sua ferocia. Quella lotta armata, per quanto militarmente non decisiva, fu anche un modo importante di riconquistare la dignità dell’essere italiani e, attraverso il sacrificio delle vite, di sensibilizzare alla solidarietà numerosi settori sociali. Tuttavia, più o meno riconoscente per il ritorno alla libertà, nel paese continuò a esistere una vasta area grigia di non-impegno, di prevalenza del privato, di ripiegamenti sugli interessi personali e familiari.
Costituzione. Il quadro di riferimento della democrazia repubblicana è comprensibile attingendo, da un lato, agli obiettivi già delineati nelle Carte costituzionali formulate in zone liberate dalla Resistenza. Dall’altro, trova le sue indicazioni più elevate nelle culture politiche liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista che si confrontarono e si espressero in Assemblea Costituente. Fu Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, a dare un giudizio in parte severo in parte positivo della Costituzione: “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. La promessa è nel corso del tempo molto impallidita. Tuttavia, può essere opportunamente rivivificata dai molti che ritengano che il loro impegno civile e politico consiste proprio nel mantenimento di una promessa fatta anche a coloro che con il consapevole sacrificio della loro vita contribuirono, in Italia e in Europa, a (ri)conquistare la libertà.
Perché l’Italia è tanto malmessa? Più di cinquant’anni fa la risposta Norberto Bobbio la offrì nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano. Per molto tempo mi sono posto l’ambizioso compito di analizzare le idee che hanno circolato in Italia dopo il libro di Bobbio. Le mie risposte sono ora in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). La libertà di cui gli italiani hanno comunque goduto non ha fatto, proprio come temeva Bobbio, migliorare le idee e i comportamenti collettivi. È risultata complessivamente inutile. Il mio libro cerca di spiegare perché.
Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze? Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana. A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli. E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo. Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?
Gianfranco Pasquino (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) e Minima politica (2020). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.
Una volta c’era Pertini. Oggi gli italiani non considerano migliori di loro le persone che li governano
Intervista raccolta da Giulia Merlo
“Gli italiani non sono popolo da sentimento d’unità nazionale”, taglia corto il politologo Gianfranco Pasquino. Professore ed editorialista, ha appena pubblicato per Utet “Minima politica. Sei lezioni di democrazia” in cui ripercorre la storia politica italiana e analizza il ruolo delle istituzioni.
Siamo uniti solo durante le partite della nazionale di calcio, quindi?
E quando vinceva la Ferrari, ma ormai è passato qualche anno. Battute a parte, gli italiani hanno sempre avuto scarsa percezione dell’unità nazionale, se questa viene intesa come uno stare tutti sulla stessa barca remando insieme con qualcuno che tiene il timone. Tra i politici, in particolare, vedo la tendenza a non volersi assumere tutti le stesse responsabilità. E allora il messaggio ai cittadini è quello di un “vorrei ma non posso” perché c’è sempre qualche buona ragione per dissentire.
Sarebbe auspicabile, invece, una sorta di governo di unità nazionale per far fronte all’emergenza di questi giorni?
Forse la sorprendo, ma le rispondo di no. Io credo che nel Paese debba esserci una condivisione nelle scelte, ma esiste un governo e anche una maggioranza. A partire dal premier Conte, è l’esecutivo che deve assumersi la responsabilità delle decisioni. Con l’opposizione si può discutere, ma bisogna che sia chiaro che, alla fine, deve essere il governo a decidere. E’ importante che si mantenga sempre la chiarezza dei ruoli.
Nella storia politica italiana, ci sono però stati politici capaci di instillare questo senso di unità. Prenda il presidente della Repubblica, Sandro Pertini…
Le caratteristiche di un leader emergono dalla sua storia, professionale ma soprattutto politica. Pertini è stato un grande politico, con una storia personale che è stata fondamentale per cementare il suo rapporto di fiducia con gli italiani. In questo senso parlo di superiorità della classe politica italiana della prima repubblica: quegli uomini e quelle donne avevano alle spalle una storia di resistenza e antifascismo, alcuni di loro erano stati eletti alla Costituente. I politici di oggi, invece, non hanno alcuna storia professionale o politica di rilevo, per questo gli italiani non li percepiscono come migliori di loro. Alcuni, c’è da dirlo, si mettono volontariamente sullo stesso piano della parte peggiore del Paese.
In questi giorni di emergenza, le voci più ascoltate sul fronte politico sembrano essere quelle dei sindaci. Perché?
Perché il politico più noto ai cittadini è regolarmente il loro sindaco, che conoscono di persona e hanno eletto con un sistema elettorale che personalizza la competizione. Inoltre, in Italia ci sono moltissimi sindaci capaci, che tengono un rapporto molto stretto coi loro cittadini, con le parti sociali ed economiche. Non mi stupisce che in questa fase di crisi emergano come punto di riferimento, anzi sono lieto per loro. Lo stesso fenomeno mi sembra emerga anche per il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che viene da una vittoria epocale ed è percepito come riferimento della maggioranza emiliana.
Il Parlamento e i suoi componenti, invece, sembranonon fare lo stesso…
I rappresentanti parlamentari sono completamente scomparsi e questo è deprecabile. Ma la ragione è semplice: molti di loro sono stati paracadutati nei territori di candidatura, quindi non sono un punto di riferimento e non hanno alcun rapporto con chi li ha eletti.
Il governo, invece, riesce a essere più efficace?
Mi sembra che il premier Conte abbia capito di doversi assumere maggiori responsabilità. Del resto, è evidente che a lui piaccia moltissimo farsi ascoltare, argomentare le sue scelte e adora ripetere che è lui a possedere tutte le riflessioni adeguate per gestire la crisi.
Questa crisi insegnerà qualcosa agli italiani, dal punto di vista politico?
L’impressione è che i cittadini ora ascoltino con enorme attenzione i tecnici: il direttore della protezione civile, i medici dell’ospedale Sacco o dello Spallanzani per esempio. Mi sembra che si stia rafforzando l’idea che esistano tematiche importanti per la vita delle persone e che a gestirle debbano essere persone con competenze specifiche. Finita questa emergenza, il Paese si orienterà su donne e uomini che governino sulla base delle loro convinzioni ma soprattutto delle loro competenze. E questo è un dato positivo.
Nessuna tendenza verso il cosiddetto “uomo forte”?
Direi di no. Anzi, credo che dopo questa crisi passerà del tempo prima che la politica riacquisisca un ruolo rilevante. Se si potrà trarre una lezione da questa emergenza sanitaria, sarà che nessuno risolve i problemi da solo ma servono la responsabilità dei politici e la competenza dei tecnici.
Se l’unità nazionale esiste poco, anche quella europea sembra inesistente. E’ anche questa una lezione da imparare?
L’idea che l’Unione Europea sia responsabile di tutto ciò che va male è assurda. L’Ue siamo noi e i nostri governi e l’istituzione fa quello che può, ma sono i singoli stati ad essere riluttanti all’idea di condividere le decisioni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha il difficile compito di fare sintesi tra esecutivi con posizioni estremamente diverse, molti dei quali sono europeisti a Bruxelles ma nel loro paese scaricano le colpe sull’Unione.
Insomma, l’Ue non poteva comportarsi in modo diverso, in questa crisi?
L’Ue ha reagito con una certa circospezione. Poteva essere più incisiva ma le serviva che gli Stati condividessero la responsabilità, invece tutti sono rimasti alla finestra in attesa. Anche l’Italia si è comportata in modo attendista, sperando che l’emergenza coronavirus non fosse così grave. Ora l’Ue sta facendo il possibile, ma sono i capi dei governi a doversi mettere a disposizione in modo totale.