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A Roma con Peppone

Corriere di Bologna

 

In una memorabile scena del film “Don Camillo e l’onorevole Peppone”, alla stazione di Brescello, Don Camillo, con un sorriso che non nasconde l’affetto, saluta Peppone, a metà fra il preoccupato e il già nostalgico, che va a Roma a fare il deputato “in un’aula grande e triste”. Don Camillo afferma sferzante che con la sua elezione Peppone non ha guadagnato un bel niente. Persa la carica di sindaco, è diventato “un anonimo, una pallina da buttare nell’urna”. Anche se è difficilissimo immaginare i dettagli e valutare le loro condizioni di lavoro, se passa la riforma del Senato voluta da Renzi (ma in via di ridefinizione), vi saranno alcuni sindaci emiliano-romagnoli che andranno a Roma senza perdere la loro carica. Quanto alla caduta nell’anonimato, parecchio dipenderà da loro, molto dai compiti che saranno attribuiti al nuovo Senato e dalle opportunità di fare valere le loro conoscenze e la rappresentanza del loro campanile e, più in generale, delle autonomie territoriali.

E’già possibile affermare che per la sua composizione mista e per la limitatezza dei compiti il Senato prossimo venturo non sarà un luogo prestigioso. Ad accrescerne il prestigio non basteranno i ventuno senatori di nomina presidenziale, scelti fra uomini e donne di cultura che, quand’anche alta e indiscutibile, non supplirà alla loro probabile incompetenza politica, giuridica, costituzionale. Per di più i Presidenti che non vorranno alterare la composizione politica della nuova assemblea saranno costretti ad applicare criteri non dissimili da una lottizzazione partitica tutti tanto criticabili quanto inevitabili, nessuno dei quali utile a imprimere slanci di operatività. Tecnicamente prodotto da elezioni di secondo grado, vale a dire, dagli eletti nei consigli regionali e dai sindaci che saranno nominati, il prossimo Senato finirà per essere una camera di second’ordine? Meglio, dunque, procedere ad abolirla del tutto? Un’ipotesi, a determinate condizioni, da non scartare.

Qualcuno ha definito il prossimo Senato una camera di dopolavoristi. In attesa della precisazione dei compiti, il rischio c’è. D’altronde, pare ovvio che i sindaci, soprattutto se di comuni importanti, e tutti i Presidenti delle Regioni daranno il loro tempo migliore, le loro energie più fresche, la loro attenzione più motivata alle attività per le quali sono stati eletti dai cittadini per il cui benessere opereranno mirando giustamente alla rielezione. Senza in nessun modo sottovalutare gli inconvenienti di un’assemblea ridotta a luogo d’incontro dopo il lavoro che conta, percepisco un rischio più grande che è, per l’appunto, quello del doppio lavoro. Insomma, governare le città e le regioni è un compito che, se svolto con impegno, lascia pochissimo tempo per altre attività. Se, poi, l’attività dei futuri senatori di risulta non godrà di nessuna indennità, non avrà ricompense psicologiche e personali e non darà neppure prestigio, ma l’anonimato nel quale Don Camillo collocava Peppone, allora è lecito chiedersi con quali motivazioni i suoi componenti opereranno. “Buttare una pallina”, che oggi sarebbe schiacciare un pulsante, poche volte su poche cose con poca influenza?

Corriere di Bologna 1 maggio 2014

La sostenibile lentezza delle riforme

Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”?  Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.

Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta  elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.

In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.

Pubblicato AGL 27 aprile 2014