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Damocle senza spada

l'Unità
Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.

   Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.

   A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.

   Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di  interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.

Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014

A San Daniele del Friuli, domenica 8 giugno

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8 giugno 5

Riforme delle Istituzioni parlamentari e riforme elettorali

Le iniziative di riforma della legge elettorale e del bicameralismo si incrociano in un punto di snodo del sistema costituzionale sul quale riflettono il presidente emerito della Corte costituzionale Ugo De Siervo, già professore nella Facoltà fiorentina di giurisprudenza, e Gianfranco Pasquino, eminente studioso, già parlamentare attento alle questioni costituzionali.

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8 giugno 1

 

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Per fare bene niente fretta

l'Unità

Potrei cominciare dicendo che, se la riforma elettorale e la trasformazione del Senato erano impostate correttamente, l’esito elettorale, vale a dire il grande successo del Partito Democratico di Renzi, non cambia nulla. Al contrario, da un lato, potrebbe essere considerato un sostegno dato dai cittadini a quelle riforme, dall’altro, addirittura una loro forte spinta affinché vengano approvate rapidamente. Invece, penso che i cittadini italiani non abbiano votato avendo come motivazione prevalente quelle riforme e che il successo elettorale del PD di Renzi discenda dalla sua campagna elettorale e dalla, giusta, convinzione degli elettori che il Partito Democratico, da poco condotto da Renzi nel Partito del Socialismo Europeo, fosse, per l’appunto, il più europeista dei partiti italiani. Dunque, il partito da premiare contro gli euroscettici, gli anti-Euro e gli eurostupidi.

Coloro che oggi sostengono che le riforme di Renzi, in particolare quella della legge elettorale, debbono essere riscritte perché il quadro politico è cambiato danno ragione a quanti (fra i quali chi scrive) avevano sostenuto che quelle riforme servivano fondamentalmente gli interessi di Berlusconi e dello stesso Renzi. Invece, riforme delle regole (e delle istituzioni) del gioco che servono interessi particolaristici e di corto respiro non vanno mai fatti. Peraltro, non credo neppure che le riforme debbano essere fatte da tutti. Nessun potere di veto va concesso a chi prospera in un sistema politico arrugginito. La via di mezzo (in medio stat virtus) è quella delineata dal grande filosofo politico John Rawls: le riforme vanno formulate dietro un “velo di ignoranza”. Mi affretto ad aggiungere, primo, che in questa espressione non è implicito nessun complimento per gli ignoranti patentati i quali, in materia di regole, sono tanto numerosi quanto inconsapevoli e, secondo, che le simulazioni non strappano il velo d’ignoranza, ma sollevano il polverone della confusione.

Nel Parlamento italiano non sono cambiati i rapporti numerici fra partiti e gruppi. Continuerà, dunque, a essere necessaria una convergenza (non una grande indistinta ammucchiata) fra più gruppi su riforme che promettano la semplificazione dei procedimenti legislativi (riforma del Senato), maggiore incisività del voto degli elettori (anche in questo caso con l’individuazione di una legge semplice, non bizantina), migliore definizione dei livelli di governo. Nei tecnicismi non desidero entrare. Quindi, mi limito ad affermare che nessuna legge elettorale prossima ventura deve basarsi né sulla aspettativa di un grande balzo in avanti del PD alle prossime politiche (pure possibile e, a scanso, di equivoci, anche auspicabile) né sulle necessità del centro-destra né sulle prospettive di coalizioni prossime venture.

Il consenso “europeo” del Partito Democratico lascia intravedere un futuro da partito dominante che, incidentalmente, è, secondo me, l’unico elemento che consenta una limitata comparazione con la Democrazia Cristiana. La riforma elettorale non deve né riflettere questa situazione né prefiggersi di consolidarla. Deve, invece, garantire quella competitività indispensabile affinché l’elettorato senta il desiderio di andare alle urne. Deve, inoltre, contenere disposizioni che incoraggino il centro-destra, se non è ostaggio degli interessi di un leader, a ristrutturarsi. Deve, infine, dare ragionevoli garanzie che si formi un governo operativo che trovi qualche contrappeso alla sua azione.

Ricominciare tutto daccapo? Neanche se il governo procedesse a una revisione approfondita della sua brutta e bizantina proposta elettorale si tornerebbe davvero daccapo. Infatti, nel corso del tempo molti sono riusciti a vederne i difetti e alcuni ne hanno prospettato non disprezzabili rimedi. Riflettere in maniera sistemica sul rapporto fra legge elettorale per la Camera e ruolo del Senato non è necessariamente perdere tempo. D’altronde, l’esito delle elezioni europee significa anche che sia il PD sia il governo hanno guadagnato anche il tempo per consentire al Parlamento un’analisi approfondita delle riforme. Per fare bene non c’è nessun bisogno di fare in fretta e furia.

Pubblicato mercoledì 4 maggio 2014