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NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita

NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita (edizioni epoké)
edizioni epoké 2016
INTRODUZIONE
Storia, memoria, Scienza Politica, CostituzioneDa più parti mi hanno detto che, finito il persino troppo lungo intervallo nel quale molti si vantavano delle riforme del governo o le deprecavano soltanto in base alla loro posizione/preferenza politica, è diventato possibile cominciare una vigorosa discussione sul merito delle riforme. D’altronde, è da sempre che noi italiani siamo famosi per discutere pragmaticamente su fatti e cifre, non fumosamente su cosiddetti pii desideri e complotti immaginari. Ha cominciato Matteo Renzi a dire che queste non sono le sue riforme. Ha chiarito che le riforme sono sue e di Giorgio Napolitano. Il messaggio non è ancora giunto al Ministro Boschi che sostiene che queste sono le riforme del governo approvate dopo faticose discussioni dal Parlamento, ma criticate da coloro, oscurantisti che vengono dal Medioevo, che non rispettano il lavoro del Parlamento e che vorrebbero addirittura farle cadere con il referendum, lo strumento opportunamente previsto dai Costituenti affinché i cittadini valutino l’operato del Parlamento. Neanche questa, però, sembra essere lontanamente una critica sul merito. Inoltre, al Ministro sfugge la differenza, non proprio marginale, che non è stato il Parlamento in quanto tale a fare le riforme, ma una maggioranza neanche troppo convinta di sé.
Sempre fuori merito e anche fuori misura sono arrivati tre diversamente noti sostenitori del “sì”. È arrivata la bordata, assolutamente sul merito, dell’economista Salvati, «chi vota contro le riforme vota contro il paese». Questa meritoria posizione era stata anticipata dal filosofo Massimo Cacciari che voterà sì anche se le riforme non gli piacciono, motivato da «sensibilità repubblicana». Almeno temporaneamente al coro possente di questi sì derivanti da pensose riflessioni sul merito si è accodato il sociologo Arturo Parisi. Voterà sì perché quelle del Renzi e della Boschi sono le riforme dell’Ulivo, meglio le riforme che l’Ulivo non ha fatto e, per quel che si ricorda, che nessuno degli ulivisti ha effettivamente provato a fare. Anzi, gli ultimi rimasti fra i dalemiani potrebbero persino sostenere che Prodi e i suoi collaboratori non furono certo i più agguerriti sostenitori della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali (1997-1998).
La memoria degli italiani non è mai lunga tranne quando si tratta di regolare dei conti. La conoscenza della storia, neppure di quella recente, non è mai approfondita. In questo piccolo libro ho raccolto articoli scritti nell’arco di sei mesi, pubblicati in sedi diverse, che ringrazio, che mirano a sollecitare la memoria anche rammentando, in maniera non pedante, un po’ di storia. Non intendo certo scrivere la mia storia di “riformatore istituzionale”, ma neanche cancellarla e fare finta che sono un parvenu. Al contrario, sono orgoglioso di ricordare una traiettoria coerente che va da Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985), passa attraverso Le istituzioni di Arlecchino (Napoli, ScriptaWeb, 2008, 5° ed.) e approda temporaneamente a Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015). Molto, come si conviene ad un dibattito sul merito, che personalmente ho preso molto sul serio, si trova lì.
Qui, invece, gli articoli raccolti si situano sul piano della critica, anche della polemica, politica, augurabilmente utile, talvolta più che doverosa, mai dimentica di quello che ho imparato e che, come studioso di scienza politica, posso orgogliosamente affermare di sapere. Aggiungo e chiudo che il sapere della scienza politica, come ha ripetutamente scritto Giovanni Sartori, è un sapere applicabile. Facendo tesoro di questo insegnamento che, purtroppo nella scienza politica italiana è stato recepito poco e molto male, non ho rinunciato, tutte le volte che mi pareva potesse servire, a introdurre e spiegare le alternative praticabili alle riforme del governo e del Partito Democratico. Con l’immobilismo istituzionale il mio “no” non ha proprio nulla a che vedere. È un “no” a riforme da cancellare per fare riforme buone che migliorano il funzionamento del sistema politico italiano e, con un po’ di sana retorica, anche la vita, non dei governanti e rappresentanti, non della classe politica, ma dei miei concittadini.
Bologna, un giorno del tranquillo agosto 2016
INVITO – Cittadini senza scettro: Conferenza sulla Riforma Costituzionale – 3 ottobre – Calci #Pisa
Lunedì 3 ottobre 2016 – ore 21
Teatro Valgraziosa – P.zza Propositura – Calci (Pisa)
CITTADINI SENZA SCETTRO:
CONFERENZA SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE
Incontro con Gianfranco Pasquino
Intervistato dal Direttore de’ “Il Tirreno” Roberto Bernabò
Provaci ancora, Matteo
“Dovrebbero anche i ‘legislatori’ (‘cit.’) abituarsi a pensare che norme approvate per convenienza contingente producono talvolta l’effetto esattamente inverso a quello ipotizzato.” Prendo le mosse da questa frase di Massimo Pittarello, quasi un invito, per riflettere su due tematiche. La revisione di alcuni articoli della Costituzione e il dibattito sulla riforma Italicum della legge elettorale Porcellum sono due splendidi esempi di interventi mal fatti con conseguenze controproducenti.
Si gabella la trasformazione del Senato, in realtà l’umiliazione della sua composizione e delle sue funzioni, nonché la drastica riduzione dei suoi poteri, come una modalità indispensabile per dare stabilità al governo e migliorare il suo funzionamento. La parola magica è governabilità, a scapito della parola, meno magica, ma più pregnante e più appropriata ad una democrazia parlamentare: rappresentanza. Trasformare il Senato in Camera delle Regioni non darà migliore e più rappresentanza alle regioni, semmai ai fatiscenti partiti, ma ne darà meno agli elettori che non potranno più votare i Senatori né, eventualmente e democraticamente, bocciarli. Non esiste nessun trade off fra governabilità e rappresentanza. La seconda se ne va; la prima, vale a dire la governabilità, che, certamente, non dipende dalla riduzione della rappresentanza politica, non si sa se verrà. Tuttavia, potrebbe venire dalla legge elettorale.
Però, la legge elettorale Italicum, proclamata ai quattro venti come una grande e originale conquista che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa si sarebbe affrettata a imitare, viene ora variamente ripudiata. Non da Renzi, che, novello Ponzio Pilato dopo averla fatta approvare a colpi di fiducia, si dichiara disponibile ad accettare le variazioni introdotte dal Parlamento. Non sapendo nulla di sistemi elettorali paragona l’Italicum alla legge per i sindaci, dimenticando le differenze sostanziali che intercorrono fra le due leggi. La legge per i sindaci consente la formazione di coalizioni pre-elettorali, l’Italicum, no; la legge per i sindaci non ha candidature bloccate per i consiglieri comunali e, meno che mai, contempla pluricandidature, l’Italicum, sì; la legge per i sindaci consente gli apparentamenti fra il primo turno e il ballottaggio, l’Italicum, no; il ballottaggio è fra due candidati alla carica di sindaco, nell’Italicum è fra due partiti/liste. Se cade il sindaco, il consiglio comunale si scioglie e si torna a votare. Se cadrà il Presidente del Consiglio, salvo forzature deprecabili, non si andrà a nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica cercherò di formare una maggioranza, non una qualunque, ma operativa in Parlamento esattamente come avviene in tutte le democrazie parlamentari (ma come non si può fare nei consigli comunali).
La “contingenza” qui è chiara: il ballottaggio rischia di condurre il Movimento Cinque Stelle alla vittoria e al governo del paese. Dunque, eliminiamolo “per convenienza” di parte/di partito, anche se il ballottaggio è proprio quello strumento che, inesistente nel Porcellum e unico nell’Italicum, conferisce reale potere agli elettori.
A questo punto, tirando le somme sorge spontanea, mi affido ad uno dei più biechi modi di dire italiani, una domanda: se chi ha fatto la legge Italicum corrisponde esattamente a chi ha approvato le riforme costituzionali e sostiene che la legge elettorale deve essere profondamente cambiata, non è possibile dedurre che anche le riforme costituzionali, dopo una sobria riflessione, debbano essere profondamente cambiate? Troppo tardi per cambiarle, non resta che bocciarle, molto pacatamente e molto serenamente. Contrariamente a quel che dice il loquace Renzi, la partita non finisce affatto qui. Tutte le democrazie sono tali anche perché sanno correggere i loro errori.
Pubblicato il 29 settembre 2016
Riforme confuse dalle conseguenze imprevedibili INTERVISTA RadioRadicale
Riforma costituzionale e referendum. Intervista realizzata da Maurizio Bolognetti mercoledì 14 settembre 2016 a margine della conferenza “Dialogo sulla Costituzione” di Gianfranco Pasquino al Teatro Stabile di Potenza organizzata da Fondazione Basilicata Futura
ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486320/iframe
“Riforme brutte, fatte, male, da persone che non conoscono la Costituzione, che non conoscono il funzionamento del sistema politico italiano, e non conoscono il funzionamento dei sistemi politici comparati. Sono anche riforme confuse che avranno conseguenze imprevedibili ma certamente non miglioreranno il sistema politico italiano…”
La registrazione audio ha una durata di 4 minuti
Banchieri incostituzionali. Non mettete la Costituzione nelle mani dei banchieri!
L’avv. Giovanni Bazoli, presumo laureato in Giurisprudenza, che cita come suo maestro il giuspubblicista Feliciano Benvenuti, riesce a definire per tre volte “perfetto” il bicameralismo italiano (Al referendum meglio votare Sì. O dovremo dire addio alle riforme, Corriere della Sera, 14 luglio, p. 15). L’intervistatore, Aldo Cazzullo, non lo può correggere dato che anche lui usa il termine perfetto in una domanda. Naturalmente, la Costituzione non si riferisce mai al bicameralismo con l’aggettivo perfetto che potrebbe essere correttamente utilizzato per definire il funzionamento di una struttura (ma allora sarebbe davvero da stupidi riformare una struttura che funziona in maniera “perfetta”). Se non si vuole confondere il funzionamento con la struttura, allora, strutturalmente, il bicameralismo italiano è paritario, indifferenziato, simmetrico. Comunque, non solo il Bazoli si dice favorevole alle riforme, ma cita solo quella del bicameralismo senza spiegare perché sarebbe buona, utile, in grado di fare funzionare meglio il sistema politico.
Come altri che ne sapevano/sanno poco quanto lui, non è convinto dalla bontà della legge elettorale rispetto alla quale inanella una serie di strafalcioni da fare invidia a molti degli stessi proponenti e difensori dell’Italicum. Sostiene che il premio di maggioranza sarebbe del 15 per cento (e lo considera non “ragionevole”) con riferimento ad un 40 per cento (nella versione iniziale un cervellotico 37,5 non, come dice Bazoli, 37) che nessun partito, da solo, riuscirà a conseguire. Il premio va parametrato sul voto sincero al primo turno cosicché, se chi vince al ballottaggio aveva ottenuto il 30 per cento al primo turno, il suo premio in seggi sarà del 25 per cento, un premio ancora meno ragionevole. Afferma, come altri prima di lui, per esempio, Eugenio Scalfari, che persino la legge truffa sarebbe preferibile poiché attribuiva un premio di 5 punti alla coalizione che avesse “conquistato la maggioranza assoluta dei voti”. Giusto il premio alla coalizione giunta alla maggioranza assoluta, ma quel premio non era affatto di 5 punti bensì consegnava a quella coalizione i due terzi dei seggi, quindi con un premio variabile, fino al 16 per cento circa.
Anche Bazoli si dice favorevole al doppio turno francese in collegi uninominali, sostenendo che fu “escogitato” in una non meglio definita “fase di transizione dal proporzionale al maggioritario”. Non so che cosa significhi “fase di transizione”, ma dà l’idea di un periodo di tempo non breve. So che il sistema maggioritario, fortemente voluto da de Gaulle, accompagnò l’instaurazione della Quinta Repubblica, e fu immediatamente utilizzato senza nessuna transizione. Infine, Bazoli si esibisce anche su uno scenario controverso fatto balenare da Renzi e dai renziani di tutte le ore.
Perso il referendum che il giovane Premier ha un “pochino” personalizzato, non si potrebbe neanche andare alle urne (a parte che non è chiaro perché si “dovrebbe” andare alle urne: la legislatura finisce nel febbraio 2018). “Il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale. Il Presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”. Il Presidente della Repubblica non ha nessuna necessità di sciogliere le Camere a meno che, in maniera proterva e dissennata, il Partito democratico non impedisca la formazione di un nuovo governo. Il resto anche Bazoli potrebbe affidarlo ai parlamentari e alla loro coscienza e scienza (sic). Potrebbero fare rivivere con due tratti di penna il Mattarellum (che tanto caro fu al Presidente Mattarella, o no? ) oppure intervenire sull ‘Italicum dalle molte magagne tardivamente scoperte oppure impiegare il loro tempo ad importare il doppio turno francese senza introdurvi clausolette furbacchiotte. Politici decenti non creano e non approfondiscono “drammatiche crisi istituzionali”. Offrono soluzioni praticabili.
Pubblicato il 14 luglio 2016
INVITO Presentazione “La Costituzione in trenta lezioni” 18 giugno a #Casalmaggiore
“Che cosa ha fatto la Costituzione per l’Italia, che cosa devono fare gli italiani per la Costituzione“
LA COSTITUZIONE IN TRENTA LEZIONI (UTET 2016)
Converseranno con l’autore Chiara Daina e Massimo Negri
Sabato 18 giugno 2016 ore 17
Auditorium Santacroce
via A. Porzio, 5
Casalmaggiore (CR)
Martedì 14 giugno parliamo di riforme sbagliate e Costituzione al MAGGIO LETTERARIO II edizione #Tolmezzo
Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate
e
La Costituzione in trenta lezioni
Dialoga con l’autore: Marco Craighero
Martedì 14 giugno ore 18.30
Centro Servizi Museale
Tolmezzo (Udine)
Cacciari irresponsabile, si sottomette al ricatto di Renzi
Cacciari s’inventa, nell’intervista fattagli da Ezio Mauro (Repubblica 27 maggio) un’immaginaria “responsabilità repubblicana” per giustificare la sua personale, effettiva sottomissione al ricatto plebiscitario. Cacciari parte da un presupposto falso e falsificabile: l’assenza negli ultimi quaranta anni di riforme. Questo presupposto, magnificato e drammatizzato sia dalla propaganda renziana sia dalla ignoranza della grande maggioranza dei commentatori, è smentito da duri fatti: l’elaborazione di due leggi elettorali, Mattarellum e Porcellum, l’approvazione parlamentare di una buona, se non ottima, legge per l’elezione dei sindaci, l’abolizione di quattro ministeri, l’eliminazione del finanziamento statale dei partiti, la stesura di un nuovo titolo V della Costituzione. Non vale l’obiezione, a doppio taglio, che si tratta di brutte riforme poiché a) nient’affatto tutte sono brutte,b) il Titolo V è stato ratificato da un referendum, c) anche le riforme renzianboschiane sono suscettibili della stessa valutazione e d) la riforma del bicameralismo è pasticciata nella composizione del nuovo Senato e confuse nell’attribuzione delle competenze.
Proseguendo attraverso un’autocritica generazionale e facendo leva sulla sua personale visione apocalittica della storia, del mondo e, quindi, dell’Italietta, Cacciari supera le sue stesse critiche alla riforma “concepita male e scritta peggio” e pronuncia il suo fatale, neppure molto sofferto, “sì”. Sposerà la riforma renziana. Poco gli importa che si tratti di una “riforma modesta e maldestra” e che la legge elettorale, che è un cardine della riforma, sia “da rifare”. Ancora meno sembra preoccuparlo che “la partita si gioca su Renzi” che ha personalizzato il referendum. Pudicamente, il filosofo evita l’espressione più precisa e pregnante, quando un leader chiede il voto sulla sua persona e sulla sua carica, di plebiscito si tratta, come tutta la storia del pensiero politico ha sempre affermato. No, lui, per responsabilità repubblicana, voterà a favore, evidentemente non della riforma modesta e maldestra, ma di Renzi. Più che di responsabilità, forse, sarebbe il caso di parlare di preoccupazione per le presunte temibilissime conseguenze che Renzi e i renziani agitano: crisi di governo e elezioni anticipate. Brillantemente e prescientemente, Cacciari addirittura anticipa una, troppo spesso trascurata, conseguenza della riforma: il Presidente del Consiglio sconfitto impone al Presidente della Repubblica lo scioglimento del Parlamento. Invece, no: il Presidente della Repubblica ha, in primo luogo, il potere e il dovere, “repubblicano”?, di esplorare se esiste un’altra maggioranza in grado di fiduciare e fare funzionare un nuovo governo. In secondo luogo, può invitare Renzi a restare il tempo necessario per approvare una legge elettorale migliore dell’Italicum (non è affatto difficile), magari facendo rivivere il, a lui ben noto, Mattarellum.
Insomma, l’Apocalisse non è alle porte a meno che sia Renzi sia Mattarella sia, con l’enorme potere che gli è rimasto e che usa platealmente, Napolitano, dimentichino le loro, al plurale, responsabilità repubblicane. Certo, vorremmo saperne di più sulla concezione e sui contenuti della responsabilità repubblicana formulata da Cacciari. No, non intendo affatto esibirmi in una difesa della Costituzione com’è (e non ho mai fatto parte del clan dei riformatori falliti menzionati da Cacciari). Tuttavia, preso atto che, come tutti hanno il dovere di sapere, la Repubblica siamo noi, che è il significato profondo dell’ultimo comma dell’art. 3 della Costituzione che ci chiede di rimuovere gli ostacoli alla effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita politica, mi chiedo se la nostra responsabilità non debba tradursi in una vigorosa battaglia per riforme non “modeste” e non “maldestre”, concepite bene e scritte meglio (ce ne sono, eccome se ce ne sono), per una legge elettorale decente, per un referendum che non sia né un plebiscito né, meno che mai, il giudizio di Dio.
La responsabilità repubblicana esige che le riforme della Costituzione e del sistema elettorale, il decisivo meccanismo che traduce le preferenze (e le volontà) degli elettori nel potere politico di rappresentanti e governanti, siano poste molto al di sopra della vita di un governo, di qualsiasi governo. La responsabilità repubblicana respinge i ricatti dei governanti e non si traduce mai in sottomissione plebiscitaria.
Pubblicato il 29 maggio 2016
Come NON eravamo. Un commento all’appello di “Mondoperaio”
Purtroppo, no. Le deforme costituzionali renzianboschiane non hanno nulla, proprio nulla a che vedere con quanto i socialisti di “Mondoperaio” negli anni Settanta e poi, più vagamente, Bettino Craxi, proposero e desideravano conseguire.
Non esiste nessuna continuità fra i renzianboschiani e il pensiero riformatore socialista che, naturalmente, né Renzi né Boschi conoscono e si sono mai curati di apprendere.
Il testo approvato non semplifica affatto il procedimento legislativo. Anzi, lo aggrava rendendo ancora più probabile il solito dispositivo: “emendamenti distrutti in modo ‘bestiale’ (canguri, giaguari e altri animali) con l’accompagnamento ricattatorio del voto di fiducia”.
Come si possa pensare che il Parlamento conquisterebbe così un ruolo significativo sfugge a chiunque sappia come funzionano i parlamenti nelle democrazie contemporanee.
Sfugge anche ai firmatari che, se la funzione di rappresentanza politica è il cuore delle democrazie parlamentari, l’Italicum con i suoi nominati (spero che la Corte Costituzionale, bocciando la legge, non ci consentirà mai di sapere con esattezza quanti, ma allo stato almeno il 60 per cento) e con le pluricandidature (un vero obbrobrio) distrugge qualsiasi rapporto fra eletti ed elettori.
Candidamente, il Ministro Boschi ha dichiarato che i capilista bloccati saranno i “rappresentanti del collegio”. La rappresentanza politica si fonda sulle elezioni non sui paracadutati garantiti.
Quanto al potenziamento del governo, altri meccanismi erano possibili, come, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, recentemente scoperto da commentatori ignari di qualsiasi dibattito istituzionale. Naturalmente, il voto di sfiducia costruttivo è totalmente incompatibile con qualsiasi premio di maggioranza.
Infine, ma né last nè least, pessima è l’attribuzione ad un Senato di elezione comunque indiretta del potere di nominare due giudici costituzionali. Questi 100 senatori “indiretti” acquisiscono un potere squilibrato, un giudice ogni 50 di loro, rispetto ai 630 deputati che eleggeranno tre giudici, uno ogni 210 di loro.
Non sono al corrente di pulsioni plebiscitarie dei socialisti, ma almeno sul tentativo plateale del capo del governo di cercare e di pretendere un voto su di sé, mi sarei aspettato dai firmatari qualche riserva.
Gianfranco Pasquino
già componente, naturalmente, nullafacente, ma autore, con il Sen. Eliseo Milani, della Relazione di Minoranza della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota come Commissione Bozzi.









