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La crisi si risolverà con un Conte ter. A sinistra sta nascendo un nuovo polo #intervista @Affaritaliani

Intervista raccolta da Carlo Patrignani

“Lo sbocco più realistico alla crisi di governo sulla quale sta lavorando il Presidente della Camera, Roberto Fico, è senz’altro un Conte-ter: e spero con il Ministero dell’Economia ancora nelle mani del ministro Roberto Gualtieri per le sue indubbie qualità e la buona reputazione di cui gode nell’Unione Europea: sarebbe un gravissimo errore sostituirlo”.

A parlare è Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, Accademico dei Lincei ed ex-senatore della Repubblica, per il quale l’ipotesi di un governo ‘tecnico’ affidato a Mario Draghi “non esiste nei fatti, il suo coinvolgimento è un fatto mai avvenuto”.

Dunque la via d’uscita possibile è un nuovo governo con Giuseppe Conte Premier, con “un nuovo programma in via di definizione e – osserva il politologo – possibilmente con Luigi Di Maio ministro degli Esteri e con Roberto Speranza alla Salute e naturalmente, dopo le tante bugie di Renzi di non tenere alle poltrone, con altri ministeri per Iv così da poter ricompensare i suoi”.

Certo il cammino del nuovo esecutivo, una volta definito il programma e la sua composizione ministeriale, non sarà facile, non sarà tutto rose e fiori: “l’affidabilità di Renzi è tutta da verificare – avverte Pasquino – fermo restando che dei voti di Iv non si può fare a meno. Del resto i governi di coalizione dipendono dalla lealtà dei contraenti”.

L’asse Pd-M5S-Leu tutto sommato pare aver retto bene all’onda d’urto di Renzi e potrebbe, da questa esperienza, anche configurarsi come polo per una alleanza futura. “Lo si vedrà, ma molto dipende dalla legge elettorale”. Ultima considerazione: il Governo Conte non è stato sfiduciato dalle Camere quindi secondo la Costituzione il Premier non era obbligato a dimettersi.

“Certo le dimissioni non erano dovute: purtroppo al Senato aveva una maggioranza semplice assai friabile e precaria nei numeri per cui le dimissioni sono state un atto nobile dal momento che il Presidente della Repubblica voleva una maggioranza significativa, operativa”.

E proprio perché non è sfiduciato potrebbe essere il ‘governo-ponte’ fino al semestre bianco? “Con l’incarico al Presidente della Camera di esploratore siamo andati abbastanza avanti – conclude Pasquino – ed in prossimità, me lo auguro, dello sbocco più realistico: il Conte-ter”.

Pubblicato il 1° febbraio 2021 su affaritaliani.it

“La crisi? Renzi bocciato, Conte poco accorto. E sul premier i giochi sono già fatti” #intervista @La_Sestina

Il Professore Emerito dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino ci dà il suo parere sulle consultazioni in corso. Promossi solo Zingaretti e Fico

di Michela Morsa

Renzi bocciato, Conte poco prudente. Zingaretti promosso senza remore. Abbiamo fatto quattro chiacchiere sulla crisi di Governo con Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il politologo, con l’ironia che lo contraddistingue, ci ha detto la sua sui protagonisti, le procedure e le prospettive della vicenda che da settimane sta bloccando il Paese.

Buongiorno Professore, prima di tutto le pagelle dei principali attori della crisi. Che voto dà a Matteo Renzi?

«2». E non aggiunge altro n.d.r.

E al leader del Pd, Nicola Zingaretti? Secondo lei come si è mosso?

«A lui darei un 7 meno, perché è stato sempre coerente con il sostegno al Governo Conte e lo ha espresso in maniera esplicita, sobria. Soprattutto si è dimostrato un capo di partito serio: ha saputo tenere insieme il Pd, che pure ha delle tensioni al suo interno, consapevole di fungere da perno dell’esecutivo. E io apprezzo molto la serietà, soprattutto in una politica che ha troppi elementi di faciloneria, di superficialità, di ricerca della popolarità.»

Cosa mi dice invece del premier uscente Giuseppe Conte?

«A lui do un 6+: la sufficienza se la merita. Evidentemente, però, ha esagerato e ha fatto l’errore di pensare di poter trattare Renzi come aveva fatto con Salvini, e con un po’ di supponenza. Non ha capito qual era la natura della sfida. Probabilmente sarebbe dovuto essere più conciliante».

E i 5 Stelle? Il movimento sembra essere sull’orlo di una spaccatura…

«Questo è quello che dite voi giornalisti in continuazione, ma non è così. Non avete capito che quello è un movimento molto complicato al suo interno, che non è mai stato un partito e quindi non ha mai avuto un luogo vero di discussione. Ci sono posizioni politiche di vario genere, data la sua natura aperta: è entrato di tutto e, di conseguenza, esce di tutto. Come gruppo nel suo insieme meritano la sufficienza, alcuni dirigenti meritano qualcosa di più e altri qualcosa di meno. A Alessandro Di Battista do 4 e sono contento di darglielo».

Ma questa crisi era evitabile?

«No, semplicemente perché Renzi questa crisi l’ha voluta, l’ha perseguita deliberatamente grazie a quel mucchietto di voti che aveva, quindi non si poteva fare granché».

In ogni caso siamo arrivati alla resa dei conti. Oggi si riunisce il tavolo, ma cosa succede una volta concordato il programma? Si dovrà ripartire con l’ennesima consultazione per accordarsi sul nome?

«Non penso, perché credo che il nome lo abbiano già fatto, e il nome è Conte. Si ripartirebbe daccapo solo nel caso in cui Renzi, a questo punto pubblicamente, ponesse un veto sull’Avvocato. O se il programma di Governo cambiasse così tanto da rendere necessario trovare un altro nome, ma mi parrebbe francamente strano e improprio. Oltretutto, essendo formato dagli stessi partiti che hanno sostenuto Conte, sarebbe un governo indebolito in partenza».

Ma questa procedura scelta da Roberto Fico (quella appunto del tavolo di confronto su un programma tra i vari gruppi parlamentari) fa parte del consueto iter politico?

«No, assolutamente. È una sua innovazione che mi pare molto interessante e giusta. Apprezzo molto la strada da lui scelta: è un uomo intelligente e ha capito che dopo “i confessionali” era arrivato il momento di dire le cose esplicitamente, anche in modo da accelerare la procedura. Anche perché era inutile continuare a rimbalzare da un gruppo all’altro: metterli gli uni di fronte agli altri a discutere su dei punti programmatici li costringe a scoprire le carte, smetterla di parlare solo con i giornalisti e parlarsi finalmente tra di loro».

Detto ciò, quali prospettive di futuro si aspetta?

«Questo è un Paese che può risorgere in maniera difficile ma tutto sommato positiva, se sa usare bene questa valanga di soldi che devono arrivare (i 209 miliardi del Recoveryn.d.r). Ma può anche crollare definitivamente, perché nel momento in cui non riesci a usare quei soldi il Paese è in enorme difficoltà. Poi ci sono due elementi da non dimenticare: il primo è che anche se gli europei del nord ci guardano, giustamente e qualche volta in maniera eccessiva, con supponenza, l’Italia è importante: è uno degli stati fondatori dell’Unione Europea ed è comunque pesante dal punto di vista del contributo economico e culturale. L’altro elemento, che dimentichiamo sempre, è che il prodotto interno lordo italiano è sempre sottovalutato, perché questo è un Paese di balordi che non pagano le tasse: continua a esserci un quarto degli italiani che evade. In più, se guardiamo ai numeri, siamo un popolo di risparmiatori, quindi c’è del “grasso” che potrebbe attutire le difficoltà. Ma è necessario uno sforzo di disciplina collettiva».

Pubblicato il 1° febbraio 2021 su La Sestina

Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Fico o Di Maio, chi comanda davvero? #intervista @CittadiSalerno

Intervista raccolta da Gaetano de Stefano

l politologo Pasquino: in Campania accordo trasparente con i Cinque Stelle, a livello nazionale il vero sconfitto è Salvini

 

NAPOLI – «Vincenzo De Luca dovrebbe essere ricandidato, in quanto sono dell’idea che tutti i governatori uscenti debbano richiedere la fiducia agli elettori. Ho l’impressione, peraltro, che De Luca sia anche un buon governante, magari qualche volta un po’ troppo scostante, soprattutto nel suo lessico». Il politologo e accademico Gianfranco Pasquino commenta il risultato elettorale dopo il voto in Emilia Romagna e Calabria. E dà il via libera alla ricandidatura del presidente della Regione Campania, magari anche attraverso un’alleanza del Partito democratico con il Movimento 5 Stelle.

Ritiene possibile in Campania un’asse Pd-5 Stelle?

Dipende da De Luca , se sarà lui il candidato, e dal Movimento 5 Stelle. Mi chiedo, però, chi sia il capo dei 5 Stelle in Campania: Di Maio o Fico? Ritengo che per trovare un accordo debbano innanzitutto trovarsi, discutere. Io preferirei che lo facessero in maniera trasparente, dicendo quali sono i vantaggi per gli uni e per gli altri. E, soprattutto, quali sono i vantaggi per gli elettori, cosa promettono di buono.

Che lettura si può dare del voto in Emilia Romagna e in Calabria?

In Calabria il centrodestra ha vinto in maniera abbastanza significativa, il Pd ha dimostrato di sapersi riprendere un po’, ma non basta e deve trovare degli altri alleati. Mentre il Movimento 5 Stelle è oramai in disfacimento. Prima se ne rendono conto meglio sarà per loro.

E in Emilia Romagna? Un dato è sicuro, perché sento che adesso tutti s’attorcigliano: Salvini ha perso. Ha perso lui, perché si era messo in gioco in prima persona, ha perso la Lega, che ha avuto 2 punti e mezzo in meno rispetto alle ultime elezioni europee, ha perso la candidata imposta da Salvini, che era comunque inadeguata. Il leader della Lega, dunque, ha perso almeno 3 volte. E di questo bisogna tenerne conto, perché è la prima vera sconfitta elettorale di Salvini. Il Pd ha tenuto molto bene rispetto alle aspettative che Zingaretti aveva cercato di tenere molto basse. Invece ha vinto molto bene Bonaccini, utilizzando quello che doveva fare, cioè il fatto che fosse presidente della Regione uscente e che avesse governato bene.

Come spiega la debacle dei 5 Stelle?

Il M5S ha avuto una difficilissima transizione da movimento d’opposizione, che poteva permettersi di dire ciò che voleva, a movimento di governo, che deve tenere conto delle compatibilità che sono sociali, ambientali e anche europee. Semplicemente non sapeva governare, non ha una classe dirigente. Il suo capo politico era inadeguato, Luigi Di Maio era un problema. Hanno rimandato troppo a lungo la decisione di sostituirlo o, comunque, di trovare un’altra modalità di leadership. In più in Emilia Romagna i 5 Stelle hanno a lungo discusso se presentarsi o meno. E hanno scelto un candidato presidente non particolarmente noto o attraente. C’è una parte di struttura, che è quella che riguarda l’inadeguatezza del movimento a governare, e una parte di congiuntura, che fa riferimento alle scelte effettuate all’ultimo momento abbastanza malamente.

Anche Forza Italia non ha raccolto molti consensi…

Forza Italia paga lo scotto di avere un leader vecchio, un uomo stanco e ripetitivo, che non è più in grado di fare le campagne elettorali tambureggianti che faceva in passato. Forza Italia è stata largamente divorata da Salvini e a questo punto ha un problema di sopravvivenza.

I dati elettorali di Emilia Romagna e Calabria possono essere trasposti a livello nazionale?

Suggerisco di non trasporre nulla, perché gli elettori italiani sanno bene cosa votano. In questa tornata elettorale hanno votato per la presidenza della regione. Dopodiché se si fa un’offerta nazionale e si spiega che tipo di governo, che tipo di priorità, che tipo di persone, probabilmente si orientano a secondo del tipo di offerta che viene loro fatta. Trarre insegnamenti nazionali da 2 regioni peraltro così distanti tra di loro mi pare un’operazione azzardata.

Pubblicato il 28 gennaio 2020 su la Città di Salerno

INVITO La Costituzione, 70 anni dopo #Roma #17aprile @Anpinazionale

Mercoledì 17 aprile 2019 – ore 16
Roma, Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati
Piazza Campo Marzio, 42

PRESENTAZIONE DEL VOLUME
“La Costituzione, 70 anni dopo”

Interventi
GIOVANNI MARIA FLICK

CARLA NESPOLO

GIANFRANCO PASQUINO

CARLO SMURAGLIA

Coordina
ALTERO FRIGERIO

È stato invitato a portare un saluto il Presidente della Camera dei Deputati
ON. ROBERTO FICO

Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale

Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.

Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.

Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.

Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.

Pubblicato AGL il 1° maggio 2018

Il Partito Democratico al bivio

L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito Democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del PD Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo.

I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del PD non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del PD che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito Democratico.

Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il PD non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del PD, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa.

Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del PD ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.

Pubblicato AGL il 27 aprile 2018

Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

Se Grillo fa un passo indietro il consenso può crescere

Il fatto

I sondaggi: MOVIMENTO CINQUE STELLE  +0.5

Il Movimento Cinque Stelle continua a recepire una protesta che ha ragioni fondate e strutturali, come abbiamo visto anche con il via libera al finanziamento ai partiti degli ultimi giorni. In secondo luogo, la maggior parte di loro, dopo un primo momento d’incertezza, ha dimostrato di aver imparato come si fa in parlamentare, penso a Roberto Fico, Luigi Di Maio, gli attuali capigruppo e altri. Hanno studiato e si stanno dimostrando competenti. Infine, il terzo motivo del loro successo è che sono davvero il nuovo che avanza. Mettono in campo una forma realmente diversa di politica, penso per esempio allo streaming, che attrae il voto dei più giovani. E di solito un ragazzo che vota per la prima volta non tradisce la sua scelta alla successiva, ma tende a ripeterla. Inoltre, aiuta anche il fatto che Beppe Grillo abbia fatto un passo indietro, lasciando emergere altre personalità. Il movimento non viene più percepito come Grillo-dipendente.
L’ex comico, infatti, se da una parte attrae molti consensi, dall’altra antagonizza lo scontro. Oggi invece vota Cinque stelle anche chi non ama Grillo proprio perché lui è più defilato. Infine mettiamoci anche il fatto che la cattiva politica e l’illegalità fanno sempre la loro fortuna: ogni inchiesta su esponenti di altri partiti fa aumentare i consensi del movimento.
Pubblicato il 18 ottobre 2015

II M5S è diventato adulto. Potrebbe anche governare

Il fatto

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano

Il Movimento è cresciuto, si è fatto le ossa nei due anni e mezzo in Parlamento. E può vincere le prossime Politiche. Ma per riuscire a governare deve migliorare ancora, nei comportamenti e sulla politica estera. E deve fare i conti con il primo dei suoi limiti, il peso eccessivo di Grillo e Casaleggio. Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l’università di Bologna.

Il M5S è in Parlamento dal febbraio 2013. In questi due anni e mezzo è cresciuto, rimasto con i suoi difetti o addirittura peggiorato?

Alcuni esponenti del Movimento hanno imparato che il Parlamento è un luogo complesso, e che non può essere domato solo con un’opposizione dura. Esponenti come Luigi Di Maio o Roberto Fico, che ricoprono cariche istituzionali, hanno appreso rapidamente le tecniche necessarie. Parlo ad esempio della capacità di maneggiare gli emendamenti.

Ha citato Di Maio. Molti lo indicano come il futuro candidato premier, e nei sondaggi è più popolare di Beppe Grillo. Perché?

Innanzittutto gode di molta visibilità, per il suo ruolo di vicepresidente della Camera, e perché va spesso in tv, dove ha dimostrato di saper parlare. In più appare come un giovane rassicurante. Terzo dato, l’impressione generale è che Grillo pensi proprio a lui per la presidenza del Consiglio.

C’è quella frase rivolta a Di Maio, scappatagli in conferenza stampa: “Maledetto, il leader sei tu”…

Esatto. Io però ho la sensazione che Grillo possa fare un’operazione diversa: puntare su un esterno, esperto, che possa sembrare affidabile.

Si è parlato molto di un ipotetico governo a 5Stelle. E l’orientamento pare quello di creare un esecutivo per metà di politici e per metà di tecnici.

La soluzione preferibile sarebbe sempre quella di un governo solo di politici, con esperienze amministrative alle spalle. Ma per realizzarla serve un partito strutturato. I 5Stelle dovranno per forza affidare alcuni ministeri a tecnici di peso. Penso a quello degli Esteri, o al dicastero dell’Economia.

E negli altri ruoli?

Fico potrebbe occuparsi delle Comunicazioni, e anche la senatrice Barbara Lezzi mi pare molto competente sull’economia. Poi, ovviamente, c’è Di Maio.

“La lista per il governo verrà votata sul web” ha promesso proprio Di Maio.

Io non mi limiterei a proporre un elenco, ma aprirei anche a nomi proposti dalla Rete.

Ha parlato della crescita del Movimento. Ma dov’è ancora carente?

Il punto debole principale rimane la politica estera. Per carità, è un tema complicato per tutta la politica italiana, ma le loro posizioni sull’Europa sono davvero controverse, e io non le condivido. E credo che al loro interno siano divisi sull’argomento.

Si spaccarono sull’alleanza con la destra di Nigel Farage nel Parlamento europeo.

Assolutamente sì. E mi pare normale che sia accaduto.

L’altro difetto storico era l’intemperanza in aula. Ma sembrano migliorati.

Sì, ma devono ancora crescere. Devono dimostrare fino in fondo di essere una forza di governo, esprimendo i loro argomenti senza volgarità o aggressività.

E nei Comuni? Come se la stanno cavando?

I sindaci sono sempre il prodotto dei territori. Detto questo, a Parma Federico Pizzarotti sta facendo un buon lavoro. E in generale tutti i loro amministratori sono molto attenti a non finire in situazioni di corruzione. Se la loro linea di trasparenza nelle città passa a livello nazionale, li aiuterà molto anche nelle Politiche.

Pizzarotti lavora bene a suo avviso: ma per i vertici del M5S è un dissidente, quindi un paria.

Grillo e Casaleggio sbagliano nei suo confronti. E il sindaco fa bene a tenere la sua linea di autonomia.

Un altro tema ricorrente è il cambio di regole nel M5S, anche per la selezione dei nuovi eletti. Non più il web come unico giudice, ma parametri più stretti. È davvero necessario?

Nelle prossime Parlamentarie non potranno permettersi di eleggere persone con 500 voti. E dovranno allargare con decisione alle ricandidature. I parlamentari esperti saranno fondamentali, anche per aiutare i nuovi arrivati. Servono norme coinvolgenti e trasparenti, per una platea larga.

E di quale “colore”? Il M5S è di destra e di sinistra?

E un movimento interclassista, e questa è la sua forza. Raccoglie soprattutto elettori da sinistra. Non è di destra, perché non vuole uno Stato forte, ma non è neppure Podemos.

Può davvero vincere?

Con questa legge elettorale sì. Il limite principale rimane sempre quello: dipendono ancora troppo da Grillo e Casaleggio. Se sbagliano loro, per il M5S sono dolori.

Pubblicato il 12 ottobre 2015