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Eredità di Weimar e futuro dell’Europa #Bologna #25ottobre @UniboMagazine

WEIMAR 1919-2019 ATTUALITÁ DI UNA COSTITUZIONE?
A cent’anni dalla Costituzione di Weimar

Venerdì 25 ottobre 2019, ore 9,15
Aula dei Poeti, Palazzo Hercolani
Strada Maggiore, 45 Bologna

Tavola rotonda
ore 14,30

A cent’anni dalla Costituzione di Weimar il Convegno si propone di
analizzare il lascito di questa importante realizzazione costituzionale
e di valutarne l’attualità.

Eredità di Weimar e futuro dell’Europa

Augusto BARBERA
Sabino CASSESE
Angelo PANEBIANCO
Gianfranco PASQUINO

Coordina: Raffaella GHERARDI

 

Il budino letale e puzzolente dei soliti cuochi #leggeElettorale #RosatellumBis

Inquinato, da tempo, con riferimenti a una governabilità che consisterebbe nel premiare con molti seggi un partito e a una rappresentanza politica che sarebbe delega totale ai capipartito e ai capi corrente, il dibattito sulla legge elettorale è culminato con l’affermazione di Sabino Cassese che “la prova del budino sta nel mangiarlo” e con la sua valutazione positiva del budino perché ha “armonizzato” le leggi elettorali per Camera e Senato. Lascio da parte che a qualcuno, me compreso, i budini non piacciono, ci sono comunque molte buone ragioni per evitare persino di assaggiarlo: quando conosciamo i cuochi e, sulla base di budini precedenti, non ci fidiamo; perché quel budino è fatto di ingredienti di bassissima qualità già usati nel passato; perché è maleodorante e rischia di avvelenare in maniera letale oppure lasciando durature conseguenze inabilitanti.

Il budino Rosatellum bis sintetizza tutte le ragioni che lo rendono pericoloso anche per la democrazia rappresentativa. No, persino a detta dei proponenti non garantirà la governabilità, ma le leggi elettorali, dappertutto e soprattutto nelle democrazie parlamentari debbono eleggere “bene” un Parlamento, mai un governo e mai “fabbricare” una maggioranza assoluta. La governabilità la può garantire esclusivamente una classe politica preparata, competente, selezionata anche dagli elettori. Se i parlamentari sono tutti nominati, dai capi dei rispettivi partiti nonché dai capicorrente (a mo’ d’esempio chiedo: rinuncerà Franceschini a nominare i suoi sostenitori? Farà a meno Orlando di imporre i suoi collaboratori e, per cambiare registro, ottenuta la sua personale clausola di salvaguardia-seggio, il mio ex-studente Denis Verdini abbandonerà alla deriva i “verdiniani”?) che tipo di rappresentanza di preferenze, di interessi, di ideali (sì, lo, nello slancio mi sono allargato) gli eletti saranno in grado di offrire? Il problema non si pone soltanto proprio per quegli eletti che, inevitabilmente, dovranno mostrare la loro gratitudine agli sponsor (incidentalmente, per quelli che paventano le conseguenze nefaste del voto di preferenza, davvero si può credere che le organizzazioni di interessi, le lobby non si preoccupino di fare inserire in quelle liste qualcuno sul quale faranno affidamento?), si pone anche per gli elettori. Da un lato, non sapranno chi è il/la loro rappresentante che, comunque, da loro non si farà vedere più di tanto il loro rientro in Parlamento non dipendendo in nessun modo da quegli elettori, ma dai capi: lo zen Renzi, l’avvocato Ghedini, Alfano e Lupi …, quegli eletti impiegheranno il loro tempo e le loro energie in altre attività, per esempio, nel vagabondare fra gruppi parlamentari seguendo l’acclamata prassi italiana del trasformismo. D’altronde, non essendo stato introdotto nella legge neppure un requisito minimo di residenza nel collegio nel quale si viene candidati (oops, paracadutati) e anche protetti, grazie alla possibilità delle multicandidature (fino a cinque), bisognerebbe costruirli ab ovo quei rapporti con l’elettorato: troppa fatica per nulla. Gli eletti potenti sapranno farsi ricandidare altrove. In questo modo, comprensibilmente, la legge non offre possibilità di rappresentanza politica, ma neppure di responsabilizzazione che, ad esempio, consentirebbe agli elettori che hanno trangugiato un budino andato male di chiederne conto ai parlamentari che hanno contribuito a metterlo sul mercato elettorale. Invece, chi non può sapere da chi è stato eletto non dovrà minimamente preoccuparsi di rendere conto dei suoi comportamenti, nel mio mantra: di quello che ha fatto, non ha fatto, fatto male. Peccato poiché raccontano alcuni studiosi della democrazia, persino italiani, come Giovanni Sartori, che l’interlocuzione e l’interazione fra candidati e elettori e poi fra i parlamentari e l’elettorato, non unicamente il “loro” (peraltro, sconosciuto): “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (art. 67), stanno al cuore di una democrazia rappresentativa, la fanno pulsare e le danno energia.

Infine, molti studiosi e, per fortuna, anche molti uomini e donne in politica continuano a ritenere che le leggi elettorali debbano essere valutate anche con riferimento alla quantità di potere che consentono di esercitare ai cittadini elettori. Una crocetta su un simbolo che serve a eleggere un candidato e dare consenso a un partito o a una coalizione è proprio il minimo. Per rimanere nella logica di Rosato e di chi per lui “non si poteva fare meglio”, certo che si poteva fare meglio: con la possibilità del voto disgiunto previsto e ampiamente utilizzato in Germania oppure con il doppio turno nei collegi uninominali come per l’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia. Buttate, voi senatori, l’Italian pudding nella raccolta indifferenziata. Non c’è nulla da riciclare.

Pubblicato il 14 ottobre 2017

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

“Le riforme e lo spezzatino” Sabino Cassese recensisce “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”

Il Sole testata

Sono in molti al capezzale della nostra democrazia, chi per valutare, chi per riformare, chi per accusare. La voce di Gianfranco Pasquino si differenzia dalle altre. Lui ama analisi distaccate, critiche, ma non catastrofiste. È contrario a semplificatori e conservatori ad oltranza. Pensa che anche le Costituzioni invecchino, e che quella italiana sia invecchiata non solo nella seconda parte, ma anche nella prima. Ritiene che gli stessi costituenti abbiano aperto la strada alle modifiche costituzionali, prevedendo le relative procedure. Non si limita a guardare nel nostro orticello, ma fa sempre paragoni con quanto accade nelle democrazie che fanno parte della nostra tradizione costituzionale comune. Non dimentica mai l’insegnamento dei classici, a partire da Bagehot. Critica il cosiddetto renzismo, ma non con la violenza passionale e lo spirito predicatorio di tanti altri commentatori. Tutti buoni motivi per leggere i suoi libri.

Quest’ultima riflessione sulla democrazia italiana parte dalla constatazione che non è vero che non si siano fatte riforme: se ne sono fatte molte, alcune buone, altre cattive. Insiste sulla necessità di considerare il sistema complessivo: le riforme costituzionali non si possono fare come uno spezzatino, richiedono un disegno coerente. Debbono avere di mira il potere dei cittadini e l’efficienza del sistema, quindi rappresentanza e governabilità (qualcuno una volta ha scritto che merito di un buon Parlamento è di dare al proprio Paese un buon governo). Insiste sulla necessità di ulteriori riforme, considerato che la nostra democrazia è di qualità modesta.

Da queste premesse prendono le mosse le sue critiche. Per Pasquino l’ultima legge elettorale è sbagliata perché i parlamentari sono nominati, non scelti, e quindi sono asserviti ai partiti. Questi ultimi sono atrofizzati, verticizzati, personalizzati: per restituire lo scettro al popolo, vanno riformati, ma la loro riforma può venire solo dalla modifica del sistema, della legge elettorale e del modo di finanziamento. Anche la riforma del Senato, tuttora in corso, è oggetto delle critiche di Pasquino: la sua composizione è cervellotica, i suoi compiti non ben definiti, non c’è la garanzia che l’iter delle decisioni sia più rapido. Infine, Pasquino non sposa la tesi secondo la quale i presidenti Scalfaro e Napolitano si sarebbero comportati da monarchi, ma ritiene che essi abbiano dovuto, contro la loro stessa volontà, giocare il ruolo del gestore delle crisi proprio di un sistema semi-presidenziale. Infine, Pasquino non nasconde le sue preferenze, che vanno all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica, accompagnata da un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali.

Come è dimostrato fin dal titolo (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate), al centro di questo libro sta il problema della democrazia. Questo termine indica uno dei concetti più sfuggenti del nostro armamentario politico, tanto sfuggente che per qualificarlo occorre accompagnarlo con aggettivi (democrazia liberale, democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, e così via). Ora, i nostri sistemi politici hanno una componente democratica, ma questa si accompagna con altre componenti, una liberale e una efficientistica. Della prima fanno parte istituzioni come quelle giudiziarie, le corti costituzionali, le autorità indipendenti. Della seconda fanno parte gli organi amministrativi e in generale il potere esecutivo. Quando ci riferiamo alla democrazia, indichiamo una parte (quella che riguarda elezioni, corpi rappresentativi, nazionali e locali, vertici di governo), per il tutto (lo Stato, di cui fanno parte, a giusto titolo, anche altri organi ed altre funzioni).

Di qui la domanda: se si isola solo una delle componenti di questi organismi complessi che sono gli Stati–nazione, paragonabili a certe chiese che includono mura e colonne romane, volte rinascimentali e dipinti secenteschi, non si corre il rischio di non rispondere proprio a quella preoccupazione che muove Pasquino, quella di tener conto del sistema nel suo insieme, di evitare le spezzatino?

Gianfranco Pasquino,Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, Milano, pagg. 198, € 16,00

Sabino Cassese

Pubblicato il 27 dicembre 2015 Il Sole 24 ORE  pag 31

Chi vuol essere giudice costituzionale?

Cattura

“Sono almeno una decina le persone che aspirano alla nomina alla Corte, almeno quelle a mia conoscenza. C’è chi vuol mettersi al servizio del paese. Chi non sta bene nel posto che occupa. Chi vuol prolungare l’attività lavorativa con il novennio alla Corte. Chi pensa di occupare una posizione ai piani alti. Chi sopravvaluta l’attività della Corte. Perché tante persone, specialmente professori universitari, hanno così scarsa vocazione per la ricerca e l’insegnamento?” (p. 227). Questa è la fotografia scattata da Cassese nel settembre 2013, Sono sempre molti gli aspiranti alla carica di giudice costituzionale. Alcuni, sia i cinque aspiranti alla nomina presidenziale sia i cinque che pensano di potere essere eletti dal parlamento si preparano per tempo. Si agitano con modalità di vario tipo che, naturalmente, includono la presenza sui quotidiani, meglio come editorialisti, ma anche con dichiarazioni del più vario genere, e il sostegno alla linea e soprattutto ai dirigenti dei partiti designatori. Grandi manovre sono già in corso da qualche tempo (mentre scrivo, fine maggio 2015), soprattutto dopo che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto filtrare, senza smentite, che intende nominare un “fedelissimo”, magari uno di coloro che hanno sostenuto, pancia a terra, in udienze parlamentari, in dichiarazioni varie, in articoletti, persino con molti tweet, il suo amato Italicum. Certo disporre di un giudice costituzionale pregiudizialmente favorevole all’Italicum sarebbe un vantaggio non da poco se e quando il testo venisse sottoposto alla Corte per le sue troppe similarità allo smantellato, dalla Corte, Porcellum oppure se qualcuno ne chiedesse un referendum abrogativo, totale o parziale. Infatti, come rileva il giudice emerito Sabino Cassese, sulle leggi elettorali, sia sul Porcellum sia sulla eventuale reviviscenza del Mattarellum (“la Corte non ha avuto coraggio e si è fermata a metà”, p. 233 e, comunque, “per riformare la legge elettorale, la Corte non è il medico giusto”, p. 173) in seguito ad un referendum, la Corte ha manifestato notevoli incertezze e la sua giurisprudenza appare tutto meno che salda e consolidata.

Ho già toccato due elementi sui quali le considerazioni, i ricordi, meglio gli appunti del giudice Cassese sono interessantissimi e creano una molteplicità di curiosità: “chi ha detto che cosa, perché, con quali preoccupazioni e quali obiettivi?”. La maggior parte di queste curiosità sono destinate a rimanere deliberatamente insoddisfatte poiché Cassese ha preferito non fare nessun nome. Questo è davvero un diario personale, ma su molte “cose”, Cassese non è affatto riluttante e riservato. Anzi, è spesso abrasivo. Dal suo diario è possibile imparare molto, più che sulle sentenze e la loro sostanza, sulla struttura della Corte, sul suo funzionamento, sulle sue procedure e sui moltissimi aspetti che Cassese ritiene da cambiare il prima possibile, ma che, appare evidente, difficilmente cambieranno.

Nel corso del mandato di Cassese (2005-2014), la settimana lavorativa alla Corte Costituzionale italiana è andata progressivamente riducendosi: dal lunedì al venerdì è diventata dal lunedì al mercoledì. Non si sono, invece, ridotte né le spese di funzionamento della Corte né i compensi che i giudici hanno protetto da par loro nei confronti di qualsiasi taglio ad opera del Parlamento e a favore della finanza pubblica. Ad esempio, Cassese cita con parole di rimprovero il fatto che quasi tutti i giudici godano di una indennità comparativamente alquanto elevata che cumulano con una pensione da “servitori dello Stato”: ex-magistrati, ex-professori universitari, ex-parlamentari. Inoltre, molto denaro viene speso per gli assistenti dei giudici costituzionali. Non è chiaro come e da chi gli assistenti sono (stati) reclutati. Spesso si tratta di magistrati: 109 su 140 nei sessanta anni di vita della Corte. “Molti hanno fatto alla Corte costituzionale una vera e propria carriera parallela, con doppio stipendio. 28 dei 109 sono rimasti al Palazzo della Consulta più di nove anni, anzi 7 sono rimasti più di vent’anni, con punte di ventisette anni” (p. 197). La loro lunga durata appare poco giustificabile agli occhi di Cassese che ritiene gli assistenti complessivamente di bassa qualità. Per quel non molto (ma abbastanza) che so della Corte Suprema degli USA, i giudici possono contare sulla qualità degli assistenti qualche volta “ereditati”, qualche volta da loro stessi selezionati. Non sono affatto rari i casi di assistenti che hanno poi fatto splendide carriere nell’accademia e nella magistratura.

Cassese fa spesso riferimenti ad altre Corti costituzionali e al Conseil constitutionnel francese, ma soprattutto alla Corte suprema USA sulla quale disponiamo di molto materiale di ottima qualità: memorie dei giudici, loro biografie, saggi, indagini giornalistiche, ricerche anche di scienza politica e, last but not least, le sentenze firmate. Come è noto, negli USA, persino i giudici che contribuiscono alla approvazione delle sentenze della maggioranza hanno la facoltà di chiarire la loro posizione con quella che è definita concurring opinion. Molto opportunamente Cassese fa notare che la traduzione corretta deve essere non opinione, ma parere. Ed è proprio al parere in dissenso, dissenting opinion, che Cassese dedica ripetutamente la sua attenzione. Complessivamente, mi sembra che non ne auspichi l’introduzione nelle procedure decisionali della Corte italiana. Infatti, afferma recisamente che la dissenting opinion “ha il grande svantaggio di consentire di individuare l’opinione di questo e di quello, e di etichettarlo” (p. 79. Negli USA, però, dove il Presidente che nomina praticamente già appone la sua “etichetta”, i giudici che firmano dissenting opinions possono in questo modo affermare la supremazia della loro conoscenza e interpretazione della Costituzione sull’origine della loro nomina. Più rivelatrice è una sua apposita “Lezione sulla cosiddetta ‘opinione dissenziente'” collocata in appendice. Cassese affida conclusione della sua argomentazione alla citazione di una lunga frase di Georges Vedel, da lui lodato come “uno dei grandi maestri del diritto costituzionale francese. E’ una stroncatura dell’opinione dissenziente, e non solo: “a coloro che vogliano danneggiare gravemente il Conseil constitutionnel offro due ricette infallibili: la prima è quella di affidare alla Corte stessa l’elezione del suo presidente, l’altra è quella di ammettere l’opinione dissenziente, questa sarebbe ancora più efficace della prima” (p. 285). In via di principio, ma anche fortemente influenzato dall’esperienza della Corte Suprema nella quale spesso le dissenting opinions, scritte sotto forma di brevi trattarti di altissima cultura giuridica e politica,hanno avuto il merito di consentire la costruzione di una giurisprudenza alternativa e migliore, personalmente riterrei utili i pareri dissenzienti. Credo che avrebbero una duplice funzione positiva. Aprirebbero la strada al miglioramento delle sentenze e, anche alla luce di quanto Cassese scrive, obbligherebbero i giudici a studiare di più e a prepararsi meglio.

Nei suoi nove anni alla Corte, Cassese non deve essersi fatto molti amici. I suoi giudizi sui “compagni di viaggio” non sono mai lusinghieri; anzi, sono per lo più molto critici, persino, e questo aggettivo non è una esagerazione, devastanti. La citazione di quelli che Cassese chiama weberianamente “tipi ideali” merita di essere lunghetta: “–conosce due argomenti e su quelli interviene regolarmente. Il resto non gli interessa. … –Si appisola durante le udienze. Buon uomo, studia poco, fa proposte, ma è pronto ad accettare l’altrui punto di vista. E’ ferrato su un solo argomento. … –Di poche parole, coglie i problemi, se la cava sempre con poco, ma ciò che è peculiare di una Corte costituzionale gli sfugge. … –Ha preso la sua nomina alla Corte come l’attribuzione di una onorificenza. Non si prepara, i suoi assistenti mandano in giro appunti sciatti, non interviene. E, in più, ha un pessimo carattere e risponde piccato a ogni piccola osservazione o domanda. … –Pontifica, ma studia poco, quasi solo le sue questioni. … –Ha passione per una o due materie, e su quelle si impunta. E’ capace di ingaggiare battaglie infinite che sfiancano la Corte. … –Attento e preparato, ma non ha capito quale sia il ruolo della Corte costituzionale. … –Ha un alto concetto di se stesso, che manifesta spesso con voce adirata e solenne, anche se pretende di avere humour. Legge quello che gli preparano” (pp. 235-237). Ho cercato di indovinare quali ritrattino riguardino Sergio Mattarella, che fu compagno di viaggio dall’ottobre 2011 al gennaio 2015 e di Giuliano Amato, eletto nel settembre 2013. Forse è Mattarella la “mente fine, ottima preparazione, molto buon senso, ma tendenza a dar ragione al legislatore, nel tentativo di lasciare le cose come stanno”. Quanto ad Amato, non avrei dubbi: “la miglior mente della Corte, colto, sottile, analitico, ascoltato. Le sue esperienze precedenti gli fanno spesso superare il limite fra argomenti forti e ragionamenti avvocateschi”, ma proprio non lo conosco e non riesco ad immaginarmelo, come conclude Cassese, “infiammabile”.

Mi sono limitato a citare questi nove sintetici profili, ma Cassese ne ha tracciati più del doppio. Non ho visto aggettivi femminili e mi chiedo se le donne giudici siano davvero immuni dai difetti che Cassese rileva negli altri. Riassumendo direi che Cassese avrebbe desiderato compagni di viaggio dotati di tre caratteristiche ovvero, almeno disponibili ad impegnarsi per acquisirle: primo, studiare e imparare per operare a tutto campo; secondo, non subordinare la Corte né ai potenti in politica ovvero alla politica dei potenti né al Parlamento; terzo, sapere combinare cultura, non soltanto giuridica, con rigore analitico ed espositivo. Dopodiché, non riesco a resistere alla tentazione, provocatami dall’autore, di chiedermi che cosa avrebbero scritto di Cassese i suoi compagni di viaggio se avessero avuto voglia di lavorare un po’ di più. Forse: “grande lavoratore, ma spesso in giro per convegni e occasioni di vario genere in Italia e all’estero; eccessivamente meticoloso al limite dell’azzeccagarbugli anche se preparatissimo; un po’ spocchioso, troppo sicuro di sé, talvolta arrogante, convinto, a torto, di potere cambiare l’andazzo”. Certamente, Cassese non è riuscito a cambiare l'”andazzo” né nel modo di lavorare della Corte (si veda il documento a uso interno datato 2008: “Sul funzionamento della Corte costituzionale”) né quanto alle modalità di selezione del Presidente della Corte.

Da tempo, con pochissime eccezioni, abituati a eleggere Presidente il loro collega più vicino alla scadenza, i giudici costituzionali hanno perseverato in questa pratica, che consente uno scatto di indennità e una pensione più elevata, oltre, naturalmente, al prestigio per tutta la vita di Presidente Emerito. E’ una prassi frequentissima (sei presidenti già nei primi sette anni di Cassese alla Corte) che ha incontrato severe e ripetute obiezioni anche di funzionalità da parte sua: “un organo costituzionale non può cambiare presidente ogni pochi mesi” (p. 208) e “è un presidente vero chi sia eletto e resti in carica sei mesi o meno?” (p. 225). Con ammirevole coerenza, quando era oramai arrivato il suo turno per anzianità di servizio e vicinanza alla scadenza, Cassese si è chiamato fuori dalla corsa spiegando le sue ragioni in una lettera che riporta nel diario. Imperterriti i giudici hanno eletto chi, Giuseppe Tesauro, sarebbe rimasto in carica per circa tre mesi, dal 30 luglio al 9 novembre 2014. Presiedette una sola Camera di Consiglio e certamente non sarebbe stato in grado di garantire nessuna continuità di indirizzo né proporre cambiamenti al modo di lavorare, ma ha dovuto passare rapidamente la carica al più anziano dei potenziali successori. Come si dice? I giudici costituzionali non si fanno mancare niente.

I nove anni alla Corte costituzionale sono sicuramente stati un’esperienza interessante, ma altrettanto sicuramente, dal diario di Cassese, appare che debbono essere stati anche molto frustranti. “Non c’è dubbio che il lavoro della Corte consista in un grande esercizio di logica e di retorica, la prima usata per analizzare e capire, la seconda per convincere. La Corte è, invece, la prigione della fantasia e dell’intuizione, in cui pure consiste il lavoro scientifico” (p. 132). Per sua grande fortuna e virtù, nei suoi nove anni Casese ha saputo fare moltissime altre cose poiché aveva la capacità, il prestigio, le conoscenze (non soltanto di persone e di tematiche, ma anche linguistiche), la voglia di confrontarsi con altri giudici, altri professori, altre Corti. Cassese cita, sempre con compiacimento, la sua partecipazione a seminari internazionali, soprattutto a quello annuale, molto importante, di Yale, ma anche alla Columbia University, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. Affiora in qua e in là anche un po’ di nostalgia per la perduta attività accademica: lezioni, seminari, incontri con studenti, mentoring.

Non so come reagiranno i giudici ex-colleghi di Cassese al suo pungentissimo diario. I meno capaci, che sembrerebbero la maggioranza, passeranno oltre. Sarebbe molto utile, un vero servizio alle nostre conoscenze sulla Corte e sui suoi rapporti con le altre istituzioni, che i pochi giudici capaci decidessero di confrontarsi almeno con le tesi di Cassese sulla necessità di riformare il lavoro della Corte, di ridefinire i suoi interventi, di segnare i confini con il Parlamento e il governo. Una cosa so, per certo. Nella Corte è arrivato un giudice dotato di tutte le qualità di Cassese, come conoscitore della Costituzione, come capacità di lavoro, come prestigio e rapporti internazionali, e di molto maggiore esperienza politica. Attendo per tempo debito, senza fretta, ma con enorme curiosità, il suo diario.

Sabino CASSESE, Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 319 Euro 22,00

Pubblicato su Paradoxa, ANNO IX – Numero 2 – Aprile/Giugno 2015