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Conte ha vinto, il suo governo 2 non ancora. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

 

Il prof. Gianfranco Pasquino a Formiche.net: non sarà una stagione riformista, ma si potrebbe aprire una fase di confronto-scontro che arricchisce il Paese. La prima prova del governo? La legge di bilancio

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

 

Una stagione riformatrice? Non proprio, ma ci sono buone premesse perché si apra un dialogo su come far crescere il Paese e su come redistribuire la ricchezza prodotta. A patto che sia Pd che M5S si interroghino non solo sugli obiettivi, come il salario minimo o il cuneo fiscale, ma anche su quali mezzi scegliere per raggiungerli. Conte? Da avvocato del popolo è diventato guida politica di un esecutivo, “è un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia”. A poche ore dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica analizza con Formiche.net i punti di forza e le debolezze del nuovo esecutivo giallorosso, sottolineando le sfide che lo aspettano, come la legge di bilancio e le riforme strutturali, dal taglio dei parlamentari all’autonomia differenziata.

Professore, cosa l’ha colpita di più del discorso del presidente Conte?

Conte ha fatto nel complesso un compito più che sufficiente, diciamo il compito che gli spettava, con una punta di interesse nella presentazione, cioè la richiesta di un linguaggio della politica tra persone, tra i parlamentari e il Paese reale, che sia un po’ più rispettoso delle varie anime del Paese. Ridare un po’ di dignità alla politica anche attraverso le parole, questo l’ho apprezzato ed è stata una buona introduzione.

E il resto?

Per il resto, ci ha chiesto di essere più buoni, di pagare le tasse, di essere accoglienti, di ricordarci che bisogna osservare le leggi, che bisogna garantire la parità di genere, magari anche negli stipendi (il che non mi pare una brutta idea), aiutare i disabili, cercare di migliorare la formazione attraverso la scuola e infine cercare di essere europeisti, perché se non lo siamo rimaniamo isolati. Tutto questo va benissimo, ma purtroppo sull’immigrazione è stato leggermente più incerto.

Cosa intende?

Ha detto, in fin dei conti, che dovrà essere l’Europa a risolvere questo problema. Mi sarebbe piaciuto sentire, invece, la parola “ius soli”, che avrebbe potuto incontrare il favore del Pd, che dovrebbe ricordare di aver proposto un disegno di legge in materia, e sarebbe stato un atto di accettazione consapevole di una società che sta cambiando e che ha al suo interno persone che fanno gli italiani senza purtroppo poterlo essere dal punto di vista della cittadinanza.

Il presidente Conte ha parlato di un “progetto politico che segna l’inizio di una nuova stagione riformatrice”. Pensa che sia possibile?

Il presidente del Consiglio le può anche dire queste cose, poi noi osservatori esterni disincantati che ne abbiamo viste tante, avanziamo i nostri dubbi. Alcuni di una certa età ricordano una stagione riformatrice, si chiamava “centrosinistra”, il primo centrosinistra del ’62-’65, ed era accompagnato da entusiasmo, da una classe dirigente socialista molto solida e molto inventiva, e una classe dirigente democristiana che si era resa conto che il modo per mantenere il suo potere politico era per l’appunto di guardare avanti, fare riforme. Oggi tutto questo non lo vedo.

Perché?

Perché tra i 5 Stelle non conosco chi siano i riformisti. Apprezzo tre o quattro persone, come Roberto Fico che mi pare un uomo all’altezza della situazione; ho ascoltato con piacere Nicola Morra, perché è un uomo colto, però i veri riformisti non li ho visti. Non conoscono, a mio parere, la storia del Paese, né la storia dei riformismi occidentali. Nel Pd ci sono delle persone che sanno fare politica, senza dubbio, però non ho visto l’entusiasmo che deve accompagnare una stagione riformista. Alla fine la parola che ha usato Zingaretti è stata “lealtà”, e va bene ma non è abbastanza. Si richiede innovazione, impegno profondo, una visione e nel discorso del presidente del Consiglio questa visione non c’è. Ci sono una serie di indicazioni, certamente apprezzabili, ma il disegno complessivo non lo vedo. È una lista di cose da fare. Però, come diceva il mio maestro, se gli obiettivi spesso li condividiamo, sono i mezzi che dobbiamo definire con chiarezza, e i mezzi non li ho visti.

Quindi non vede spazio per le riforme istituzionali?

Ci credo poco. Forse voteranno il taglio del numero dei parlamentari all’interno di un contesto in cui giustamente Conte ha detto che bisogna predisporre nuovi freni e nuovi contrappesi. Ma anche in questo caso, queste misure non si devono predisporre dopo, bisogna prima avere un’idea di dove si va a parare riducendo il numero dei parlamentari. Se bisogna fare una legge elettorale, anche in questo caso bisogna avere delle idee.

Si parla di una legge elettorale proporzionale…

Una riforma proporzionale non esiste. Esistono 5, 6, 7 varianti di un sistema elettorale proporzionale e anche questa sarà un’operazione non facile. L’autonomia differenziata, la vedo una cosa complicatissima, mi chiedo come le regioni a statuto speciali si rapporteranno a questo dibattito. Deve essere chiaro che non è più tempo di giocare con le istituzioni, non si gioca più con la legge elettorale, che deve essere sì cambiata ma senza giochi e dimostrando di aver imparato qualcosa dagli ultimi 25 anni di riforme elettorali.

Quali saranno le maggiori sfide e i maggiori rischi per i neo alleati di governo?

Io credo che non ci siano dei punti di scontro inevitabili, forse se il Pd insiste troppo nel rivedere il passato ci saranno degli inconvenienti, perché M5S ha votato dei provvedimenti e non può semplicemente buttarli a mare. Però Conte è stato bravo, ha detto “recepiamo le indicazioni del Presidente della Repubblica sul decreto sicurezza” e questo è positivo. Mi aspetto però che ci siano delle differenze di opinione, in particolare su tutto ciò che riguarda l’economia e lo vedremo subito con la legge di bilancio.

Su cosa dovrebbero concentrarsi?

Il Partito democratico dovrebbe porsi il problema della crescita, mentre il Movimento 5 Stelle storicamente si è posto il problema della redistribuzione, e per redistribuire bisogna produrre, quindi forse prima bisogna stabilire se e come si cresce e poi che cosa si può redistribuire. Ho sentito gli applausi sulla riduzione del cuneo fiscale e sull’introduzione del salario minimo e ci sono margini di confronto e anche di scontro. Ma perché ciò avvenga bisogna avere idee forti, altrimenti resta tutto in superficie. Uno scontro, anche duro, frontale, su principi molto significativi sarebbe forse più utile, perché insegnerebbe al Paese qualcosa sulle grandi differenze che passano tra una politica davvero riformatrice e una politica che si limita solo alla redistribuzione.

Come cambierà, se cambierà, la dialettica politica ora che si è passati dall’esecutivo gialloverde a quello giallorosso? Il premier Conte ha chiesto toni più sobri, ma dalle opposizioni l’accusa di un governo “nato dentro i palazzi” è già cavallo di battaglia. 

Innanzitutto bisogna chiarire che i governi nascono sempre nel palazzo, dentro il Parlamento. Anche il governo M5S-Lega è nato in Parlamento, preso atto dei numeri. L’unico passaggio vero dal governo precedente a quello attuale è che il presidente del Consiglio, che in precedenza si era definito l’avvocato del popolo, adesso ha capito che deve davvero guidare un governo. E secondo me ha anche manifestato le capacità per farlo ed è certamente un elemento positivo. Se poi evita alcuni accenni di leggera arroganza e superiorità è meglio per tutti, però glieli concedo.

Da professore a professore, lo promuove, quindi?

Diciamo che è giusto che faccia sapere a tutti che è stato bravo, soprattutto nella seconda fase della crisi, e che sarà bravo, essendo più che un semplice punto di equilibrio ma l’elemento che è in grado di spostarlo sempre un po’ più avanti, anche grazie ai suoi rapporti internazionali. È un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia.

Ma torniamo alla comunicazione, pensa ci siano margini per passare dalle dichiarazioni gridate a toni più sobri?

Ahimè, io non vedo quasi nessuno capace di comunicare all’altezza della situazione attuale, quindi inevitabilmente alcuni di loro faranno campagna elettorale permanente. Sentono che devono rafforzare le basi di questo governo nella società, però non so se ne sono capaci. Il punto di forza di Salvini è che era capace di farlo, aveva il fisico del ruolo, un incedere imponente e inoltre gli piaceva. Purtroppo spesso i politici capaci dal punto di vista delle competenze e conoscenze non sono così interessati a mostrarsi in pubblico, perché hanno altre specialità. E questo sarà certamente un vantaggio per Conte perché sarà lui a comunicare con i cittadini.

Nella rosa di ministri, chi vede più propenso in questo senso?

Conte ha chiesto ai ministri di tenere basso il livello della loro presenza sulla scena, ma c’è qualcuno a cui piace essere presente, come Paola De Micheli. A lei è sempre piaciuto e ha anche un ministero abbastanza importante che forse le permetterà di essere più visibile. Anche Di Maio, dato il suo dicastero, avrà tante “photo opportunities” e le userà tutte, però il grande comunicatore in questo governo non c’è, se non il presidente del Consiglio.

Cosa pensa di Di Maio alla Farnesina? Ci sono state molte critiche…

Io sono un professore, il che mi fa dire che in un ministero importante come la Farnesina forse dovrebbe esserci uno sbarramento all’ingresso, ossia la conoscenza di almeno una lingua straniera. Poi subentra il politologo, però, che dice che nei governi di coalizione a due – democristiani e socialdemocratici tedeschi o socialdemocratici e verdi – la seconda carica del governo era sempre il ministero degli Esteri ed era sempre affidato al capo del secondo partito, quindi nella logica della distribuzione delle cariche quella poteva giustamente essere rivendicata da Di Maio. E penso anche un’altra cosa.

Prego.

Conte ha delineato una politica estera nella parte finale del suo discorso, per quanto alcuni passaggi sarebbero difficili per chiunque, come il caso della Libia, mettere fine al conflitto interno sarà un’operazione epocale. Però in generale Conte ha detto cosa bisogna fare e se Di Maio ha ascoltato, e immagino di sì, e se si fiderà dei funzionari e degli ambasciatori estremamente preparati della Farnesina senza portare troppi consulenti esterni, potrebbe fare un buon lavoro.

Pubblicato il 10 settembre 2019 su formiche.net

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net