Home » Posts tagged 'Salvini'

Tag Archives: Salvini

Non esistono despoti che fanno anche cose buone @DomaniGiornale

Nell’aprile del 1917 per ottenere l’approvazione del Congresso ad entrare in guerra contro la Germania il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson dichiarò memorabilmente che l’obiettivo era “make the world safe for democracy”. Parecchi anni dopo i Padri Fondatori dell’Unione Europea si posero un obiettivo simile, ma più limitato: rendere il continente europeo un posto sicuro per le democrazie, dove non si facessero più guerre. Dopo il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, questo obiettivo, già messo al sicuro dentro il perimetro delle democrazie occidentali, è apparso conseguibile. L’ascesa di Putin e la sua aggressione all’Ucraina ritardano qualsiasi ulteriore sviluppo democratico e rendono necessari opportuni ripensamenti che, però, non possono nemmeno per un momento mettere sullo stesso piano le democrazie occidentali e il regime autoritario russo. In parte comprensibile anche se, forse, non proprio giustificabile, fu la valutazione del ruolo “positivo” svolto dall’URSS sulla scena internazionale come contrappeso degli Stati Uniti. Ma polacchi, ungheresi, cecoslovacchi, i cittadini degli Stati baltici hanno tutto il diritto di pensarla molto diversamente. Invece, non si capisce proprio quale merito possa essere riconosciuto a Putin.

   Come si sia formata e esternata l’amicizia fra il liberale, cristiano, garantista e europeista Berlusconi e lo zar del Cremlino è un mistero non glorioso. Certo l’argent di Putin può essere stato utile a Salvini e alla Lega, ma quale futuro radioso poteva nascere dall’esibizione compiaciuta di una t-shirt con l’effigie di un tiranno? Last but not least, ultimo, ma tutt’altro che irrilevante, l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato, meglio tardi che mai, di avere esagerato nel criticare le manovre Nato sul confine russo e di avere sottovalutato le mire espansioniste di Putin. Ben venuto il ravvedimento di Crosetto (quanto a Berlusconi e Salvini sono personalmente incerto, ma anche loro…), rimane, tuttavia, il problema/obiettivo generale evocato dalla frase di Wilson. Se è auspicabile rendere il mondo un posto sicuro per le democrazie, come possono coloro che vivono nei regimi democratici ritenere possibile quell’esito collocandosi dalla parte degli autocrati, dei despoti, dei tiranni? Costoro vogliono ridurre il numero delle democrazie, per esempio, altrove, piegando quel che c’era di democrazia a Hong Kong e apprestandosi a soffocarla a Taiwan. Riscuotono aiuti da altri regimi autoritari, come la teocrazia iraniana e non solo. Si spalleggiano a vicenda.

   Quando leggo libri che raccontano come muoiono le democrazie, mi chiedo se non sia il caso che gli autori esplorino chi uccide le democrazie, cambino il titolo e offrano una spiegazione basata sulle sfide che i non-democratici lanciano dall’interno alle loro democrazie vigenti, magari lodando e esaltando alcuni dei molti modelli antidemocratici esistenti nel mondo e i loro “attraenti” protagonisti. La democrazia bisogna praticarla e insegnarla (anche viceversa). Bisogna anche dire a chiarissime lettere che esiste un linea divisoria netta fra democrazie e non-democrazie. Che soprattutto i liberali dovrebbero essere i primi a respingere l’idea che possano esistere democrazie “illiberali”. Lasciamo che siano gli oppositori degli autoritarismi, quando sperabilmente sono riusciti a sopravvivere, a testimoniare che quei leader autoritari hanno fatto anche qualcosa di buono.  

Pubblicato il 1 febbraio 2023 su Domani

Sovranismi e Ue, “la contraddizion che nol consente” spiegata da Pasquino @formichenews

“Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademica dei Lincei

“Mi sono sempre fatto una certa idea della Francia. La Francia non sarebbe tale senza la grandeur, così Charles de Gaulle che, da sovranista coerente, voleva una Europa delle patrie.

Confederazione europea e non Unione europea, sovranità separate che convergono nei momenti decisionali, non condivisione delle sovranità in una visione che va oltre, al di sopra, al di là delle patrie.

Mai, comunque, la preminenza del diritto europeo sul diritto dei singoli Paesi, la sovranità non è solo legge, ma sicuramente consiste anche nella superiorità delle leggi di ciascun Paese, pardon, di ciascuna patria. Rivendicare questa sovranità, oggi, significa, da un lato, non avere capito che per nessuno Stato-membro esiste l’opzione di riconquista della sovranità spontaneamente ceduta (non espropriata) a una Unione sovranazionale, dall’altro, che la sola opzione alternativa disponibile è l’uscita, exit.

Condivisione della sovranità vuole dire anche condivisione delle politiche, secondo quanto stabilito dai Trattati. Naturalmente, i sovranisti cercheranno sempre una interpretazione minimalista dei doveri che vengano imposti alla loro patria e, altrettanto naturalmente, non accetteranno nessun impegno che non derivi da doveri esplicitamente sanciti.

Nel bene, che, se esiste, è quasi impalpabile, e nel male, che è ampio e diffuso, il tema dell’immigrazione è giuridicamente trattato in maniere discutibilissima, dimostratasi costantemente inadeguata. Ciascuno e tutti i sovranisti dovrebbero essere pienamente consapevoli che trovare sponde e accoglienza dagli altri sovranisti in questa materia è alquanto improbabile e che un esito positivo può seguire soltanto da accordi raggiunti con disponibilità e generosità, forse anche con l’attesa di reciprocità, fra di loro oppure a livello europeo.

Tuttavia, se le materie sulle quali i sovranisti debbono esprimersi sono delicate agli occhi dei loro rispettivi elettorati, allora mors tua vita mea. La grandeur della Francia non può fare nessuna graziosa concessione ”nazionale” e meno che mai sentirsi dire che quella concessione era dovuta, il minimo che potesse fare. D’altronde, Macron deve tenere conto della sovran-nazionalista Marine Le Pen. Un atto di generosità può farlo con adeguato riconoscimento da parte degli italiani. Grave è che, non sentendosi abbastanza elogiato, in un lungo singulto di fiera grandeur Macron minacci ritorsioni su altri settori di competenza europea. Il suo è, in effetti, un comportamento sovranista che rischia di innescare quello che chiamerò lo scaricabarile del sovranismo con l’Italia non propriamente ben messa.

Se ciascun sovranista agisce esclusivamente in difesa o nel perseguimento dei suoi interessi nazionali di brevissimo respiro, non riuscendo neppure ad immaginare gli sviluppi successivi, in una situazione che definirò sovranismus omnium contra omnes, qualcuno vincerà poco e gli altri perderanno molto.

Non è chiaro che cosa voglia vincere il Presidente Macron tranne forse fare la faccia feroce per recuperare un prestigio nazionale, patriottico un po’ offuscato anche dalla sua coda di paglia.

Di certo, l’esternazione intempestiva e plebea di Salvini va a scapito di qualsiasi interesse nazionale, di qualsivoglia riconquista di sovranità. Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia. “Assolver non si può chi non si pente,/né pentere e volere insieme puossi/ per la contraddizion che nol consente” (Inferno, XXVII, 118-120).

Pubblicato il 13 novembre 2022 su Formiche.net

Il neo Presidente La Russa ha ringraziato apertamente i senatori della minoranza che lo hanno votato.  Vicepresidenze delle Camere e delle Commissioni ci diranno poi chi erano i destinatari di quei ringraziamenti

I ringraziamenti espliciti, quasi plateali rivolti dal neo-eletto Presidente del Senato Ignazio La Russa ai senatori/senatrici che non fanno parte della maggioranza per averlo votato mandano due segnali politicamente molto significativi. Da un lato, comunicano a quei senatori/senatrici che sono benvenuti e che, quando ci sarà l’occasione, saranno adeguatamente ricompensati. Che i loro voti, palesi e segreti, continueranno ad essere più che bene accetti. In estrema sintesi, dietro l’angolo è nata quella che potremmo definire una maggioranza eventuale. Dall’altro, le parole del Presidente La Russa fanno sapere a Berlusconi, che ha imposto la scheda bianca/astensione ai parlamentari di Forza Italia, che i “buchi” da lui/loro lasciati possono essere riempiti rapidamente e in maniera abbondante con appoggi esterni. In un modo da non sottovalutare, i ringraziamenti di La Russa indeboliscono grandemente il potere di ricatto che Berlusconi strenuamente tentava di utilizzare sulla formazione del governo Meloni con la richiesta di un Ministero importante per la sua fedelissima (parola non mia di cui confesso non capire fino in fondo il significato) Licia Ronzulli.

   Per quel che riguarda il centro-destra, il resto, vale a dire altre trame, vantaggi, reazioni, altri ricatti, altre convergenze più o meno inaspettate, lo si vedrà quando (e se) e con quanti voti verrà eletto il Presidente della Camera, che dovrebbe essere un deputato della Lega. Chi siano i senatori/senatrici che più o meno generosamente hanno deciso l’elezione di La Russa precisamente non lo sappiamo. Tuttavia, potremo avere qualche elemento conoscitivo e esplicativo in più, forse persino decisivo, quando verranno eletti gli uffici di Presidenza della Camera e del Senato.

   Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, in quanto rappresentanti i due gruppi più numerosi non hanno nessuna intenzione di cedere le vicepresidenze a Azione. Dunque, se il voto segreto premiasse un candidato/a espressione dell’area Calenda-Renzi diventerà fin troppo facile sostenere che si è prodotto uno scambio. La moralità non è il terreno su cui si fonda la politica né in Italia né, in maniera minore, altrove. Molte altre cariche istituzionali sono disponibili a cominciare dalle prestigiose e potenti Presidenze delle Commissioni. Altri scambi sono possibili e probabili dai quali, però, le opposizioni in ordine sparso risulteranno inevitabilmente e imprevedibilmente indebolite.

Al tempo stesso, però, l’imminente governo del centro-destra avrà al suo interno una componente (Forza Italia) amaramente insoddisfatta, non convinta, a meno di avere ottenuto molto nella formazione del governo, dell’obbligo politico di agire in maniera disciplinata e solidale. Poiché sono note anche le mire di Salvini per un Ministero, gli Interni, per il quale la Presidente del Consiglio in pectore ha già fatto sapere di preferire un’altra, non specificata, personalità, se ne può concludere che sul governo Meloni già si addensano non pochi pesanti nuvoloni.

Pubblicato AGL il 14 ottobre 2022

Pasquino: “Giorgia Meloni ha vinto alla grande. Pd? La sconfitta è dei dirigenti e non di Letta” #intervista @com_notizie

Intervista raccolta da Francesco Spagnolo. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, in esclusiva a ‘Notizie.com’: “La storia del Pd è molto triste”.

Professor Pasquino, si aspettava una vittoria così netta di Fratelli d’Italia?

Non mi aspettavo un successo così schiacciante della Meloni, ma una vittoria sì. Ha vinto alla grande e peraltro portando via voti a Salvini e a Berlusconi. Il Centrodestra grossomodo è dove lo davano le previsioni con Fratelli d’Italia più avanti perché ha strappato voti agli altri due partiti“.

Lei ha parlato di voti strappati a Salvini e Berlusconi. Questo potrebbe portare tensioni all’interno della coalizione?

Qualche tensione ci sarà inevitabilmente perché Salvini è irrequieto, molto nervoso e invidioso e rimane con la sua ambizione. Sente che la sua carriera politica è in difficoltà e cercherà di appropriarsi di qualche tematica, essere molto presente mediaticamente. Ma penso che Giorgia Meloni abbia abbastanza larghe per controbattere, ma qualche tensione me l’aspetto. Berlusconi è in declino totale, la sua classe dirigente si sta liquefacendo e quindi non è un grosso problema“.

Possiamo parlate di Salvini e Letta come grandi sconfitti?

Salvini sicuramente sì, secondo me Letta non è un grande sconfitto. Ha perso perché pensava di arrivare sopra il 20%, ma lo ha fatto in maniera elegante. E’ un uomo competente, che conosce la politica e non ha mai esagerato. La sconfitta non è sua ma del Pd perché i dirigenti non fanno quello che dovrebbero fare. Dopodiché Letta ha preso atto della sconfitta ed ha detto che si dimette però continua una brutta storia che si chiama Partito Democratico, che non riesce a radicarsi, trovare delle tematiche, non riesce a darsi una unità e una visione“.

Chi potrebbe essere il nome giusto per rilanciare il Pd?

Non c’è nessun nome giusto. Credo che ci sono molti uomini ambiziosi, ma presumo che faranno un tentativo di trovare una donna. Sembra che questa sembra Elly Schlein sia chissà che cosa, ma io penso di no. Dovrebbero fare delle primarie vere e non contrattate in anticipo. La storia del Partito Democratico è molto triste“.

Il M5s ha avuto una crescita importante al Sud. Un risultato inaspettato alla vigilia per i pentastellati.

Il fatto del reddito di cittadinanza è molto importante al Sud e quindi hanno cercato di difenderlo sostenendo Conte, ma questo non basta. Un partito che arriva al 17% può essere contento, ma ricordo che quattro anni fa era al 33% e quindi ha perso il 16% dei suoi elettori. Possono festeggiare di non essere andati malissimo, ma non possono dire di aver ottenuto un grande risultato“.

Delusione invece per il Terzo Polo e Di Maio.

Di Maio evidentemente non si è radicato, ma nella zona di Napoli aveva dei concorrenti molto agguerriti iniziando dal fatto che il presidente della Camera non lo sosteneva. Il Terzo Polo non è mai esistito. Era una riunione degli ego di Calenda e Renzi visto che il vero Terzo Polo sono i pentastellati. Hanno anche utilizzato una caratterizzazione sbagliata e illusoria per cercare di catturare gli elettori“.

Pubblicato il 26 settembre 2022 su Notizie.com

Per chi suona la fisarmonica del Capo dello Stato @formichenews

Partiti deboli e divisi saranno costretti a lasciare spazio al Presidente sia nella formazione del governo sia nello scioglimento o no del Parlamento. Partiti forti e compatti diranno al Presidente se e quando sciogliere il Parlamento e chi nominare presidente del Consiglio e ministri. Meloni non ha nessun titolo, oggi, per dire a Mattarella che deve nominarla. Il commento di Gianfranco Pasquino Accademico dei Lincei e autore di Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022)

La fisarmonica (del Presidente della Repubblica) non è affatto, come ha perentoriamente scritto Carlo Fusi (28 agosto), un “funambolismo tutto italiano e rappresentazione tra le più eclatanti della crisi di sistema in atto”. Al contrario, è una metafora delle modalità elastiche del funzionamento delle democrazie parlamentari che consentono di analizzare, capire, spiegare al meglio il ruolo del Presidente della Repubblica italiana ieri, oggi e, se non sarà travolto dal pasticciaccio brutto del presidenzialismo diversamente inteso dal trio Meloni-Salvini-Berlusconi, domani.

   In sintesi, definiti dalla Costituzione, dalla quale non è mai lecito prescindere, i poteri del Presidente della Repubblica italiana, l’esercizio di quei poteri dipende dai rapporti di forza fra i partiti in Parlamento e il Presidente, la sua storia, il suo prestigio, la sua competenza. Partiti deboli e divisi saranno costretti a lasciare spazio al Presidente sia nella formazione del governo sia nello scioglimento o no del Parlamento. Partiti forti e compatti diranno al Presidente se e quando sciogliere il Parlamento e chi nominare Presidente del Consiglio e ministro. Meloni non ha nessun titolo, oggi, per dire a Mattarella che deve nominarla. Se ci saranno i numeri, ovvero una maggioranza assoluta FdI, Lega e FI, dovranno essere Salvini e Berlusconi a fare il nome di Meloni a Mattarella, aggiungendo che non accetteranno nessuna alternativa.

   Certo, il Presidente chiederà qualche garanzia europeista, ma non potrà opporsi al nome. “Crisi di sistema in atto”? O, piuttosto, funzionamento da manuale di una democrazia parlamentare nella quale il governo nasce in Parlamento e viene riconosciuto e battezzato dal Presidente? Verrà anche sostenuto dalla .sua maggioranza parlamentare e sarò operativo quanto il suo programma e i suoi partiti vorranno e i suoi ministri sapranno. Quel che dovrebbe essere eclatante è la constatazione che nessun presidenzialismo di stampo (latino) americano offre flessibilità. Anzi, i rapporti Presidente/Congresso sono rigidi. Il Presidente non ha il potere di sciogliere il Congresso che, a sua volta, non può sfiduciare e sostituire il Presidente. Nel passato, spesso, l’uscita dallo stallo era un golpe militare.

    Nessuna legge elettorale, nemmeno l’apprezzatissima Legge Rosato, può rendere elastico il funzionamento del presidenzialismo che, come abbiamo visto con Trump, ha evidenziato molti degli elementi più eclatanti di una crisi di sistema. Altro sarebbe il discorso sul semipresidenzialismo, da fare appena i proponenti ne chiariranno i termini e accenneranno ad una legge elettorale appropriata. Nel frattempo, sono fiducioso che in vista del post-25 settembre il Presidente Mattarella stia diligentemente raccogliendo tutti gli spartiti disponibili e facendo con impegno e solerzia tutti i solfeggi indispensabili per suonare al meglio la sua fisarmonica. Altri saranno i cacofoni.

Pubblicato il 30 agosto 2022 su Formiche.net

Ci sono troppi “campi larghi” nella politica italiana @DomaniGiornale

Immagino che Letta non sia troppo contento di sentire che il migliore campo largo l’ha creato Damiano Tommasi a Verona. Proprio il giocatore che ha sempre respinto con gentilezza la richiesta di definirsi di destra o di sinistra. Per fortuna Tommasi non ha neanche detto “tutt’e due” e nelle sue parole si trova l’indicazione a stare dalla parte di una politica decente. Che non è mai la politica dei populisti. Ciò detto, se spingiamo il “laboratorio” (termine del tutto inappropriato) Verona per trarne qualcosa che prefiguri accadimenti nazionali, andiamo davvero troppo in là. Meglio, invece, fare una riflessione che non si fondi mai su un unico caso per quanto eclatante. Infatti, se è giusto affermare che ha vinto l’idea di campo largo formulata e ripetuta da Letta, nella pratica, di campi larghi se ne sono visti parecchi. Pochi campi erano uguali per composizione e molti differivano comunque poiché al loro interno, componente spesso essenziale, si trovava una lista civica. Quelle liste contano e sono spesso state decisive grazie al loro radicamento locale che, naturalmente, risulta proprio l’elemento non trasferibile e non sfruttabile in elezioni nazionali.

   Subito da aggiungere, perché è anch’essa una variabile tanto importante quanto non generalizzabile (meno che mai se ci si riferisce a Tommasi), la persona/personalità di candidati e candidate scelti/e da Partito Democratico e alleati è risultata decisiva quando la partita si è giocata su un margine ristretto. Attuale ”allenatore”, per rimanere in metafora, delle squadre scese vittoriosamente nei campi larghi del paese, Letta vorrà poi trasformarsi nel capitano-giocatore della sua “nazionale” oppure dovrà affrontare e risolvere il problema della leadership?

Più o meno visibilmente, ma inesorabilmente, l’individuazione di chi sarà il leader della squadra del centro-destra agita le ambizioni di Salvini e di Meloni. Diventato nervosetto a causa dei sondaggi che segnalano che la sua ambiguità gli fa perdere consensi, Salvini è stato anche punito da alcune candidature da lui imposte e risultate perdenti. “Granitica”, Giorgia Meloni incassa i suoi dividendi di coerenza, critica le scelte sbagliate, ma ribadisce la sua appartenenza al campo del centro-destra. Non può andare da nessuna altra parte. Proprio la sua coerenza fa risaltare ancora di più le tensioni e le differenze di opinione e di posizionamento (nazionale) anche nelle città nelle quali, ad esempio, Genova, il centro-destra vince. E dire che nelle città meno si sentono le distanze fra chi del centro-destra sta al governo e chi all’opposizione, chi è europeista e chi combatte per un’altra Europa, chi è atlantista e chi è opportunista (però, “per la pace”). Il messaggio più facile da capire per i tre del centro-destra è che la vantata compattezza non è un dato, ma qualcosa da costruire in maniera convincente e credibile. Esiste sempre un po’ dappertutto una parte piccola, ma importante di elettorato che vota per chi offre garanzie di dare vita a un governo stabile. Quell’elettorato si è forse manifestato anche a Verona.

L’ultimo elemento degno di nota di queste elezioni amministrative nel loro piccolo è che nessuno dei vari partitini che si strattonano al centro si è dimostrato cruciale. Tuttavia, è ipotizzabile che una parte, quanta lo sapremo in base alla legge elettorale che verrà, del loro consenso elettorale potrebbe essere decisivo, magari non tanto per la vittoria del centro-destra o del campo largo, ma per la formazione del governo. Tutta un’altra storia.

Pubblicato il 29 giugno 2022 su Domani

Salvini e Conte due spine, prima se ne vanno meglio è. A lezione da Pasquino #intervista @L_Argomento

Il politologo: “Referendum flop? E’ questa la vittoria della riforma Cartabia contro i critici, uno dei quali si trova incidentalmente anche al governo”

Intervista raccolta da Francesco De Palo

“Salvini e Conte sonno due spine, principalmente per i propri partiti, prima se ne vanno meglio è. Il referendum flop? E’ stata la vittoria della riforma Cartabia contro i critici, uno dei quali si trova incidentalmente anche al governo”. Lo dice a L’Argomento il prof. Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale e Professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna. Da due mesi è uscito il suo ultimo libro, “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (editore Utet).

La bassa affluenza cosa ci trasmette sul presente e sul futuro dell’istituto referendario?

Che bisogna fare delle domande alle quali gli elettori possono rispondere convintamente; che bisogna individuare delle tematiche che si prestano davvero a dire sì o no e non essere forse un po’ così, un po’ cosà. Ma soprattutto bisogna essere convinti delle richieste che si fanno e quindi fare una campagna elettorale decente. Se uno riesce a riformare la giustizia non può passare le sue giornate a chiedere la pace da parte dell’Ucraina nei confronti della Russia. Cioè bisogna fare la campagna elettorale, non fare i furbi.

Crede che la concomitanza con la riforma Cartabia abbia tolto peso specifico alla consultazione?

In una certa misura sì, ma in realtà il referendum era chiesto contro la riforma Cartabia. I promotori hanno voluto dire che tutto l’impianto della riforma non piaceva e offrivano ai cittadini cinque quesiti per distruggerla. E quindi in un certo senso è questa la vittoria della riforma Cartabia contro i critici, uno dei quali si trova incidentalmente anche al governo.

Come giudica l’ipotesi circolata in questi giorni di abolire il quorum per il referendum?

Non è un’ipotesi circolata in questi giorni ma che esiste sul tavolo da almeno dieci anni: ovvero non abolire il quorum ma cambiarlo. Abolirlo del tutto non si può. Una legge approvata da una maggioranza parlamentare non può essere abolita da una minoranza degli elettori.

Le amministrative hanno di fatto aperto la campagna elettorale per le politiche? E con quali prerogative per i due schieramenti?

Non hanno aperto niente. Riguardavano quel tipo di città e solo quei sindaci. Poi ognuno trarrà delle conseguenze per sé, definite e decisive. Ci si potrebbe chiedere: ma allora la campagna elettorale a che cosa servirà? E di qui a dieci mesi non succederà nulla? No, io credo che qualcuno guarderà bene i dati e si renderà conto che ci sono alcune cose che funzionano nei suoi candidati e nelle sue proposte e qualcun altro riuscirà in qualche modo a ridefinire tutto questo. Però io continuo a pensare che gli elettori fanno attenzione a quello che li riguarda. Però una buona campagna elettorale fa cambiare idea a un certo numero di elettori che possono essere il numero decisivo.

Secondo lei Salvini e Conte sono due spine per Meloni e Letta?

Aspetti, voglio dare una risposta cattiva. Salvini e Conte sono due spine. Salvini per la Lega e Conte per quel che rimane del Movimento cinque Stelle che Conte non controlla e ha perso anche quelli che dovrebbe recuperare. Salvini sta perdendo elettori a mani basse, sta perdendo anche prestigio all’interno della Lega e quindi è una spina lui per la Lega. Prima se ne vanno, meglio è.

Manfred Weber, il numero uno del Ppe, prima della riunione dell’altro giorno, due mesi fa, venendo a Roma in Vaticano, e incontrando poi tutti gli esponenti centristi, ha detto che il problema non è la Lega in sé, ma Salvini, che mai entrerà nel Ppe. Questo assunto potrà influire sulle alleanze, al netto della legge proporzionale che, si dice, si potrà fare?

Dunque, a prescindere dal fatto che io preferisco Max Weber a Manfred Weber, è chiaro che Salvini è un problema per l’Europa, non c’è nessun dubbio. Ed è un problema, naturalmente, anche per il Partito popolare europeo che è uno degli assi portanti della politica europea. Quindi Salvini ha un problema sicuro con loro.

Quale l’elemento più tragico, secondo la sua opinione, del conflitto in Ucraina? Il fatto che si usi il grano come un’arma, il fatto che si calpesti il diritto internazionale o concetti basilari come la sovranità?

L’elemento drammatico è dato dal fatto che c’è un despota autoritario che aggredisce uno Stato libero e democratico e dice che trattasi di operazione militare speciale, di non guerra. Quindi fa anche delle operazioni che Orwell avrebbe sanzionato. E la neolingua è una manipolazione della lingua. C’è qualcuno che crede che si possa chiedere seriamente agli ucraini di rinunciare a parte del loro territorio, di rinunciare a difendersi? Questo è drammatico. Vuol dire che mettiamo sullo stesso piano un regime autoritario con un regime democratico e diciamo che il regime democratico deve cedere alle mire di un regime autoritario. La mia opinione, invece, è che noi dovremmo porre il problema del regime change. Se vogliamo che la Russia smetta di fare guerre, bisogna sostituire il guerrafondaio Putin.

Pubblicato il 14 giugno 2022 su L’Argomento

Qual è lo scopo della guerriglia di Conte e Salvini @DomaniGiornale

Si direbbe che l’impegno di Salvini e di Conte a favore della pace, la loro personale politica intesa come continuazione della guerra con altri mezzi, consista nel fibrillare, intralciare, controproporre senza nessuna possibilità di controllo dei costi e dei benefici, a cominciare dalle concessioni balneari e dalla revisione del catasto. Due interventi che dovrebbero caratterizzare la normale, purché buona, amministrazione e che suscitano molta opposizione da coloro che, chiamiamo le cose con i loro nomi, godono di privilegi quantomeno quarantennali. Ho assistito personalmente in Senato negli anni ottanta alla mobilitazione dei bagnini.

    Diversamente esaltati dal loro incommensurabile e incomprimibile egocentrismo, Berlusconi e Renzi non fanno nessuna fatica a trovare argomenti che li differenzino dalla maggioranza di cui fanno parte, anzi, la maggioranza che, a sentire le loro argomentazioni, è stata da loro voluta con l’aggiunta che, neanche si discute, Draghi Presidente del Consiglio è un loro colpo di genio. Insomma, l’unico che, responsabilmente, porta la croce e che, se proprio non ce la fa a cantare, almeno prova a predicare con grande pazienza, è Enrico Letta, il segretario del Partito Democratico. Però, gli elettori che apprezzano le sue ponderate parole e i suoi sobri comportamenti continuano a rimanere numericamente gli stessi da parecchi mesi. Il Movimento Cinque Stelle ha già forse raggiunto il punto più elevato del suo sfaldamento, e Conte boccheggia. Quel che rimarrà del suo consenso elettorale non basterà al PD per estendere il suo “campo” fino a ricomprendere Palazzo Chigi.

   Più volte ho scritto, e continuo ad attestarmi su quella linea, che spostamenti elettorali anche significativi non sono affatto da escludere. Nella prossima campagna elettorale potrà persino succedere che faccia la sua comparsa qualche candidatura attraente, emerga un tema importante per il quale un solo leader ha una soluzione plausibile, alcuni dirigenti facciano, sono in molti ad averne la capacità, qualche errore clamoroso. Posticiperei, però, tutto questo bel discorso e le sue implicazioni all’inizio dell’anno prossimo. Quello che vedo tristemente adesso è che i guerriglieri politici italiani hanno perso di vista i fondamentali. Soltanto con gli europei e, non prendendo le distanze “opportunistiche, ma cooperando con la Nato, sarà possibile mantenere quel non molto prestigio internazionale di cui, sostanzialmente grazie a Draghi, l’Italia sta tuttora godendo. Soltanto procedendo all’attuazione rapida e esauriente di tutti i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza l’Italia riprenderà slancio (meglio se con quella giustizia sociale e economica che deriva dalla concorrenza “sulle spiagge” e dalla revisione del catasto). E allora? Resettare.

Pubblicato il 25 maggio 2022 su Domani

Interesse nazionale: nella Nato, nella UE, mai con i nemici della democrazia @formichenews

Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Un grande (sic) paese ha, comunque, in maniera lungimirante una sola politica estera condivisa fra governo e opposizione e, naturalmente, soprattutto all’interno del governo. Le più o meno acrobatiche prese di distanza diversamente effettuate da Conte e da Salvini sono deplorevoli. Altrettanto deplorevoli sono le dichiarazioni intrinsecamente pro Putin di Silvio Berlusconi: dal sen sfuggite poi capovolte e, poiché personalmente sono un commentatore sobrio e austero, non mi chiederò cos’altro sta nel sen di Berlusconi. La politica estera di un paese, più o meno grande, deve, come scrisse e argomentò il tedesco Hans Morgenthau (1904-1980, esule negli USA, uno dei maggiori studiosi di sempre di Relazioni internazionali, costantemente ispirarsi all’interesse nazionale. Naturalmente, quell’interesse deve essere definito chiaramente, condiviso politicamente e interpretato ogni volta che entra in contatto con la realtà effettuale (l’aggettivo è di Machiavelli, maestro del realismo in politica).

   Quell’interesse può essere proposto, protetto e promosso attraverso alleanze, come la Nato, e organizzazioni, come l’Unione Europea. Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Comprensibilmente, ogniqualvolta scatta la necessità di proteggere l’interesse nazionale all’interno di organizzazioni sovranazionali è possibile che ciascuna delle nazioni che ne fanno parte esprima preferenze relativamente diverse, mai divergenti. Organizzazioni democratiche al loro interno hanno le capacità e sanno come ricomporre una pluralità di interessi a cominciare da quello, nettamente prioritario e sovrastante, della difesa, della sopravvivenza.

   Che questo interesse sia essenziale nell’attuale fase di aggressione russa all’Ucraina è stato prontamente compreso da Finlandia e Svezia che lo hanno tradotto nella richiesta di adesione alla Nato. Pur esercitandosi in qualche, piccolo e sgraziato, ma, presumibilmente, solo estemporaneo, giretto di valzer, anche i Cinque Stelle e la Lega, capiscono che la Nato è l’organizzazione che garantisce la miglior protezione dell’interesse nazionale. Le loro accennate differenze di opinione con il governo “Draghi-Di Maio” sono, però, fastidiose punture di spillo non giustificabili neppure con riferimento a incomprimibili (per Salvini permanenti) pulsioni elettoralistiche.

   In definitiva, credo che tutti coloro che auspicano la fine dell’aggressione russa all’Ucraina e l’autodeterminazione dei popoli, stiano acquisendo due consapevolezze. La prima è che qualsiasi cedimento a Putin non lo incoraggerà ad accettare le trattative. La seconda, ancora più importante, a mio papere decisiva, è che è nell’interesse nazionale dei paesi democratici promuovere, non sulla punta delle baionette e sulle rampe di lancio dei missili (in che modo lo scriverò un’altra volta), la democrazia. Da Immanuel Kant sappiamo che sono le federazioni fra le repubbliche (per Kant il termine che identifica i sistemi politici che operano a favore della res publica, il benessere collettivo) a porre fine ai conflitti, non i regimi autoritari e i loro leader con i quali i democratici possono, perseguendo l’interesse nazionale, trattare, ma per i quali non possono mai sentire “amicizia”.

Pubblicato il 22 maggio 2022 su Formiche.net

Lo zar piace a una destra che non capisce la democrazia @DomaniGiornale

La triste delusione nei confronti di Putin dei due principali esponenti del centro-destra italiano è facilmente spiegabile. Pur continuando a controllare e punire la stampa e le giornaliste, avendo chiaramente ottenuto la sottomissione della magistratura che ha regolarmente fatto il suo “dovere” (sic), di recente condannando Alexei Navalny, l’aggressione del leader russo all’Ucraina non è riuscito a fornire la prova cruciale che il suo è un governo/regime di successo. Adesso Salvini spera di evitare ulteriori delusioni chiedendo la fine dell’invio di armi agli ucraini che si difendono. Invece, Berlusconi non riesce a nascondere la sua amarezza. L’amico Putin gli era apparso “un uomo di grande buonsenso, di democrazia, di pace. Forse, ma questa è una mia aggiunta personale che, però, spero condivisa, Putin non ha mai neppure voluto, come Berlusconi, lanciare una grande rivoluzione liberale. Che errore!

   L’incantamento per Putin dei due alleati del centro-destra italiano si accompagna alle critiche agli USA, alla Nato, all’Unione Europea, che provengono da alcuni, minori, ma non troppo, settori della sinistra. Queste critiche sono facilmente spiegabili: un irreprimibile anti-americanismo che sta nelle loro viscere profonde e al quale non riescono ad opporre nessun ragionamento e, magari, lo dirò da professore, nessuna lettura di storia, di relazioni internazionali, di scienza politica. Senza esagerare con la retorica, quello che manca ai Berlusconi e ai Salvini, ma anche ad alcuni esponenti di sinistra e delle Cinque Stelle, è una concezione decente della democrazia. Qui sta la radice dell’illusione berlusconiana (e salviniana) con Putin.

   Nessun “sincero” democratico avrebbe mai espresso apprezzamento e addirittura amicizia per un capo di Stato e di governo autoritario, repressivo, persecutore del dissenso, silenziatore dell’opposizione. Su questo terreno, più precisamente, il funzionamento di un sistema politico e lo spazio della società civile, Berlusconi (con Salvini) dovrebbero interrogarsi. Non basterà loro chiamare come testimoni a discarico quei filosofi e storici di sinistra per i quali le democrazie hanno fallito. Alcuni di costoro riescono addirittura a esercitarsi con concetti screditati da molti decenni, come democrazia autoritaria, e fatti rivivere da dirigenti politici di dubbia democraticità nell’esercizio del potere con modalità e strumenti di natura illiberale.

   Magari un giorno ascolteremo gli amici del capo del Cremlino sostenere che Putin ha fatto anche qualcosa di buono. Vorrà soltanto dire che troppi non avranno ancora capito quale grande conquista è la democrazia anche con le sue inevitabili, ma superabili, inadeguatezze. In nessun modo significherà che è accettabile essere amici e estimatori di coloro che la democrazia la ignorano e mirano a calpestarla.

Pubblicato il 18 maggio 2022 su Domani