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Il Copasir deve andare all’opposizione, anche se si tratta di Giorgia Meloni @DomaniGiornale

Stabilire a chi spetta la Presidenza del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti è una decisione importante. La questione non può e non deve essere interpretata soltanto come un conflitto interno al centro-destra fra la Lega di Salvini, alla quale appartiene il Presidente in carica, e i Fratelli d’Italia di Meloni, che sono i pretendenti. Infatti, in gioco sono alcune regole fondamentali della democrazia parlamentare, in special modo, quelle che attengono alle modalità di funzionamento del Parlamento e al rispetto dei diritti dell’opposizione politico-parlamentare. Appena studiosi e commentatori, in particolare quelli del “Corriere della Sera”, avranno finalmente capito che il compito principale del Parlamento nelle democrazie parlamentari non consiste affatto nel fare le leggi, cammineremo sulla dritta via che porta alla individuazione dei due compiti davvero fondamentali. Primo, è il Parlamento che sceglie il governo, gli dà la fiducia e gliela può togliere quando vuole. Ė finalmente caduta la critica sbagliata ai governi “non scelti dal popolo”, “non usciti dalle urne”, troppo spesso rivolta al governo Conte 2. Temo, però, che la caduta sia soltanto il prodotto del prestigio di Draghi, non di un reale apprendimento. Il secondo importantissimo compito del Parlamento è quello di controllare quello che fa, quello che non fa e quello che il governo fa male.

   Molto felpatamente, Walter Veltroni, editorialista del Corriere della Sera, sottolinea che il governo Draghi dovrebbe accompagnare ai suoi molti buoni propositi, alcuni già in ritardo di attuazione, anche le date entro le quali saranno soddisfatti. Le incertezze potrebbero essere almeno in parte ridimensionate ricorrendo a generalizzazioni ipotetiche del tipo: “ se …, allora…”. Esempio, “se i vaccinati saranno il 60 per cento allora le riaperture potranno avvenire il 20 giugno”. Queste generalizzazioni ipotetiche consentono all’opinione pubblica accuratamente (sic) informata dagli operatori dei mass media di farsi un’idea e all’opposizione, parlamentare e no, di controllare le promesse e le prestazioni del governo. Si configura in questo modo la migliore virtù democratica: l’accountability, governo e opposizione rispondono all’elettorato. Un governo intelligente impara dalle critiche espresse dall’opinione pubblica e da un’opposizione intelligente. Naturalmente, l’opposizione deve essere messa in grado di controllare l’operato del governo. I Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, DPCM, erano e rimangono criticabili se e quando rifuggono e sfuggono alle possibilità di controllo dell’opposizione.

Questa, che non è affatto una lunga digressione, ma la indispensabile premessa ad un caso importante, conduce meglio attrezzati a considerare se e quanto la richiesta di Fratelli d’Italia di ottenere la Presidenza del Copasir è fondata e merita di essere accolta. Per legge, la Presidenza di quella Commissione deve essere assegnata all’opposizione. Al governo Draghi con la sua maggioranza fin troppo larga esiste tecnicamente e politicamente una sola opposizione appunto quella rappresentata da Fratelli d’Italia. Dunque, chi ha a cuore, non solo il funzionamento del Parlamento, ma i rapporti governo/opposizione deve esprimersi senza nessuna riserva a favore della candidatura espressa da Giorgia Meloni. Se l’alternativa di cui si discute è cambiare le regole, non soltanto merita il nome di pateracchio, ma certamente non sarebbe di giovamento al prestigio del Parlamento e dei suoi rappresentanti. Al contrario. Per di più, le riformette opportunistiche hanno spesso il rischio, o il pregio, di ritorcersi contro gli sciagurati propositori.

Pubblicato il 10 aprile 2021 su Domani

Letta segretario dem? Certo, è serio, ma chi glielo fa fare? #intervista @ildubbionews

Parla Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Secondo Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna, Enrico Letta «dovrebbe usare il Pd per riportare in quell’alveo tutti coloro che credono nella sua leadership, da Leu a Italia Viva», ma accettando la candidatura alla segreteria «forse si caccerebbe in un vicolo tremendo».

Professor Pasquino, l’ex presidente del Consiglio è l’uomo giusto per una nuova stagione del Pd?

Certamente Letta è una personalità di rilievo, autorevole, competente e soprattutto decente. Ma non so che tipo di partito voglia costruire. Non so se ha pensato al partito che desidera, se ha cercato di indovinare cosa dovrà essere da ora in poi il Pd nel panorama politico italiano. Spero che il tempo che si è preso gli serva per riflettere su questo e non per fare accordi con le correnti, altrimenti sarebbe già spacciato.

Tuttavia in un partito forte e radicato sul territorio come il Pd pluralismo e correnti ci sono sempre state. Come si può fare a meno di cercare un compromesso?

Innanzitutto occorre dire che non è l’unico partito radicato sul territorio, basti pensare a Fratelli d’Italia, che ha ereditato la grande radicalizzazione del Movimento sociale italiano e questo dà grande forza a Giorgia Meloni. Tuttavia Letta deve sconvolgere le correnti, deve distruggerle. Deve chiedere al partito la possibilità di farsi governare davvero e gli ex correntisti devono tornare a essere uomini e donne liberi e libere a cui Letta di volta in volta farà delle proposte sull’organizzazione del partito in quanto struttura, non in quanto governo. Se non chiederà il potere di ristrutturare il partito, il suo interludio sarà soltanto un sogno.

Pensa che, rispetto alla linea zingarettiana dell’alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, Letta possa riuscire a ricucire con i partiti di centro, Italia Viva in primis?

Credo che, prima delle alleanze, Letta dovrebbe usare il partito per riuscire a riportare in quell’alveo tutti coloro che credono alla sua leadership, certamente Leu e Italia viva. A meno che non siano vassalli e vassalle di Renzi, i parlamentari di Italia Viva non possono non sentire la vicinanza politica a Letta. Ma se non la sentono affari loro.

Dopo gli attriti del passato pensa sia impossibile una ricucitura tra i due ex presidenti del Consiglio?

Immagino che Renzi vorrà fare il vicesegretario di Letta quasi sicuramente … o forse potrebbe fare l’emissario nei paesi arabi, compito che ha dimostrato di saper svolger efficacemente. Tornando seri, Letta dovrebbe avere molto riserbo nell’aprire a Renzi. Prima si pensa al partito, poi alle alleanze.

La minoranza del partito continua a spingere per un congresso in breve tempo, ma questo vorrebbe dire eleggere un reggente soltanto per qualche mese. Potrebbe essere lo stesso Letta?

Questa è una condizione essenziale: Letta non deve in nessun modo accettare di fare il reggente per qualche mese. Deve governare il partito davvero essendone il segretario fino alla scadenza del mandato nel 2023.

C’è il rischio che possa essere “sfruttato” dalle correnti e finire nel tritacarne come già accaduto in passato ad altri segretari?

Il rischio c’è ma deve essere lui a valutarlo chiedendo un voto personale e non per acclamazione. D’altronde non si può andare dal notaio ma lui non deve parlare con i capi corrente. Deve chiedere platealmente all’assemblea che ciascuno di loro voti per coscienza dandogli la propria fiducia.

Molti lo giudicano un “papa straniero” chiamato a salvare il partito, un po’ come fosse il Draghi del Pd. È d’accordo?

Questo paragone mi pare abbastanza azzardato. Letta è stato e continuerà a essere un politico di professione, mentre Draghi non lo diventerà mai. Inoltre Letta ha un radicamento nella politica Italiana che Draghi non avrà mai. Draghi è un papa nero, Letta è uno di loro, ma un po’ meglio di ognuno di loro. Mentre Draghi è un po’ meglio di tutti quelli che stanno al governo con lui. Un Pd a guida Letta si approccerebbe in maniera diversa al governo dell’ex presidente della Banca centrale europea?Credo che non cambi nulla. Letta non avrebbe un mandato per cambiare la posizione del partito e credo che diventando segretario potrebbe cercare di imporre alcune priorità, ad esempio influendo attraverso i suoi ministri.

In definitiva, crede che accetterà il compito di guidare i dem?

Letta deve accettare soltanto se tutti i capi corrente sono d’accordo sulla ristrutturazione del partito, nazionale e locale. Servono sezioni di partito più dinamiche e flessibili. Ma se non avesse questa forza autonoma, il rischio di fallire sarebbe altissimo.

Mi perdoni professore, ma il superamento del sistema correntizio risale addirittura allo statuto di fondazione del partito, nel 2007. Sono passati quattordici anni e mi pare non sia cambiato nulla.

In effetti forse se Letta accettasse si caccerebbe in un vicolo tremendo.

Cos’ha spinto Zingaretti a dire “basta”?

Credo che sia stata una sequela di episodi. Uno stillicidio di critiche cattive non fatte nelle sedi di partito. Poi certamente c’erano posizioni differenti rispetto all’alleanza coi Cinque Stelle ma dovevano venire fuori in assemblea o in direzione. E invece non è accaduto, tranne qualche battuta di Orfini. Forse c’entra anche la politica del Pd romano, oltre che nazionale.

In ogni caso, crede che la chiamata di Letta sia un sintomo dell’evoluzione del sistema politico provocata dal governo Draghi?

La vera evoluzione del sistema politico avverrà quando la destra diventerà capace di proiettare un’immagine non solo di alternativa dura al centrosinistra ma di coalizione in grado di governare il Paese senza creare conflitti con richiami al passato, come fanno Lega e Fd’I, e senza conflitti di interesse, come ha Forza Italia.

Beh, la Lega qualche passo avanti sembra averlo fatto, non crede?

Nella Lega questo percorso è iniziato ma non so quanto Giorgetti riesca a resistere alle punzecchiature di Salvini. Mentre Fd’I vive di rendita come opposizione in Italia e come elemento critico in Europa. Ne sono convinti e continueranno così.

Pubblicata il 12 marzo 2021 su Il Dubbio

I Cinque Stelle servono ancora a qualcosa? @DomaniGiornale

Raramente un Movimento politico è stato tanto ferocemente, insistentemente, quasi unanimemente criticato e financo sbeffeggiato come il Movimento 5 Stelle. L’importante, però, non è che le critiche sono ingenerose. Ė, invece, che quelle critiche non rendono giustizia al ruolo complessivamente svolto dai Cinque Stelle nel sistema politico italiano di ieri, di oggi e di domani. “Vaffa” non è mai stato il mio modo di esprimere una valutazione della classe politica italiana, meno che mai di indicare una strategia. Che, però, Beppe Grillo traducesse in quell’invito la grande e diffusa insoddisfazione di una larga parte degli italiani è oramai accertato. Meno noto è che grazie alle liste delle Cinque Stelle nel 2013 una parte consistente di elettori che, altrimenti, si sarebbero astenuti, scelse di andare alle urne. Con il loro voto quegli elettori hanno svolto un compito importante comunicando la richiesta di cambiamenti profondi ancorché, inevitabilmente, non molto precisi.

  Fare chiarezza e selezionare fra le domande è, per qualsiasi classe politica, uno dei principali compii da adempiere. Che un Movimento votato da un italiano su tre nel 2018 sia molto composito è, ovviamente, tanto innegabile quanto inevitabile proprio come anche che la sua leadership sia divisa su non poche scelte rilevanti. Qualcuno, e mi colloco fra questi, ritiene che la dialettica di posizioni e soluzioni è utile, un contributo importante al funzionamento di un sistema politico e, se mantenuta entro (in)certi limiti, anche delle coalizioni di governo. Molto schematicamente, questa dialettica è stata interpretata come uno scontro senza possibilità di conciliazione fra l’ala governista e gli ortodossi. Penso che questa contrapposizione sia limitativa e, in buona sostanza, sbagliata e sterile. Vedo, da un lato, non un’ala che vuole stare a tutti i costi al governo (governista), ma che intende governare (ala governante) per tradurre alcune sue priorità programmatiche in politiche pubbliche; dall’altro, un’ala che preferisce “non sporcarsi le mani” in attesa forse di avere ancora più voti e più seggi.

   L’ortodossia, comunque difficile da valutare, è spesso testimonianza senza profitto (ma, volendo essere “cattivo”, notevolmente gratificata da molte photo e interviste opportunities). L’ala governante può vantare qualche successo: il reddito di cittadinanza, il Ministero della Transizione Ecologica, l’abolizione dei vitalizi, il taglio del numero dei parlamentari. In linea di massima sono molto critico di tutto quello che discende da una critica populista e antiparlamentare, ma, al tempo stesso, non posso non riconoscere che il taglio dei parlamentari obbliga a pensare a come strutturare meglio la rappresentanza politica, certamente non imponendo un impraticabile vincolo di mandato, e a come rendere più spedito il lavoro parlamentare, improbabilmente con il limite ai mandati. Sarà legittimo criticare le, immagino non poche, in parte già preannunciate e giustificate, deroghe.  

   Non credo che le votazioni con/sulla Piattaforma Rousseau costituiscano un fulgido esempio di democrazia diretta. Tuttavia, a fronte dei cambi di linea di alcuni partiti decisi sostanzialmente dal leader (Berlusconi, Salvini, Renzi) o da alcuni pochi notabili, il coinvolgimento di 70 mila attivisti mi pare importante. Probabilmente questo esercizio di partecipazione, che dovrebbe essere meglio strutturato, produce effetti a cascata di diffusione di informazioni politiche nient’affatto da sottovalutare. Le molte e persistenti le critiche alle pratiche democratiche dei Cinque Stelle dovrebbero essere estese anche alle pratiche non democratiche dei concorrenti. Non ritengo democratica la pratica delle espulsioni, ma se giustificabili con riferimento al (non-)Statuto ne prendo atto pur continuando a ritenerle politicamente sbagliate. Sono interessato al futuro dei Cinque Stelle? Non credo affatto che né la loro scomparsa né il loro ridimensionamento a cespuglio renderebbero migliore il funzionamento del sistema politico. Al contrario, in parte squilibrerebbero il sistema a favore della destra, in parte indebolirebbero l’attenzione su alcuni gravi fenomeni sociali quali, ad esempio, la povertà e la condizione dei giovani. Non bisogna chiedere ai Cinque Stelle di uniformarsi a quello che esiste, ma continuare a criticarli, tutte le volte che si offrono, per le loro inadeguatezze.

Pubblicato il 24 febbraio 2021 su Domani

Se Roma piange Bruxelles non ride

La critica al governo Conte e allo stesso Presidente del Consiglio per i ritardi nella preparazione del Piano di Ripresa è, al momento, prematura. Infatti, la prima bozza di quel Piano è attesa dalla Commissione per metà febbraio. Poi, sulla base dei commenti, dei rilievi, dei suggerimenti che certamente ci saranno e saranno utili, il testo definitivo dovrà essere consegnato entro la fine di aprile. Sul merito, Conte ha accettato buona parte delle critiche e delle indicazioni di ItaliaViva la cui uscita dal governo adesso è un atto assolutamente pretestuoso, tecnicamente irresponsabile. Direi doppiamente irresponsabile. Renzi vuole avere la possibilità di continuare a sparare bordate contro il governo rifiutando qualsiasi responsabilità, ma la tempo stesso agisce in maniera irresponsabile rispetto agli impegni presi dal governo italiano con la Commissione Europea. La destabilizzazione di un governo, di qualsiasi governo, è sempre sgradita nell’ambito dell’Unione Europea poiché crea incertezza e incide sull’attività degli operatori economici. Non è un caso che tra ieri e oggi lo spread fra il valore dei titolo di Stato tedeschi e quelli italiani sia subito salito. Un conto, poi, sono le elezioni tenute alla loro scadenza naturale. Un conto molto diverso è una campagna elettorale improvvisa e improvvisata in un clima invelenito come è quello italiano attuale con un probabile cambio di maggioranza in vista. Se vincessero i sovranisti italiani, la Commissione sarebbe ancora più preoccupata non soltanto per il rispetto degli accordi raggiunti con Conte, ma per l’atteggiamento complessivo di Salvini e Meloni nei confronti delle politiche europee che richiedono cooperazione e solidarietà non recupero di sovranità nazionali.

   Agli occhi della Commissione, il governo Conte 2 ha (aveva?) molti pregi. Il Presidente del Consiglio aveva negoziato e lottato seriamente e tenacemente. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già europarlamentare, è noto e apprezzato. Il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni costituisce il terzo pilastro grazie al quale la Commissione e gli altri governi dell’Unione Europea hanno ritenuto che l’Italia procedesse a un’efficace utilizzazione degli ingenti fondi che le sono stati attribuiti. Insomma, forse non per la prima volta, ma più che nel passato, l’Italia aveva acquisito notevole credibilità nell’Unione Europea anche agli occhi dei molto, talvolta troppo, sospettosi “paesi frugali”. Questo capitale, che vale molto più di qualche miliardo di Euro, rischia di disperdersi nel corso della crisi. Non andrà soltanto perduto del tempo per preparare al meglio i numerosi progetti italiani di investimenti e di modernizzazione, di rilancio. C’è il rischio che un nuovo governo di composizione politica diversa, da un lato, voglia o sia costretto a rinegoziare, dall’altro, si trovi obbligato a attuare progetti approvati e finanziati, ma non condivisi, perché non suoi. Senza il sostegno dell’Unione Europea l’Italia non va da nessuna parte, ma se l’Italia va male tutta l’Unione riceverà un contraccolpo. A Bruxelles si fibrilla.

Pubblicato AGL il 15 gennaio 2021

Lo stile di governo di Giuseppe Conte

Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.

   Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.

Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020

“Ma quale nuovo Patto del Nazareno. Avrebbe il sapore della farsa” #intervista @Affaritaliani

Il politologo Gianfranco Pasquino, intervistato da Affari, spiega le mosse di Berlusconi, ma anche del Pd. “La federazione proposta dalla Lega? Non ha senso”

Intervista raccolta da Paola Alagia

La mano tesa di Silvio Berlusconi per il voto sullo scostamento di bilancio, l’apertura al dialogo dell’esecutivo con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dello stesso Partito democratico che, per bocca del suo vicesegretario Andrea Orlando, si è detto possibilista su un confronto, ma solo con Forza Italia. E ancora il leader di Italia viva Matteo Renzi che nelle scorse ore ha gettato un sasso nello stagno azzurro, sostenendo che sarebbe positivo se Berlusconi si staccasse da Meloni e Salvini. Nonostante le rassicurazioni incrociate in merito al rispetto dei ruoli e, quindi, degli attuali equilibri di governo, le sirene sono risuonate talmente forte da spingere la Lega di Salvini a sparigliare le carte, proponendo addirittura una federazione dei gruppi di centrodestra tra Camera e Senato. Insomma, per certi versi, come in un déjà vu, sembra si respiri aria da nuovo patto del Nazareno. Affaritaliani.it lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica.

Professore, che ne pensa?
Penso che il Nazareno si fosse già lamentato in occasione del Nazareno uno e avesse chiesto di non essere chiamato in causa. Meno che mai vorrebbe, quindi, il Nazareno due. Sostiene infatti che è passato molto tempo e che la seconda volta si presenterebbe come una farsa e quindi dice no. E, comunque, battute a parte, per fare un Nazareno vero bisognerebbe che i due contraenti fossero al livello elettorale dell’altra volta.

E, invece, le condizioni non ci sono, visto l’attuale peso specifico di Berlusconi?
In realtàmi pare che pure il secondo contraente, se dovesse essere Zingaretti, sarebbe molto riluttante.

Dopo l’ultimo appello di Mattarella, però, qualcosa si sta muovendo, non le pare?
Innanzitutto, bisogna fare chiarezza: Mattarella ha richiamato solo alla responsabilità, non ha mai detto ai partiti di mettersi insieme. Poi che questo appello sia stato sfruttato da Berlusconi è un’altra storia.

Raccontiamola.
E’ molto semplice: Berlusconi si sente un po’ schiacciato da Matteo Salvini, che è forte, e da Giorgia Meloni, che sta crescendo. Cerca, dunque, uno spazio di visibilità e anche di influenza politica, tentando un accordo col governo su questioni che poi riguardano anche le sue aziende. Mediaset, per l’esattezza.

E’ vero pure, però, che qualche sponda nella maggioranza la trova, a cominciare dal numero due del Pd Andrea Orlando. 
Il Pd sta cercando da un lato di fare valere il fatto che ci sarebbe qualcun altro disposto ad appoggiare il governo e, particolare non da poco, per di più anche favorevole al Mes. In secondo luogo, Orlando pensa di riuscire a dividere le opposizioni, separando quel che resta di FI da Salvini e Meloni, in modo da rendere meno rischiosa la sfida del centrodestra. E poi c’è un altro aspetto non proprio secondario.

Quale?
Il fatto che al Senato i voti sono un po’ ballerini. Il governo ha una maggioranza risicatissima e, quindi, se si aggiungessero i voti di FI sarebbe tanto di guadagnato.

Ed è in questo quadro, a fare da contraltare, che  si innesta la proposta federativa della Lega. Che ne pensa?
La mossa di Salvini non ha nessun senso. Serve solo per guadagnare più visibilità. Con la legge elettorale proporzionale, come sarà probabilmente il nuovo sistema di voto, una federazione non ha ragion d’essere perché i tre partiti andrebbero alle urne separati. La verità è che il leader della Lega crede di avere la capacità di individuare prospettive future, ma non è più così, e cerca di rimanere al di sopra della Meloni che con le sue posizioni ferme sta piano piano arrivando alle percentuali di Salvini.

Insomma, è tutto un girare a vuoto? Che immagine ci restituisce il quadro politico attuale?
Siamo in una situazione di sospensione perché nel frattempo quasi tutti si sono resi conto che questa seconda ondata è stata molto pesante, hanno qualche preoccupazione per le posizioni di Orban e Morawiecki, che difficilmente rinunceranno al veto. Le uniche certezze al momento sono che il governo è al sicuro – nessuno, infatti, cambia esecutivo quando c’è una situazione così catastrofica come quella che stiamo vivendo – e che il premier Conte è persino ritornato un po’ su nei sondaggi. Mentre il Pd per lo più traccheggia, anche il M5s ha superato, sembra senza troppi inconvenienti, gli Stati generali e si avvia ad arrivare almeno fino a gennaio. Insomma, in questa fase tocca solo farsi vedere e trovare un tema per conquistare le pagine dei giornali.

In quest’ottica c’è da temere per il voto sul nuovo scostamento di bilancio?
Certamente lo voteranno, non si è mai visto un voto contrario su uno scostamento di bilancio così essenziale. Le opposizioni non creeranno nessun problema.  

Non vede dunque pericoli all’orizzonte.
Non ci sono grosse minacce. La proposta insensata della Federazione, per esempio, cosa vuole che sposti? L’unica cosa che si muove un po’ è appunto la disponibilità al dialogo di Berlusconi.

Ma solo se decidesse di spezzare l’asse con Salvini e Meloni. E’ così?
Berlusconi non deve decidere di staccarsi, deve solo far pensare che può farlo. Poi non lo farà perché senza di lui il centrodestra non vince e lui senza il centrodestra non vince.

Né più e né meno di un gioco delle parti, insomma.
Io parlerei più di un gioco dei partitini…

Pubblicato il 23 novembre 2020 su affaritaliani.it

UNIONE EUROPEA: DENARI SENZA VALORI? Stato di diritto o stato di paralisi. Il dialogo tra Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello continua @europainitalia @rsantaniello @C_dellaCultura

Continua il dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate

Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**

  • Caro Tecnocrate, tira un po’ di “brezza” tra Bruxelles, Varsavia e Budapest, se si vuole essere rassicuranti.

Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno annunciato ai colleghi del Coreper (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti), che i loro governi potrebbero votare contro il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 se fosse inserita la regola, concordata da presidenza tedesca e Parlamento europeo, del rispetto dello stato di diritto da parte dei beneficiari dei fondi europei.

I due ambasciatori hanno così confermato la sostanza delle lettere inviate da Orbán e Morawiecki alle massime cariche istituzionali dell’Unione europea nelle quali si afferma che “qualsiasi meccanismo discrezionale che sia basato su criteri arbitrari e politicamente motivati non può essere accettato”.

Potrebbe profilarsi un bel problema sia per NextGenerationUE che per il bilancio pluriannuale 2021-27. Ricordo che il Consiglio europeo può votare a maggioranza il NextGenerationUE, mentre l’unanimità è richiesta sia per l’adozione del bilancio e del “tetto” delle risorse proprie. Quest’ultima decisione (preliminare, ndr) deve essere ratificata dai parlamenti nazionali, mentre per la decisione sul bilancio pluriannuale è “sufficiente” l’approvazione del Parlamento europeo. Ricordati questi elementi tecnico-istituzionali, non mi rimane sottolineare che in termini di calendario, spetta al Parlamento europeo pronunciarsi per primo la prossima settimana, mentre la riunione del Consiglio europeo è fissata il 10/11 dicembre e sarà preceduta dal Consiglio Affari generali l’8 dicembre. Detto tutto questo chiedo a lei, caro Tecnocrate, di esprimersi. Come la vede? Brezza o Tempesta?

  • Caro Burocrate, non si tratta soltanto di scegliere fra Brezza e Tempesta poiché, purtroppo, anche le tempeste possono cominciare come venticelli. La situazione mi pare tremendamente complicata poiché coinvolge le istituzioni, gli ideali e gli interessi. Non possiamo fare finta che l’Unione Europea non sia e non debba essere anche una organizzazione di interessi. Il funzionalismo non sparisce mai. Non dobbiamo neanche pensare che la Germania non abbia intenzione e, in una certa misura, la facoltà di difendere i suoi interessi economici, quelli delle sue imprese e dei loro investimenti in Ungheria e in Polonia. Per capirne di più, propongo un accurato spacchettamento. Non credo che il Parlamento e la Commissione possano recedere dalla loro sacrosanta richiesta che l’Ungheria e la Polonia rispettino lo Stato di diritto. Mi augurerei di sentire anche la voce dei capi di governo degli Stati frugali esprimersi su un tema che dovrebbe essere loro caro e sul quale l’Italia, nonostante Meloni e Salvini, anzi, proprio per metterli all’angolo, dovrebbe solennemente ribadire la sua posizione: la rule of law si rispetta e la si applica, sempre, ovunque. L’Unione è un sistema politico democratico. Ė, come scrivo e sostengo da tempo, il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo. Non deve essere incrinato da due governi devianti. Sicuramente, la trattativa deve essere condotta da Angela Merkel, in quanto Presidente del semestre europeo, ma nessuno dimentichi che è anche il capo di governo dello Stato inevitabilmente più influente. Fin qui gli interessi. In secondo luogo le regole e le procedure. Bisogna chiarire che cosa deve essere votato all’unanimità e per che cosa è sufficiente una maggioranza qualificata o semplicemente assoluta. Le chiederei di precisare questo punto. Nel frattempo, sono giunto ad una conclusione intermedia. Si voti il prima possibile sulla proposta congiunta Commissione-Parlamento e ciascun capo di governo si assuma trasparentemente le sue responsabilità. Troppo spesso l’Unione è stata accusata, a ragione, di mancanza di trasparenza. Questa volta tutto deve venire alla luce, soprattutto i ricatti e le loro conseguenze. Dopodiché, naturalmente, come in tutte le democrazie potranno continuare i negoziati e, di conseguenza, come in tutte le democrazie, potranno seguire altre votazioni, ravvicinate. A Ungheria e Polonia, in particolare alle loro opinioni pubbliche e operatori economici, è imperativo che, attraverso una intensissima campagna di informazione, la Commissione comunichi i termini del problema, le responsabilità, le conseguenze, ma anche le modalità di soluzione. A Bruxelles bisognerà anche interrogarsi su come abolire le votazioni all’unanimità, mai democratiche poiché consentono a un “votante” di ricorrere al potere di ricatto e impediscono a maggioranze rappresentative, spesso enormi, di procedere. Bisognerà anche dire ad altissima voce, soprattutto ai populisti sovranisti, che nessuno schiaccia la sovranità di uno qualsiasi degli Stati-membri, ma li richiama al rispetto di regole e procedure da ciascuno di loro accettati al momento dell’adesione. Le chiederei di commentare su questi punti, correggendo e chiarendo, magari con opportuni riferimenti ai Trattati.
  • Caro Tecnocrate, come la sua qualifica sottolinea, non posso correggerla poiché i suoi riferimenti sono esatti. Le regole istituzionali a trattati vigenti le ho ricordate in precedenza. Sul quadro finanziario pluriannuale il Consiglio europeo vota all’unanimità, con l’approvazione del Parlamento europeo. Dunque si tratta di una decisione conforme al metodo comunitario. Sul tetto delle risorse proprie, risorse che servano a finanziarie il bilancio (di entrate) pluriannuale, il Consiglio europea vota all’unanimità ed è necessaria la ratifica degli Stati membri e dunque dei parlamenti nazionali. In questo caso, come può ben capire si tratta di una decisione tipica del metodo intergovernativo. Per concludere, entrambe le decisioni sono soggette al diritto di veto degli Stati, quella sul tetto delle risorse proprie deve superare un doppio barrage, non solo quello dei governi, ma anche dei parlamenti. Ricordo ancora, come ultima annotazione, che il Consiglio europeo adotta la decisione sul NextGenerationEU a maggioranza qualificata ritornando nell’alveo del metodo comunitario. Ricordo infine che quasi tutte le decisioni adottate nel quadro del metodo comunitario è prevista la maggioranza qualificata, tranne alcune eccezioni, come quella sul bilancio, dove è richiesto il voto all’unanimità. Durante le conferenze intergovernative che hanno condotto alle riforme dei Trattati il voto all’unanimità è stato progressivamente eliminato, salvo sulle materie dove gli Stati membri non vogliono perdere la propria sovranità, come la fiscalità e alcuni diritti sociali. Per eliminare del tutto il voto all’unanimità, penso anche a quello che condiziona una politica estera e di sicurezza più fluida (ne ha parlato anche Ursula von der Leyen nello Stato dell’UE), sono necessarie delle modifiche ai trattati vigenti. Una parola infine sui governi “recalcitranti” alla questione della condizionalità in base al rispetto dello Stato di diritto. C’è un bell’articolo nel Trattato sull’Unione europea che riguarda la leale cooperazione. Si tratta dell’articolo 4, paragrafo 3. Vale la pena riportarlo per intero: “in virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione. Credo che basterebbe ricordare a tutti, e soprattutto ad Ungheria e Polonia (ai quali si è aggiunta la Slovenia per “amicizia” del suo capo di governo con Orbán), il contenuto di questo articolo. Sperando che il burocrate le abbia fornito gli elementi di chiarimento, le ripasso la parola, per una conclusione da Tecnocrate. Io mi sono limitato ad inquadra gli elementi istituzionali, ma la politica o meglio la realpolitik, ci insegna che ci sono molte variabili da considerare e tra questi gli interessi.
  • Caro Burocrate, apprezzo i suoi chiarimenti che credo aggiungano qualcosa di importante alla discussione che riguarda non soltanto gli interessi, che ritengono meritino sempre adeguata attenzione, ma gli ideali che, paradossalmente, una buona realpolitik non dimentica e non sottovaluta mai. A questo punto, per qualche giorno, la palla passa al Parlamento Europeo i cui componenti debbono evidenziare con forza il contenuto e le implicazioni dell’art. 4, paragrafo 3, da lei opportunamente citato. La “leale cooperazione” deve essere messa all’opera hic et nunc. In quanto tecnocrate e come tale possessore di ottime idee, ma privo di potere politico, penserei che il Presidente del Parlamento unitamente alla Presidente della Commissione dovrebbero proporre ad Ungheria e a Polonia un fecondo decoupling. Accettino quei due capi di governo di approvare il bilancio 2021-2027 relativamente al quale comunque mantengono e potrebbero usare la mannaia della non ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti. Dopodiché, Commissione e Parlamento riconsidereranno la valutazione di quelle che sono le gravi violazioni loro attribuite relativamente allo Stato di diritto. Ungheria e Polonia manterranno la possibilità di obiettare, consapevoli, però, che rischiano di perdere parte, piccola o grande, dei fondi previsti nel NextGenerationUE. Faccia il suo lavoro la diplomazia. Nel frattempo si dia anche inizio alla procedura di riduzione delle votazioni all’unanimità con l’obiettivo della loro completa eliminazione. Quello che è razionale diventerà reale?

Bruxelles-Bologna, 20 novembre 2020

Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.

Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.

Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 22 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.it

La campanella e il grande test di civiltà #scuola

L’oramai prossima riapertura delle scuole è un grande test. Contrariamente a quanto sostiene l’opposizione, Salvini ha già annunciato una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro dell’Istruzione, il test non riguarda soltanto Lucia Azzolina. È un test nazionale, di efficienza e persino di civiltà. Sono coinvolti 8 milioni di studenti dalle Alpi alla Sicilia e i loro genitori. Sono chiamati al lavoro circa due milioni di persone fra insegnanti e personale scolastico di vario tipo. Essenziale è altresì la partecipazione di qualche centinaia di migliaia di operatori dei mezzi di trasporto. Infine, sono mobilitate numerose ditte per la produzione e l’installazione dei banchi monouso e di altri materiali. Anche se è vero che, in ultima istanza, la responsabilità tocca ai decisori politici, neppure in questo caso a rispondere di qualche (temo inevitabile) inconveniente dovrà essere solamente e, forse, neppure principalmente il Ministro. Infatti, sono le autorità regionali che hanno il potere di decidere la data dell’apertura in base al grado di preparazione delle loro strutture. Sembra, ad esempio, che Bolzano abbia già scelto la data del 7 settembre. Altri preferiscono una data successiva al 14 per giungere meglio preparati, magari consentendo riaperture differenziate a seconda del tipo di scuola. Da quanto succederà misureremo l’efficienza delle regioni e dei loro governanti. Lo faremo tenendo conto anche delle cifre, in alcune regioni basse e maneggevoli, in altre molte alte, con notevoli criticità già prima del Covid-19, specie nelle aree di grandi concentrazioni urbane. Quanto alla “civiltà”, il test chiama in causa un po’ tutti: docenti, famiglie, studenti, ma soprattutto i primi. Ricordo che abbiamo giustamente ammirato e lodato lo straordinario spirito di abnegazione del personale medico e infermieristico. Hanno lavorato lunghissime ore in condizioni difficilissime, di vita e di morte. Tutti i docenti debbono essere consapevoli che la sicurezza degli studenti dipende in larga misura da loro, dalla loro presenza nei diversi istituti, dalla loro disponibilità e sensibilità. Certamente, il Ministro e i dirigenti scolastici debbono reclutare e mettere all’opera nelle varie aree il numero di insegnanti necessario, adeguato. Però, a loro volta, gli insegnanti non debbono chiamarsi fuori dichiarando, com’è già avvenuto in alcuni casi, loro personali condizioni di fragilità che li porrebbero a rischio. Al proposito, è richiesto anche l’intervento dei sindacati che non può essere soltanto difesa degli iscritti, ma che deve assumere un punto di vista generale: il buon funzionamento della scuola. Sappiamo che altrove, persino nei Länder tedeschi, ovvero nel paese che riteniamo correttamente il più avanzato, si sono verificati problemi. Il Ministro dell’Istruzione e della Sanità debbono mettere tutti in guardia svuotando due atteggiamenti esiziali: l’allarmismo e il vittimismo. La campanella suona per tutti coloro che si comporteranno secondo le regole.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2020

Conte e i “finti” trionfalismi. Non c’è mai fine per i disfattisti @fattoquotidiano

Ci sono due modi, entrambi enormemente sbagliati, di interpretare l’esito della riunione del Consiglio dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea tenutasi dal 17 al 20 luglio. Il primo è quello di chiedersi “chi ha vinto?” e “chi ha perso?” Il secondo è quello di preoccuparsi dei “trionfalismi” dei “vincitori” italiani invece di occuparsi di quello che, da adesso subito, l’Italia e gli italiani, non soltanto il governo Conte debbono fare per utilizzare al meglio 209 miliardi di Euro (che non c’entrano nulla, come sostiene Salvini, con il MES).

In una Unione politica che si muove in direzione federale è sempre difficile, ma spesso assolutamente fuori luogo, separare vincitori e vinti, ma, fra i vincitori desidero mettere, senza fare una graduatoria: Ursula von der Leyen e l’intera Commissione da lei presieduta; Charles Michel e Angela Merkel perché se lo meritano. È proprio vero che, per lo più, si vince tutti insieme e il conto delle eventuali sconfitte ricade su di tutti, qualche volta maggiormente sui più deboli. Nel caso dell’Unione Europea, facendo un paio di semplicissimi elementari conti dovremmo affermare che l’Italia, avendo ottenuto più Euro di tutti, ha sicuramente vinto. Però, i sedicenti “frugali” non hanno perso visto che riceveranno rimborsi non marginali, anche se, nel complesso, ammontano all’incirca un decimo dei fondi assegnati all’Italia. L’Unione ha vinto poiché ha dimostrato di sapere decidere e di riuscire a farlo con un metodo democratico, aspetti ai quali gli eurocritici avevano indirizzato tutte le loro fosche previsioni. L’Unione ha vinto poiché è stata respinta la pretesa olandese di godere di un potere di veto. L’Unione ha vinto perché ha creato un significativo precedente di condivisione e solidarietà rispetto al quale è assai improbabile si possa tornare indietro. Anzi, ai commentatori di varia provenienza e scarsa competenza, si potrebbe ricordare che, anche quando nel passato le decisioni non furono ugualmente nette e quantificabili, il metodo operativo dell’Unione consentiva comunque passi avanti più o meno piccoli. L’Unione non è mai stata ferma.

Credo che sia profondamente ingiusto e sostanzialmente inutile confondere la legittima soddisfazione del Presidente del Consiglio Conte (del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e della coalizione di governo meno sfrangiata del solito) con un non meglio specificato trionfalismo. Sono gli stessi commentatori che per settimane avevano scritto che l’Italia non avrebbe ottenuto quello che voleva, i quali, invece, di giustificarsi per i loro errori, non da menagramo, ma da incompetenti, spostano il tiro sui problemi da affrontare ora subito. Alcuni, poi, hanno immediatamente ricominciato il gioco davvero fastidioso, talvolta irritante, della sostituzione più o meno imminente del Presidente del Consiglio.

Non sarà facilissimo predisporre programmi seri di investimenti cospicui nei settori che la Commissione privilegia, soprattutto economia verde e digitale. Pertanto, sarebbe opportuna una apertura di credito a Conte e ai suoi ministri al tempo stesso che si formulano suggerimenti, non vaghi, ma operativi: settori, interventi, tempi, costi. Comunque, l’eventuale non provato trionfalismo dei governanti italiani non può venire contrastato dal disfattismo dei commentatori (e di alcune delle opposizioni). Forse è anche lo stato del dibattito pubblico italiano che sconcerta tanto i governanti quanto gli osservatori degli altri Stati-membri dell’UE. Probabilmente, Conte ha ottenuto più di quel che desiderava anche perché, con qualche sorpresa da parte di alcuni altri capi di governo, è rimasto fermo sulle sue posizioni, con intransigenza, dimostrando di essere credibile e quindi affidabile. Il futuro prossimo dirà il resto.

Pubblicato il 23 luglio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Colao è stato ingenuo, si è illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione tecnica #intervista @ildubbionews

Per convincere un politico bisogna spiegargli le cose privatamente, in modo che poi lui possa usarle in pubblico. I documenti scritti difficilmente hanno peso, anche quando i contenuti sono condivisibili

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

 

Accoglienza fredda, qualche naso storto e poi un contenitore pubblico – gli Stati Generali dell’Economia voluti dal premier Giuseppe Conte che la hanno diluita: così è finita la relazione tecnica per il rilancio del Paese redatta dalla task force del supermanager Vittorio Colao. Un cortocircuito frutto dell’incomunicabilità tra tecnici e politici, secondo il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino: «Se Colao si era illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione scritta è stato ingenuo, dovrebbe saperlo che i politici sono quello che sono…».

A proposito di politica, si è detto che la relazione di Colao fosse troppo “di destra”. È un’etichetta che ha senso?

La destra la sinistra certamente esistono: la destra è la parte che tende a garantire chi ha già delle posizioni di relativo privilegio; la sinistra invece punta a una riduzione delle diseguaglianze. Ecco: le soluzioni ai problemi possono essere di destra o di sinistra, i problemi invece no. E mi sembra che la relazione di Colao individui i problemi e sia invece molto cauta nel dare soluzioni.

Quindi la task force ha svolto solo una parte del compito?

Io credo che la consegna fosse proprio quella di individuare i problemi, perché le soluzioni spettano alla politica. Però le priorità con cui si elencano i problemi non sono mai neutre. Colao ha indicato in cima alla lista il basso livello di automazione e il basso livello di laureati. Sono d’accordo con lui e tra i problemi aggiungo anche la carenza infrastrutturale: se investissimo in infrastrutture produrremmo occupazione, miglioreremmo il Paese e faremmo circolare denaro. In questo senso, forse sono più keynesiano di Colao. I problema non mi sembra ciò che è scritto nella relazione, ma il fatto che questi temi creino tensione dentro la maggioranza.

Anche gli Stati Generali hanno creato ulteriore tensione. Ha avuto senso un evento del genere?

Sbaglia chi li ha definiti una “passerella”, perché è mancata la presenza ossessiva dei media. Invece, mi sembra che sia stato un confronto tutto sommato positivo: anche il conflitto va bene, perché fa emergere nuove soluzioni. Mi è spiaciuto, però, che il documento di Colao non sia stato analizzato come meritava e che l’opposizione non si sia fatta vedere. Se dovessi fare un bilancio, gli Stati Generali sono stata un’operazione abbastanza utile, ma non sfruttata in pieno. Conosco personalmente alcuni componenti della commissione e nutro grande stima nei loro confronti: le idee della relazione avrebbero meritato una discussione approfondita.

La sensazione, invece, è stata di grande freddezza tra lo stesso Conte e Colao, come se ci fosse fretta di chiudere.

Non so quali siano stati gli umori tra i due, ma capisco meglio Colao di Conte. Il premier forse voleva scaricare la responsabilità sui tecnici, sperando che dicessero ciò che voleva lui. Colao, invece, è stato criticato ancora prima di leggere le sue proposte e deve aver percepito il rischio di diventare il parafulmine della politica, che poi avrebbe comunque fatto di testa sua. Fossi stato nei suoi panni non sarei stato solo freddo, ma fortemente irritato. Eppure, questa incomunicabilità non mi stupisce.

Insomma, politica e tecnici parlano ancora due linguaggi diversi?

I politici non prestano attenzione a ciò che dicono o scrivono i tecnici. Per convincere un politico di qualche cosa, bisogna prenderlo sotto braccio e spiegargli privatamente alcuni punti, che poi lui possa usare in pubblico. Colao, invece, si era illuso che Conte prestasse attenzione alle cinquanta pagine di relazione, ma avrebbe dovuto saperlo in anticipo che i politici non funzionano così.

Tra i politici, ormai, viene annoverato anche Conte.

Ma è vero solo in parte. Conte sfrutta la sua natura atipica e il fatto di non presentarsi come un vero politico gli giova nei sondaggi. Dalla sua ha il pregio del fatto di non avere posizioni ideologicamente preconcette, ma nello stesso tempo è cresciuto molto nel suo ruolo: ha imparato come interagire, è diventato disinvolto e anche disincantato, ma non è mai ingessato come i politici di mestiere. Il suo vantaggio sugli altri è uno: tutti noi sappiamo già in anticipo cosa diranno Salvini o Zingaretti, ma non ciò che dirà Conte.

Le critiche al governo sono piovute da più parti, lei invece non dà un giudizio negativo di questo Conte II.

Le critiche di cui lei parla sono arrivate soprattutto dai grandi giornali e questo fatto mi ha portato a chiedermi se l’informazione stia davvero svolgendo il suo compito. In altre parole, mi sembra che ci sia stata più la ricerca del retroscena che l’analisi dei fatti: il problema non è se Conte dura o no, ma che cosa fa. Ecco, a me sembra che il governo, pur con una coalizione di attori molto diversi, abbia fatto piuttosto bene e che, ad oggi, non esista una alternativa migliore.

E allora veniamo ai fatti: cosa dovrebbe fare il governo, ora che la relazione di Colao è pronta e va tradotta, in tutto o in parte, in iniziativa politica?

Dovrebbe definire alcune priorità e su quelle procedere in modo rapido. Per individuarle esiste un criterio semplice: quelle su cui l’Ue è pronta a stanziare fondi. La prima priorità è l’accettazione del Mes per le spese sanitarie, con 37 miliardi pronti da usare subito. La seconda sono le infrastrutture, a cui applicare il modello della ricostruzione del Ponte Morandi: individuare persone affidabili e dare loro le chiavi di alcuni cantieri strategici. C’è chi pensa che sia una tecnica elitista, ma è sicuramente efficace.

Anche Ursula von der Leyen era presente a Villa Pamphilj e ha detto che bisogna individuare al più presto i progetti da farsi finanziare.

In Europa tutti sanno che gli italiani non sono mai del tutto affidabili e la presidente della Commissione Ue fa bene a ricordarci che un cronoprogramma è indispensabile. Noi, purtroppo, siamo una banda di provinciali e preferiamo il lamento contro l’Europa, illudendoci che crei consenso. Invece, bisognerebbe valorizzare il fatto che l’Europa ha dimostrato di credere in noi, con una enorme apertura di credito nei nostri confronti.

Tutto, però, dovrà comunque passare per il Parlamento: sarà un porto delle nebbie in cui la ripartenza rischia di arenarsi?

No, ma solo se la maggioranza sarà capace di sfidare il Parlamento a discutere su temi precisi: soldi, tempi e benefici di ogni misura. L’operazione è difficile e richiede grandi competenze, ma penso che in queste Camere ci sia un buon numero di persone capaci. La sfida per il Parlamento, oggi, è quella di trasformarsi in un “intellettuale collettivo”.

Pubblicato il 17 giugno 2020 su ildubbio.news