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La sinistra soffre di nostalgia
E purtroppo non dispone né di uomini, né di idee forti.
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Caos Senato. Era o no possibile seguire una strada di discussione costruttiva e di condivisione senza cadere nell’immobilismo e nell’ostruzionismo? Il fatto che una riforma cruciale come quella che muta radicalmente l’assetto costituzionale avvenga tra tatticismi, trabocchetti, offese è il segno che la politica italiana non è ancora diventata adulta? E, soprattutto, dopo questa bagarre e questi strappi, la legislatura continuerà come prima o rimarranno le ferite? Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, tra i politologi più arguti, ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica, docente emerito (scienza della politica) all’università di Bologna, professore di European studies alla Johns Hopkins University. Sono appena usciti due suoi volumi, Cittadini senza scettro (Egea) e A changing republic, politics and democracy in Italy (ne è coautore, Edizioni Epoké).
Domanda. Partiamo dal suo libro: cittadini con o senza lo scettro?
Risposta. Dal punto di vista sia della nuova legge elettorale sia della non elezione del senato sia dell’aumento del numero di firme per richiedere un referendum sia, infine, della pure augurabile, scomparsa delle province, il pacchetto di riforme Renzi-Boschi comprime e riduce il potere elettorale dei cittadini. Non restituisce affatto lo scettro (della sovranità popolare). Al contrario, lo ammacca, per di più, senza nessun vantaggio per la funzionalità del sistema politico. Peccato che i mass media non abbiano saputo né voluto discutere a fondo la qualità delle riforme, troppo interessati agli scontri, in definitiva poca roba, dentro il Pd e ai trasformisti che si affollano alla corte del fiorentinveloce. Quanto ai costituzionalisti, l’estate ha consentito ai più accondiscendenti di loro di esibirsi en plein soleil.
D. Quali le riforme sbagliate e quali quelle possibili?
R. Tutte le riforme sono sbagliate. Alcune lo sono nel loro impianto stesso; altre lo sono nelle probabili conseguenze. L’Italicum è una versione appena corretta del Porcellum. Se il bicameralismo «imperfetto» va superato, allora la vera riforma è l’abolizione del senato, non questo bicameralismo reso ancora più imperfetto e pasticciato. Bisognava guardare alle strutture e ai meccanismi che funzionano altrove. Quindi la scelta elettorale doveva essere fra il sistema proporzionale personalizzato tedesco e il doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese.Una volta deciso di avere una camera rappresentativa delle Regioni il modello migliore era e rimane il Bundesrat: 69 rappresentanti che, populisticamente, costano meno di cento, e che, politicamente, sono molto più efficaci di cento personaggi designati, nominati o ratificati, mai dotati di autonomo potere decisionale e personale. Per il referendum, l’aumento del numero di firme per richiederlo dovrebbe essere compensato con la riduzione del quorum per la sua validità. Per le autonomie locali, bisognerebbe prevedere forti incentivi per l’aggregazione dei piccoli comuni, ma anche qualche «castigo» per chi vuole rimanere per conto suo.
D. Quali saranno le conseguenze sull’intero sistema politico della nuova legge elettorale?
R. Darà una maggioranza assoluta ad un partito, sottorappresenterà le opposizioni, produrrà una camera dei deputati fatta per almeno il 60 per cento, forse il 70, di parlamentari nominati che non avranno nessun bisogno di rapportarsi ad elettori che neppure li conoscono. Pertanto, l’Italicum aggraverà la crisi di rappresentanza.
D. È utile un eventuale referendum contro l’Italicum o creerà più confusione?
R. Sono sempre favorevole ai referendum. Sull’Italicum, però, dovrebbe esprimersi la Corte Costituzionale in coerenza con la sua sentenza n. 1/2014 che ha fatto a pezzi il Porcellum. Dovrebbe bocciare le candidature multiple e imporre una percentuale minima per l’accesso al ballottaggio. Qualsiasi referendum elettorale consente di aprire una discussione vera su pregi, nessuno, e difetti, moltissimi, dell’Italicum.
D. Poi ci sarà un altro referendum. In fondo, al di là delle critiche, vi sarà un referendum su cui esprimersi sulle leggi costituzionali
R. Fintantoché non sarà stravolto, l’art. 138 è limpido. Il referendum costituzionale è facoltativo. Può essere chiesto (qualora la riforma costituzionale non sia stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi) da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. I referendum chiesti dai governi, da tutti i governi, compreso quello di Matteo Renzi, sono tecnicamente dei plebisciti, fra l’altro monetariamente costosi, e sostanzialmente inutili tranne che per il capo di quel governo. Populisticamente dirà che il popolo è con lui. È lui che lo interpreta e lo rappresenta, non le minoranze dentro il Pd, non l’opposizione politico-parlamentare, meno che mai i gufi. E’ dal popolo che lui sosterrà di avere avuto quella legittimazione che gli manca da quando produsse il ribaltone del governo Letta. Ovviamente si tratta di un inganno.
D. Il presidente del senato riuscirà a gestire la bagarre (per altro già incominciata)?
R. Il presidente del senato si barcamena. Barcolla, ma non tracolla. Certo, lo dico non come critica alla persona di Grasso, sarebbe stato preferibile un presidente con una storia politica e parlamentare alle spalle, con conoscenza diretta dei suoi colleghi. Per fortuna, Grasso può ricevere ottimi consigli dai preparatissimi funzionari del senato. Speriamo li ascolti.
D. Dopo tanto tempo non era comunque arrivato il momento del decisionismo, magari poi emendabile?
R. No, è una grossa bugia quella che finalmente si fanno le riforme dopo decenni di immobilismo. Nei 30 anni anteRenzi abbiamo fatto due riforme elettorali, una bella legge per l’elezione dei sindaci, due riforme costituzionali del Titolo V e siamo anche riusciti a introdurre le primarie. Tutte riforme brutte? Ma quelle che ci stanno arrivando addosso sono almeno belline? Proprio no. Sicuramente emendabili, appena si accorgeranno che hanno squilibrato e impasticciato il sistema. Ma perché non migliorarle subito?
D. Con la riforma costituzionale cambia anche il ruolo del Presidente della Repubblica: continuerà ad avere una funzione di garanzia?
R. Ahimè, temo che il presidente della Repubblica sarà ingabbiato. Non nominerà il presidente del Consiglio poiché questi sarà automaticamente il capo del partito/lista che ha vinto il premio di maggioranza, e pazienza. Ma, più grave, non potrà sostituirlo. Il sistema s’irrigidisce e quindi può anche spezzarsi rovinosamente. Non potrà, il presidente della Repubblica, neppure opporsi alla richiesta faziosa di scioglimento del parlamento. Altro irrigidimento, altro rischio. Potrà, però, bella roba senza nessuna logica istituzionale, nominare cinque senatori nella camera delle regioni.
D. Berlusconi, Grillo, Salvini: tutti e tre fuori gioco alle future elezioni politiche?
R. Il vecchio Berlusconi sarà certamente fuori gioco nel 2018 quando avrà 82 anni. L’allora cinquantenne Salvini sarà pimpante, battagliero, con una nuova felpa colorata, ma consapevole di non potere vincere da solo e altrettanto consapevole che la sua politica gli impone di correre da solo per prendere tutti i voti che può, che saranno molti, ma non abbastanza. Grillo è il giocatore che si trova nelle condizioni migliori. Stando così le cose, continuando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti della politica, dell’euro, dell’Unione europea, e rimanendo il premio in seggi da attribuire a partiti e/o liste singole, il candidato di Grillo alla presidenza del Consiglio andrà al ballottaggio e parte dell’elettorato italiano gli consegnerà il proprio pesante voto di protesta. Ne vedremo delle belle.
D. E che ne sarà dell’alleanza Berlusconi-Salvini?
R. Costretti ragionevolmente ad allearsi, ma scoraggiati a farlo dal sistema elettorale. Poi, sicuramente, il centro-destra dovrà fare i conti con altre grane che verranno da Alfano&Co. e dalla crescita di popolarità di una donna politica molto efficace, la Sorella d’Italia Giorgia Meloni.
D. Si riuscirà a ricomporre la sinistra al di fuori del Pd? O l’esempio della Grecia, coi radicali di sinistra fuori dal parlamento, vale anche per l’Italia?
R. La sinistra non sa e non vuole ricomporsi. Non ha nessun punto programmatico forte. Non ha neppure un leader attraente com’è Tsipras in Grecia, o com’è Pablo Iglesias di Podemos in Spagna. La sinistra italiana testimonia la sua nostalgia (non quella degli elettori) e si crogiola nella sconfitta, tutta meritata.
Pubblicato il 2 ottobre 2015
Ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
POLITICA
SCENARIO/ Pasquino: ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
giovedì 3 settembre 2015
“Renzi non deve temere né l’ondata dei migranti né l’ascesa di Grillo, perché gli italiani sanno bene che non sono problemi che ha creato lui. La sua unica preoccupazione dovrebbe essere il fatto che il Pil allo 0,7% non basta a ridare al Paese la crescita economica di cui ha bisogno”. E’ l’analisi di Gianfranco Pasquino, politologo, secondo cui “è proprio sulla mancata ripresa che il settembre politico di Renzi rischia di essere contrassegnato da una serie di nuovi annunci privi di sostanza”. Nell’intervista al Corriere della Sera Renzi aveva sottolineato che “se vogliamo fare una forzatura sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono, come sempre ci sono stati. Chi ci dice che mancano i numeri sono gli stessi che dicevano che mancavano i voti sulla legge elettorale, sulla scuola, sulla Rai, sul Quirinale”.
Che cosa ne pensa del modo con cui Renzi intende affrontare la questione della riforma del Senato?
Quella da parte di Renzi è la solita esibizione di boria, che non ha nulla a che vedere con la bontà della riforma ma soltanto con la voglia di portarla a casa per dimostrare la propria forza. Resta il fatto che questa rimane una riforma brutta, e segnala l’incapacità di negoziare che dovrebbe invece caratterizzare un capo di governo riformista.
Se Renzi tira dritto sulla riforma del Senato, si potrebbe arrivare a una scissione del Pd?
La scissione è soprattutto il prodotto della volontà di chi è al potere di cacciare fuori quanti lo ostacolano. Chi è contrario vuole dei cambiamenti sul contenuto, Renzi invece vuole dimostrare che ha il potere. Dopo di che, a furia di tirare la corda, si logorerà a tal punto che diventerà politicamente e psicologicamente impossibile rimanere in un partito dove i dissidenti sono sbeffeggiati e spesso dichiarati l’ostacolo maggiore a una non meglio definita politica riformista.
Che cosa ne pensa dei cinque senatori nominati dal Quirinale inseriti nella riforma?
Quello che mi sorprende è che né il presidente emerito Napolitano né il presidente in carica, Mattarella, abbiano spiegato quale senso abbia l’idea di avere cinque senatori nominati dal Quirinale, in un Senato che dovrebbe essere la Camera delle autonomie. Di fatto questo aspetto non ha nessun senso, e dovrebbero essere Mattarella e Napolitano a chiederne la cancellazione.
Con settembre ricomincia l’attività parlamentare. Il governo raccoglierà i frutti dopo avere seminato?
Perché ciò avvenga mancano tanti tasselli fondamentali. In primo luogo, il rilancio dell’occupazione attraverso il Jobs Act passa anche per la crescita, perché se il Paese non cresce i posti di lavoro non si moltiplicano. La spending review inoltre è stata prima affidata a Cottarelli, e poi non se n’è fatto nulla. Allo stesso modo non vedo i decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione, e neppure flessibilità e dinamismo in quello che dovrebbe essere uno Stato capace di fare le riforme. Mi aspetto quindi che Renzi trovi presto qualcosa di nuovo da annunciare, e poi vedremo come si andrà avanti.
Di che cosa ha più paura Renzi in questo momento? Di Grillo, degli immigrati o della mancata crescita?
Mettermi nei panni di Renzi è sempre un’operazione che preferirei evitare. Dovrebbe però avere paura di un’economia che continua a non crescere. Gli italiani sanno che alcuni problemi, come i migranti o il rafforzarsi dell’M5S, non sono stati prodotti da Renzi. Il premier deve quindi soltanto temere il semplice fatto che il Pil allo 0,7 % non produce la crescita di cui l’Italia ha bisogno. Dopo la Grecia, l’Italia continua a essere il fanalino di coda. Altro che maglia rosa.
E’ sull’economia che Renzi si gioca le prossime elezioni?
Sì, perché questo è un problema che gli italiani sperimentano di tasca propria ogni volta che vanno al supermercato. Ciò che occorrono sono delle soluzioni più profonde e durature, mentre per fare la riforma del Senato si può anche usare la spada di Gordio. Anche se non lo si dovrebbe fare, perché le istituzioni sono qualcosa che va trattato non con la spada ma con il bisturi.
Secondo Piepoli, nessun partito supererebbe il 40%, Pd ed Ncd insieme prenderebbero il 28%, l’M5S il 29%, FI e Lega il 26%. Quale scenario ci dobbiamo aspettare?
Non è affatto sorprendente che il Pd non riesca a superare il 40%, perché l’ha fatto una sola volta grazie a un colpo di fortuna. Non mi sorprende neppure che ci sia una crescita di FI e Lega, anche perché Salvini è quello che fa più politica sul territorio. Rispetto a Salvini, nel bene e nel male si stanno facendo gli stessi errori che si fecero con Berlusconi: la demonizzazione porta infatti voti al demonizzato. Infine non mi sorprende neppure che cresca il consenso dell’M5S. C’è infatti uno zoccolo duro di italiani insoddisfatti che voteranno il partito che si caratterizza come il più credibile se confrontato con i vecchi partiti. Con questo sistema elettorale l’M5S va al ballottaggio, e dopo ne vedremo delle belle, anzi delle stelle.
Gli elettori di centrodestra però non voterebbero mai M5S al secondo turno…
Questo lo dice lei. Alle Comunali a Parma gli elettori di centrodestra hanno certamente votato per Pizzarotti. A Livorno è stata invece una parte di Pd a votare per il candidato dell’M5S, Nogalin. Al ballottaggio quindi potrebbe avvenire la stessa cosa.
(Pietro Vernizzi)
I migranti lo sanno l’Europa c’è
Troppo bistrattata, l’Unione Europea non può in alcun modo essere considerata responsabile della migrazione di centinaia di migliaia di persone. Al contrario, per quei migranti, tecnicamente quasi tutti clandestini, ad eccezione di coloro che hanno diritto allo status di rifugiato politico, l’Unione Europea è, in buonissima misura, la soluzione almeno temporanea. Molti, se e quando potranno, rientrerebbero nelle loro patrie, cessassero mai le guerre civili, a cominciare da quella in corso in Siria e quella, non finita, in Sudan. Finora, contrariamente ai troppi e male informati critici, pure in assenza, questa sì criticabile, di una politica comune dell’Unione Europea, non pochi Stati-membri, soprattutto a cominciare dall’Italia a continuare con la spesso accusata Germania e con la silenziosa Svezia, hanno accolto moltissimi emigranti, magari non sapendo delineare criteri da condividere con Stati più riluttanti.
L’Unione Europea non ha creato il problema della migrazione. Non è responsabile né del disastro libico, anche se poteva interrogarsi prima su come gestire le conseguenze dall’intervento contro un dittatore sanguinario come Gheddafi. L’Unione Europea non porta nessuna responsabilità neppure delle guerre civili in Siria e nel meno noto caso dello Yemen. Piuttosto bisognerebbe ricordare agli americani, non principalmente a Obama, ma anche agli inglesi, i Conservatori votarono a favore, che furono loro ad appiccare l’incendio con la guerra in Iraq. Non “causa” delle immigrazioni, l’Unione Europea deve, tuttavia, trovare una o più soluzioni. Lo deve fare non per paura, infondata, dei migranti terroristi, ma per rimanere fedele ai suoi valori e ideali di protezione e di promozione dei diritti umani.
La paura che, in troppi luoghi dell’Europa, viene manipolata da alcuni leader, l’ungherese Orbàn, l’inglese Cameron, la francese Le Pen e, nel suo piccolo, dal leghista Salvini, è infondata. Con i migranti non arrivano i terroristi, i quali, dovremmo averlo imparato da tre brutti avvenimenti: gli attentati alla stazione di Madrid, alla metropolitana di Londra e al settimanale francese Charlie Ebdo, erano già qua, nati, vissuti male e decisi in nome di un qualche più o meno distorto precetto religioso a colpire gli europei. I migranti sono tutti alla ricerca di luoghi dove sopravvivere con le loro famiglie. Il loro arrivo in Europa costituisce, senza esagerare, un omaggio al cosiddetto vecchio continente. Un giorno, probabilmente, qualcuno scoprirà che i migranti hanno rivitalizzato, non soltanto demograficamente, l’Europa.
Che il problema non abbia, però, una soluzione soltanto europea, non significa affatto che non debba essere cercata anche nell’ambito dell’Unione. Il conservatore Cameron e la sua Ministra May, annunciando politiche di blocco degli ingressi e delle permanenze sul territorio inglese, denunciano la loro mancanza di volontà e la loro incapacità a trovare soluzioni. Bloccare gli immigrati prima che siano messi sui barconi da scafisti che perseguono il loro personale arricchimento, spesso tollerati qualche volta incoraggiati da governanti, come quelli libici e di alcuni paesi dell’Africa sub sahariana, che non controllano il loro territorio, è operazione difficilissima. Aiutare, anche con denaro, risorse, intelligence, qualche governante del Maghreb e del Medio-Oriente, a riportare un ordine decente e non repressivo nei loro paesi sembra politica più saggia e più produttiva, soprattutto nel medio periodo. Molto potrebbe farsi, come da tempo già succede soprattutto in Germania e in Svezia, con politiche nazionali di integrazione linguistica e lavorativa. Forse l’Unione Europea dovrebbe partire proprio da queste esperienze e tentarne la generalizzazione fra tutti gli Stati-membri. Il resto sono chiacchiere, più o meno politicizzate, particolaristiche, a vanvera.
Pubblicato AGL il 1°settembre 2015
SCENARIO A DX/ Pasquino: dopo le Regionali Berlusconi incoronerà Marina
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
“Un pesante insuccesso di Forza Italia alle Regionali segnerà la fine dell’era del Cavaliere e l’avvicendamento come leader con la figlia Marina. E’ lei il successore designato, non certo Toti né tantomeno Salvini”. Lo afferma Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna, secondo cui “Berlusconi non avrà mai bisogno di correre dietro a Salvini, semmai è il contrario, perché è la Lega che per avere qualche chance di vincere ha bisogno di Forza Italia”.
Professore, partiamo dalla riforma della scuola. Renzi ha sottovalutato la Camusso scambiando il suo peso con quello di un Civati?
Renzi ha sottovalutato non soltanto la Camusso, ma anche la rilevanza della riforma della scuola, della valutazione che deve essere comunque data di un insegnante, del fatto che nessun preside può governare nel suo istituto da solo. Ha attuato quindi una riforma che magari negli obiettivi è condivisibile, ma che dal punto di vista del metodo è altamente criticabile. Ora dialogando di più con i sindacati può ritrovare la rotta giusta, ma deve riuscire a farlo con un consenso più ampio. Le riforme approvate senza il consenso dei riformati rischiano di produrre un nulla di fatto.
Sfidando i sindacati Renzi ha corso un rischio calcolato o semplicemente ha preso una cantonata?
Renzi non conosceva abbastanza la materia, così come non la conosce lo stesso ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. Ma soprattutto Renzi non conosce abbastanza il legame che esiste tra le famiglie e gli insegnanti. Ci sono insegnanti molto popolari che riscuotono il rispetto, e qualche volta perfino l’ammirazione delle famiglie. Di fronte all’idea che i docenti siano valutati esclusivamente da un preside, le famiglie devono aver reagito in modo significativo. Ciò che abbiamo di fronte è la solita improvvisazione di questo governo, acuita dall’idea che si possa avere un uomo solo al comando non solo a livello di governo ma anche di ciascun istituto scolastico.
Quanto conta in questo braccio di ferro anche il fatto che i sindacati vogliono preservare il potere che hanno dentro la scuola?
Certamente c’è anche questo aspetto. Io sono però convinto che nessun istituto scolastico possa funzionare bene se non c’è un accordo di fondo tra il preside e i docenti. Questo accordo di fondo non passa necessariamente attraverso i sindacati, bensì attraverso la condivisione di valori e obiettivi che si sviluppano all’interno di un istituto. Capisco che ci sia anche un problema di eccessiva mobilità tra i professori, ma nella maggior parte delle scuole superiori i docenti che contano rimangono stabili.
Quali conseguenze politiche può avere invece la sentenza della Consulta sulle pensioni?
La prima conseguenza politica è che quando una Corte decide su materie così importanti dovrebbe avere il plenum. Il Parlamento dovrebbe quindi mettersi in regola ed eleggere rapidamente i giudici che gli spettano eleggere. Magari non necessariamente adeguandosi alla volontà di Renzi di affidare l’incarico a un suo fedelissimo. La seconda conseguenza è che bisogna rendersi conto che il Parlamento approva delle leggi molto discutibili e controverse. Deve quindi imparare a fare le leggi, magari tenendo conto anche di alcuni principi costituzionali. Ultima conseguenza, a questo punto il capo del governo deve ottemperare alla sentenza senza fare il “furbetto”.
Il fatto di dover trovare 12 miliardi può mettere il governo politicamente in difficoltà?
Nel frattempo la crescita del primo trimestre è stata dello 0,3%, ma non so se basterà. D’altra parte il governo ha sempre detto che emettendo liquidità ci sarebbe stato un passo avanti nei consumi, e quindi volendo anche la sentenza della Corte costituzionale può servire a rilanciare l’economia.
Passiamo alle Regionali. La candidatura di Toti in Liguria lo lancerà come successore di Berlusconi?
No. L’unico successore di Berlusconi si chiama Marina. Ha infatti il brand, cioè il cognome, in grado di unificare il centrodestra, è una donna ed è ritenuta una persona capace.
Quando arriverà il suo momento?
Se le elezioni regionali andassero molto male per Forza Italia, il momento di Marina arriverebbe subito dopo. Ci sarebbero un grande ripensamento, una grande convention e il lancio della candidatura alla successione.
Come sarà il centrodestra di Marina?
Sarà un partito moderato. Berlusconi sa benissimo che non può rincorrere Marine Le Pen né Salvini, perché è Salvini che deve rincorrere il Cavaliere. La Lega da sola non vincerà mai, mentre con Berlusconi può avere qualche possibilità di farlo.
Pubblicato il 15 maggio 2015
Sbagliato far finta di niente
Chi cade dall’alto fa molto più rumore. Ecco perché il crollo dell’affluenza elettorale in Emilia-Romagna (dal 68 % del 2010 al 37 % del 2014, se ne sono andati a spasso più di un milione di elettori) fa più rumore del declino, pure significativo in Calabria (dal 58,5 % del 2010 al 44 % del 2014). Inaspettato nelle sue dimensioni, l’astensionismo emiliano-romagnolo è ancora più preoccupante per quello che esprime. In una regione da sempre caratterizzata da alti livelli d’impegno e di partecipazione politica, viene un segnale, non casuale, ma voluto dagli astensionisti, di rifiuto dei candidati, dei partiti, dei loro mediocri programmi, della politica espressa negli ultimi quattro anni. C’è anche del disgusto per i rimborsi spese gonfiati e ingiustificabili e per la condanna in primo grado del Presidente uscente. Anche in Calabria le elezioni anticipate sono state prodotte dalla condanna definitiva del Presidente. Però, in Calabria il comprensibile disgusto per la politica è la conseguenza del cattivo governo locale. Potrebbe, persino, esserci qualcosa di più nell’astensionismo: una dichiarazione di irrilevanza del livello regionale di governo. Insomma, hanno sicuramente pensato centinaia di migliaia di elettori, queste regioni e i loro governanti non migliorano la qualità della nostra vita. Non sanno svolgere compiti essenziali: dalla sanità, inquinatissima in Calabria, al lavoro, alle infrastrutture.
Nel suo approfondito commento affidato, come al solito, a un tweet mattutino, Renzi spinge sotto il tappeto della vittoria in entrambe le regioni tutti i problemi che il non-voto segnala. Chi si contenta gode, buon per lui, ma male per gli italiani, per il suo governo e per lo stesso Partito Democratico. In Calabria, vince un esponente della più vecchia guardia, mentre il candidato Bonaccini, renziano di strettissima osservanza, vince la Presidenza dell’Emilia-Romagna lasciando per strada 300 mila voti. La Lega Nord di Salvini gongola perché la sua OPA ostile (offerta pubblico d’acquisto) sulla deterioratissima Forza Italia ha avuto successo. Tuttavia, la Lega non guadagna voti, ma ne perde 50 mila rispetto al 2010 (Forza Italia in piena rottura ne perde 400 mila). Per quanto Grillo ne abbia fatte (espulsioni varie di coloro che avevano contribuito al notevole successo iniziale delle Cinque Stelle) e non fatte (nessuna presenza in campagna elettorale né in Calabria, dove sostanzialmente viene cancellato, né in Emilia-Romagna), nella regione “rossa”il Movimento guadagna addirittura più di 30 mila voti, ma la sua percentuale, tra il 12 e il 13, rimane molto al disotto delle politiche del 2013.
Per qualche giorno, i politici s’interrogheranno sull’astensionismo. Poi passeranno ad altro, alle tematiche che appassionano (sic) gli italiani: una o più soglie di accesso al parlamento, quale percentuale per ottenere il premio di maggioranza, da darsi alla lista o alla coalizione…. Incurante del fatto che i molti voti perduti dal suo partito segnalano inevitabilmente anche grande insoddisfazione per lo scarso operato del suo governo e per i toni delle sue critiche alle organizzazioni intermedie, come la CGIL, Renzi dirà che bisogna andare avanti in fretta. Invece, gli astensionisti hanno detto che di riforme non ne hanno finora viste, che di annunci ne hanno sentiti abbastanza, che, soprattutto in Emilia-Romagna, credono che la democrazia è anche fatta di pluralismo associativo. Non bastano gli uomini soli al comando, come Renzi, o all’opposizione, come Berlusconi. I partiti personalisti possono anche vincere qualche elezione, ma non hanno cambiato e non cambiano la politica. Il ciclo di Berlusconi è finito, ma la sua ostinazione impedisce il rinnovamento di quel che resta di Forza Italia. In attesa del ciclo di Salvini, quello di Grillo continua anche se ad andamento lento poiché il leader delle Cinque Stelle non sembra più avere un progetto strategico. Il ciclo di Renzi ha subito una seria battuta d’arresto. Per coloro che ritengono che l’Emilia-Romagna sia stata un laboratorio democratico, dovrebbe crescere la preoccupazione proprio per lo stato della democrazia in Italia. E dove la democrazia funziona male la crescita economica risulta molto difficile.
Pubblicato AGL 26 novembre 2014


