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Quo vadis Italia di Mattarella e Draghi?

Appena si saranno placati i troppi sospiri di sollievo, alcuni davvero esagerati, altri ipocriti, che hanno accompagnato la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, sarà imperativo porsi qualche interrogativo. Non conta tanto sapere chi ha perso e chi ha vinto. Salvini, Berlusconi e Casellati hanno sicuramente perso. Il centro-destra ha sicuramente perso, ma perché aveva una falsa coscienza di sé: mai blocco compatto, ma solcato da tensioni “governo/opposizione”, “pro-Unione Europea/Cambiare l’Europa”. Quella falsa coscienza gli renderà difficile fare la campagna elettorale e, eventualmente, se premiato dal voto renderà complicato formare il governo e farlo funzionare. Non hanno vinto né Conte né Letta (né Renzi). Giorgia Meloni potrà vantare la sua granitica coerenza, ma forse starà prendendo atto che da sola non va da nessuna parte e che i suoi necessari accompagnatori sono assolutamente poco affidabili. Se, come viene variamente riportato, alla fine è stato Mario Draghi a convincere Mattarella a tornare con i suoi scatoloni ad abitare al Quirinale, allora potremo intestargli una vittoria. Però è una vittoria, da un lato, sicuramente molto al di sotto delle sue aspettative di “nonno” che aveva fatto intendere che il suo prossimo “servizio alle istituzioni” intendeva renderlo dal Quirinale. Dall’altro, è una vittoria dai contorni incerti, dai contenuti al momento inverificabili, dal futuro periglioso.

   Temporaneamente, Draghi ha salvato il suo governo e, sperabilmente, quel che più dovrebbe contare, l’attuazione più puntuale e più efficace possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Venti di rimpasto stanno già investendo il governo. Saranno subito bloccati con fermezza dal Presidente Mattarella? Un Presidente rieletto gode ancora di una luna di miele oppure quel Parlamento alle cui pressioni e preferenze ha ceduto è già pronto a rivendicare meriti di dubbia entità? Fra i sicuri perdenti tutti collocano senza originalità e senza spiegazioni la politica. Eppure in qualche modo Draghi ha fatto politica, ovvero ha usato della sua carica e del suo potere per conseguire un obiettivo. Dal canto suo, Mattarella è un politico di lungo corso e ha accettato la rielezione proprio sulla base di motivazioni eminentemente politiche. Perdenti sono numerosi uomini e donne (mai capaci di trovare e sostenere una di loro) in politica, ma non hanno affatto perso quei molti parlamentari che volevano, non soltanto per avere il vitalizio, la continuazione della legislatura. Da adesso a Mattarella e a Draghi dovremmo un po’ tutti chiedere che in tandem si ricordino che oramai spetta soprattutto a loro costruire le condizioni per la ristrutturazione della politica italiana anche attraverso una nuova legge elettorale che sia quanto meno decente. Né potranno ritrarsi se qualcuno ponesse, nei tempi e nei modi giusti, fuori del protagonismo e dell’improvvisazione, il tema di una riforma semi-presidenziale. Hic Quirinale hic salta.    

Pubblicato AGL il 1° febbraio 2022

La disfida continua #Elezione #Quirinale2022

L’ostacolo più alto all’elezione del Presidente della Repubblica sembra essere costituito da Salvini che fa di tutto per intestarsi il merito di avere trovato il nome più autorevole e attribuibile al centro-destra. Nella terza votazione, quietamente, ma duramente, Giorgia Meloni lo ha quasi frontalmente sfidato candidando l’ex-deputato Guido Crosetto che ha ottenuto, anche, evidentemente grazie a una diffusa stima personale, più del doppio dei voti dei parlamentari di Fratelli d’Italia. Tra schede inutilmente bianche e la novità del non ritiro della scheda, due operazioni che segnalano le tristissime difficoltà di negoziati cominciati male e tardi, da un lato, crescono i voti per Mattarella, dall’altro, circolano veti, sembra, in particolare, sul nome di Casini. Interpretabili come un meritato attestato di stima nei suoi confronti, i voti per il Presidente che ha saggiamente annunciato di non volere un secondo mandato, sono anche un messaggio a alcuni dirigenti di partito, non solo del Movimento 5 Stelle, di indisponibilità a seguire indicazioni non adeguatamente motivate e convincenti.

   Adesso, dovrebbero tutti smettere di proporre nomi per farseli bocciare e poi chiedere in cambio un qualche diritto di prelazione. Invece, dovrebbero tutti tornare a riflettere sui criteri di una buona scelta: autorevolezza politica e prestigio personale, conoscenza della Costituzione e volontà di difendere le prerogative della Presidenza, presenza e apprezzamento sulla scena europea. “Patriota” è colui/colei che rappresenta credibilmente l’Italia nell’Unione Europea e collabora per il bene del paese e della stessa Unione, il cui futuro è ineluttabilmente il nostro.

   Da tempo si sapeva che la più che apprezzabile candidatura alla Presidenza della Repubblica di Mario Draghi, autodefinitosi “un nonno al servizio delle istituzioni”, , conteneva/contiene notevoli contro-indicazioni. Chi ha le qualità per tenere insieme l’attuale maggioranza? Chi può succedergli, non perché da lui nominato (il governo Draghi è un esempio flagrante di governo del Presidente, voluto e costruito da Mattarella), ma perché espressione dei partiti che giustamente in una democrazia parlamentare rivendicano le cariche di governo?

   Di fronte a questi importanti interrogativi è proprio il ruolo di Draghi che si presenta problematico. Chi vuole Draghi al Colle più alto ha l’obbligo politico di indicarne un successore a Palazzo Chigi che non implichi una crisi di governo. Chi vuole che Draghi continui la sua opera impegnativa di governante ha l’obbligo di individuare un Presidente che voglia e sappia sostenere Draghi e sia a lui gradito. La difficoltà di individuare la candidatura presidenziale più appropriata si incrocia e si scontra con le preferenze politiche di chi desidera la continuazione della legislatura fino al suo compimento naturale e chi preferisce elezioni anticipate. La critica rivolta ai capipartito, a partire da Salvini, Conte, Letta e Renzi,.è legittima, ma non deve sottovalutare le difficilissime condizioni attualmente esistenti

Pubblicato AGL il 28 gennaio 2022

Pd e 5S facciano fronte comune sul Colle e tirino fuori dei nomi credibili #intervista @ildubbionews #Elezione #Quirinale

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Alma Mater di Bologna, è scettico sulla strategia di Pd e M5S per il Colle, dice che «non stanno facendo fronte comune» e che in caso di elezione di Draghi al Colle «se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza di oggi».

Professor Pasquino, Pd e M5S bisticciano tra di loro in attesa di un nome per il Colle proposto dal centrodestra. Riuscirà il centrosinistra a trovare un’alternativa valida da sottoporre ai grandi elettori?

Non so se ci riusciranno, ma è sicuro che dovranno fare una riunione non soltanto Letta e Conte, ma Letta, Conte, Di Maio, Patuanelli, Orlando, Guerini e Franceschini. Cioè le varie anime di Pd e M5S. Serve un accordo su una rosa di tre o quattro nomi, per trovare poi uno su quale possono convergere anche altri partiti. L’iniziativa non spetta per forza a Salvini o Berlusconi, ma a chi è in grado di prendersela. Letta e Conte stanno sbagliando alla grande.

Crede che Di Maio stia giocando una partita tutta sua sul Colle per cercare di riprendere la guida del Movimento?

Questa domanda riguarda l’andamento del Movimento 5 Stelle, non tanto il voto per il Colle. Vengono attribuite a Di Maio delle strane mire. Ha fatto una carriera ministeriale straordinaria e quindi credo sia soddisfatto di quello che c’è. Credo voglia un po’ di unità nel Movimento e quindi non penso che ambisca a mettere i bastoni tra le ruote a Conte. Peraltro c’è anche Fico che sta avendo una sua visibilità e vorrà dire la sua.

In ogni caso la strategia attendista di dem e grillini sta portando i suoi frutti, visto l’ormai probabile passo indietro del Cavaliere.

Berlusconi non tramonta perché Letta ha detto che non è votabile, ma perché ci sono dubbi nello stesso centrodestra e perché i suoi telefonisti non riescono a convincere quelli a cui telefonano. I giallorossi non stanno facendo fronte comune, il che era eticamente doveroso. L’iniziativa è tirare fuori dei nomi, non dire “no” e giocare di rimessa e in difesa. Per quanto prestigiosissimo, il nome giusto non può essere Liliana Segre, sarebbe bello votarla in massa come segno di stima ma è chiaro che non si può andare avanti su di lei. Non è questo il modo in cui, essendo i due partiti più grandi, si entra in Parlamento per scegliere il presidente della Repubblica.

Quali nome potrebbero entrare nella rosa di Pd e M5S?

Non sono dell’idea che si devono trovare dei nomi che possono unire. Sono stufo dell’aggettivo “divisivo”, è stupido usarlo perché chiunque fa politica deve essere divisivo, altrimenti non è un buon politico. Aldo Moro ad esempio era divisivo, forse è proprio per questo che abbiamo deciso di non salvargli la vita, ma di certo sarebbe stato un ottimo capo dello Stato. Non possiamo credere che Rosy Bindi o Giuliano Amato o Pierferdinando Casini non possano fare il presidente della Repubblica. Stessa cosa per Draghi e Franceschini, l’importante è decidere un nome e giustificarlo.

Nell’altro campo l’operazione scoiattolo per portare Berlusconi al Colle sembra al capolinea. Se l’aspettava?

Berlusconi ci credeva veramente. Non combatte mai battaglie per la sua bandiera, che ha già issato molto in alto. Piaccia o non piaccia è già nella storia del paese e questa doveva essere la sua ultima battaglia. Non è un decoubertiniano. Dopodiché la battaglia si è fatta ardua e delicata perché gli mancano i numeri. Certamente fossi un parlamentare non potrei mai votare un condannato per frode fiscale.

Crede dunque che il centrodestra unito convergerà ora su un altro nome?

Potrebbe ora aprirsi un’altra partita e se Fratelli d’Italia, come dice Lollobrigida, ha dei nomi, è bene che li tiri fuori. Bisogna dire quali carte si hanno in mano. Letizia Moratti è sicuramente presidenziabile, anche se si può discutere del suo conflitto di interessi. Fossi Salvini giocherei anche su Giorgetti, che ha più di 50 anni, piace in Europa e potrebbe essere il nome giusto.

Non è che alla fine la spunta Draghi?

Certamente, e a quel punto Salvini potrebbe piazzare il colpo grosso: Giorgetti a palazzo Chigi. Draghi ha il profilo giusto, ha dimostrato di aver imparato delle cose in politica, è abbastanza equilibrato e il resto lo faranno i suoi collaboratori.

Come dicevamo, a quel punto si aprirebbe la crisi di governo. A quei scenari andremmo incontro?

Se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza e qui ci sono due inconvenienti: non vorrei che eleggendo Draghi Forza Italia si tiri fuori dalla maggioranza, ipotesi avventata che spero sia rimessa nel cassetto dai ministri azzurri; in secondo luogo potrebbe diventare presidente del Consiglio qualcuno di centrodestra. In questo caso Salvini deve avere la forza di dire che il prossimo presidente del Consiglio sarà proposto dai segretari dei partiti che fanno parte della coalizione di maggioranza, non imposto da Draghi, che andrebbe su Franco. Insomma potrebbe aprirsi un braccio di ferro tra Draghi e i partiti difficile da gestire.

Con Draghi al Colle il prossimo inquilino di palazzo Chigi dovrà comunque venire dall’attuale governo, ad esempio Cartabia, per garantire continuità politica?

So che dovrebbe essere un o una parlamentare, ad esempio Franceschini, ma non per forza un uomo o una donna dell’attuale governo. Dobbiamo prendere atto che non si può sempre chiamare un tecnico da fuori. Serve un parlamentare che conosce i colleghi e abbia esperienza politica pregressa. Cartabia, che non conosco, mi dicono sia molto, forse troppo, vicina a Comunione e Liberazione. I mesi passati a fare la ministra della Giustizia non garantiscono che sarebbe anche una buona presidente del Consiglio.

Pubblicato il 19 gennaio 2022 su IL DUBBIO

Una domanda a Draghi, legittima, sulla redistribuzione. Firmato Pasquino @formichenews

Dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona

Il problema non è sapere se e perché Draghi ha ceduto e non ha imposto il contributo di solidarietà per un paio d’anni sui redditi al di sopra dei 75 mila Euro l’anno (incidentalmente una soglia bassa anche e soprattutto in un paese di evasori medio alti). Neanche se lo ha fatto per non alienarsi i potenziali suoi elettori per la Presidenza della Repubblica, ipotesi che respingo sdegnosamente. Il problema è se Meloni e Salvini, Berlusconi e Renzi stanno segnalando che sono già d’accordo su alcune misure economiche oppure sono soltanto degli opportunisti oppure ancora stanno continuando con quelle che i giornalisti chiamano prove tecniche (magari preannunciando l’inciucio).

   Di tutto un po’, ma questo impasto non può essere un pezzo di programma prossimo venturo del centro-destra più Italia Viva. Sarebbe il prodromo della cattiva utilizzazione dei fondi europei oppure, peggio, dell’incapacità di spenderli in progetti accettabili dalla Commissione perché rispondenti ai criteri di innovazione, trasformazione, efficienza. L’interrogativo più lancinante comunque è, come suggeritomi da Simona Sotgiu, “riusciranno le forze politiche a trovare nuovamente la forza di mettere in atto misure redistributive?” La risposta potrebbe essere tranchante.

Da nessuna parte nelle democrazie europee i governi di centro-destra mettono in atto politiche redistributive. Quando lo fanno, poi, la loro redistribuzione va, non a favore dei settori svantaggiati, ma a favore di coloro che promettono di procedere a politiche di investimento, creazione di ricchezza, forse anche, ma è quasi l’ultima delle considerazioni, di creazione di posti di lavoro. Frettolosamente ne concludo che la prima redistribuzione ha senso per chi si impegna a risolvere le difficoltà attuali di alcuni ceti. La seconda è quella classica dei neo-liberisti friedmanniani senza nessuna garanzia che funzioni, anzi, al contrario. Entrambe sono, nell’ordine, redistribuzioni meno o più cattive.

 Ma, allora, dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Me la ricordo. Grazie alla mia età e a buoni studi. Fu la redistribuzione socialdemocratica classica. Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona.

Pubblicato il 5 dicembre 2021 su formiche.net

Vi spiego come eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura. Le previsioni di Pasquino #intervista @ArgomentoL

Intervista raccolta da Francesco De Palo

Il Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna: “Pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia. Il Pd? Non gli serve un campo largo, ma progetti e facce nuove. Conte? Fa del suo meglio. Meloni? Coerentemente sovranista”

Non le manda a dire il prof. Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, di cui è stato pubblicato in questi giorni l’ultimo lavoro, “Libertà inutile-Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet), quando mette l’accento su una possibilità concreta per Colle e Chigi: è verosimile, osserva a L’Argomento, eleggere Mario Draghi al Colle e proseguire tranquillamente nella legislatura. E ai leaders dei tre schieramenti offre consigli su come riformarsi.

Professor Pasquino, il suo nome anche questa volta ricorre fra i quirinabili.

(Ride molto soddisfatto). La mia è una candidatura notoriamente coperta, in attesa che ci sia qualcuno che la scopra. Non sono così sicuro che ci saranno gli scopritori, però trovo la cosa divertente.

Mario Draghi al Colle ci porterebbe di corsa alle urne? Con quali rischi?

Non credo che in quel caso ci porterebbe di cosa alle urne, piuttosto si aprirebbe una fase interessante. Innanzitutto bisognerebe capire cosa ha risposto il premier a coloro che gli hanno promesso di votarlo. Magari avrà risposto: ‘Attenzione, perché ci sono delle priorità, la prima delle quali è portare a compimento il Pnrr: voi mi garantite che non scasserete il governo, proseguendo sulla strada che ho ampiamente impostato fino al marzo 2023?’. Immagino che Draghi questo discorso lo faccia. Ma non è tutto.

Ovvero?

E’inoltre possibile che la stessa maggioranza decida di voler continuare, non necessariamente con un uomo indicato da Draghi, ma che abbia il suo gradimento, anche perché Draghi Presidente della Repubblica sarà quello che nominerà il prossimo premier e certamente non ingoierebbe qualsiasi nome. Quindi si può eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura.

Il ministro Giancarlo Giorgetti, nei giorni scorsi, ha fatto riferimento ad una sorta di semipresidenzialismo de facto, con un ticket formato da Draghi al Colle ed un suo uomo a Chigi. E’ una strada praticabile?

Giorgetti stava dicendo una cosa diversa rispetto a quella di cui lo hanno accusato. Ovvero, consentire a Draghi effettivamente di nominare il prossimo Presidente del Consiglio. In maniera secondo me non del tutto corretta, ha assimilato questa situazione a quella francese. Comunque, pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia, un’operazione molto più complicata. Aggiungo, ma non so se fosse o meno nella mente del ministro Giorgetti, che il semipresidenzialismo alla francese funziona bene anche perché ha una specifica legge elettorale: maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Ciò che tutti i dirigenti di partito e parlamentari italiani temono, perché in quei collegi si vince o si perde, senza poter essere paracadutati o nominati. Per cui credo che Giorgetti fosse anni luce avanti al dibattito, ma in realtà non in grado di incidere su trasformazioni effettive, profonde e necessarie.

Il Pd di Enrico Letta, che annuncia il campo largo, sta migliorando i difetti del Pd di Nicola Zingaretti?

Non penso che Zingaretti avesse troppi difetti, aveva a che fare con un partito che comunque continua a non essere particolarmente dinamico. Il Pd può benissimo vantarsi di avere vinto le elezioni amministrative ma solo grazie a candidati specifici. Gualtieri a Roma è stato un candidato affidabile e ragionevole, come Sala a Milano dove ha conquistato prestigio che ha tramutato in voti. Il Pd ha vinto a Torino sia perché il centrodestra ha scelto male il proprio candidato, sia perché Russo ha alle spalle una storia politica e amministrativa molto lunga. A Bologna inoltre non poteva perdere, anche se non ha scelto benissimo. Letta in questo momento ha solo migliorato la comunicazione della leadership, mentre il partito non è ancora migliorato. Quello guidato da Zingaretti era sostanzialmente accettabile, nella misura i cui è accettabile il partito democratico stesso. Per cui al momento credo che sarebbero necessati moltissimi cambiamenti.

Quali?

Certamente non il campo largo, perché non so cosa significhi. Occorrono delle politiche, degli obiettivi precisi e non solo aggiungere dei pezzi ad una coalizione. Bisogna che insieme a quei pezzi ci siano delle novità: programmatiche, di persone e di indicazioni. Tutto questo ancora non lo vedo. So che Letta mi risponderebbe che tutto ciò verrà fuori dalle agorà, ma io mantengo il mio scetticismo.

Giuseppe Conte si è preso il M5s oppure rischia di esacerbarne le contraddizioni interne?

Conte fa del suo meglio, dovendo riconoscere che è sempre alle prese con le prime esperienze, lo era come premier ieri, lo è come leader oggi. Dal primo al secondo governo, in verità, ha dimostrato di aver imparato molto. Adesso deve ricostruire tutto: un’operazione delicatissima. Immagino che imparerà anche questo, ma fino ad ora ha tappato i buchi e sinceramente non vedo neanche qui grandi novità.

Negli Usa il neo governatore della Virginia è di fatto un trumpiano senza Donald Trump. Riusciranno le destre italiane a farsi potabili come i Repubblicani americani senza le intemperanze dei rispettivi leaders?

Il centrodestra riuscirà a diventare affidabile quando capirà che in questa Europa non si può governare senza rapporti efficaci con gli altri partners Ue, che in maggioranza sono europeisti. Ecco il vero nodo della questione. Salvini sta tenendo il piede in due scarpe, ma il piede che pesa di più per lui è quello sovranista. Meloni è brutalmente sovranista ma direi anche coerentemente sovranista. E Berlusconi solo adesso fa l’europeista, con Tajani che può rivendicare che nessuno è più europeista di lui avendo fatto il Presidente del Parlamento europeo. Osservo, però, che Forza Italia non è stata sempre coerentemente europeista, quindi bisogna che il centrodestra elabori una visione comune sull’Ue, magari anche alternativa rispetto a quella che esiste oggi. Per cui certo che qualcuno potrebbe fare meglio rispetto a quanto fatto dall’Ue fino ad oggi, ma questo centrodestra penso che farebbe solo di peggio.

Il prossimo Parlamento, ridotto, necessita di nuovi regolamenti. Chi e quando se ne assumerà l’onere?

regolamenti parlamentari dovrebbero essere cambiati, ma a prescindere. Con i nuovi numeri bisognerà farlo necessariamente, tenendo conto degli inconvenienti. Uno dei quali è la possibilità per i parlamentari di fare il bello ed il cattivo tempo, spostandosi da un gruppo all’altro. Chi si iscrive ad un gruppo al momento dell’elezione dovrebbe rimanervi. Va vietata l’operazione in voga oggi, che è di puro trasformismo. Ma ritengo che dovrebbero essere ritoccate moltre altre cose, a cominciare dal fatto che, come tutti sappiamo, le leggi vengono fatte dal governo. E allora si ritocchi la possibilità per l’opposizione di controllare ciò che l’esecutivo fa, impedendo così al governo di sottoporre una legge di bilancio il giorno prima delle relative votazioni. Evidentemente ciò impedisce all’opposizione di fare il proprio lavoro al meglio.

Il premier ha convocato i partiti per ragionare sulla finanziaria. Ma di fatto per annusare l’aria sulla legge elettorale?

Che brutto odore questa legge elettorale. Si continua a pensare ad un sistema che, in fondo, favorisce solo i dirigenti di partito e la loro possibilità di scegliersi i parlamentari: questa è in assoluto la peggiore legge possibile. Bisogna che qualcuno dica, e se lo facesse Draghi sarebbe molto utile, che una nuova legge elettorale dovrebbe essere fatta per dare il potere agli elettori e per fa sì che il loro voto conti nella scelta del partito e dei candidati.

Pubblicato il 2 dicembre 2021 su L’Argomento Quotidiano

Scalare Quota 100 si può e si deve

Scadendo alla fine dell’anno “quota 100” per le pensioni, ovvero 62 anni d’età e 38 anni di contributi, il Presidente del Consiglio Draghi ha fatto una proposta “modulata” al fine di, per evitare un drastico ritorno alla molto severa Legge Fornero. Dal 1 gennaio 2022 si passerà a quota 102 (64 anni d’età) per i prossimi due anni, poi quota 104, a partire dal 2024 fino a giungere all’obiettivo finale: pensione piena solo per chi avrà compiuto 67 anni. Già ci sono eccezioni per lavori gravosi e donne, ma i tre maggiori sindacati hanno sostanzialmente respinto la proposta di Draghi, che è apparso sorpreso e sorprendentemente irritato, e hanno annunciato uno stato di mobilitazione che potrebbe sfociare in scioperi fino a, si paventa, addirittura uno sciopero generale.

   Se su argomenti che coinvolgono vita e benessere di milioni di persone si potesse scherzare, il messaggio dei sindacati sembra essere che quando impose quota 100 “Salvini ha anche fatto qualcosa di buono”. Pur, forse, con una sua proposta in corso di preparazione, al momento Salvini difende la “sua” quota 100 con classiche motivazioni populiste. A loro volta i sindacati affermano che è necessario procedere ad una rielaborazione profonda che configuri una (ennesima, l’aggettivo valutativo è mio) riforma complessiva. Si dovrebbe chiedere ai sindacati perché, essendo a tutti nota la data di scadenza di quota 100, i loro potenti uffici studi non abbiano formulato per tempo la loro riforma complessiva preferibile. Adesso, probabilmente, riprenderà un dibattito lungo, complesso e acrimonioso praticamente, temo, senza novità, sul perché è necessario, anzi, indispensabile, spostare in avanti l’età pensionabile.

   Qui mi limito a ricordare due elementi fondamentali di lungo periodo e irreversibili: l’aspettativa di vita degli italiani e delle italiane è, non fortunatamente, ma grazie al miglioramento della sanità e della salute, cresciuta molto. Un adeguamento è nelle cose. Il tasso di natalità è diminuito moltissimo. Già oggi i giovani lavoratori pagano un alto livello di contributi che vanno alle pensioni dei loro genitori e nonni. Dovremmo in più sapere che per il futuro molto dipenderà da quanti immigrati riusciremo ad accogliere nella forza lavoro e integrare nella società italiana. Draghi non ha finora ritenuto di dovere ricorrere a mettere in evidenza queste cifre rivelatrici, procedendo anche alla comparazione con quanto avviene in molti Stati-membri dell’Unione Europea laddove, mediamente, si lavora per periodo più lunghi che in Italia e le pensioni sono talvolta anche di importi medi inferiori a quelli italiani. Mi parrebbe opportuno che i Ministeri, i sindacati, gli studiosi offrissero una comparazione la più snella, limpida e elegante possibile. Intravedo il rischio, che l’Italia non può davvero permettersi di correre, che l’intero sforzo di Ripresa e Resilienza venga rallentato, se non addirittura deviato, dal mancato adeguamento proprio nel senso prospettato dal Presidente del Consiglio.  

Pubblicato AGL il 28 ottobre 2021

L’astensionismo e il voto delle amministrative 2021. Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale @LanfrancoPalazz

Intervista raccolta da Lanfranco Palazzolo il 4 ottobre 2021 alle ore 19

Astensionismo vuol dire tante cose: la popolazione invecchia, ha ancora timori del contagio, viviamo isolati, non riceviamo abbastanza stimoli politici e i partiti non sono in grado di fare un’offerta.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Amministrative, Amministrazione, Astensionismo, Calenda, Centro, Comuni, Conte, Destra, Elezioni, Forza Italia, Fratelli D’italia, Lega Per Salvini Premier, Letta, Manfredi, Meloni, Milano, Movimento 5 Stelle, Napoli, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Politica, Raggi, Roma, Sala, Salvini, Voto.

La registrazione ha una durata di 3 minuti

Ascolta qui

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L’autunno delle Sardine: nessun singolo vince contro l’apparato @DomaniGiornale

In una intervista rilasciata nella fase di nascita del Movimento delle Sardine Mattia Santori dichiarò che chi aveva frequentato le lezioni di Scienza politica di Pasquino non poteva diventare populista. Sono assolutamente d’accordo. Forte è la probabilità che in quelle lezioni il prof delineasse anche alcune alternative per i movimenti: tenere alta la mobilitazione oppure istituzionalizzarsi; tentare di cambiare i partiti e le loro politiche criticando e premendo dall’esterno oppure entrarvi. Mi pare che la mobilitazione delle Sardine, il cui contributo alla vittoria di Bonaccini contro Salvini (pardon, Borgonzoni) resta peraltro difficile da valutare, sia scemata e che nessuna istituzionalizzazione sia stata tentata. Non credo proprio che il Partito Democratico sia stato sufficientemente “premuto” dall’esterno affinché cambiasse alcune sue politiche e meno che mai la sua organizzazione. Vedo, invece, che Mattia Santori ha accettato di essere collocato nella lista del PD che sostiene la candidatura di Matteo Lepore a sindaco di Bologna. Entrismo?

   Certo, il PDB (bolognese) da cui Santori accetta la candidatura non è molto diverso da quello da lui e da tantissime sardine sfidato qualche anno fa. Anzi, è al punto massimo del suo inesauribile continuismo. Il decennale assessore Matteo Lepore ha vinto le primarie, ma non bisogna dimenticare che era stato praticamente incoronato suo successore dall’unico sindaco di Bologna, Virginio Merola, che dagli anni novanta è riuscito a rimanere in carica per dieci anni. In quello che l’incoronato promette non si vedono novità programmatiche né, tantomeno, vado con il politichese, “discontinuità”. Da quale fonte, da quale dichiarazione, da quale azione Santori abbia colto la possibilità di trovare spazio per esercitare un ruolo di pungolo, di stimolo, di orientamento per fare cambiare il Partito Democratico è impossibile dire. Lui non è stato preciso limitandosi a sostenere che rimarrà “indipendente”.

   Naturalmente, le scelte personali hanno motivazioni dei più vari tipi: mettersi alla prova, imparare di più sulle istituzioni, svolgere il compito di rappresentante di esigenze e di preferenze sottovalutate, dimenticate, escluse. Tutti compiti tanto nobili quanto difficili la cui esecuzione dovrà essere monitorata in maniera sistematica. Forse Santori cercherà anche di essere la cintura di trasmissione delle linee politiche, alquanto indistinte e stinte, delle Sardine di oggi. Precedenti esperienze suggeriscono che un qualche apporto elettorale al PD potrà venire dalla candidatura di Santori, in special modo se le Sardine bolognesi vorranno impegnarsi nella sua campagna elettorale. Quello che sappiamo con maggiore certezza è che, da un lato, lo spazio di autonomia e di influenza di un solo consigliere comunale è molto limitato e soprattutto che ci saranno numerose occasioni nelle quali le Sardine fuori dal Consiglio saranno frenate nelle loro iniziative e la Sardina nel consiglio entrerà in rotta di collisione o con quanto si muove fuori o con i detentori del potere politico dentro il Consiglio comunale.

   Dal punto di vista del cittadino elettore del PD e sostenitore delle Sardine è augurabile che si trovi (ma chi lo farà?) una non facile sintesi. Il punto di vista dell’analista politico è che nessun singolo vince contro un apparato che si è ricomposto in un clima di grande soddisfazione e compiacimento e che quel singolo dovrà prepararsi ai tempi duri non solo dell’irrilevanza, ma anche dell’indifferenza con ripercussioni negative, frenate e dissensi, sull’autunno del movimento.

Pubblicato il 23 agosto 2021 su Domani   

Passettini, posizionamenti, e Presidenza. Riusciranno Conte e Letta a intestarsi qualche merito? @formichenews

L’elezione del Capo dello Stato e la gestione dei primi fondi europei saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei

Giustamente, nella sua intervista a Formiche.net, il mio amico di lunga data Giuliano Urbani critica le mosse dei dirigenti dei partiti del centrodestra. Sicuramente, il declino di Berlusconi e di Forza Italia suggerisce che non saranno i moderati/centristi a dettare tempi e modi della coalizione di centrodestra. Di tanto in tanto, quasi come in un gioco dei quattro cantoni, un editorialista del Corriere della Sera, talvolta persino il direttore, lamentano la mancanza di un centro, meglio di un partito di centro, nel variegato sistema dei partiti italiani. Non sempre i vagheggiatori hanno consapevolezza del fatto inesorabile che un partito di centro che avesse qualche successo elettorale renderebbe impraticabile qualsiasi competizione bipolare e manderebbe in soffitta la famigerata democrazia compiuta, dell’alternanza.

Sul versante che non chiamerò del centrosinistra, ma più propriamente del Partito democratico e delle 5 Stelle, l’unica opzione praticabile sembra essere quella di un’alleanza che da mesi tutti i sondaggi danno minoritaria e perdente nelle intenzioni di voto degli italiani. L’attesa, adesso che ha ottenuto il mandato che desiderava, è tutta su Conte e sulla sua strategia: spostare il baricentro del Movimento verso il Nord. Da quel che le analisi elettorali hanno scoperto da tempo, non è affatto probabile che nel Nord esista un ampio bacino di elettori orientabili verso le 5 Stelle. Continuo a pensare, ma i dati mi confortano, che parte tutt’altro che piccola dell’elettorato pentastellato sia stata mobilitata dalla protesta e dall’insoddisfazione nei confronti della politica e del funzionamento del sistema politico. Nel Nord protesta e insoddisfazione sono, da un lato, meno diffusi che nel Sud, dall’altro, hanno storicamente trovato accoglienza nei ranghi della Lega. Le ambiguità di Salvini rappresentano adeguatamente buona parte di questo elettorato.

Lasciando Conte alla sua difficile ricerca, continua a non essermi chiaro che cosa effettivamente ricerchi il Partito democratico di Letta. I segnali sul terreno, per me importante, dei diritti: legge Zan e cittadinanza ius soli o ius culturae, sono più che apprezzabili, ma chi li apprezza è già da tempo un’elettrice/tore del Pd. Forse verranno corroboranti vittorie democratiche nelle elezioni amministrative e probabilmente sventolerà il vessillo di Enrico Letta nel collegio uninominale di Siena. Nulla di questo, però, fa prevedere uno “sfondamento” elettorale prossimo venturo. Non intravedo indicazioni e mosse che riescano a mobilitare parti della società civile abitualmente in posizioni “wait and see” né innovazioni specifiche in materia, ad esempio, di lavoro e diseguaglianze.

Forse hanno ragione quelli che si concentrano sugli obiettivi ineludibili: una buona elezione del Presidente della Repubblica e un’efficace utilizzazione della prima, già considerevole, tranche dei prestiti e dei sussidi dell’Unione europea. Saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Sapremo l’ardua risposta molto prima dei posteri.

Pubblicato il 14 agosto 2021 su formiche.net

Durigon, duro e impuro

Il deputato della Lega Claudio Durigon è Sottosegretario all’Economia nel governo Draghi. Una volta decisa l’assegnazione dei ministeri, i sottosegretari sono nominati dal Consiglio dei Ministri. Le proposte vengono dai partiti che compongono la coalizione di governo. Qualche approfondimento e modifica possono essere richiesti, ma i veti sono rarissimi. Definito l’uomo forte della Lega nel Lazio, Durigon è nato a Latina da famiglia di origini venete. Sta occupando le pagine dei giornali d’agosto con la sua proposta di eliminare i nomi di Falcone e Borsellino dal Parco comunale di Latina sostituendoli con quello di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Alla sua rude maniera Durigon persegue obiettivi personalistici e politici che, però, rivelano qualcosa sul paese reale.

Per quel che riguarda la sua persona, l’obiettivo lo ha già sicuramente conseguito. La visibilità e la risonanza che voleva nel suo ambiente di riferimento: i fascio-leghisti di Latina e del Lazio, sono aumentate. Politicamente, l’obiettivo, condiviso e apprezzato dai suoi superiori, a cominciare da Salvini, è più ambizioso: contenere e frenare l’avanzata impetuosa dei Fratelli d’Italia e, se possibile, ridimensionarla. Il terreno è quello giusto poiché di voti che si travasano a Latina e nel Lazio ce ne sono molti, il momento anche poiché si sta andando verso importanti elezioni amministrative a cominciare da Roma. A ottobre i numeri canteranno. Nel frattempo, però, ha fatto la sua comparsa un problema istituzionale che richiede una riflessione storica, entrambi terreni sui quali Durigon non appare particolarmente preparato.

Può un sottosegretario della Repubblica suggerire abbastanza rozzamente che un fascista è preferibile a due giudici antimafia di enorme e meritato prestigio? Quel sottosegretario si è dimenticato di avere giurato sulla Costituzione italiana che è anche il prodotto dell’antifascismo? Durigon ritiene che la Repubblicana italiana debba onorare i fascisti a preferenza di coloro che combatterono e morirono per debellare il cancro della mafia? Può darsi che Durigon si sbagli e che i nostalgici del fascismo da attrarre con uno specchietto per le allodole, l’intitolazione di un parco, siano molto meno di quelli che lui spera, rimane, però, aperta la riflessione storica.

A più di settant’anni dalla sconfitta del fascismo, una parte almeno degli italiani continua a ritenere che c’era qualcosa di buono e, temo, una parte tutt’altro che marginale di zona grigia rimane disinteressata e indifferente rispetto a qualsiasi manipolazione della storia. La soluzione più elegante sarebbe che Durigon si dimettesse su richiesta, tipo moral suasion, di Salvini. La soluzione più rapida è che Draghi tolga tutte le deleghe a Durigon, sfiduciandolo. Altrimenti non resta che la sfiducia votata in Parlamento magari con un dibattito serio che chiarisca ancora una volta perché con il fascismo, i suoi simboli, i suoi protagonisti, i conti sono chiusi. Purché non ci sia una prossima volta.

Pubblicato AGL il 14 agosto 2021