Home » Posts tagged 'sanzioni'

Tag Archives: sanzioni

Blandire i dittatori non porta mai niente di buono @DomaniGiornale

Può un leader politico democratico, sincero e conseguente, avere un dittatore come amico? Può elogiarlo e additarlo come esempio, seppur soltanto sostenendo che, però, ha anche fatto qualcosa di buono? Fermo restando che nessun leader autoritario intraprenderà mai una rivoluzione liberale e garantista, il problema di come porsi nei confronti dei molti leader autoritari esistenti nel mondo, a cominciare da Putin, Xi Jinping, Erdogan, si pone in maniera lampante e urgente. A lungo, molti politici e la maggioranza degli studiosi hanno sostenuto che il libero commercio costituisce uno strumento importante per ridurre e contenere la conflittualità e persino per fare circolare idee e migliorare i rapporti. Le grandi potenze democratiche, in special modo, gli USA debbono, ha sostenuto l’influente studioso di Relazioni Internazionali, Joseph Nye, limitare il ricorso allo hard power, in sostanza, le armi e le minacce e pressioni politiche che le precedono, e affidarsi al soft power, non solo commercio, ma cultura in senso lato, anche quella, importantissima, pop, con ambasciatori come cantanti, attori, scrittori diventati famosi. Non è ancora stato stilato un bilancio approfondito del grado di successo del soft power, forse non adeguatamente e coerentemente utilizzato dagli USA e molto poco dalle democrazie europee, ma non sembra probabile che la popolarità degli USA e, più, in generale, delle democrazie abbia fatto breccia nella grande maggioranza dei regimi autoritari, in Medio-Oriente e in Africa e neppure in alcune repubbliche ex-sovietiche. Dunque, sembrerebbe opportuno riflettere su cosa è mancato/fallito e cercare altre strade.

   Blandire i leader autoritari non produce nessuna conseguenza positiva. Bandirli impedisce in partenza qualsiasi interlocuzione e potrebbe addirittura essere controproducente consolidando il loro sostegno interno, credo che non si debba mai parlare di consenso, semmai accettazione, indifferenza, rassegnazione, di cui godono soprattutto fra coloro che da quei leader e da quel modo di governare (e reprimere e opprimere) traggono privilegi e vantaggi. Se colpiscono quei vantaggi e ridimensionano quei privilegi dei gruppi dirigenti, oligarchi et al, che circondano il leader autoritario, le sanzioni possono produrre conseguenze importanti. Molto, però, dipende dalla compattezza dei regimi democratici nell’attuare quelle sanzioni e nel mantenerle senza scappatoie per un periodo di tempo che non può essere breve. I leader autoritari si riconoscono fra loro, non si criticano, non cercano di indebolirsi reciprocamente, ma certamente non sono in grado di fare fronte comune. Non esiste e non può essere costruita una Internazionale degli autoritarismi. Tuttavia, opposizioni tattiche comuni sono frequenti contro, ad esempio, le condanne occidentali e non solo per la violazione dei diritti umani, della libertà di stampa, dell’autonomia della magistratura. Queste condanne sono sacrosante. Coerenza politica e civile implica che le democrazie concordino sulla difese a e anche sulla promozione dei loro principi fondativi. Alzare la voce e ottenere qualche votazione di condanna alle Nazioni Unite e negli organismi europei non sarà mai sufficiente, ma sempre doveroso. Il resto deve essere attivamente affidato ad una interlocuzione con i leader autoritari. Amici, no; ma interlocutori, sì, nella misura del possibile in maniera costante e continua, sempre il più trasparente possibile. Finora, non solo non è stato fatto abbastanza, ma è stato fatto in maniera sparsa, episodica, disgiunta, talvolta persino contraddittoria. Cambiare

Pubblicato il 27 aprile 2022 su Domani

Il declino dei sovranisti e dei sedicenti liberali @DomaniGiornale

Premesso che trovo non solo auspicabile, ma logico il cambio di regime in Russia: chi lancia una guerra e la perde deve essere sostituito, il tema attuale è il declino dei sovranisti. Per molti di loro Putin è stato esplicitamente un faro. Il silenzio di Berlusconi, sedicente portatore di una rivoluzione liberale in Italia, avrebbe dovuto essere spezzato già prima dell’aggressione all’Ucraina, vale a dire quando Putin dichiarò esaurita l’epoca delle democrazie liberali. Forse anche per ragioni elettoralistiche, timori per il voto di domenica 3 aprile, altrettanto eloquente è stato il silenzio di Orbán, ma chi sa quanti ungheresi ricordano vividamente la sanguinosa repressione sovietica della loro rivoluzione del 1956. A fronte del defilarsi di Marine Le Pen, anche in questo caso probabilmente per preoccupazioni almeno in parte elettorali, stanno le acrobazie tanto irrefrenabili quanto patetiche di Matteo Salvini.

   L’elenco di coloro, specialmente sovranisti, prevalentemente (e contraddittoriamente) di destra che hanno lodato il leader russo facendone un’icona e che oggi si trovano in imbarazzo è, naturalmente, molto lungo. Le ripercussioni elettorali e politiche si vedranno nel tempo, ma due osservazioni sono già possibili. La prima riguarda l’Unione Europea. Concerne la risposta ferma e rapida, di ripulsa, condivisa in tutti gli Stati-membri, che sarà certamente messa a dura prova dall’impatto delle sanzioni. Il segnale di fondo è chiaro: per contrastare una sfida esistenziale non c’è sovranismo che tenga. La riposta è nella coesione che porta anche alla rielaborazione del significato e delle modalità di una difesa comune. Già in difficoltà sia nel contesto della pandemia sia per quanto riguarda le politiche all’insegna del Next Generation EU, i sovranisti, qualche leader più di altri, ma probabilmente non pochi dei loro elettori stanno prendendo atto che la politica di oggi e ancor più di domani esige condivisione, collaborazione, coesione a livello sovranazionale. E l’esempio migliore e la sede più affidabile per una politica efficace è senza ombra di dubbio costituita dall’Unione Europea.

   La seconda osservazione riguarda la democrazia. A prescindere dai comportamenti di Putin (e di Xi Jinping), chi crede che la democrazia è la peggior forma di governo, ovviamente ad eccezione di tutte le altre (frase attribuita a Winston Churchill) non dovrebbe mai dare giudizi positivi, addirittura entusiastici dei leader autoritari/totalitari. Si possono e debbono avere rapporti decenti, diplomatici con quei leader, non relazioni amicali e meno che mai esibire entusiastica ammirazione. Quello che deve preoccupare gli italiani, anche i sedicenti e perduranti sovranisti, è che gli ammiratori dei capi, soprattutto quelli potenti, dei molti regimi autoritari li ritengano addirittura amici da apprezzare, sostenere, imitare. Questi sono atteggiamenti e propensioni che erodono e indeboliscono la democrazia. Temo che la lezione non sia ancora stata imparata.

Pubblicato il 3 aprile 2022 su Domani

Come evitare che la tregua sia la vittoria dell’invasore @DomaniGiornale

Gli strateghi da scrivania, comitiva alla quale, seppur con grande riluttanza, finisco per appartenere anch’io, hanno detto e scritto di tutto sull’aggressione di Putin all’Ucraina. I peggiori fra loro hanno anche, da un lato, negato che si tratti di un’aggressione, dall’altro, suggerito agli ucraini di cessare i combattimenti per il loro bene. Troppi fra quegli strateghi sembrano non volere tenere in conto alcuni dati duri della situazione. L’Ucraina è uno stato democratico e i suoi cittadini hanno diritto a difendere la vita, la libertà e la proprietà (sono parole di John Locke per definire i diritti liberali).

La Russia è un regime autoritario con al vertice un autocrate sostenuto da una rete di oligarchi. L’autocrate non può avere ritenuto che l’Ucraina di Zelensky rappresentasse una minaccia militare alla Russia, neppure se fosse entrata nella Nato. Invece, ha sicuramente pensato che il pericolo oggettivamente posto fosse quello del contagio democratico, a favore dell’opposizione russa, non tutta incarcerata, e a scapito dei suoi vassalli, a cominciare dal Lukashenko della Bielorussia.

Sappiamo che spesso gli autocrati ritengono che il modo migliore per uscire dalle loro contraddizione è una sorta di transfert. Cercare in un successo militare, facile e esaltabile, il consenso popolare che sta sfuggendo. Aiutare gli ucraini a difendersi, dovere morale di tutte le democrazie, significa, quindi, non solo rendere difficile e costosa la vittoria militare dell’autocrate, ma impedire che riesca a godere del “dividendo” politico da usare per puntellare il suo potere all’interno della Russia.

Le sanzioni, che sono tutt’altra cosa rispetto a quelle comminate dagli USA a Cuba e al Venezuela, paragone improponibile, forse anche stupido, mirano a colpire la potente rete di oligarchi che sostiene Putin. Abituati agli agi e ai fasti, costoro probabilmente, ma lo vedremo, hanno un basso limite di sopportazione e, dunque, potrebbero “consigliare” a Putin di cessare la sua politica sconsiderata che, comunque, anche se vincente, non promette nessun arricchimento plausibile.

Pur sapendo perfettamente che la priorità è la cessazione dell’aggressione, una tregua immediata, l’attuazione di tutti gli interventi umanitari possibili, la costruzione della pace richiede non solo “semplicemente” la fine dei bombardamenti, ma negoziati complessi sul futuro dell’Ucraina.

Ha fatto benissimo Zelensky a dichiarare che rinuncia a qualsiasi ingresso nella Nato. Così come ha fatto benissimo il Parlamento europeo a votare a favore dell’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Troppi dimenticano che l’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo ed è altresì luogo di pace e prosperità. Delle difficoltà e delle contraddizioni, sanabili e regolarmente sanate, discuteremo un’altra volta.

Con e nell’Unione Europea l’Ucraina potrà ricostruirsi e riprendere il cammino democratico. Fra le conseguenze politiche della pace, i negoziatori dovranno cercare quelle relative a cambiamenti significativi nella politica della Russia. Certo, è meglio che nessuno affermi ad alta voce “regime change”, ma la sospensione delle sanzioni economiche dovrà essere collegata alle libertà da garantire agli oppositori russi. Insomma, l’aggressore deve pagare un prezzo. A chiederlo saranno soprattutto tutti i pacifisti che si sono attivati in questo periodo che finalmente collegheranno l’assenza di attività militari con il riconoscimento dei diritti e, forse, addirittura con la giustizia sociale, anche in Russia.

Pubblicato il 17 marzo 2022 su Domani

C’è una grossa differenza tra pacifismo ed equidistanza @DomaniGiornale

I pacifisti che, coerentemente, rinunciano alle armi e alla forza per difendere i propri beni e la propria persona godono della mia ammirazione. I pacifisti che si rifiutano di aiutare, anche, poiché inevitabilmente, con il necessario ricorso alla forza, coloro che sono aggrediti, meritano tutte le, spero non solo mie, critiche. Questi pacifisti del rifiuto indeboliscono la reazione collettiva a violenze e soprusi, in buona sostanza giovando consapevolmente all’aggressore. Ciò detto, la discussione sui diversi pacifismi mi pare ripetitiva, non particolarmente produttiva, poiché i pacifisti a tutto campo sono sordi alle obiezioni e ciechi di fronte all’evidenza, e anche fastidiosa. Infatti, i superpacifisti rivendicano anche di essere molto più buoni di quelli che l’altra guancia proprio si rifiutano di porgerla. Il seguito, però, conta molto. I pacifisti che non intendono collaborare alla difesa e non riconoscono l’aggressore in quanto tale, nono solo aprono le porte alla sconfitta, ma creano le condizioni per ulteriori soprusi. Gli aggressori non sanzionati si sentiranno incoraggiati, quasi legittimati a proseguire qui e altrove le loro azioni, le loro incursioni, i loro comportamenti nocivi. Invece di contribuire, come dovrebbero, alla costruzione di un contesto diverso nel quale le armi e la violenza siano ridimensionate, non scriverò bandite del tutto poiché non sono un millenarista, coloro che non reagiscono al loro uso, aprono ancora di più la possibilità e aumentano il rischio che altri vi facciano ricorso.

La non violenza può funzionare all’interno di un sistema politico quando gli oppositori si conoscono e si confrontano non soltanto su un problema specifico, ma anche per la conquista dell’opinione pubblica, dei modi di pensare dei loro concittadini, delle loro valutazioni e delle loro reazioni. In molti stati-nazionali non siamo arrivati neppure a questo punto. Facile è constatare che nell’ambito dell’Unione Europea vi è stata la preziosa conquista della rinuncia alla violenza e alla guerra. Non sono i pacifisti a portare la positiva responsabilità di questa rinuncia. Se l’Unione è, come è, il più grande spazio di libertà e di diritti esistente, anzi, mai esistito, al mondo, è perché fin dall’inizio ha voluto caratterizzarsi come luogo di regole e di istituzioni democratiche nelle quali incanalare eventuali conflitti. Non si basa su un’ideologia pacifista in qualsiasi versione (c’è sempre un pacifista più pacifista), ma su una concezione della pace non solo come rinuncia alla violenza da parte di ogni Stato-membro, ma come ricerca di giustizia sociale.

   La guerra verrà meno e la pace diventerà perpetua, speriamo abbia ragione il grande filosofo illuminista Immanuel Kant, quando vi saranno federazioni di Repubbliche democratiche. L’Unione Europea intende essere una di queste federazioni, forse il prototipo. Le Repubbliche democratiche non possono e non debbono rinunciare ad aiutare quegli Stati che siano oggetto di aggressione. Proprio come alcuni pacifisti sanno, è moralmente riprovevole che qualsiasi aggressore la faccia franca al tempo stesso che è moralmente doveroso andare in soccorso degli aggrediti anche, se si rivela necessario, probabilmente lo è spessissimo, ricorrere all’uso della forza in maniera limitata, ma proporzionata. Personalmente potrei anche decidere di non difendermi mai, ma non ho nessun diritto a negare il mio aiuto a chi, cittadino o Stato, ne ha necessità e me lo chiede.

Pubblicato il 2 marzo 2022 su Domani

Le responsabilità di Putin, le nostre capacità di risposta, la nostra disponibilità a fare sacrifici #Ucraina #sanzioni

Credo sbagliato e controproducente discutere dell’aggressione di Putin all’Ucraina colpevolizzando noi stessi, l’Unione Europea, gli USA, l’Occidente (!). Le responsabilità sono dell’autocrate russo, avvelenatore degli oppositori. Poi, possiamo interrogarci sulle nostre capacità di risposta, sulle sanzioni, sulla nostra disponibilità a fare sacrifici. Poi. Non è tutta un’altra storia, ma è una storia difficile e costosa. Da scrivere con coscienza dei rischi e degli impegni che abbiamo con la democrazia. Per tutti.

Se la #manovra non cambia con il dialogo saranno guai per l’Italia

“Il dialogo continua, ma la manovra non cambia”. Se questo è il mantra di Tria, Di Maio e Salvini è inevitabile che la Commissione Europea sanzioni l’Italia. Nel frattempo, le sanzioni arrivano dallo spread e dai mercati, fatti di operatori e investitori anche italiani che, concordi, calcolano che se la manovra non cambia con il dialogo allora saranno guai per l’Italia. As simple as that.