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Quelle incerte traiettorie

Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.

Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.

Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?

Pubblicato AGL il 14 novembre 2017

Ripartenza senza idee né programmi

“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.

Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.

Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.

Pubblicato AGL 14 marzo 2017

Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016

Referendum: la manipolazione degli aggettivi

testata

viaBorgogna3

Confermativo? No, oppositivo. Risponde Gianfranco Pasquino

Caro Prof Pasquino, lei ha di che essere molto soddisfatto. E anche noi. Con i suoi tweets e con l’intervista che ci ha concesso (Galeotto è il centotrentotto 04 Gennaio 2016), sembra che si siano accorti un po’ tutti che il referendum chiesto da Renzi e Boschi ovvero dal governo, si approssima moltissimo ad un plebiscito.

Sì, sono abbastanza soddisfatto e ringrazio lei e la Casa della Cultura di avere contribuito a fare circolare le mie idee. L’hanno capito quasi tutti i giornalisti, tranne “il Foglio” che non solo deliberatamente ignora il rischio. Anzi, lo desidera: le derive plebiscitarie fanno parte della storia personale di alcuni fra i loro collaboratori più importanti. Quanto a Renzi e Boschi, in parte ignorano le critiche, perché neppure colgono la gravità del loro appello plebiscitario; in parte debbono avere ricevuto il consiglio di lasciare cadere, non dare importanza, evitare di farsi beccare in flagrante. Nel frattempo, però, sono emersi altri due inconvenienti-rischi.

Uno mi pare di intuirlo nei capitomboli e nelle acrobazie di fin troppi retroscenisti, che poco sanno della “scena”, e dei molti partecipanti ai talk show che ignorano la Costituzione. Si tratta dell’aggettivo che hanno appioppato al referendum costituzionale: confermativo?

Esattamente. Naturalmente nell’art. 138, che costituisce l’oggetto di una delle mie trenta lezioni (La Costituzione in trenta lezioni, UTET 2015) non c’è nessun aggettivo qualificativo per il referendum sulle modifiche alla Costituzione. Comunque, se dovesse essercene uno, dovrebbe essere oppositivo. Infatti, il referendum dovrebbe essere chiesto, correttamente, ovvero, così pensavano quegli ingenui dei Costituenti, da coloro che si oppongono alle modifiche approvate da una maggioranza parlamentare, che vogliono farle cadere attraverso il voto dei cittadini i quali, contrari alle modifiche e convinti dalle argomentazioni degli oppositori, vanno alle urne. Naturalmente, confermativo è un aggettivo sottilmente manipolatorio ed ecco che i sostenitori delle modifiche chiamano in questo modo a raccolta il loro pubblico di riferimento. Da quel che leggo, sembra che gli oppositori delle modifiche, oltre a stare organizzando capillarmente i Comitati del NO, abbiano già raccolto le firme di quasi un quinto dei parlamentari.

Quindi, il referendum si farà e, siccome è stato chiesto dagli oppositori, lei non potrà più accusare il governo di ricatto plebiscitario. Giusto? Qual è l’altro inconveniente-rischio? Non ce ne sono già abbastanza?

Replico che il governo continua a sbandierare la sua propria volontà referendaria con incomprimibili pulsioni plebiscitarie. Per un minimo di serietà, dunque, il governo, meglio i partiti di governo dovrebbero raccogliere le firme dei cittadini (non riesco ad immaginarmi la mobilitazione effervescente di NCD e di Scelta Civica!), non mettendo in imbarazzo i loro parlamentari i quali, avendole votate, adesso dovrebbero firmare per un referendum tecnicamente oppositivo di quelle loro stesse riforme. Il rischio è che il Comitato per il NO si faccia schiacciare sul versante del conservatorismo costituzionale, mai nobile e qualche volta davvero profondamente sbagliato. Di qui parte la mia campagna “illuministica”. Propongo un “Comitato del No, ma”. No a queste brutte e disorganiche riforme, ma: Sì a riforme ben congegnate e ben collegate che, tutte, oddio, quasi tutte, possono prendere lo slancio da quelle malfatte. Per esempio, ma se crederà approfondiremo meglio in altra specifica intervista (dai grandi quotidiani nazionali non c’è da attendersi nulla in quanto a approfondimenti), riformare iI Senato con una composizione migliore e compiti più chiari, abolire i senatori a vita (compresi gli ex-Presidenti della Repubblica), non resuscitare il CNEL la cui abolizione proposi con un apposito disegno di legge, agli Atti del Senato, credo nel 1990, proporre la riduzione drastica del numero dei comuni e virtuose ridefinizioni e accorpamenti di regioni, e così via. Insomma, Il Comitato del NO dovrebbe fare al tempo stesso efficaci controproposte e impegnarsi in una pedagogia di massa. Che sia la volta buona per molti italiani di imparare la Costituzione? Non solo è auspicabile, ma sembra diventato anche possibile.

A.A.

Pubblicato il 18 gennaio 2016

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Un bel dilemma renziano #Bologna2016

Corriere di Bologna

Non un semplice sogno, ma un progetto molto ambizioso quello di Gianluca Galletti di candidarsi a sindaco di Bologna nella primavera 2016. I sogni muoiono all’alba. Invece, se coltivati con pazienza e intelligenza, i progetti ambiziosi possono rafforzarsi, durare e, a determinate condizioni, persino realizzarsi. Anche se è presto per discutere nei dettagli e prima che da più parti si levi il mantra della richiesta del programma che il candidato sindaco Galletti offrirà agli elettori bolognesi, non sono pochi gli elementi, tutt’altro che di contorno, da prendere in seria considerazione. Per fortuna, Gianluca Galletti non dovrà raccontarci la favola della società civile.
Dall’alto di una carriera politica e amministrativa di tutto rispetto, più volte parlamentare, sottosegretario, attualmente Ministro dell’Ambiente, già assessore al bilancio nella giunta di Guazzaloca, non c’è dubbio che Galletti abbia tutte le carte politiche in ordine. Promette di sapere quale città vorrà costruire e come vorrà governarla. Naturalmente, dovrà poi anche convincere i bolognesi che la sua idea di Bologna è preferibile almeno a quelle dei sindaci che si sono succeduti nell’ultimo decennio e a quelle che il sindaco in carica ed eventuali altri pretendenti cercheranno di elaborare. L’elemento di contorno più importante è rappresentato, punto essenziale per vincere e sicuramente per ben governare, dal sostegno politico e, mi spingerei fino a dire, partitico che Galletti saprà ottenere.
E’ impensabile che Galletti ritenga che una città, tantomeno Bologna, possa essere governata in un rapporto diretto fra il sindaco e gli elettori senza che esistano e si facciano sentire le molte associazioni operanti sul territorio comunale. Da un lato, Galletti crede che i partiti abbiano compiti specifici non sostituibili; dall’altro, non è sicuramente un cultore della cosiddetta disintermediazione. Inoltre, Galletti proviene da un’area politico-culturale che ha riacquisito centralità nella politica e nelle nomine del governo di Renzi.
Qualcuno si chiederà: dopo Palazzo Chigi e il Quirinale avremo un ex-democristiano anche a Palazzo d’Accursio? Questo è il problema del Partito Democratico di Bologna adesso guidato da un giovane renziano il quale non potrà non tenere conto che il Partito della Nazione di Renzi intende allargare i suoi consensi accogliendo i centristi (come ha fatto in maniera palese con Scelta Civica) e che il Partito della Città avrebbe l’opportunità di seguire una politica simile con ragionevoli aspettative di successo. Il progetto di Galletti, se perseguito con fermezza, è destinato a incidere tanto sul Partito Democratico quanto su quel che rimane di un centro-destra caratterizzato da poche idee, vecchie e confuse incapaci di offrire sbocchi ad elettori delusi e disorientati. Appare probabile ed è augurabile che la candidatura Galletti farà rinascere un serio e approfondito dibattito politico in una città che da tempo ne manca. Per ora, basta.

Pubblicato il 17 febbraio 2015

Il Partitone mangia la democrazia

In assenza di un pensiero articolato su come (ri)dare effettivamente rappresentanza politica ai cittadini italiani che non ne possono più delle ammuine e degli inchini dei politici, Renzi lancia il Partito della Nazione. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti ottenuti alle elezioni europee, all’incirca quanti ne ottenne Veltroni alle elezioni politiche nazionali del 2008, un successo la cui ripetizione in elezioni nazionali è tutt’altro che scontata, il segretario del Partito Democratico pensa di potere pescare un po’ dappertutto fino a diventare, una volta si sarebbe detto, sulla scia del professorone Antonio Gramsci, “egemone”. Attrae gli scontenti di Sinistra Ecologia e Libertà. Offre rifugio alla diaspora dei morituri di Scelta Civica. Attende che gli espulsi dal Movimento 5 Stelle approdino nei gruppi parlamentari del PD (nel frattempo qualcuno di loro lo ha salvato nel recente voto di fiducia al Senato). Non deve neppure curarsi del Nuovo Centro Destra, costretto a stare abbarbicato al governo il più a lungo possibile nella speranza, finora fievole, di radicarsi sul territorio prima della prossima tornata elettorale. Il Patto del Nazareno continua a essere la scialuppa di salvataggio offerta a Forza Italia che affonda nei sondaggi anche perché il suo leader blocca qualsiasi tentativo e sussulto di cambiamento e i fedelissimi non hanno il coraggio di elaborare alternative.

Se nel devastato panorama partitico italiano resterà soltanto il PD, pure in perdita costante di iscritti, allora, debbono avere pensato i renziani, proviamo a rafforzarci, da un lato, cominciando a fare circolare l’idea che siamo il Partito (unico) della Nazione e che gli sbandati competitors sono fazioni e cespugli; dall’altro, diamoci anche una spinta chiamata premio di maggioranza. Dovrà essere attribuito, non più alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, ma al partito più votato. Due sono le conseguenze positive della eventuale revisione del testo di riformetta elettorale approvato alla Camera. La prima è che il PD non avrà bisogno di alleati; dunque, non dovrà annacquare le sue proposte e le sue politiche, entrambe tutte da conoscere, ma Renzi le annuncerà con qualche tweet e qualche presenza televisiva nazional-popolare. La seconda è che, se vorranno arrivare all’eventuale ballottaggio, sia Alfano sia gli altri cespugli del centro-destra dovranno annegare la loro identità partitica, in cambio di seggi, dentro Forza Italia.

Sullo sfondo, alcuni commentatori vedono la prospettiva di elezioni anticipate se Renzi pensasse che la frammentazione degli oppositori li relegherebbe comunque a un ruolo marginale. Però, è tuttora improbabile che il Presidente della Repubblica, finché gli rimane abbastanza energia, sia disposto a sciogliere il Parlamento (bicamerale non ancora riformato) in assenza di una legge elettorale decente. L’utilizzo immediato di una legge elettorale proporzionale, che discende dalle precise indicazioni della Corte Costituzionale quando ha smantellato il Porcellum, non è possibile poiché, comunque, il Parlamento dovrebbe recepire quelle indicazioni in un testo legislativo coerente. Proprio per questa impossibilità di tornare alle urne, che i sostenitori di Renzi, dentro e fuori il Parlamento, anche nell’universo dei mass media, colpevolmente trascurano, il segretario del Partito Democratico cerca di caratterizzare il suo partito come Partito della Nazione. Insomma, corre il ragionamento, “italiani, questo partito avete e soltanto da questo partito potete aspettarvi le riforme. Coloro che dissentono in Parlamento e in piazza (come la CGIL) sono contro le riforme”. Diffidate di loro, aggiungono Renzi e il suo ristretto circolo. Se si mettono contro il Partito della Nazione operano contro la Nazione e la indeboliscono in Italia e all’estero. Non si sa quanto convincente questo ragionamento riesca a essere né quanto produttivo di voti (qualcosa in più si saprà da alcune elezioni regionali e locali di fine novembre). Certamente, non va nella direzione di consentire e valorizzare critiche anche costruttive a quello che il governo fa (fa male o non fa).

Pubblicato AGL 24 ottobre 2014