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Da Churchill a Conte, è la responsabilità che fa maggioranza. Il commento di Pasquino @formichenews

Noto con rammarico che nessuno mi ha mai riferito che, mentre Churchill combatteva la sua orgogliosa guerra contro Hitler, i retroscenisti inglesi s’ingegnavano a individuare chi stava facendogli le scarpe pronto a sostituirlo. Lo scoop lo fece il very smart retroscenista del Daily Telegraph. Tutti vennero a sapere che a Cambridge John Maynard Keynes non parlava mai di sudore (very unbritish), di fatica (troppo lower-class british), di lacrime e sangue, ma di buttercookies. Lui, Keynes, era pronto a sostituire Churchill sicuro di debellare la guerra e le sue conseguenze. Non se ne fece nulla, ma, nel frattempo, i gossipari e anche i migliori analisti del dopo guerra (54 milioni di morti, un pochino di più di quelli della pandemia Covid-19) avevano annunciato che, vinta la Seconda Guerra Mondiale, Churchill avrebbe vinto anche le prime elezioni in tempo di pace. Re Giorgio VI non mise bocca e vinsero i laburisti di Clement Attlee, junior partners, pacati e sereni, del governo di unità nazionale.

Più che di essere sostituito adesso, Conte, attento lettore delle vicende anglosassoni, teme per l’appunto le elezioni politiche del 2023. Infatti, come lasciano trapelare alcuni perspicacissimi retroscenisti, sta preparandosi per la Presidenza della Repubblica (gennaio 2022). Quanto a Draghi non dà nessun segno di interesse per ottenere un’alta carica istituzionale in Italia. Sembra che la moglie preferisca una vita tranquilla, senza grane e incoraggi il marito a scrivere articoli per “The Financial Times” che diano la linea alle più o meno frugali autorità europee: “MES or Not MES, this is the problem”. Questo è lo stato del dibattito politico in Italia, rallegrato da qualche accusa di tradimento e da inviti a vergognarsi delle menzogne.

Qualcuno ritiene che più di quello che abbiamo dai politici e dagli avvocati del popolo attualmente al governo non è possibile ottenere. Quindi, bisogna già adesso pensare al dopo e vietare slogan fuorvianti e, forse involontariamente, minacciosi: “tutto tornerà come prima”. Altri pensano che chi scrive “tutto andrà bene” sia non preveggente, ma privo di televisore. Nessuno sembra pensare che non esiste neanche un esempio, lo scrivo per i nostri comparatisti d’eccellenza, di un governo e del suo capo (Commander in Chief) sostituiti nel corso di una emergenza, di una guerra, senza che si facesse un passaggio elettorale come annunciò solennemente chi poi quel passaggio non lo attese.

Altrove, non soltanto nella primavera del nostro scontento, le opposizioni e i loro giornali, l’opinione pubblica i commentatori indipendenti (ah, dite che non ce ne sono?), invece di sprecare tempo nel fare totonomi, metterebbero il meglio delle loro energie sia a individuare i problemi, anche gravi, del fatto, del mal fatto e del non fatto, sia soprattutto a suggerire, con l’avallo della scienza e delle comparazioni fondate, alternative praticabili. Quegli uomini e donne al governo, nazionale e delle regioni, e quegli uomini e donne all’opposizione saranno chiamati ad assumersi le loro specifiche responsabilità alla scadenza elettorale. Meglio se avendo cooperato per alleviare, ridurre, far passare la “nuttata”, la pandemia e il dolore degli italiani. Tutto il resto non serve a niente; anzi, peggiora quello che è già molto brutto di suo.

Pubblicato il 15 aprile 2020 su formiche.net

Il vuoto di memoria

Corriere di Bologna
L’ignoranza di massa sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna m’inquieta, ma non mi sorprende. Al contrario, sarei sorpresissimo se, come Fernando Pellerano ha scritto sul Corriere di ieri (29 luglio), esistesse una maggioranza anche risicata in grado di rispondere correttamente alle “classiche cinque domande”: dove, quando, come, chi, perché? Troppo spesso qualcuno si diletta in dibattiti di alto livello concernenti l’assenza di una memoria condivisa della storia del paese, dei suoi principali, talvolta drammatici, avvenimenti. Però, il problema non è la “condivisione” della memoria. E’ possibile vivere insieme senza condividere le memorie degli altri purché le si rispetti. Più ambiziosamente, purché si desideri e si sappia confrontare civilmente le proprie memorie. Il problema è, invece, che non abbiamo praticamente nessuna memoria seria e approfondita della storia di questo paese (e di questa città).

Molti hanno ricordi vaghi, confusi, parziali che non fanno né conoscenza né memoria. Troppo facile sostenere che la colpa è dei programmi scolastici che si fermano alla Seconda Guerra mondiale, quasi mai sconfinando nelle pericolose pagine della Resistenza, magari evidenziando anche gli aspetti di guerra civile che indubbiamente ebbe. Dunque, si diano una mossa i Ministri dell’Istruzione che si susseguono vorticosamente: tre negli ultimi tre anni. Oppure siano i presidi a suggerire, invitare, chiedere ai loro docenti di storia e filosofia (ah, s’insegnasse anche la Costituzione come parte integrante della storia d’Italia, “come, quando, chi”) di colmare la vergognosa lacuna. So per certo che molti docenti ci provano e so altrettanto per certo che, come nel caso di coloro che “insegnano” la Resistenza, molti si sono trovati sotto attacco dai genitori dei loro alunni. Poiché il coraggio, neppure quello civile, non se lo può dare chi non ce l’ha, in assenza di un contesto che li sostenga, anche gli insegnanti più motivati hanno fatto un passo indietro. All’assenza di memoria non possono neppure supplire le famiglie, meno che mai quelle che obiettano all’insegnamento della storia contemporanea in base ai loro confusi ricordi, alle loro preferenze politiche, alle loro idiosincrasie. Resterebbero gli operatori dei media e i politici.

Le persone della mia età ricordano (probabilmente in maniera condivisa) quanto significativa, rilevante, istruttiva, mi avventurerei persino a scrivere “bella”, fu la serie di trasmissioni televisive “La notte della Repubblica”, curate da Sergio Zavoli. Oserei proporne un aggiornamento. Credo che sarebbe cosa buona ritrasmetterle, magari aggiungendovi il materiale emerso negli ultimi vent’anni. Il resto spetta alla città di Bologna, alle sue autorità, alle sue scuole e all’Università (che dovrebbe utilizzare al meglio le sue competenze), persino alla Cineteca che è in grado di svolgere un’effettiva attività didattica. Non ho nessuna illusione. Un paese di balocchi, di fumetti, di fiction non riuscirà a darsi nessuna memoria, se davvero non cambia verso. Questa è un’opera da grandi politici e da grandi intellettuali. Nel suo piccolo, una città come Bologna, se dedica le sue energie meno a rievocazioni che ottengono pubblicità a misura di fischi e più all’insegnamento diffuso, riuscirebbe a fare parecchio.

Pubblicato sul Corriere di Bologna il 30 luglio 2014

Conciliare sogni e concretezza

La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.

A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.

Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.

 

Pubblicato AGL  25 febbraio 2014