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PD, un’ambizione fallita

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Intervista raccolta da Marco Testino per L’INDRO

La storia della sinistra italiana continua ad essere segnata da divisioni e conflitti. Lo è stata sin dai suoi albori, dal quel 1892, quando a Genova nacque il partito socialista (allora Partito dei Lavoratori Italiani) e già con Carlo Dell’Avalle, il primo Segretario, iniziarono a manifestarsi le prime incertezze. La prima scissione, visto che oggi parliamo di questo, arrivò nel 1921, dopo scontri tra massimalisti e minimalisti che condussero alla creazione del Partito Comunista d’Italia. Poi, durante la Guerra Fredda, ecco arrivare lo scontro tra Giuseppe Saragat e Pietro Nenni, dal cui aspro confronto nasce un’altra costola, il Partito Socialista Democratico Italiano.

Altro evento choc per la sinistra nostrana il crollo del muro di Berlino, con il Partito Comunista che conclude il proprio percorso politico e la nascita, ad opera di Achille Occhetto, del Partito Democratico della Sinistra. Dall’altra però ecco arrivare la fondazione da parte di Armando Cossutta, Ersilia Salvato e Lucio Libertini del ‘radicale’ Partito della Rifondazione Comunista, che non avrà vita semplice, visto che nel 1998, in pieno marasma del Governo Prodi, subisce l’ennesima scissione che porta alla nascita dei Comunisti Italiani. Il Pds anche cambia pelle, arrivano i Democratici di Sinistra, con Massimo D’Alema e Walter Veltroni come primi segretari, poi dalla fusione dei Democratici di Sinistra ed alcuni membri della Margherita, arriva nel 2007 un altro passaggio storico, ossia la nascita dell’attuale Partito Democratico. Non ultima poi la scissione di una parte della sinistra con la creazione di Sinistra, Ecologia e Libertà (SEL). Ma la galassia della sinistra continua a muoversi ed ecco che una nuova scissione è pronta a sconvolgere il Pd, che ai più è sembrata solo una convivenza forzata tra elementi troppo diversi per trovare una sintesi vera.

Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, considerato tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, ci fa luce sulla questione:

Rispetto alle tante scissioni intestine alla Sinistra nel corso degli ultimi novant’anni, cosa c’è di diverso in quello che sta accadendo al Pd oggi?

Di scissioni nella sinistra italiana ce ne sono state diverse, ognuna deve esser valutata in base al partito e in riferimento alle tematiche che hanno portato alla scissione stessa. Certo, paragonare la scissione del partito comunista nel 1921 con quella di coloro che oggi vanno via dal Pd lo trovo poco in linea, bisogna ricordare che anche altrove la sinistra perde ed ha perso pezzi, come per il partito socialista in Francia che al tempo perse un pezzo chiamato poi Partito Socialista Unificato, o come in Inghilterra con i laburisti che nel ’82 persero un pezzo che poi si chiamò Alleanza Socialdemocratica, o come in Germania laddove la Socialdemocrazia perse un pezzo che si è poi riconfigurato nascendo dalla fusione tra il Partito della Sinistra ed il movimento Lavoro e Giustizia Sociale chiamandosi Die Linke. Anche i socialisti spagnoli han perso un pezzo che poi ha preso il nome di Podemos; inevitabilmente, la sinistra subisce scissioni, specialmente laddove non si riesce a raggiungere un comune accordo.

Quali sono stati gli elementi che hanno determinato nel corso del tempo questa scissione?

La Sinistra guarda al cambiamento, una parte è disponibile a cambiare molto e l’altra invece tende ad esser meno propensa a farlo; talvolta il cambiamento può esser un successo ma in questo caso la sinistra si ritrova ad esser colpita, la sinistra deve esser analizzata considerandola di base volta al progresso. I Paesi che non hanno naturale propensione ad un progresso repentino e non lo pretendono dalla sinistra, mantengono un partito unito; i Paesi in costante cambiamento non potranno che avere una sinistra instabile di natura, vuoi per ragioni culturali e generazionali. Questo porterà a decidere se velocizzare o rallentare il processo di cambiamento, sia per andar più in fretta, sia per timore di perdere pezzi preziosi.

Qual’è stato il problema di fondo del Partito Democratico e in che modo si sta muovendo e configurando la sinistra italiana al riguardo?

Il problema del Partito Democratico è che non è diventato quello che i fondatori speravano diventasse, ovvero fin dagli inizi il Pd è stato un caso di ’fusione fredda’ tra una Margherita principalmente ex democristiana con una componente prodiana e gli ex comunisti, che in modo curioso mettevano assieme il meglio della cultura riformista senza pero riuscire a mantenere intatta una riflessione o tantomeno una produzione di cultura dal partito; quello che vediamo ad oggi è il parto di una leadership senza cultura, perché questo è Renzi e la sua amministrazione, o anche la Serracchiani, nessuna cultura politica. Da un lato abbiamo la gestione di Renzi, sprovvista di un’adeguata cultura politica, dall’altra parte quelli che non hanno saputo migliorare e rinnovare i brandelli di quel che un tempo poteva esser considerata cultura politica. Il problema è identificabile dall’inizio, ricordiamo che il Pd è un partito giovanissimo e non riuscendo a produrre alcun tipo di cultura, inevitabilmente ha portato ad una scissione tra la persona di Renzi, assolutamente divisiva e le altre personalità politiche, non aiutando la coesione del Pd stesso.

Parlavamo di Podemos, rispetto alle altre sinistre europee, cosa c’è di diverso rispetto alla nostra e cosa bisogna prendere come spunto per riuscire a progredire evitando ulteriori scissioni e problematiche?

La differenza principale è che la Sinistra italiana ha una componente ex comunista, in tutti gli altri Paesi la componente maggioritaria è socialista invece, come lo è stata in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna. La grossa differenza è che qui non c’è stata una fase socialdemocratica. Chi ha messo su il Partito Democratico doveva assimilare la componente socialdemocratica, non riuscendoci e portando agli esiti che già conosciamo.

La minoranza ‘secessionista’ del Pd come si sta configurando? La questione di cultura politica riformista verrà abbandonata?

Se invece del porre attenzione all’urgenza drammatica del tenere il congresso in tempi brevi Renzi avesse preferito una conferenza programmatica, sicuramente ci sarebbe stata la base di un dibattito culturale; in assenza di tale presupposto, i rimanenti dovranno cercare di conquistare consenso ed essere presenti nella vita politica; in ogni caso il dibattito culturale è stato rimandato fin troppo. Tra gli interventi in assemblea ve ne sono stati solo due rilevanti dal punto di vista culturale, il primo da parte di Epifani che definiva un partito riformista di sinistra, l’altro invece da parte di Veltroni che ridefiniva quello che non è riuscito a fare nella fase di struttura del Pd.

Pubblicato il 22 febbraio 2017 su L’INDRO

Le effervescenze dei democratici

Corriere di Bologna

La calma è piatta nel centro-destra in attesa che da qualche parte arrivi il candidato, preferibilmente civico, individuato dalla Provvidenza (di Arcore, luogo dove si effettuano le selezioni). La relativa calma nel Movimento 5 Stelle è un po’ (dis)turbata dall’ombra lunga delle infiltrazioni camorristiche di Quarto, ma grande è la speranza che quell’ombra si arresti agli Appennini. Le uniche effervescenze sociali e politiche le offre, come è quasi inevitabile, il Partito Democratico al quale, nel bene e nel male, va la riconoscenza dei commentatori. Sostanzialmente non più sfidato. Merola, il sindaco ricandidato, sta cercando di trovare, escogitare, promuovere qualche lista a suo sostegno. Quasi sicuro che da sola, la lista del PD non riuscirà a superare il 50 per cento dei voti necessari al primo turno al fine di evitare un ballottaggio potenzialmente rischioso (basterebbe evocare il precedente del 1999), Merola avrebbe voluto una bella lista Frascaroli, anche per depotenziare SEL. Il rifiuto di un’assessora controversa, forse neanche troppo dotata di voti suoi, lo ha spinto a sollecitare la discesa in campo di Morgantini il quale potrebbe pescare nello stesso mondo del volontariato e portare la necessaria manciata di voti in più. Qualcuno potrebbe obiettare che: 1) questo tipo di operazione è proprio quella vietata, ma a livello nazionale, dall’Italicum; 2) se Morgantini è/sarà molto simile a Frascaroli, che lo ha già benedetto, allora sorgeranno poi conflitti non dissimili in Consiglio Comunale e, eventualmente, nella giunta. Qualche elettore potrebbe infine chiedersi se Merola ha risolto la sua tensione personale e politica fra permissivismo e rigorismo o se, facendosi accompagnare da Morgantini non rischia di ritrovarsela alla prima, molto prossima, occasione. Le effervescenze del PD appaiono anche nella scelta dei candidati alla Presidenza dei Quartieri, per alcuni il primo passo di una carriera politico-amministrativa, per altri un modo per restare a galla. A rassicurare tutti, o forse no, sta una frase pronunciata da Renzi relativamente alla costituzione dei comitati per il Sì al referendum costituzionale. Tralascio la critica, pure importante e non infondata, se si tratti piuttosto di un plebiscito, ma è evidente che Renzi sta facendo appello ai suoi sostenitori duri (puri, non so) e mettendo in grande difficoltà gli ultimi esponenti della ditta bersaniana. Se non parteciperanno molto attivamente alla campagna referendaria, il segretario del Partito Democratico avrà un motivo in più per lamentarsi di loro e, a futura memoria, per depennarli dalle prossime candidature. Allora, altro che effervescenze, assisteremo a epurazioni per costruire un più compatto Partito della Nazione.

Pubblicato il 24 gennaio 2016

Giuliano è bravo, deve puntare a fare il nuovo leader del Pd

Il fatto

 

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano (10/12/2015 pag 4)

L’appello dei tre sindaci mi pare importante e saggio. Quanto a Giuliano Pisapia, dovrebbe puntare a fare il leader del Pd e del centrosinistra. Non può accontentarsi di fare il capo di una corrente”. Il politologo Gianfranco Pasquino promuove la lettera-appello di Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, pubblicata ieri su Repubblica, in cui i tre sindaci di centrosinistra invocano l’unione di Pd e Sel “per impedire che vincano la destra e il populismo”.

Cosa significa questa lettera? Che peso ha?

Significa che i tre firmatari conoscono a sufficienza la realtà delle loro città, e possono affermare che da solo il Pd, anzi il partito di Renzi, può perdere le elezioni. E questo vale innanzitutto per Milano, dove aveva vinto il centrosinistra. Ma può valere per tutta Italia.

È un appello rivolto anche a Sinistra Italiana, che a Roma e a Torino ha già scelto di correre contro Renzi.

Certo, parlano anche agli “scissionisti” come Stefano Fassina: che non solo é candidato sindaco a Roma per Si, ma ha anche detto che al ballottaggio voterebbe per i Cinque Stelle. Il messaggio è anche per gli ex del Pd animati da spirito di vendetta.

Evocano la vittoria della destra come spauracchio. Ma non citano i 5Stelle.

La preoccupazione per un successo del M5S ci sarà, ma non mi pare emergere dalla lettera. Detto questo, se i 5Stelle vincessero in una o due città potrebbe esserci l’effetto trascinamento alle Politiche.

Il protagonista di questa lettera pare il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Più d’uno pensa che, pur essendo di Sel, stia pensando di scalare il Pd, o comunque a un percorso da leader del centrosinistra. E l’insistenza sulla candidatura della sua vice Francesca Balzani ne sarebbe una dimostrazione.

I sindaci uscenti hanno tutto il diritto di indicare la candidatura che ritengono più appropriata, non sarebbe certo fuori luogo.

Quindi Pisapia…

Avrebbe pieno diritto di sostenere Balzani, che a mio avviso sarebbe un ottimo sindaco.

Detto questo, che vuole fare da grande il sindaco di Milano?

Pisapia non è uno qualsiasi. È bravo, competente. Se punta a un “destino nazionale”, per dirla in termini gollisti, non può cercare solo di ritagliarsi una nicchia nella sinistra, di fare il capocorrente. Deve fare il capo e basta.

Insomma, sostituire Renzi.

Dovrebbe puntare a fare il segretario del partito e il candidato premier.

Il premier può davvero ricostruire il centrosinistra? O è troppo tardi?

Renzi è un ballerino acrobatico, cambia danza a seconda del momento. Può mutare idea quando serve. E quindi anche modificare la legge elettorale, introducendo il premio di coalizione o almeno gli apparentamenti al ballottaggio.

Bisogna cambiare l’Italicum.

Senza il premio di coalizione non può esserci il centrosinistra, è evidente.

In tutto questo, il partito della Nazione dove andrebbe a finire?

Se fare il partito della Nazione significa occupare il centro ed impedire ogni alternanza è una soluzione deplorevole. E poi l’abbiamo già visto un partito così: era la Democrazia cristiana, una formazione interclassista.

Il Pd è tornato a fare i banchetti nelle piazze. Vogliono tornare a un partito strutturato? O è stato fatto solo per le Comunali?

E un omaggio che il vizio fa alla virtù. Il vizio è quello di pensare che basti un leader che manda segnali dalle tv, la virtù è la politica che si fa sui territori, con la gente.

Non è che accettando di tornare al centrosinistra Renzi si suiciderebbe? Potrebbe sembrare “vecchio” anche lui.

Se si facesse puntando sui contenuti, e non con una semplice sommatoria di nomi, potrebbe reggere. E sarebbe meglio provarci ora che ai ballottaggi per le Comunali, in emergenza.4

Pubblicato il 10 dicembre 2015

Le schermaglie hanno un prezzo

Corriere di Bologna

Deve essere piuttosto avvilente per Virginio Merola il silenzio inquietante sulla sua ricandidatura a sindaco di Bologna da parte del pur loquace e twittante Matteo Renzi. Eppure, fin troppo prontamente e sorprendentemente, Merola aveva fatto la sua conversione renziana. Finora era anche sostanzialmente riuscito ad evitare di criticare il segretario del suo partito su qualsiasi tipo di politica, anche quelle sfavorevoli ai comuni, Renzi preannunciasse (“facesse” è un’espressione grossa e impegnativa). Sabato, invece, Merola ha alzato la voce, dichiarando (cito dal Corriere) che a Bologna si va “in direzione ostinata e contraria rispetto all’andazzo nazionale”. Non è chiaro quale sia l’andazzo nazionale in termini di candidature e di primarie. Forse, l’unico elemento comune trasversale a più città è che a livello nazionale non si sa affatto come sbrogliare le situazioni delle varie città, ma, a livello locale, i diversi partiti democratici, in particolare, quelli di Milano e Napoli, ma anche quello di Roma, desidererebbero almeno un aiutino, non una controproducente imposizione, dal vertice.

Dopo parecchi mesi tribolati, il PD bolognese e con lui anche Merola pensavano di essersela cavata con la pur faticosa conferma del sindaco in carica. Il segretario locale Francesco Critelli giunge ad addirittura a rivendicare una, difficile da credere, unanimità del gruppo dirigente. Tuttavia, da luglio a oggi, non soltanto non sono affatto terminate le voci, all’interno e all’esterno del PD, contrarie a Merola. Continua ad affacciarsi attivamente, forse come potenziale candidato, forse come costruttore di una non meglio precisata alternativa centrista, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Lo invito a misurarsi con la città e a farsi avanti” intima Critelli. Qui sta il problema. Non soltanto il PD ha deciso da solo la ricandidatura di Merola, spiazzando gli alleati, ovvero, soprattutto SEL, nella quale, comunque, un’area disponibile (per le cariche) si manifesterà sicuramente, ma non ha mai preso in seria considerazione le primarie.

Strumento di partecipazione democratica e di comunicazione politica, poiché consentono di esplicitare e porre a confronto personalità e proposte di soluzione ai problemi cittadini, le primarie avrebbe offerto a Merola anche una maggiore legittimazione della ricandidatura. Senza primarie, da un lato, i rumors sono destinati a continuare; dall’altro, volendo, il segretario Renzi potrebbe sbandierare gli esiti di un eventuale sondaggio negativo o semplicemente problematico. In coda a tutto questo, incertezza, divisioni, popolarità non alle stelle, sta un rischio da non sottovalutare. Invece di formulare soluzioni condivise ai non pochi problemi non soltanto di governo, ma di rilancio della città, il tempo e il dibattito pubblico vengono sciupati in schermaglie che lasceranno un segno negativo anche sull’inizio del nuovo mandato.

Pubblicato il 1° dicembre 2015

L’illusione dei cespugli italiani

I cespugli della variegata sinistra italiana sono in fibrillazione, in un brodo di giuggiole per la vittoria elettorale della lista di Alexis Tsipras in Grecia. Cespugli e frammenti del Partito Democratico si sono già dimenticati che alle elezioni europee di maggio la Lista Tsipras in Italia superò di un pelo la soglia del 4 per cento. Dimenticano anche che un po’ tutti loro, i potenziali contraenti di una lista simile, hanno alle spalle, non l’attività sul territorio che ha premiato Syriza, ma una storia non luminosa di sconfitte elettorali, di ambizioni malposte, di gelosie politiche e di liste personalistiche. Dimenticano, non da ultimo, che, da un lato, il sistema partitico greco è in quasi totale disintegrazione, soprattutto dopo il crollo del PASOK, e dall’altro, che la cura della Troika ha reso difficilissima la vita quotidiana dei greci.

In sostanza, il voto a favore di Syriza è stato in special modo un comprensibilissimo voto contro la Troika e le sue rigidissime, malevole e, finora, inefficaci ricette. Lo ha confermato fulmineamente Tsipras stesso accettando di formare la coalizione di governo con una piccola lista di destra, i Greci Indipendenti, un po’ come se in Italia una parte della sinistra anti-europeista si alleasse con Fratelli d’Italia guidata dalla simpatica Giorgia Meloni. D’altronde, non va dimenticato che alleanze di questo tipo, un tempo innaturali, si sono già sperimentate nel Parlamento Europeo fra il Movimento Cinque Stelle e il partito inglese, non solo anti-europeista, ma anche xenofobo e un po’ razzista, guidato da Nigel Farage. Insomma, le sinistre anti-europeiste hanno sdoganato le destre anti-europeiste. Non si vede a questo punto che cosa ci sia da celebrare e che cosa ci sia da imitare.

Nel contesto italiano, i cespugli di sinistra ne hanno fatte di tutti i colori, appropriatamente presentando persino una lista Arcobaleno. E’ da parecchio tempo che non elaborano idee e neppure s’impegnano sul territorio. Piuttosto preferiscono più prosaicamente, come ha fatto SEL e come aveva tentato il pubblico ministero Antonio Ingroia con la sua lista Rivoluzione Civile, andare ad accordi con il Partito Democratico in cambio di seggi e cariche. Grazie al sistema elettorale proporzionale, Tsipras non aveva bisogno di cercare accordi con nessuno dei (vecchi) partiti di sinistra. Poi, anche se il sistema elettorale un consistente premio in seggi glielo ha dato, ma insufficiente, ha dovuto trovarsi un alleato. Che quell’alleato sia di destra (le “piccole intese”) non dovrebbe essere un segnale promettente per chi desidera ristrutturare la sinistra, in Italia e in Europa. Forse, ma è tutto da vedere, il governo Tsipras riuscirà ad ottenere un po’ di flessibilità nei tempi e nei modi del pagamento dei debiti greci, ma la sfida dovrà vincerla sul terreno del miglioramento della vita quotidiana dei greci e delle loro prospettive future.

Per quanto l’austerità sia costosa e dolorosa, continuerebbe a essere indispensabile anche qualora la Grecia decidesse di sganciarsi dall’Euro e scivolasse fuori dall’Unione Europea. Dal canto suo, la sinistra dei cespugli italiani trova un antagonista forte se intende proporre l’abbandono dell’Euro: le Cinque Stelle anche se la loro luce è diventata piuttosto fioca. Quanto a proporre l’uscita dall’Unione Europea, non esiste nessuno Tsipras italiano in grado di tenere insieme le variegate realtà che si agitano a sinistra. Oggi come oggi, il nemico principale della sinistra italiana grecizzante è il Partito Democratico. Seppur non impeccabile, la guida di Renzi non sembra lasciare ampio spazio sulla sua sinistra, quand’anche la minoranza decidesse per una (sciagurata) scissione. Meglio lasciare i greci con i loro problemi e, se le troveranno, con le loro soluzioni. Meglio cercare di imitare i paesi virtuosi che nell’Unione Europea non sono rappresentati soltanto dalla Germania. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato AGL il 27 gennaio 2015

Il partito post-Leopolda

Davvero è possibile parlare di due partiti democratici: uno che si è riunito alla Leopolda (il partito di governo) e uno che ha sfilato con la CGIL a Roma (il partito di lotta)? Sono due partiti incompatibili, destinati a lasciarsi in occasione del prossimo scontro parlamentare sulla legge che traduce i principi della delega al governo sul lavoro e sulla modifica dell’art.18? Dove andranno gli scissionisti i quali sono, per definizione, quelli che abbandonano il segretario del partito? Tuttavia, riflettendo un po’, si direbbe che è proprio Renzi, con i suoi entusiasti sostenitori, ad avere orgogliosamente creato un nuovo partito democratico. Il suo Partito della Leopolda è, dicono gli appassionati seguaci, il partito del 41 per cento (alle elezioni europee, 11 milioni e centomila voti), ma i “vecchi” avevano pur sempre ottenuto con Veltroni 12 milioni e centomila voti nelle elezioni politiche del 2008 (non il 25, come li accusa Renzi, ma il 33,2 per cento). Nello spappolamento della destra e nel declino più che fisiologico del partito di Berlusconi, il Partito Democratico di Renzi appare dominante ed è persino diventato punto di attrazione per alcuni parlamentari di SEL e per diversi espulsi da Grillo dei quali è difficile dire quanti voti porterebbero.

Renzi sembra deciso, almeno questo è il messaggio, nel tono e nei contenuti del suo discorso forse fin troppo “caricato” dall’atmosfera torrida della Leopolda, a spingere fuori dal PD la vecchia guardia. Fermo restando che nient’affatto tutti quelli che dissentono da Renzi sono inclini ad andarsene, quali sarebbero le conseguenze politico-elettorali di una scissione? Per cominciare, bisogna chiedersi se chi se ne va riuscirà davvero a portare via voti al PD. E’ possibile intravedere tre dinamiche diverse nell’ambito dell’elettorato che ha votato Partito Democratico o che intrattiene l’idea di votarlo prossimamente. Primo, ci sono vecchi elettori, vale a dire, di lunga data, che ne hanno ingoiate di tutti i colori, ma che sempre e comunque votano il Partito, per l’appunto con la P maiuscola, a prescindere da qualsiasi cambiamento: uno zoccolo duro, ristretto, ma esistente. Secondo, ci sono elettori democratici mobili che sicuramente fornirebbero appoggio agli eventuali scissionisti, ma esclusivamente se chi se ne va dal PD è capace di darsi molto rapidamente una struttura organizzata su scala nazionale.

Curiosamente, è proprio l’andamento lento e debole delle iscrizioni al PD che costituisce un ostacolo alla comparsa di un partito degli scissionisti. Chi non si iscrive più lo fa perché non condivide il percorso di Renzi, ma probabilmente ha anche preso atto che non c’è più niente da fare, neppure con la vecchia guardia. Infine, ci sono gli elettori che, abbandonando il PD, si guardano intorno e vedono l’attivismo, non sempre brillante, ma già condiviso da persone che conoscono, delle Cinque Stelle. Per irritazione, per voglia di dare una lezione a Renzi, per obbligare il PD ad essere più “radicale”, questa parte di elettorato è pronta a votare il Partito di Grillo. Se no, l’astensione diventerà il luogo del loro rassegnato rifugio.

Quantitativamente, l’esito complessivo del deflusso degli elettori già democratici, non sarà rilevante. Anzi, Renzi potrebbe persino sostenere, come ha già annunciato alto e forte, che il suo nuovo Partito Democratico si lascia alle spalle la nostalgia, che è polvere e cenere, sostituendola con la speranza, con il futuro che è all’inizio. Però, se vuole rimanere convincente e governante, soprattutto in una fase nella quale in pratica nessuna riforma incisiva è stata approvata in via definitiva, il suo attivismo ha bisogno di essere continuamente alimentato con nuovi consensi. Anche soltanto una battuta d’arresto elettorale, per esempio, nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna (fine novembre) potrebbe ridimensionare l’entusiasmo e rallentare la spinta al cambiamento. Emarginati i dissenzienti e svilito il loro apporto, confluito o no in un altro piccolo PD, tutto diventerebbe più difficile per il Partito Democratico di Renzi e della Leopolda.

Pubblicato AGL 28 ottobre 2014

Vi faccio la sintesi del discorso di Renzi in #DirezionePD

FQ
“sintesi” del discorso di Matteo Renzi alla Direzione del Partito Democratico, 31 luglio 2014

La situazione non è strepitosa, ma, Stefano, Marianna, Luca, Francesca, voi siete bravissimi. Ringrazio anche i senatori che si preparano eroicamente a fare i tacchini. Il treno delle riforme va come una lumaca, ma con l’espediente del canguro lo cambieremo quel Senato. Immagino già i salti di gioia degli Europei a fine agosto quando, ma anche no, gli offriremo su un piatto d’argento la testa di 215 senatori. Sarà una spinta fortissima per l’economia italiana che non ha bisogno di nessun Cottarelli. Le spese le tagliamo noi, vero, Pier Carlo?

Abbiamo avuto il 41 per cento e non c’è esperto che tenga di fronte a un tal consenso popolare. Magari, cambieremo anche la legge elettorale (voce dal fondo: ma non era intoccabile? allora non era neanche perfetta). Datemi un mandato a parlarne con Berlusconi. Ah, Giachetti si sente spiazzato? Peggio per lui, dovrebbe averlo capito che io sono un’anguilla. Non mi formalizzo se la riscriviamo da capo a fondo, tranne il premio di maggioranza che, mica son bischero, mi serve anche a mettere a posto, cioé a lasciare a casa, quelli di Sel. Neanche il testo che uscirà dal Senato assomiglia a quello che Maria Elena aveva portato. A me basta dire che, dopo trent’anni di dibattiti, noi le riforme le facciamo (voce dal fondo: ma la legge elettorale è cambiata già due volte negli ultimi vent’anni; e il Titolo V l’ha riformato proprio il centro-sinistra; non erano riforme? non erano riformatori?).

Non vedete come sono rilassato. La poltrona me l’avete data e me la tengo fino a quando vorrò. Appoltronati sono i Senatori che non vogliono perderla. Come, dite che Vannino Chiti ha vinto diverse elezioni senza aiutini e che di poltrone non ne ha bisogno? Ma è vero che Felice Casson non perderebbe granché tornando a fare il magistrato? Sì, mi ricordo che Massimo Muchetti è un giornalista professionista del “Corriere” e che Mineo è un pensionato Rai di lusso. Allora, non sono le poltrone che vogliono, ma, possibile?, hanno in mente una riforma del Senato migliore della mia? Fatemi parlare con Maria Elena.

Comunque, potete vedere che io sono assolutamente tranquillo. Colgo l’occasione per ringraziare i molti giornalisti che continuano a dire e a scrivere “settimana decisiva per le riforme”. Gliene daremo almeno un’altra decina di settimane decisive e, poi, anche se non lo vogliono, daremo loro un bel referendum. Ah, dite che non sanno neanche di che cosa parlano quando analizzano le riforme. Non sono mica gli unici. Questo è il paese che amo, queste sono le giornaliste che apprezzo. Suona la campanella. La Direzione (la ricreazione) è finita.

Pubblicato su Futuroquotidiano.com il 2 agosto 2014

Rimandati a settembre

Viviamo in un mondo difficile. Ci sono brutte guerre in diverse aree, la più pericolosa è quella fra Israele e Hamas. Proliferano anche intrattabili guerre civili: dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Qualcuno critica “il silenzio dell’Europa”, ma certamente non è possibile sostenere che “le parole dell’ONU” si stiano dimostrando utili a porre fine alla guerra in Palestina né altrove. Nessuno Stato nel mondo islamico sa fare di meglio; anzi, spesso, quei governi autoritari e corrotti sono gran parte del problema. Ciò detto, quando il segretario di un partito italiano, il Partito Democratico, si avventura nella sua lunga relazione alla Direzione a parlare della politica e della guerra nel resto del mondo dovrebbe essere in grado di dare indicazioni precise e operative. Altrimenti la sua analisi diventa un diversivo dai temi spinosi che lo riguardano più direttamente. Questa è l’impressione che ho tratto guardandolo e ascoltandolo in streaming. I tiepidi applausi che hanno accolto la relazione di Matteo Renzi suggeriscono che il suo sogno di mezz’estate di produrre riforme incisive e decisive non sta traducendosi in realtà. Lo scarno e moscio dibattito successivo non ha fatto emergere proposte sensazionali.

Certo, la riforma del Senato va avanti con lentezza e con una pluralità di inconvenienti ai quali probabilmente porranno rimedio le doppie letture (ah, il pregio del bicameralismo!). Quanto all’Italicum, ovvero alla riforma della legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera dei deputati, il segretario ha sostanzialmente chiesto e ottenuto una sorta di delega a ri-negoziarne il testo in alcuni punti cruciali. E’ un segnale a doppio taglio. Il lato positivo è che il segretario ha, seppur tardivamente, preso atto che, nella sua stesura attuale, l’Italicum non è una buona riforma; dunque, bisogna introdurvi correttivi anche profondi. Il lato negativo è che l’accordo su quali correttivi va cercato con Berlusconi che, dal canto suo, non sa esattamente, non che cosa vuole, ma che cosa gli conviene, tranne, è l’unico suo punto fermo, che gli preme continuare a nominare tutti i suoi parlamentari. Quindi, da Berlusconi verrà un no alle preferenze e, a maggior ragione, un no ai collegi uninominali. Il negoziato con Berlusconi si blocca lì dove, forse, Renzi riuscirebbe a incontrare le richieste e le aspettative del Movimento Cinque Stelle e, se intende abbassare le soglie di accesso al Parlamento (ovvero, prossimamente, alla sola Camera dei deputati), anche quelle di Sinistra Ecologia Libertà. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti “europei”, il PD di Renzi annuncia che con il partito di Vendola rimangono le alleanze politiche già in esistenza, ma che nelle prossime elezioni amministrative (e più tardi politiche)il PD è convinto che, anche senza alleanze, otterrà ottimi risultati. Addirittura, Renzi sostiene che l’ostruzionismo parlamentare sta facendo gradualmente, ma inesorabilmente crescere la percentuale dei voti per il PD.

Un conto sono le cose, belle e meno belle, sul piano nazionale e sulle riforme istituzionali, ma dall’Unione Europea non smettono di guardare e di monitorare i comportamenti dei governanti italiani. Probabilmente, le parole dure di Renzi nei confronti dei tecnici, dei tecnocrati e, in buona sostanza, di Cottarelli, che ha il compito di ridurre e tagliare le spese degli apparati dello Stato, non saranno piaciute né ai Commissari europei né agli esperti dei governi dell’UE. Nessuno può credere che sono state le politiche dell’Unione Europea a creare disoccupazione in Italia e a ingrassare il nostro ingente debito pubblico. L’Unione Europea non può essere un capro espiatorio della cattiva condotta nazionale, ma neanche possiede la bacchetta magica per risolvere i problemi di nessun Stato-membro. I famosi “compiti a casa”, adesso certamente da intendersi come “compiti delle vacanze”, è assolutamente necessario farli. Chiamandoli spesso per nome di battesimo, Renzi ha lodato i suoi compagni di classe, vale a dire, i suoi ministri. Però, alla luce dei risultati finora conseguiti, tutta la classe deve ritenersi rimandata a settembre.

Pubblicato AGL 1 agosto 2014