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Due o tre cosine che so sulle presidenziali in Francia. Firmato Pasquino @formichenews

Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è un grande dispensatore di opportunità politiche. Ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo. L’analisi del professor Gianfranco Pasquino

“Una riconferma non scontata” è il titolo dell’editoriale del “Corriere della Sera”. In effetti, nessuno, meno che mai la maggior parte dei commentatori italiani, ha fatto degli sconti a Emmanuel Macron. Pochissimi, poi, si sono curati di fare due conti, ad esempio, sul numero dei voti. Nelle elezioni questi numeri assoluti danno molte più informazioni delle percentuali. Comincerò dal famigerato problema dell’astensione, secondo troppi, giunta a livelli elevatissimi. Ecco: al primo turno il 10 aprile votarono 35 milioni e 923 mila 707 francesi (73,69%); al ballottaggio 35 milioni 96mila 391 (71.99%): una diminuzione quasi impercettibile e, per di più facilmente spiegabile. Non pervenuto al ballottaggio il candidato da loro votato al primo turno circa 900 mila elettori hanno comprensibilmente pensato “fra Macron e Le Pen ça m’est égal” e se ne sono andati à la mer. I paragoni sono sempre da fare con grande cautela, ma nello scontro Trump/Biden novembre 2020 votò il 66,7% degli americani che festeggiarono l’alta affluenza e l’esito.

   Nelle due settimane trascorse dal primo turno Macron è passato da 9milioni 783 mila 058 voti a 18.779.642 quindi quasi raddoppiando il suo seguito, mentre Marine Le Pen è passata da 8milioni 133mila 828 voti a 13 milioni 297 mila 760, 5 milioni di voti in più. L’aumento dei voti per Macron va spiegato soprattutto con la confluenza degli elettori di Mélenchon (più di 7 milioni al primo turno), variamente e erroneamente catalogati come populisti, più quelli comunisti (800 mila) e socialisti (di Anne Hidalgo, 600 mila). La crescita di Le Pen è dovuta agli elettori di Zemmour (2 milioni 485 mila 226). Entrambi hanno tratto beneficio dallo sfaldamento dei repubblicani già gollisti che avevano votato Valérie Pécresse : 1.679.001 elettori alla ricerca del meno peggio. Insomma, una elezione presidenziale nient’affatto drammatica, con esito largamente prevedibile (parlo per me e per fortuna scrivo quindi posso essere controllato e verificato), decisivamente influenzato dalle preferenze calcolate (che significa basate su valutazioni e aspettative) degli elettori francesi.

   Honni soit colui che contava su una vittoria di Marine Le Pen per fare aumentare le vendite del giornale su cui scrive e per dichiarare il crollo dell’Unione Europea. Tuttavia, un crollo, in verità, doppio, c’è stato e meriterà di essere esplorato anche con riferimento all’esito delle elezioni legislative di giugno: ex-gollisti e socialisti sono ridotti ai minimi termini anche se con Mélenchon stanno non pochi elettori socialisti.

   Uno dei pregi delle democrazie è che la storia (oops, dovrei scrivere “narrazione”?) non finisce -lo sa persino Fukuyama autore di alcuni bei libri proprio sulle democrazie- e che le democrazie e, persino (sic) gli elettorati continuano a imparare. Marine Le Pen ha annunciato che mira a conquistare la maggioranza parlamentare. Non ci riuscirà. Il doppio turno in collegi uninominali, che non è affatto un ballottaggio, come leggo sul “Corriere della Sera” 25 aprile, p. 3, offre a Mélenchon l’opportunità di “trattare” con Macron a sua volta obbligato a trovare accordi più a sinistra che al centro. Presto, avremo la possibilità di contare quei voti tenendo conto delle mosse e delle strategie politiche formulate per conquistarli e combinarli. Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è, come scrisse più di 50 anni fa Domenico Fisichella, un grande dispensatore di opportunità politiche, ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo.

Pubblicato il 25 aprile 2022 su Formiche.net

VIDEO Semipresidenzialismo, doppio turno, leadership politica liberal-riformista: che invidia, la Francia! @WarRoomCisnetto #TraScienzaePolitica @UtetLibri

Se a Roma ci fosse un Macron

Enrico Cisnetto ne discute con Sandro Gozi, Eurodeputato Renew Europe e Segretario Generale Partito Democratico Europeo, Marc Lazar, Presidente School of Government Luiss – Roma, Professore di Storia e Sociologia Politica Istituto Sciences Po – Parigi e Gianfranco Pasquino, Professore emerito Scienza Politica Università Bologna, autore di “Tra scienza e politica. Un’autobiografia” (UTET)

21 aprile 2022

GUARDA QUI IL VIDEO INTEGRALE DELLA PUNTATA

Non è vero che il sistema francese premia gli estremisti @DomaniGiornale

Sono un estimatore nella sua interezza del sistema semipresidenziale francese della Quinta Repubblica. Ha efficacemente portato la Francia fuori dalla palude (l’espressione è di Maurice Duverger) garantendo governabilità e alternanza. La sua validità è testimoniata anche dalla diffusione che il modello complessivo, con pochi adattamenti, ha avuto dal Portogallo a Taiwan, dalla Polonia ad alcuni stati africani. Pour cause. Naturalmente, è possibile riscontrare qualche inconveniente, discutibile, cioè da sottoporre a discussione, ma bisogna saperlo fare con le opportune osservazioni “sistemiche”. Vale a dire che ciascuna componente del sistema deve essere vista e valutata, correttamente definita, nell’ambito complessivo del semipresidenzialismo. Ho l’impressione che Carlo Trigilia (“Domani”, 13 aprile) sia scivolato in un serio fraintendimento guardando al sistema elettorale maggioritario a doppio turno per, alla fine, liquidarlo come inadeguato in sé e ancor più per l’Italia. Un conto è l’elezione del Presidente della Repubblica, un conto alquanto diverso è l’elezione dell’Assemblea nazionale. Sempre di doppio turno si tratta, ma quello per la Presidenza è un doppio turno tecnicamente “chiuso”: al secondo turno, correttamente definito ballottaggio, accedono solo i primi due candidati. Qui non è possibile fare nessun discorso sulla (dis)proporzionalità dell’esito. Piuttosto, è molto probabile che entrambi i candidati cercheranno di offrire il massimo di rappresentanza politica all’elettorato, pur sapendo di avere dei limiti. Alla fine, il vittorioso dichiarerà inevitabilmente che intende rappresentare tutti i suoi concittadini, essere il “loro” Presidente e toccherà agli studiosi, all’opinione pubblica, all’opposizione valutare se, come e quanto saprà tenere fede alla promessa.

   Il doppio turno per l’elezione dell’Assemblea nazionale è “aperto”, vale a dire possono accedere al secondo turno tutti i candidati che hanno superato una soglia predeterminata, nel caso francese, almeno il 12,5 per cento dei voti degli aventi diritto. La soglia è alta; è stata spesso messa in discussione; sono state esplorate alternative, ma nata come 5 per cento, arrivata al 12,5, là è rimasta. Sicuramente e inevitabilmente, sovrarappresenta i partiti grandi (premio di “grandezza” non distante, ma molto diverso da un premio di maggioranza) rendendo difficilissima la vita dei partiti piccoli e sottorappresentando quelli che si collocano alle estreme dello schieramento partitico che in Francia e non solo va da destra e sinistra e viceversa. Non è affatto vero che questo doppio turno premia gli estremisti, come sembra sostenere e temere Trigilia. Al contrario, serve proprio per scoraggiarli e sottorappresentarli a meno che godano di un elevato e diffuso consenso nel qual caso, però, democraticamente vincono il dovuto.    Riferirsi al successo “presidenziale” di Mélenchon e ai voti di Zemmour per sostenere che la polarizzazione è uno degli effetti deprecabili del doppio turno è semplicemente sbagliato, anche perché il doppio turno, che sarà un ballottaggio, li ha esclusi. Semmai, si potrebbe deprecare che la vittoria di Macron o di Le Pen dipenda dai voti di quegli specifici elettori etichettati come estremisti. Pronti, non tutti, lo sappiamo, ad entrare nell’arena del ballottaggio, saranno costretti a scegliere una candidatura meno estrema di quella votata al primo turno. Incidentalmente, rispetto alle elezioni del 2017, non c’è dubbio che Marine Le Pen si è deliberatamente “moderata” per conquistare voti gollisti insoddisfatti dalla républicaine Valérie Pécresse. Insomma, le critiche di Trigilia sono fuori bersaglio.  

Pubblicato il 15 aprile 2022 su Domani

Temo la rielezione anche quando (com) porta un buon Presidente @formichenews

Il professore emerito di Scienza Politica scrive al neo eletto Capo dello Stato: nella rielezione c’è una torsione non tanto personalistica, ma di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, e la convinzione da parte dei cittadini che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando

Caro Presidente Mattarella,

congratulazioni. La ri-elezione è un meritato premio al tuo settennato che, però, sarà opportuno rivisitarlo anche per imparare non tanto dagli errori, ma dalle soluzioni date, non solo da te, ai problemi. Il problema, non esclusivamente personale, che mi sono subito posto è: ti ho frainteso quando, sembra quattordici volte, hai dichiarato la tua indisponibilità ad accettare la rielezione per ragioni personali, ma anche per, forse più importanti, valutazioni istituzionali? Sette anni, e quali anni!, sono lunghi, faticosi, anche dolorosi, estenuanti. Quattordici anni non violano la lettera della Costituzione, ma lo spirito con tutta probabilità sì. Quindi, apprezzo la tua assunzione di responsabilità/doveri in quella che i partiti in Parlamento hanno finalmente dimostrato essere in maniera lampante una crisi di sistema, ma una domanda mi preoccupa fortemente. La tua rielezione è una soluzione, o almeno un inizio, alla crisi di sistema oppure rischia di approfondirla, di farla esplodere con esiti imprevedibili e incontrollabili? Davvero il sistema politico italiano non ha alternative alla Presidenza Mattarella (e al capo del governo Draghi)? Siamo appesi a due sole personalità sia pure di grande prestigio di enorme autorevolezza, stimabilissimi e stimatissimi? In Italia non esistono altre personalità in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cominciare dalla presidenza della Repubblica? Fra i nomi che sono circolati almeno cinque, a mio parere, hanno diversamente qualità che li rendono presidenziabili.

   Il futuro mi preoccupa, e sapendone molto meno di te, addirittura penso che tu sia ancora più preoccupato di me. La mal posta euforia dei dirigenti dei partiti, ad eccezione di Giorgia Meloni, giustamente critica, nasconde la loro provata e flagrante inadeguatezza. Hai risolto per loro un problema sistemico o la tua rielezione è soltanto un modo di posticipare, rimandare, prorogare? Quel problema, forse aggravato, non si ripresenterà fra sette anni –se non anche prima, ma tutto ti suggerirei meno considerare il tuo mandato rinnovato soltanto per il tempo che vorrai tu.

   Per usare il politichese, non mi appassiono al semipresidenzialismo, meno che mai a quello de facto, né al presidenzialismo, meno che mai quando viene tirato fuori dal cappello da chi ha avuto la grande occasione delle riforme costituzionali e l’ha clamorosamente sprecata. Però, mi chiedo nelle ore convulse che hanno preceduto la tua rielezione hai potuto riflettere quale torsione personalistica ne derivi? Non tanto, ma anche in termini di aspettative, “tocca al Presidente affrontare le sfide”, ma in termini di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, nonché soprattutto di crescita fra gli elettori dell’opinione, sbagliata e densa di pericolose implicazioni, che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando. So che dovrei concludere non soltanto formulando i migliori auguri per il settennato 2022-2029, che non sia seguito da un’altra rielezione …, ma dicendo più o meno ipocritamente, “spero di sbagliarmi”. Tuttavia, la mia speranza è poca cosa, molto piccolina rispetto ai miei timori.  

Pubblicato il 30 gennaio 2022 su formiche.net

Democrazia Futura. Draghi Presidente. Da Palazzo Chigi al Quirinale a quali condizioni? @Key4biz #Quirinale22

L’elezione per il Colle e la tentazione di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica senza uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Le riflessioni di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

Mai nella storia delle dodici elezioni presidenziali italiane un Presidente del Consiglio è passato da Palazzo Chigi al Quirinale diventando Presidente della Repubblica. Nulla osta a questa transizione, ma è opportuno valutarne le premesse, le implicazioni, le conseguenze. Con tutta probabilità, Mario Draghi non sta ragionando in termini di pur legittime ambizioni personali. La sua riflessione si basa sulla necessità/desiderio di portare a realizzazione completa con successo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Rimanendo a Palazzo Chigi riuscirà a ottenere l’esito voluto entro il marzo 2023 oppure rischia di essere estromesso prima o comunque sostituito subito dopo le elezioni politiche del 2023 a compito non ancora soddisfacentemente adempiuto? In questo caso, potrebbe apparirgli preferibile accettare l’elezione alla presidenza nella consapevolezza che dal Colle sarà in grado di sovrintendere al PNRR anche grazie al suo enorme prestigio europeo. Quello che è certo è che non accetterebbe di essere eletto al Quirinale se gli si chiedesse in cambio lo scioglimento immediato del Parlamento (richiesta adombrata da Giorgia Meloni). Certo, il centro destra compatto potrebbe prendere l’iniziativa di votare il suo nome fin dalla prima votazione quasi obbligando quantomeno il Partito Democratico a convergere. Lo scioglimento del Parlamento sarebbe, però, la conseguenza quasi inevitabile dell’abbandono del governo ad opera della Lega e di Forza Italia. D’altronde, Draghi non potrebbe porre come condizione di una sua eventuale elezione alla Presidenza che i partiti dell’attuale coalizione gli consentano di scegliere e nominare il suo successore a Palazzo Chigi. Anzi, come Presidente avrebbe il dovere costituzionale di aprire le consultazioni nominando la persona suggeritagli dai capi dei partiti a condizione che il prescelto sia in grado di ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento. Sappiamo anche, lo ha detto il Presidente Mattarella ed è opinione diffusa a Bruxelles, che il potenziale capo del governo deve avere solide credenziali europeiste.

   Il Ministro leghista Giancarlo Giorgetti ha sostenuto che se Draghi nominasse il suo successore il sistema politico italiano entrerebbe in una situazione definibile come “semipresidenzialismo di fatto”. Fermo restando che nessuna elezione e nessuna carica sono tanto importanti da produrre di per sé un cambiamento nel modello di governo di qualsiasi sistema politico, meno che mai di una democrazia, sono in disaccordo con Giorgetti e ancora di più con i critici che l’hanno accusato di auspicare un qualche sovvertimento costituzionale. Il fatto è che il Presidente della Repubblica Draghi che nomina il Presidente del Consiglio è la procedura esplicitamente prevista nella Costituzione italiana all’art. 92. Quanto al Parlamento l’art. 88 ne consente lo scioglimento “sentiti” i Presidenti delle Camere i quali debbono comunicare al Presidente che non esiste più la possibilità di una maggioranza operativa in grado di sostenere l’attività del governo. Peraltro, come abbiamo imparato dai comportamenti di Scalfaro, che negò lo scioglimento richiesto da Berlusconi nel 1994 e da Prodi nel 1998, e di Napolitano, che non prese neppure in considerazione lo scioglimento nel novembre 2011 probabilmente gradito al Partito Democratico, il vero potere presidenziale consiste proprio nel non scioglimento del Parlamento obbligando i partiti a costruire un governo e a sostenerlo, obiettivi conseguiti in tutt’e tre i casi menzionati.

    Lungi dal configurare una situazione di semipresidenzialismo di fatto la dinamica costituzionale italiana rivela uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari: la flessibilità. Al contrario, il semipresidenzialismo, come lo conosciamo nella variante francese, è relativamente rigido. Ad esempio, il Presidente non può sciogliere il Parlamento se questi non ha compiuto almeno un anno di vita. Poi, lo può sciogliere giustificando la sua decisione con la necessità di assicurare il buon funzionamento degli organi costituzionali. Solo quando sa che nell’Assemblea Nazionale esiste una maggioranza a suo sostegno, il Presidente francese può nominare un Primo ministro di suo gradimento. Altrimenti, è costretto ad accettare come Primo ministro chi ha una maggioranza parlamentare. Questa situazione, nota come coabitazione, si è manifestata in tutta evidenza nel periodo 1997-2002: il socialista Lionel Jospin Primo ministro, il gollista Jacques Chirac Presidente della Repubblica. Ipotizzo che, parlando di semipresidenzialismo di fatto, Giorgetti pensasse alla fattispecie di un Primo ministro che diventa Presidente della Repubblica. Certo quasi tutti i Primi ministri francesi hanno intrattenuto questa aspirazione e alcuni, pochissimi (Pompidou e Chirac) hanno potuto soddisfarla. Troppo pochi per farne un tratto distintivo del semipresidenzialismo.

   In conclusione, non credo che il tormentato dibattito italiano sia effettivamente arrivato alle soglie del semipresidenzialismo, modello complesso che richiederebbe anche una apposita legge elettorale. Temo, invece, che confuse, ripetute e prolungate votazioni parlamentari per il prossimo Presidente della Repubblica finiscano per dare fiato ai terribili semplificatori che vorrebbero l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana senza avere uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Esito: confusione de facto. Con un po’ di retorica concluderò che non è questo che ci chiede l’Europa.  

Pubblicato il 23 gennaio 2022 su Key4biz

Ora i partiti si ribellano al consenso per Draghi @DomaniGiornale

Caro Mario Draghi,

un po’ lo sapevamo che eri bravo, anzi, super, un po’ lo speravamo. Finora ci è andata bene e siamo soddisfatti. Tuttavia, ci sembra che nelle ultime tre/quattro settimane tu stia un po’ esagerando. Non soltanto ci hai messi molto in ombra con il tuo consenso sempre intorno al 60 per cento degli italiani, mentre noi siamo sostanzialmente bloccati, quasi congelati. Addirittura, nella conferenza stampa di fine anno ci hai molto e più volte ringraziato, facendo calorosi apprezzamenti anche al Parlamento, e ti sei sottilmente candidato alla Presidenza della Repubblica, rassicurandoci. Un “nonno al servizio delle istituzioni” non farà del male a nessuno. Coccolerà i cittadini e terrà in grande considerazione il Parlamento e i partiti. Cominciamo a temerti e pensiamo che non sarà così. Frettolosamente criticato, il Ministro Giorgetti aveva previsto, non è chiaro se con timore o con speranza, l’avvento di un semipresidenzialismo di fatto. Insomma che tu andassi al Quirinale subito pronto a nominare il tuo successore a Palazzo Chigi quasi fosse un semplice, affidabile esecutore delle politiche da te impostate da portare a compimento. Cinquantuno obiettivi già raggiunti sono un bilancio, per quanto provvisorio, davvero lusinghiero. Sì, è vero che hai detto di condividerlo “con le forze politiche e con il Parlamento”, ma non sembra che né i giornalisti né i cittadini la pensino come te. Il merito, anche sull’onda del profluvio di elogi che vengono dall’Europa (ma chi ha detto che “The Economist” ne sa più di noi e ha sempre ragione?), sembra andare quasi esclusivamente a te, alla tua enorme competenza, al tuo gradissimo prestigio, alla tua visione. In larga misura, la maggioranza di noi condivide questi apprezzamenti, che, purtroppo, non si riverberano sul nostro rispettivo consenso misurato dai sondaggi e dalle opinioni espresse dai commentatori dei giornaloni e giornalini italiani. Qualcuno sembra essersi finalmente accorto che il tuo modo di governare non è così nuovo: un governo che introduce molti decreti e chiede tanti voti di fiducia si pone in continuità con i suoi meno apprezzati predecessori. Altri, poi, magari in maniera non del tutto convincente, vedono e denunciano una forte compressione del ruolo del Parlamento, quel Parlamento che, certo già di suo potrebbe organizzarsi meglio, ma che tu lodi perché non ti intralcia. In quel Parlamento, nelle commissioni parlamentari stanno i nostri rappresentanti, debitamente, anche se malamente (per colpa di una pessima legge elettorale) eletti, i quali dovranno poi in qualche modo rispondere ai loro/nostri elettori. Dunque, per noi è venuto il momento di prendere qualche distanza da te e di mostrare agli elettori (e ai commentatori) che contiamo. Vogliamo chiamarlo il ritorno della democrazia che segna i confini dell’attività della tecnocrazia? L’etichetta c’interessa poco. Vorremmo più visibilità e più potere non necessariamente contro di te, ma dimostrando che anche noi sappiamo scegliere e decidere. Auguri. Firmato I partiti.

Pubblicato il 29 dicembre 2021 su Domani

L’ossessione per la scelta diretta dei presidenti @DomaniGiornale

Ancora una volta dalle pagine del “Corriere” giunge una lezione di politica e di democrazia che non ha nessun fondamento nella teoria e nella pratica proprio delle democrazie. Paolo Mieli ci aveva già raccontato, senza nessun riscontro empirico, che l’alternanza è la norma nelle democrazie occidentali e che, in assenza di alternanza, l’Italia è destinata a restare nel caos.

Per lo più, invece, nelle democrazie europee assistiamo, con l’eccezione della Gran Bretagna, non alla sostituzione in toto di un governo ad opera di una opposizione, ma alla ridefinizione, uno o due partiti escono, uno entra, della coalizione di governo. Così sta avvenendo in Germania.

Adesso Mieli sostiene, forse addirittura invoca, ispirato, ma non so quanto sostenuto, dal vescovo Ambrogio, l’elezione popolare diretta dei capi di governo e dei capi di Stato.

Nelle democrazie parlamentari, tali sono tutti i sistemi politici dell’Europa occidentale, nessun Primo ministro/Cancelliere è mai stato eletto dal “popolo”, per molte buone ragioni a cominciare dal consentire cambi di persone e cariche in caso di necessità senza tornare alle urne. Quanto ai capi di Stato, mi limito a ricordare che in Europa occidentale esistono otto monarchie (Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda , Norvegia, Spagna e Svezia) nelle quali, naturalmente, non c’è nessun bisogno di nessuna elezione.

Nulla osta a proporre il cambiamento della forma di governo italiana da parlamentare a presidenziale o semipresidenziale, sapendo che esistono differenze profonde fra questi due modelli. Sapendo anche che l’elezione popolare diretta apre la strada a outsider che, da Trump a, ipoteticamente, Zemmour, non sembrano costruttori di buona politica.

Secondo Mieli, dare la parola al popolo nel silenzio dei “presidenziabili” italiani ri-avvicinerebbe gli italiani alla politica. Dalle pagine del Corriere qualsiasi lettore può notare che da qualche mese i “presidenziabili” parlano, eccome. Alcuni di loro sono frequenti ospiti di programmi televisivi nei quali presentano libri e raccontano storie. Insomma, le informazioni circolano e, comunque, nessuno di coloro che ha raggiunto la più alta carica della Repubblica italiana era uno sconosciuto, privo di carriera politica e biografia professionali.

Il “direttismo”, come lo definì Giovanni Sartori, a lungo editorialista del Corriere, non migliora necessariamente la politica. A riportare gli italiani alle urne e a riavvicinarli alla politica, dalla quale espressioni come “casta” e “razza poltrona” contribuiscono a demotivarli e a confermarli nei loro pregiudizi, debbono essere i partiti, magari con una legge elettorale, ne esistono diverse, che garantisca competizione e elimini la cooptazione. Nel frattempo, sono molto fiducioso che per riavvicinare i cattolici alla politica e per fuoruscire dalle “vie tortuose e imperscrutabili” dei Conclavi, ma anche dalla tutt’altro che democratica acclamazione, Papa Francesco stia formulando le regole affinché il suo successore sia eletto direttamente dal popolo cattolico.

Pubblicato il 21 novembre 2021 su Domani

Sul semipresidenzialismo: un dialoghetto urgente e pressante @C_dellaCultura

Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore

Apprendista: Come un fulmine nel ciel sereno (sic) della politica italiana, il Ministro leghista Giancarlo Giorgetti ha evocato il “semipresidenzialismo de facto”. Nel profluvio di interpretazioni, che mi sono per lo più parse piuttosto disinformate, mi piacerebbe sentire la sua.

Professore: Rispondo, anzitutto, sul “de facto” poiché purtroppo ho fatto un frettoloso tweet definendo l’idea del presidenzialismo de facto “abbastanza eversiva”. Uscire dalla democrazia parlamentare italiana per praticare un semipresidenzialismo non tradotto in norme costituzionali è, tecnicamente, una “eversione” della nostra Costituzione. A mente più fredda, sono giunto alla conclusione che Giorgetti non suggeriva l’eversione, ma indicava una soluzione secondo lui possibile e auspicabile: Draghi Presidente della Repubblica che si nomina un Primo ministro suo agente in Parlamento. Può succedere, fermo restando che il Parlamento manterrebbe il potere di sfiduciare il capo del governo e il Presidente quello di sciogliere il Parlamento, anzi, addirittura di minacciarne anticipatamente lo scioglimento. Nel circuito istituzionale del semipresidenzialismo tutto questo è possibile. Legittimo. Produttivo di conseguenze democratiche. Poi, per il semipresidenzialismo de jure ci vorrebbe, ovviamente, una seria e complessa riforma della Costituzione.

A: Poiché ho letto “attribuzioni” di paternità che non mi sono parse convincenti, ricominciamo da capo. Chi ha dato vita alla parola e alla pratica del semipresidenzialismo?

P: Padri della terminologia, non sono stati, come hanno scritto troppi commentatori, né il Gen. De Gaulle né il giurista Maurice Duverger. Il fondatore della Quinta Repubblica era interessato ad un regime che si basasse sul potere costituzionale del Presidente della Repubblica a scapito di quello politico dei partiti. Duverger combattè e perse la sua battaglia a favore dell’elezione popolare diretta del Primo ministro (sì, se le suona qualcosa in testa è giusto così). Solo diversi anni dopo giunse a teorizzarne la validità e l’efficacia (A New Political System Model: Semi-Presidential Government, giugno 1980). In effetti, il termine fu coniato in un articolo pubblicato l’8 gennaio 1959 da Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano “Le Monde”, che voleva criticare l’accentramento di potere nelle mani del Presidente (de Gaulle). In parte, Beuve-Méry aveva ragione, ma era proprio quell’accentramento che de Gaulle voleva e aveva chiesto ai suoi consiglieri giuridici a cominciare da Michel Debré che diventò il primo Primo Ministro della Quinta Repubblica. Lo ottenne. Poi si riscontrò che il semipresidenzialismo gode anche di una buona dose di flessibilità.

A: È vero che esisteva un precedente esempio di semipresidenzialismo finito tragicamente e quindi non menzionabile?

P: Verissimo. La Costituzione della Repubblica di Weimar (1919-1933) aveva disegnato proprio una forma di governo semipresidenziale. Non è inconcepibile che i giuristi intorno a de Gaulle e il grande sociologo Raymond Aron che avevano studiato in Germania in quegli anni ne siano stati più o meno inconsapevolmente influenzati. Solo molto tempo dopo una studiosa USA, Cindy Skach, ha scritto un bel libro mettendo convincentemente le istituzioni di Weimar in collegamento con quelle della Quinta Repubblica (Borrowing Constitutional Designs: Constitutional Law in Weimar Germany and the French Fifth Republic, Princeton University Press, 2005). La vera grande differenza fra Weimar e la Quinta Repubblica è che nella prima fu utilizzata una legge elettorale proporzionale che consentiva/facilitava la frammentazione del sistema dei partiti, mentre in Francia funziona un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che premia le posizioni moderate e incentiva la formazione di coalizioni.

A: Forse è il momento per definire esattamente cos’è una forma di governo semipresidenziale.

P: Fermo restando, naturalmente, che saprei proporre una definizione con parole mie, ubi maior minor cessat. Quindi, cedo la parola a Giovanni Sartori che individua cinque caratteristiche:

i) il capo dello Stato (il presidente) è eletto con voto popolare –direttamente o indirettamente—per un periodo prestabilito;

ii) il capo dello Stato condivide il potere esecutivo con un primo ministro, entrando così a far parte di una struttura ad autorità duale i cui tre criteri definitori sono:

iii) il presidente è indipendente dal Parlamento, ma non gli è concesso di governare da solo o direttamente; le sue direttive devono pertanto essere accolte e mediate dal suo governo;

iv) specularmente, il primo ministro e il suo gabinetto sono indipendenti nella misura nella quale sono dipendenti dal parlamento e cioè in quanto sono soggetti sia alla fiducia sia alla sfiducia parlamentare (o a entrambe), e in quanto necessitano del sostegno di una maggioranza parlamentare;

v) la struttura ad autorità duale del semi-presidenzialismo consente diversi equilibri e anche mutevoli assetti di potere all’interno dell’esecutivo, purché sussista sempre l’ “autonomia potenziale” di ciascuna unità o componente dell’esecutivo. (Ingegneria costituzionale comparata, il Mulino 2000, pp. 146-147)

Farei un’unica, importante aggiunta: il Presidente può sciogliere il Parlamento quasi a suo piacere (in generale lo motiva con la necessità del buon funzionamento degli organismi costituzionali, ma la tipologia degli scioglimenti può essere alquanto varia e variegata) purché quel Parlamento abbia almeno un anno di vita.

A: Abitualmente chi parla di semipresidenzialismo si riferisce (quasi) esclusivamente alla Quinta Repubblica francese, spesso, per lo più, in maniera critica e per sostenere che non è appropriato per la Repubblica italiana. Ciononostante, il semipresidenzialismo si è “affacciato” anche in Italia, giusto?

P: Proprio così. Altro che affacciarsi, il semipresidenzialismo irruppe nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema quando nel giugno del 1998 i rappresentanti della Lega riuscirono a farlo votare più per affondare la Commissione che per convinzione. Nel dibattito accademico (che non vuole dire soltanto “ininfluente”), Sartori lo appoggiò sempre. Personalmente anch’io sono favorevole, “non da oggi”. Rimando al mio capitolo nel libro che contiene anche capitoli di Stefano Ceccanti e Oreste Massari, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee (il Mulino 1996). Le critiche sono tante, troppe per poterle citare, ripetitive e faziose, per lo più inadeguate dal punto di vista della “verità effettuale”. Insomma, molto si può dire del semipresidenzialismo, ma considerarlo il prodromo di qualche scivolamento irreversibile nell’autoritarismo mi pare francamente improponibile. Qui, poi, si misura anche il provincialismo di molti giuristi italiani e dei commentatori che vi si affidano che sembrano credere che il semipresidenzialismo esista soltanto in Francia.

A: “Provincialismo” è una critica che lei rivolge spesso ai giuristi italiani, ma in questo caso come la sostanzierebbe?

P: Mai domanda fu più facile. In maniera sferzante Sartori rimanderebbe tutti alle bibliografie internazionali che elencano numerosi titoli dedicati alle forme di governo semipresidenziali esistenti in molte parti del mondo: dall’Europa dell’Est a, comprensibilmente, non pochi paesi dell’Africa francofona, a Taiwan che mi pare un caso molto interessante e istruttivo. In estrema sintesi, alcuni studenti taiwanesi a Parigi quando venne creata la Quinta Repubblica ne apprezzarono l’assetto istituzionale e lo importarono in patria. Con notevole successo. Su tutto questo si vedano l volumi curati da Lucio Pegoraro e Angelo Rinella, Semipresidenzialismi, CEDAM 1997, e da Robert Elgie e Sophia Moestrup, Semi-presidentialism outside Europe, Routledge 2007.

A: Insomma, a sentire lei tutto andrebbe splendidamente nel semipresidenzialismo, saremmo nel migliore dei mondi possibili, appropriatamente, insieme al francese Candide. Però, a lungo proprio in Francia vi furono voci critiche e una ventina d’anni fa venne introdotta una riforma piuttosto incisiva Dunque?

P: Credo sia interessante ricordare che il primo cattivissimo critico della Quinta Repubblica, con lui tutta la sinistra, fu François Mitterrand nel suo libro Le coup d’État permanent (1964). Eletto Presidente nel 1981, dichiarò memorabilmente: “Les institutions n’étaient pas faites à mon intention. Mais elles sont bien faites pour moi”. Le critiche più frequenti hanno riguardato il fenomeno della cohabitation: il Presidente di una parte politica, la maggioranza parlamentare di un’altra parte, spesso proprio quella opposta. Sicuramente, de Gaulle non avrebbe gradito, ma lo scioglimento del Parlamento che i Presidenti possono imporre dopo un anno di vita del Parlamento, è lo strumento con il quale tentare di uscire dalla cohabitation. Fu così nel 1981 e nel 1988. Comunque, se quando c’è governo diviso negli USA ne segue uno stallo nel quale non riescono a governare né il Presidente né il Congresso, nei casi di coabitazione governa il Primo ministro (fu così anche nella lunga 1997-2002 coabitazione fra il Presidente gollista Jacques Chirac e il Primo ministro socialista Lionel Jospin) che ha una maggioranza parlamentare consapevole che, creando difficoltà al “suo” Primo ministro, correrebbe il rischio dello scioglimento del Parlamento. Per porre fine all’eventualità della coabitazione Chirac e Jospin si accordarono su una riforma che non sarebbe certamente stata gradita a de Gaulle: riduzione della durata del mandato presidenziale da sette a cinque anni, elezioni presidenziali da tenersi prima di quelle legislative contando sulla propensione dell’elettorato a dare una maggioranza al Presidente appena eletto. Finora ha funzionato con soddisfazione di coloro che credono che la coabitazione è sempre un problema. La mia valutazione è diversa, ma ne discuteremo in altra sede. Mi limito a suggerire di pensare ad una coabitazione fra Draghi Presidente della Repubblica e Meloni Presidente del Consiglio. Meglio, certamente, dell’instabilità dei governi italiani e della creazione di maggioranze extra-large. Ciò detto, il discorso sul semipresidenzialismo non finisce qui, ma mi pare di averne almeno messo in chiaro gli assi portanti.

Pubblicato il 8 novembre 2021 su casadellacultura.it

Qualcosa che so sul semipresidenzialismo. Scrive Pasquino @formichenews

In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Il termine non fu coniato da de Gaulle, uomo di sostanza, e neppure da Maurice Duverger. Il giurista e politologo francese, favorevole all’elezione popolare diretta del Primo ministro, per uscire dalla palude parlamentare, fu un fiero oppositore (di de Gaulle e) del semipresidenzialismo. Poi, forse anche perché si accorse che funzionava alla grande, ne divenne il “teorico” e l’aedo. A inventare il termine fu, con un editoriale pubblicato l’8 gennaio 1959, Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano Le Monde. Molto critico di de Gaulle, affermò che al Generale non era neanche riuscito di arrivare al presidenzialismo, solo ad un quasi presidenzialismo, per l’appunto semipresidenzialismo. In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante.

Ne era esistito un precedente troppo a lungo trascurato: la Repubblica di Weimar (1919-1933). La sua triste traiettoria e la sua tragica fine non ne facevano un esempio da recuperare. Il fatto è che Weimar crollò per ragioni internazionali e nient’affatto essenzialmente a causa del suo sistema elettorale proporzionale. Ad ogni buon conto de Gaulle volle e ottenne un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che spinge all’aggregazione delle preferenze laddove le leggi elettorali proporzionali consentono (non necessariamente producono) la disgregazione delle preferenze e la frammentazione del sistema dei partiti.

Il ministro leghista Giorgetti prevede, auspica, apprezzerebbe un semipresidenzialismo de facto. Nella sua visione, una volta eletto alla Presidenza della Repubblica Mario Draghi continuerebbe a guidare il “convoglio” delle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza attraverso un presidente del Consiglio di sua fiducia da lui nominato. Ho sbagliato a criticare la visione di Giorgetti, formulata con molte buone intenzioni. Potrebbe anche essere effettivamente l’esito che si produrrà. Naturalmente, il Parlamento italiano manterrà pur sempre la facoltà di sfiduciare il capo del governo scelto da Draghi, obbligandolo a nuove e diverse nomine. Vado oltre poiché rimane del tutto possibile che con elezioni anticipate oppure alla scadenza naturale della legislatura, marzo 2023, il centro-destra ottenga la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e rivendichi giustamente la carica di presidente del Consiglio.

Al proposito, i critici del semipresidenzialismo leverebbero altissimi lamenti contro la coabitazione fra Draghi e chi il centrodestra gli proporrebbe e giustamente vorrebbe fosse nominato. In Francia nessuna coabitazione, ce ne sono state quattro, ha prodotto lacerazioni politiche e costituzionali. Mi si consenta di essere assolutamente curioso delle modalità con le quali si svilupperebbe una coabitazione fra Mario Draghi e Giorgia Meloni.

P.S. Dei comportamenti semipresidenzialisti de facto di Napolitano (con Monti) e di Mattarella (con Draghi) scriverò un’altra volta. Sì, è una minaccia.

Pubblicato il 7 novembre 2021 su formiche.net

Sulla Presidenza della Repubblica Italiana. Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore #CasadellaCultura @C_dellaCultura

A: Che non si debba parlare dei nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla data dell’elezione sta scritto nella Costituzione italiana? O dove?

P: Da nessuna parte, neanche nel dibattito alla Costituente qualcuno si chiese se ci fosse un tempo per tacere e un tempo per parlare di nomi. Nomi se ne sono sempre fatti in anticipo, talvolta per bruciarli talvolta come ballons d’essai, per testarne le probabilità di (in)successo. In qualche caso, per esempio, nel 1992, Andreotti non nascose la sua intenzione, mentre Craxi si interrogava se per la sua strategia non sarebbe stato preferibile eleggere Arnaldo Forlani al Quirinale. Poi andò molto diversamente con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e il pentapartito venne sepolto sotto il muro di Berlino anche grazie a Mani Pulite e ai referendum del 1993, soprattutto quello elettorale.

A: Nelle altre democrazie parlamentari la discussione sui nomi dei possibili Presidenti è frequente, diffusa, intensa, paragonabile a quella italiana?

P: La risposta è sorprendente. Un buon numero di democrazie parlamentari europee non hanno nessun problema. Infatti, sono –a partire dalla Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Spagna, Lussemburgo- monarchie. In alcune, Austria, Finlandia, Portogallo, il Presidente della Repubblica viene eletto dagli elettori. Rimangono, la Germania e la Grecia nelle quali è il Parlamento che elegge il Presidente. In Germania senza tensioni, ma con un accordo, sempre rispettato, fra i due grandi partiti. Eletto nel 2017, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier è stato voluto dalla democristiana Angela Merkel. In Grecia è richiesta una maggioranza qualificata a scalare fino alla quinta votazione nella quale è sufficiente la maggioranza relativa. Naturalmente, i nomi circolano un po’ dappertutto, ma senza i recenti eccessi italiani quando ci si è finalmente resi conto che il Presidente della Repubblica gode di notevoli poteri istituzionali e politici. Può essere, nel bene e nel male, un protagonista. Sarebbe, dunque, un contributo utile al dibattito pubblico se i nomi dei candidabili fossero fatti circolare e discussi senza ipocrisie e manipolazioni.

A: Non sono al corrente di autocandidature, ma esistono o sono esistiti criteri utili per scremare il campo dei “pretendenti”?

P: A lungo, grazie al democristiano De Gasperi che nel 1948 fermamente volle il liberale Luigi Einaudi alla Presidenza, il criterio, non formalizzato, ma operativo fu quello dell’alternanza. Ad un Presidente non democristiano seguiva un Presidente democristiano (il candidato che riusciva a sopravvivere alle lotte fra le correnti DC). Il non-democristiano era espresso da uno dei partiti alleati al governo con la DC, prima i liberali: Einaudi (1948-1955); poi i socialdemocratici: Saragat (1964-1971); poi i socialisti: Pertini (1978-1985). Dopo l’89 questo criterio risulta inapplicabile per la scomparsa dei protagonisti. Permane, o almeno così può sembrare, il criterio di un certo distacco del candidato dalla politica attiva di partito. Così è stato per Scalfaro, per Ciampi, per Napolitano e anche per Mattarella. Per tutti ha contato positivamente anche una esperienza istituzionale più o meno lunga e non controversa.

A: Sbaglio se rilevo che nessuno dei menzionati aveva cariche di governo o di partito al momento della sua elezione?

P: Tutt’altro, questa “fuoruscita” dalla politica attiva è stata considerata positivamente, garanzia di non partigianeria, di disponibilità a mettersi super partes ovvero, come disse brutalmente e memorabilmente Napolitano, di essere sì, di parte, ma dalla parte della Costituzione. Contro Aldo Moro nel 1971 fu La Malfa soprattutto a fare valere l’argomento del suo visibile impegno politico ancora evidentemente operante. Se Draghi fosse eletto al Quirinale risulterebbe il primo a passare senza soluzione di continuità da una carica di governo al vertice dello Stato. Certo, questa transizione sarebbe pur sempre mitigata dal suo non avere avuto una carriera politica e non essere il dirigente di un partito.

A: Dovremmo, però, temere che questa (ir)resistibile ascesa di Mario Draghi comporti, come ha segnalato il Ministro Giancarlo Giorgetti, l’irruzione nella Repubblica italiana di un semipresidenzialismo de facto?

P: Anche in questo caso la stupirò, cara Apprendista. Semipresidenzialismo c’è quando il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dagli elettori, che non sarebbe comunque il caso italiano) nomina il Capo del governo che deve, comunque, godere di una maggioranza parlamentare che, come minimo, non gli si oppone, non lo contrasta. Una situazione simile esiste già anche nella Repubblica italiana attuale con una differenza rilevante: il Presidente nomina la personalità che gli è stata suggerita dai segretari dei partiti che la sosterranno nell’azione di governo. Nel caso di Draghi è lecito chiedersi se il suo nome sia emerso dai partiti oppure sia stato proposto dal Presidente Mattarella a quei partiti. Non approfondisco tranne una sottolineatura: i Presidenti della Repubblica italiana godono, se li sanno esercitare, di notevoli poteri istituzionali (e politici). Colgo, da parte di alcuni candidati che già corrono, la volontà di procedere alla rassicurante (per i capi dei partiti) disponibilità ad accettare, comunque a tenere in grandissimo conto, le preferenze che quei capi vorranno esprimere. Insomma, non è alle viste uno Scalfaro che seppe dire no no tanto a Berlusconi quanto a Prodi né un Napolitano che non sciolse il Parlamento nel novembre 2011 e nominò Monti Presidente del Consiglio.

A: Eppure, se ricordo correttamente, lo spazio affinché i Presidenti sviluppino un’azione autonoma nei limiti abbastanza ampi e flessibili, del dettato costituzionale, ci sono eccome. Lei, Professore, li ha addirittura variamente teorizzati.

P: Sì. Con riferimento ai poteri del Presidente e alla loro possibile utilizzazione ho formulato e variamente applicato la “teoria della fisarmonica” la cui fonte iniziale è stata l’immaginazione costituzionale di Giuliano Amato, che non ricorda più dove, ma in un conferenza, e quando. In estrema sintesi, tutta mia, ma discussa con Amato, la gamma dei poteri presidenziali contenuti nella Costituzione è molto ampia. La sua utilizzazione concreta dipende dalla personalità del Presidente, dalla sua competenza istituzionale e dalla sua biografia politica (e professionale). Dipende soprattutto dalla forza dei partiti, quelli che lo hanno eletto, e del sistema dei partiti. Quella gamma di poteri è assimilabile a una fisarmonica. Se i partiti sono deboli e il Presidente sa come suonarla, la fisarmonica giunge alla sua massima estensione. Quando i partiti sono forti non consentiranno al Presidente di aprire la fisarmonica e di suonare quello che vuole, anche se lo spartito rimane comunque quello inscritto nella Costituzione. Non so quanto nei suoi dieci mesi di governo Draghi abbia imparato che gli sia di aiuto nello suonare la fisarmonica dell’ampia gamma di poteri presidenziali. Peraltro, lo vedremmo fin dall’impegnativo debutto quando dovrà nominare il Presidente del Consiglio in sua sostituzione.

A: Siamo allo snodo definitivo. Al di là delle ambizioni personali e delle preferenze particolaristiche, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere la candidatura migliore, magari con il concorso dell’opinione pubblica?

P: la Presidenza della Repubblica non può essere il premio alla carriera politica di nessuno. Non deve neanche essere il risarcimento per carriere politiche passate. Non è la carica da attribuire per qualche considerazione di gender parity. Non è qualcosa da scambiare: elezione in cambio di scioglimento del Parlamento, uno scambio indecente che immediatamente scalfirebbe autorevolezza e prestigio del Presidente appena eletto. Al Quirinale deve andare chi rappresenta al meglio “l’unità nazionale”, chi offre la garanzia di tenere la Costituzione come stella polare del suo mandato, chi ha dato prova di europeismo de facto, in pratica. Su questi elementi è giusto aprire la conversazione democratica-istituzionale. Farà bene alla politica.

Bologna 5 novembre 2021

Pubblicato il 5 novembre 2021 su casadellacultura.it