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Sul semipresidenzialismo: un dialoghetto urgente e pressante @C_dellaCultura


Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore
Apprendista: Come un fulmine nel ciel sereno (sic) della politica italiana, il Ministro leghista Giancarlo Giorgetti ha evocato il “semipresidenzialismo de facto”. Nel profluvio di interpretazioni, che mi sono per lo più parse piuttosto disinformate, mi piacerebbe sentire la sua.
Professore: Rispondo, anzitutto, sul “de facto” poiché purtroppo ho fatto un frettoloso tweet definendo l’idea del presidenzialismo de facto “abbastanza eversiva”. Uscire dalla democrazia parlamentare italiana per praticare un semipresidenzialismo non tradotto in norme costituzionali è, tecnicamente, una “eversione” della nostra Costituzione. A mente più fredda, sono giunto alla conclusione che Giorgetti non suggeriva l’eversione, ma indicava una soluzione secondo lui possibile e auspicabile: Draghi Presidente della Repubblica che si nomina un Primo ministro suo agente in Parlamento. Può succedere, fermo restando che il Parlamento manterrebbe il potere di sfiduciare il capo del governo e il Presidente quello di sciogliere il Parlamento, anzi, addirittura di minacciarne anticipatamente lo scioglimento. Nel circuito istituzionale del semipresidenzialismo tutto questo è possibile. Legittimo. Produttivo di conseguenze democratiche. Poi, per il semipresidenzialismo de jure ci vorrebbe, ovviamente, una seria e complessa riforma della Costituzione.
A: Poiché ho letto “attribuzioni” di paternità che non mi sono parse convincenti, ricominciamo da capo. Chi ha dato vita alla parola e alla pratica del semipresidenzialismo?
P: Padri della terminologia, non sono stati, come hanno scritto troppi commentatori, né il Gen. De Gaulle né il giurista Maurice Duverger. Il fondatore della Quinta Repubblica era interessato ad un regime che si basasse sul potere costituzionale del Presidente della Repubblica a scapito di quello politico dei partiti. Duverger combattè e perse la sua battaglia a favore dell’elezione popolare diretta del Primo ministro (sì, se le suona qualcosa in testa è giusto così). Solo diversi anni dopo giunse a teorizzarne la validità e l’efficacia (A New Political System Model: Semi-Presidential Government, giugno 1980). In effetti, il termine fu coniato in un articolo pubblicato l’8 gennaio 1959 da Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano “Le Monde”, che voleva criticare l’accentramento di potere nelle mani del Presidente (de Gaulle). In parte, Beuve-Méry aveva ragione, ma era proprio quell’accentramento che de Gaulle voleva e aveva chiesto ai suoi consiglieri giuridici a cominciare da Michel Debré che diventò il primo Primo Ministro della Quinta Repubblica. Lo ottenne. Poi si riscontrò che il semipresidenzialismo gode anche di una buona dose di flessibilità.
A: È vero che esisteva un precedente esempio di semipresidenzialismo finito tragicamente e quindi non menzionabile?
P: Verissimo. La Costituzione della Repubblica di Weimar (1919-1933) aveva disegnato proprio una forma di governo semipresidenziale. Non è inconcepibile che i giuristi intorno a de Gaulle e il grande sociologo Raymond Aron che avevano studiato in Germania in quegli anni ne siano stati più o meno inconsapevolmente influenzati. Solo molto tempo dopo una studiosa USA, Cindy Skach, ha scritto un bel libro mettendo convincentemente le istituzioni di Weimar in collegamento con quelle della Quinta Repubblica (Borrowing Constitutional Designs: Constitutional Law in Weimar Germany and the French Fifth Republic, Princeton University Press, 2005). La vera grande differenza fra Weimar e la Quinta Repubblica è che nella prima fu utilizzata una legge elettorale proporzionale che consentiva/facilitava la frammentazione del sistema dei partiti, mentre in Francia funziona un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che premia le posizioni moderate e incentiva la formazione di coalizioni.
A: Forse è il momento per definire esattamente cos’è una forma di governo semipresidenziale.
P: Fermo restando, naturalmente, che saprei proporre una definizione con parole mie, ubi maior minor cessat. Quindi, cedo la parola a Giovanni Sartori che individua cinque caratteristiche:
i) il capo dello Stato (il presidente) è eletto con voto popolare –direttamente o indirettamente—per un periodo prestabilito;
ii) il capo dello Stato condivide il potere esecutivo con un primo ministro, entrando così a far parte di una struttura ad autorità duale i cui tre criteri definitori sono:
iii) il presidente è indipendente dal Parlamento, ma non gli è concesso di governare da solo o direttamente; le sue direttive devono pertanto essere accolte e mediate dal suo governo;
iv) specularmente, il primo ministro e il suo gabinetto sono indipendenti nella misura nella quale sono dipendenti dal parlamento e cioè in quanto sono soggetti sia alla fiducia sia alla sfiducia parlamentare (o a entrambe), e in quanto necessitano del sostegno di una maggioranza parlamentare;
v) la struttura ad autorità duale del semi-presidenzialismo consente diversi equilibri e anche mutevoli assetti di potere all’interno dell’esecutivo, purché sussista sempre l’ “autonomia potenziale” di ciascuna unità o componente dell’esecutivo. (Ingegneria costituzionale comparata, il Mulino 2000, pp. 146-147)
Farei un’unica, importante aggiunta: il Presidente può sciogliere il Parlamento quasi a suo piacere (in generale lo motiva con la necessità del buon funzionamento degli organismi costituzionali, ma la tipologia degli scioglimenti può essere alquanto varia e variegata) purché quel Parlamento abbia almeno un anno di vita.
A: Abitualmente chi parla di semipresidenzialismo si riferisce (quasi) esclusivamente alla Quinta Repubblica francese, spesso, per lo più, in maniera critica e per sostenere che non è appropriato per la Repubblica italiana. Ciononostante, il semipresidenzialismo si è “affacciato” anche in Italia, giusto?
P: Proprio così. Altro che affacciarsi, il semipresidenzialismo irruppe nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema quando nel giugno del 1998 i rappresentanti della Lega riuscirono a farlo votare più per affondare la Commissione che per convinzione. Nel dibattito accademico (che non vuole dire soltanto “ininfluente”), Sartori lo appoggiò sempre. Personalmente anch’io sono favorevole, “non da oggi”. Rimando al mio capitolo nel libro che contiene anche capitoli di Stefano Ceccanti e Oreste Massari, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee (il Mulino 1996). Le critiche sono tante, troppe per poterle citare, ripetitive e faziose, per lo più inadeguate dal punto di vista della “verità effettuale”. Insomma, molto si può dire del semipresidenzialismo, ma considerarlo il prodromo di qualche scivolamento irreversibile nell’autoritarismo mi pare francamente improponibile. Qui, poi, si misura anche il provincialismo di molti giuristi italiani e dei commentatori che vi si affidano che sembrano credere che il semipresidenzialismo esista soltanto in Francia.
A: “Provincialismo” è una critica che lei rivolge spesso ai giuristi italiani, ma in questo caso come la sostanzierebbe?
P: Mai domanda fu più facile. In maniera sferzante Sartori rimanderebbe tutti alle bibliografie internazionali che elencano numerosi titoli dedicati alle forme di governo semipresidenziali esistenti in molte parti del mondo: dall’Europa dell’Est a, comprensibilmente, non pochi paesi dell’Africa francofona, a Taiwan che mi pare un caso molto interessante e istruttivo. In estrema sintesi, alcuni studenti taiwanesi a Parigi quando venne creata la Quinta Repubblica ne apprezzarono l’assetto istituzionale e lo importarono in patria. Con notevole successo. Su tutto questo si vedano l volumi curati da Lucio Pegoraro e Angelo Rinella, Semipresidenzialismi, CEDAM 1997, e da Robert Elgie e Sophia Moestrup, Semi-presidentialism outside Europe, Routledge 2007.
A: Insomma, a sentire lei tutto andrebbe splendidamente nel semipresidenzialismo, saremmo nel migliore dei mondi possibili, appropriatamente, insieme al francese Candide. Però, a lungo proprio in Francia vi furono voci critiche e una ventina d’anni fa venne introdotta una riforma piuttosto incisiva Dunque?
P: Credo sia interessante ricordare che il primo cattivissimo critico della Quinta Repubblica, con lui tutta la sinistra, fu François Mitterrand nel suo libro Le coup d’État permanent (1964). Eletto Presidente nel 1981, dichiarò memorabilmente: “Les institutions n’étaient pas faites à mon intention. Mais elles sont bien faites pour moi”. Le critiche più frequenti hanno riguardato il fenomeno della cohabitation: il Presidente di una parte politica, la maggioranza parlamentare di un’altra parte, spesso proprio quella opposta. Sicuramente, de Gaulle non avrebbe gradito, ma lo scioglimento del Parlamento che i Presidenti possono imporre dopo un anno di vita del Parlamento, è lo strumento con il quale tentare di uscire dalla cohabitation. Fu così nel 1981 e nel 1988. Comunque, se quando c’è governo diviso negli USA ne segue uno stallo nel quale non riescono a governare né il Presidente né il Congresso, nei casi di coabitazione governa il Primo ministro (fu così anche nella lunga 1997-2002 coabitazione fra il Presidente gollista Jacques Chirac e il Primo ministro socialista Lionel Jospin) che ha una maggioranza parlamentare consapevole che, creando difficoltà al “suo” Primo ministro, correrebbe il rischio dello scioglimento del Parlamento. Per porre fine all’eventualità della coabitazione Chirac e Jospin si accordarono su una riforma che non sarebbe certamente stata gradita a de Gaulle: riduzione della durata del mandato presidenziale da sette a cinque anni, elezioni presidenziali da tenersi prima di quelle legislative contando sulla propensione dell’elettorato a dare una maggioranza al Presidente appena eletto. Finora ha funzionato con soddisfazione di coloro che credono che la coabitazione è sempre un problema. La mia valutazione è diversa, ma ne discuteremo in altra sede. Mi limito a suggerire di pensare ad una coabitazione fra Draghi Presidente della Repubblica e Meloni Presidente del Consiglio. Meglio, certamente, dell’instabilità dei governi italiani e della creazione di maggioranze extra-large. Ciò detto, il discorso sul semipresidenzialismo non finisce qui, ma mi pare di averne almeno messo in chiaro gli assi portanti.
Pubblicato il 8 novembre 2021 su casadellacultura.it
Qualcosa che so sul semipresidenzialismo. Scrive Pasquino @formichenews


In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Il termine non fu coniato da de Gaulle, uomo di sostanza, e neppure da Maurice Duverger. Il giurista e politologo francese, favorevole all’elezione popolare diretta del Primo ministro, per uscire dalla palude parlamentare, fu un fiero oppositore (di de Gaulle e) del semipresidenzialismo. Poi, forse anche perché si accorse che funzionava alla grande, ne divenne il “teorico” e l’aedo. A inventare il termine fu, con un editoriale pubblicato l’8 gennaio 1959, Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano Le Monde. Molto critico di de Gaulle, affermò che al Generale non era neanche riuscito di arrivare al presidenzialismo, solo ad un quasi presidenzialismo, per l’appunto semipresidenzialismo. In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante.
Ne era esistito un precedente troppo a lungo trascurato: la Repubblica di Weimar (1919-1933). La sua triste traiettoria e la sua tragica fine non ne facevano un esempio da recuperare. Il fatto è che Weimar crollò per ragioni internazionali e nient’affatto essenzialmente a causa del suo sistema elettorale proporzionale. Ad ogni buon conto de Gaulle volle e ottenne un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che spinge all’aggregazione delle preferenze laddove le leggi elettorali proporzionali consentono (non necessariamente producono) la disgregazione delle preferenze e la frammentazione del sistema dei partiti.
Il ministro leghista Giorgetti prevede, auspica, apprezzerebbe un semipresidenzialismo de facto. Nella sua visione, una volta eletto alla Presidenza della Repubblica Mario Draghi continuerebbe a guidare il “convoglio” delle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza attraverso un presidente del Consiglio di sua fiducia da lui nominato. Ho sbagliato a criticare la visione di Giorgetti, formulata con molte buone intenzioni. Potrebbe anche essere effettivamente l’esito che si produrrà. Naturalmente, il Parlamento italiano manterrà pur sempre la facoltà di sfiduciare il capo del governo scelto da Draghi, obbligandolo a nuove e diverse nomine. Vado oltre poiché rimane del tutto possibile che con elezioni anticipate oppure alla scadenza naturale della legislatura, marzo 2023, il centro-destra ottenga la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e rivendichi giustamente la carica di presidente del Consiglio.
Al proposito, i critici del semipresidenzialismo leverebbero altissimi lamenti contro la coabitazione fra Draghi e chi il centrodestra gli proporrebbe e giustamente vorrebbe fosse nominato. In Francia nessuna coabitazione, ce ne sono state quattro, ha prodotto lacerazioni politiche e costituzionali. Mi si consenta di essere assolutamente curioso delle modalità con le quali si svilupperebbe una coabitazione fra Mario Draghi e Giorgia Meloni.
P.S. Dei comportamenti semipresidenzialisti de facto di Napolitano (con Monti) e di Mattarella (con Draghi) scriverò un’altra volta. Sì, è una minaccia.
Pubblicato il 7 novembre 2021 su formiche.net
Sulla Presidenza della Repubblica Italiana. Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore #CasadellaCultura @C_dellaCultura


A: Che non si debba parlare dei nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla data dell’elezione sta scritto nella Costituzione italiana? O dove?
P: Da nessuna parte, neanche nel dibattito alla Costituente qualcuno si chiese se ci fosse un tempo per tacere e un tempo per parlare di nomi. Nomi se ne sono sempre fatti in anticipo, talvolta per bruciarli talvolta come ballons d’essai, per testarne le probabilità di (in)successo. In qualche caso, per esempio, nel 1992, Andreotti non nascose la sua intenzione, mentre Craxi si interrogava se per la sua strategia non sarebbe stato preferibile eleggere Arnaldo Forlani al Quirinale. Poi andò molto diversamente con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e il pentapartito venne sepolto sotto il muro di Berlino anche grazie a Mani Pulite e ai referendum del 1993, soprattutto quello elettorale.
A: Nelle altre democrazie parlamentari la discussione sui nomi dei possibili Presidenti è frequente, diffusa, intensa, paragonabile a quella italiana?
P: La risposta è sorprendente. Un buon numero di democrazie parlamentari europee non hanno nessun problema. Infatti, sono –a partire dalla Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Spagna, Lussemburgo- monarchie. In alcune, Austria, Finlandia, Portogallo, il Presidente della Repubblica viene eletto dagli elettori. Rimangono, la Germania e la Grecia nelle quali è il Parlamento che elegge il Presidente. In Germania senza tensioni, ma con un accordo, sempre rispettato, fra i due grandi partiti. Eletto nel 2017, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier è stato voluto dalla democristiana Angela Merkel. In Grecia è richiesta una maggioranza qualificata a scalare fino alla quinta votazione nella quale è sufficiente la maggioranza relativa. Naturalmente, i nomi circolano un po’ dappertutto, ma senza i recenti eccessi italiani quando ci si è finalmente resi conto che il Presidente della Repubblica gode di notevoli poteri istituzionali e politici. Può essere, nel bene e nel male, un protagonista. Sarebbe, dunque, un contributo utile al dibattito pubblico se i nomi dei candidabili fossero fatti circolare e discussi senza ipocrisie e manipolazioni.
A: Non sono al corrente di autocandidature, ma esistono o sono esistiti criteri utili per scremare il campo dei “pretendenti”?
P: A lungo, grazie al democristiano De Gasperi che nel 1948 fermamente volle il liberale Luigi Einaudi alla Presidenza, il criterio, non formalizzato, ma operativo fu quello dell’alternanza. Ad un Presidente non democristiano seguiva un Presidente democristiano (il candidato che riusciva a sopravvivere alle lotte fra le correnti DC). Il non-democristiano era espresso da uno dei partiti alleati al governo con la DC, prima i liberali: Einaudi (1948-1955); poi i socialdemocratici: Saragat (1964-1971); poi i socialisti: Pertini (1978-1985). Dopo l’89 questo criterio risulta inapplicabile per la scomparsa dei protagonisti. Permane, o almeno così può sembrare, il criterio di un certo distacco del candidato dalla politica attiva di partito. Così è stato per Scalfaro, per Ciampi, per Napolitano e anche per Mattarella. Per tutti ha contato positivamente anche una esperienza istituzionale più o meno lunga e non controversa.
A: Sbaglio se rilevo che nessuno dei menzionati aveva cariche di governo o di partito al momento della sua elezione?
P: Tutt’altro, questa “fuoruscita” dalla politica attiva è stata considerata positivamente, garanzia di non partigianeria, di disponibilità a mettersi super partes ovvero, come disse brutalmente e memorabilmente Napolitano, di essere sì, di parte, ma dalla parte della Costituzione. Contro Aldo Moro nel 1971 fu La Malfa soprattutto a fare valere l’argomento del suo visibile impegno politico ancora evidentemente operante. Se Draghi fosse eletto al Quirinale risulterebbe il primo a passare senza soluzione di continuità da una carica di governo al vertice dello Stato. Certo, questa transizione sarebbe pur sempre mitigata dal suo non avere avuto una carriera politica e non essere il dirigente di un partito.
A: Dovremmo, però, temere che questa (ir)resistibile ascesa di Mario Draghi comporti, come ha segnalato il Ministro Giancarlo Giorgetti, l’irruzione nella Repubblica italiana di un semipresidenzialismo de facto?
P: Anche in questo caso la stupirò, cara Apprendista. Semipresidenzialismo c’è quando il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dagli elettori, che non sarebbe comunque il caso italiano) nomina il Capo del governo che deve, comunque, godere di una maggioranza parlamentare che, come minimo, non gli si oppone, non lo contrasta. Una situazione simile esiste già anche nella Repubblica italiana attuale con una differenza rilevante: il Presidente nomina la personalità che gli è stata suggerita dai segretari dei partiti che la sosterranno nell’azione di governo. Nel caso di Draghi è lecito chiedersi se il suo nome sia emerso dai partiti oppure sia stato proposto dal Presidente Mattarella a quei partiti. Non approfondisco tranne una sottolineatura: i Presidenti della Repubblica italiana godono, se li sanno esercitare, di notevoli poteri istituzionali (e politici). Colgo, da parte di alcuni candidati che già corrono, la volontà di procedere alla rassicurante (per i capi dei partiti) disponibilità ad accettare, comunque a tenere in grandissimo conto, le preferenze che quei capi vorranno esprimere. Insomma, non è alle viste uno Scalfaro che seppe dire no no tanto a Berlusconi quanto a Prodi né un Napolitano che non sciolse il Parlamento nel novembre 2011 e nominò Monti Presidente del Consiglio.
A: Eppure, se ricordo correttamente, lo spazio affinché i Presidenti sviluppino un’azione autonoma nei limiti abbastanza ampi e flessibili, del dettato costituzionale, ci sono eccome. Lei, Professore, li ha addirittura variamente teorizzati.
P: Sì. Con riferimento ai poteri del Presidente e alla loro possibile utilizzazione ho formulato e variamente applicato la “teoria della fisarmonica” la cui fonte iniziale è stata l’immaginazione costituzionale di Giuliano Amato, che non ricorda più dove, ma in un conferenza, e quando. In estrema sintesi, tutta mia, ma discussa con Amato, la gamma dei poteri presidenziali contenuti nella Costituzione è molto ampia. La sua utilizzazione concreta dipende dalla personalità del Presidente, dalla sua competenza istituzionale e dalla sua biografia politica (e professionale). Dipende soprattutto dalla forza dei partiti, quelli che lo hanno eletto, e del sistema dei partiti. Quella gamma di poteri è assimilabile a una fisarmonica. Se i partiti sono deboli e il Presidente sa come suonarla, la fisarmonica giunge alla sua massima estensione. Quando i partiti sono forti non consentiranno al Presidente di aprire la fisarmonica e di suonare quello che vuole, anche se lo spartito rimane comunque quello inscritto nella Costituzione. Non so quanto nei suoi dieci mesi di governo Draghi abbia imparato che gli sia di aiuto nello suonare la fisarmonica dell’ampia gamma di poteri presidenziali. Peraltro, lo vedremmo fin dall’impegnativo debutto quando dovrà nominare il Presidente del Consiglio in sua sostituzione.
A: Siamo allo snodo definitivo. Al di là delle ambizioni personali e delle preferenze particolaristiche, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere la candidatura migliore, magari con il concorso dell’opinione pubblica?
P: la Presidenza della Repubblica non può essere il premio alla carriera politica di nessuno. Non deve neanche essere il risarcimento per carriere politiche passate. Non è la carica da attribuire per qualche considerazione di gender parity. Non è qualcosa da scambiare: elezione in cambio di scioglimento del Parlamento, uno scambio indecente che immediatamente scalfirebbe autorevolezza e prestigio del Presidente appena eletto. Al Quirinale deve andare chi rappresenta al meglio “l’unità nazionale”, chi offre la garanzia di tenere la Costituzione come stella polare del suo mandato, chi ha dato prova di europeismo de facto, in pratica. Su questi elementi è giusto aprire la conversazione democratica-istituzionale. Farà bene alla politica.
Bologna 5 novembre 2021
Pubblicato il 5 novembre 2021 su casadellacultura.it
Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.
Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).
La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.
Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici da loro variamente interpretate e criticate.
Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?
Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.
Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.
Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.
I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability
A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.
Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.
Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali
Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite, è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste.
La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.
La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).
La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.
I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni
Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.
Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.
Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.
È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.
Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.
L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?
Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.
A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:
- Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
- Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
- Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.
Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.
In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).
L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.
Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.
Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.
Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.
Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato, rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.
Note al testo
- Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino, “Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
- Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.
- Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz
Fratelli d’Italia sarebbe vittima delle riforme di Giorgia Meloni @DomaniGiornale


Forse lo sanno forse no forse preferiscono non pensarci, ma i dirigenti dei partiti e i parlamentari hanno molte gatte da pelare di qui alle elezioni politiche del marzo 2023, se arriveranno fino ad allora.
Tralasciando le elezioni amministrative i cui esiti non si preannunciano particolarmente dirompenti se non, in negativo, per il Movimento 5 Stelle, la vera svolta potrebbe/potrà essere l’elezione presidenziale. Anche se Stefano Feltri ha efficacemente argomentato le ragioni che consigliano l’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica, magari in seguito ad una convincente designazione ad opera del segretario del PD, è possibile che si pervenga ad uno stallo parlamentare. Se, oltre che prolungato, lo stallo sarà caratterizzato da qualche mercanteggiamento improprio, la richiesta dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana è destinata a tornare prepotentemente sulla scena politico-costituzionale.
Tradizionalmente, poiché, per lo più si dimentica o semplicemente non si sa che in Assemblea Costituente Piero Calamandrei propose una Repubblica presidenziale accompagnata da una solida rete di poteri locali, il presidenzialismo è associato con la destra. In questi anni, anche Berlusconi ha genericamente parlato di presidenzialismo, rivelando, fra l’altro, di non conoscere i guasti del governo diviso USA-style. Fra i politici e i giornalisti nostrani si è raramente manifestata una chiara distinzione concernente il presidenzialismo USA messo a confronto con il semipresidenzialismo francese. La stessa Meloni, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, dopo avere affermato che “il parlamentarismo all’italiana è diventato un pantano”, e che per questo “bisogna uscire dalla Repubblica parlamentare. Io sono per un sistema presidenziale”, ha sentito di dover precisare che “c’è una proposta di Fdi sul semipresidenzialismo alla francese”.
Non so a quale stadio si trovi la proposta di Fratelli d’Italia, ma certamente chi volesse uscire dal sistema parlamentare all’italiana, non sempre un pantano e migliorabile anche dall’interno, potrebbe opportunamente guardare alla Quinta Repubblica francese. Lo dovrebbe fare in modo particolare ricordando che la Quarta Repubblica fu il sistema politico-parlamentare più simile alla Repubblica italiana e l’allora unica Costituzione alla quale guardarono i Costituenti italiani. Nel contesto francese, fortemente voluta da de Gaulle, la Quinta Repubblica produsse un salto qualitativo notevolissimo. Fu e rimane accompagnata da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che ha ridimensionato il ruolo dei partiti, come desiderava de Gaulle, e messo al centro della rappresentanza politica i candidati, rarissimamente paracadutati, che diventano rappresentanti premurosi dei collegi nei quali vengono eletti.
Non so quanto Meloni vorrà puntare sulla sua proposta e sulla riforma elettorale adottando la legge francese. Se le circostanze le consentiranno o addirittura la incoraggeranno a procedere in tal senso, mi limito a sottolineare due elementi sistemici positivi che comportano un rischio per il partito di Giorgia Meloni. Il primo elemento positivo è che l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica implica la ristrutturazione bipolare di quel che resta del sistema partitico italiano. Dunque, dovrebbe essere sostenuta da tutti i bipolaristi del nostro stivale. Il secondo elemento, più visibilmente nei collegi uninominali, ma anche per l’elezione presidenziale, è che è necessario, quasi indispensabile costruire coalizioni prima del voto. Il rischio per Fratelli d’Italia è lo stesso che corre Marine Le Pen in Francia e che la ridimensiona costantemente. Al secondo turno i partiti estremi e le loro candidature vengono penalizzate dagli elettori. Lo scombussolamento successivo al mutamento del modello italiano di governo potrebbe, però, essere accompagnato dalla mitigazione di tutti gli estremisti. E sarebbe un bene.
Pubblicato il 8 settembre 2021 su Domani
Due e forse più cose che so sulle leggi elettorali @formichenews
Il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore, tra gli altri testi, di “I sistemi elettorali”, (Il Mulino, 2006)
No, non chiedete di sapere tutto sui sistemi elettorali. Soprattutto non chiedetelo né ai sedicenti riformatori elettorali né ai loro consulenti. Limitatevi ad alcuni pochi punti. Primo, a chi vi dice che non esiste legge elettorale perfetta rispondete subito che quell’affermazione è banale e persino un po’ manipolatoria. Per di più, cela il fatto che esistono alcuni sistemi elettorali che funzionano meglio, molto meglio di altri. Guardatevi intorno. Leggete qualche libro, almeno qualche articolo. Secondo, ricordate che nelle democrazie parlamentari, in TUTTE le democrazie parlamentari, le leggi elettorali servono a eleggere un Parlamento, mai un governo. Il pregio delle democrazie parlamentari è la loro flessibilità proprio per quanto riguarda il governo. Nasce in Parlamento, si trasforma, cade, può essere ricostituito. Terzo, eleggere un parlamento è operazione diversa dall’eleggere un sindaco o un presidente di regione. Dimenticate lo slogan “sindaco d’Italia”. Chi vuole il presidenzialismo oppure il semipresidenzialismo lo argomenti e lo proponga. Poi, comunque, dovrà anche suggerire una legge elettorale decente.
Leggi decenti e talvolta, anche buone possono essere sia maggioritarie sia proporzionali. Qui: Tradurre voti in seggi in maniera informata, efficace e incisiva. Si può, si deve, Lezione n 1 del Video Corso Il racconto della politica, Casa della Cultura di Milano agosto 2018, segnalo gli elementi essenziali da conoscere. Il plurale è d’obbligo poiché esistono interessanti varianti sia delle leggi maggioritarie sia, ancor più, delle leggi proporzionali. Un punto, però, deve essere chiarito subito –mi piacerebbe scrivere per sempre, ma con i riformatori/manipolatori italiani nulla può mai darsi assodato e accertato per sempre: i premi di maggioranza di qualsiasi entità e comunque congegnati non consentono di definire maggioritaria quella legge elettorale. Semmai, bisognerebbe parlare di sistema misto a prevalenza proporzionale o maggioritaria.
Mi affretto ad aggiungere che il doppio turno di coalizione non soltanto è una proposta pasticciata e pasticciante, ma non ha praticamente nulla in comune con il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali di tipo francese. Il doppio turno chiuso ovvero riservato a due soli candidati si chiama ballottaggio. Il doppio turno “aperto” ha clausole che lo disciplinano e che consentono operazioni politiche brillanti fra le quali desistenze, che servono ad accordi di governo, e “insistenze” che misurano la forza di candidati e di partiti e che testimoniano qualcosa (non posso essere più preciso).
Last but not least, il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Quando, per di più, i candidati/le candidate sono paracadutati in liste bloccate e con la possibilità di essere presentati in più collegi, la rappresentanza politica (che, comunque, richiede un discorso più ampio che ricomprenderebbe il non-vincolo di mandato e il non-limite ai mandati) non sarà sicuramente buona. La coda è tutta italiana.
Come si fa a scrivere una legge elettorale senza sapere quanti rappresentanti dovranno essere eletti: 200 o 315 senatori; 400 o 630 deputati. Se il referendum chiesto dalla Lega portasse a un ripristino del numero attuale dei parlamentari, qualsiasi legge elettorale nel frattempo elaborata dovrebbe essere riscritta e non sarebbe un’operazione semplice. Fin qui le mie proteste. La proposta è che si scelga fra il maggioritario francese con pochissimi adattamenti e senza nessun “diritto” (?) di tribuna e la proporzionale personalizzata (si chiama così) tedesca senza nessun ritocco, meno che mai la riduzione della clausola nazionale del 5 per cento per accedere al Parlamento. Dunque, non finisce qui.
Pubblicato il 18 dicembre 2019 si formiche.net
No alle “riformette”, sì al semipresidenzialismo
Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti Giugno 2016
Professor Pasquino, nel suo “La Costituzione in trenta lezioni” (Utet, 2016) lei sostiene che la riforma del Senato peggiora l’esistente perché porta a un bicameralismo «sicuramente imperfetto e squilibrato». E, in alternativa, indica come esempio da seguire quello del Bundesrat tedesco. Quali sono gli elementi di questa riforma che non la convincono?
La riforma del Senato nasce da due motivazioni: 1) accarezzare l’antipolitica riducendo il numero dei parlamentari e le relative nient’affatto ingenti “spese”; 2) togliere al Senato il potere di votare o no la fiducia al governo per ovviare all’inconveniente causato nelle elezioni del febbraio 2013 dalla legge elettorale (una maggioranza chiara alla Camera, frutto del premio di maggioranza, e una situazione di stallo al Senato, ndr). Sono motivazioni occasionali e deteriori che, infatti, non hanno nulla a che vedere con la creazione convinta e pensata di una Camera delle autonomie né con il miglior funzionamento del sistema politico.
Per spendere meno si poteva procedere ad una riduzione equilibrata del numero dei senatori e dei deputati. Per evitare il rischio delle due maggioranze, bastava ritoccare la vigente legge elettorale oppure, molto meglio, scrivere una legge elettorale del tutto diversa (l’Italicum è poco diversa dal Porcellum: un porcellinum). La nuova Camera delle autonomie assomiglia al Senato francese che funziona poco e male e che De Gaulle avrebbe già voluto abolire nel 1969. Avrebbe dovuto invece imitare il Bundesrat: 69 rappresentanti (enorme risparmio), nominati (senza giochini di scambi) dalle maggioranze che hanno vinto le elezioni in ciascun Land, con poteri forti e chiari sulle materie di loro competenza. Era anche possibile abolirlo del tutto, il Senato, per non farne un pasticcetto di 21 sindaci e 74 (“dopolavoristi” o “doppiolavoristi”) nominati dalle Regioni con – incredibile – cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, immagino per imperscrutabili meriti regionalisti e federalisti. Questo Senato di cento rappresentanti variamente nominati contribuirebbe alle riforme costituzionali e a eleggere due giudici costituzionali (seicentotrenta deputati, figliocci di un dio minore, ne eleggerebbero tre: quale squilibrio!). Della legislazione condivisa, concorrente, esclusiva non dico nulla. Rimando agli inevitabili conflitti fra le Regioni, il loro Senato, la Camera e il Governo.
In merito al referendum costituzionale di ottobre, lei insiste molto sul “no al plebiscito”. Qualora però si riuscisse a votare su quesiti diversi, i suoi sarebbero comunque tutti dei “no” oppure vi sono alcuni punti positivi nel ddl Boschi?
L’unico punto accettabile è l’abolizione del Cnel (che avevo proposto trent’anni fa). Brutta è anche la nuova regolamentazione dei referendum. Renzi e Boschi non hanno la minima idea di come si possa costruire una “democrazia partecipata”. Di tutta la batteria di soluzioni praticabili hanno scelto soltanto qualche elemento che attiene alle firme e alla validità delle votazioni nei referendum. Non hanno saputo né voluto in nessun modo incoraggiare e agevolare la crescita di una società civile attiva. Già, loro sono per la democrazia decidente, subito applaudita, ma non chiarita, dai loro costituzionalisti di corte.
Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, verrebbe meno il “combinato disposto” delle due riforme: in tal caso, si attenuerebbe il suo giudizio negativo sulle modifiche costituzionali?
La auspicabile bocciatura dell’Italicum in qualche modo incide sulla riforma costituzionale? Difficile a dirsi, perché il tratto distintivo della riforma elettorale e delle deformazioni costituzionali è dato dal loro essere slegate, fatte senza nessuna visione sistemica, abborracciate. Semmai, la bocciatura delle deformazioni costituzionali obbligherebbe a riscrivere la legge elettorale. Sarebbe una grande occasione benefica per ripensare tutto. Per chiedersi se la legge elettorale serve a eleggere un Governo o a eleggere i rappresentanti del popolo.
Ha sottolineato più volte come essere contrari al ddl Boschi non significhi essere contrari a priori a qualsiasi modifica della Costituzione. A suo giudizio, quali riforme sarebbero necessarie?
Le mie proposte, piccole e grandi, di riforma sono limpidamente presentate e argomentate nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi, Milano 2015). Sono a favore di una Repubblica semi-presidenziale sul modello francese come si è venuta definendo dal 1958 ad oggi. È difficile negare che la IV Repubblica francese sia stata la democrazia parlamentare più simile a quella della Repubblica italiana e che la V Repubblica abbia costituito un enorme salto di qualità. Dopo settant’anni di vita democratica, tutt’altro che disprezzabile, ma che avrebbe potuto certamente essere migliore, se si cambia bisogna essere audaci, esigenti, sistemici. È indispensabile cambiare molto, se non tutto l’impianto costituzionale per rompere le incrostazioni e per ricominciare la competizione politica non con vantaggi di posizione (e di opposizione), ma con opportunità e rischi per tutti. Soprattutto, bisogna dare più potere politico e elettorale ai cittadini. La riforma semipresidenziale si può fare chiamando il bluff di Berlusconi, che si è spesso espresso a favore di un presidenzialismo che non sa definire. Molte riformette di vario tipo si possono fare, ma se non si va molto oltre la democrazia parlamentare classica, allora i giocatori (partiti e gruppi) impiomberanno quelle riformette. Meglio, sempre, guardare al di là delle Alpi.
Pubblicato il 26 maggio 2016 su confronti.net
La Presidente che vorrei
Si fa presto a dire che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe (potrebbe) essere una donna. Per quel che mi riguarda (e che, ovviamente, non ha un’enorme influenza), l’ho detto e scritto e mi sono attivato fin dal 1999. Allora, cresciuta prepotentemente nell’opinione pubblica la candidatura di Emma Bonino, fu il segretario dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni a contrastarla stilando un elenco di caratteristiche, peraltro, ampiamente condivisibili, del futuro Presidente che servirono all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al primo turno di votazioni. Quando è Napolitano che auspica che sia giunto il momento di una donna al Quirinale, la prima tentazione è di chiedergli “fuori il nome” (o i nomi). Subito dopo, però, il segnale che si coglie nelle parole del Presidente è che, forse, ha l’impressione che l’opera delle riforme elettorali e costituzionali alle quali aveva collegato la accettazione della sua rielezione sia oramai sufficientemente avanzata da potere lasciare la carica. A me non pare che sia così, ma lo vedremo nei prossimi mesi.
Più chiaro è, invece, che il governo ha di fronte a sé, senza necessità di nessun aiutino dal Presidente, una buona fase di stabilità, vera e solida premessa della sostenibilità della sua azione riformatrice nel tempo. Addirittura, la coalizione di governo avrebbe anche i numeri per eleggere a maggioranza assoluta il prossimo, pardon, la prossima Presidente della Repubblica. Naturalmente, avendo molti dei grandi elettori (i segretari dei partiti) e dei non così piccoli elettori (i parlamentari e i rappresentanti delle regioni) acquisito la consapevolezza che non è sufficiente individuare un nome, neppure, anzi, tantomeno, se rappresenta uno schieramento politico, diventa decisivo presentare candidature precise e argomentarne le qualità. Parlare di abbassamento dell’età (riforma costituzionale non fulminea) per ampliare la platea delle donne (immagino “politiche”) che abbiano i titoli per quella carica elude i veri problemi. Mi piacerebbe rilanciare con l’elezione popolare diretta della prossima Presidente che consentirebbe a candidate coraggiose di confrontarsi fra loro e con gli elettori. Se si procedesse nella direzione del semipresidenzialismo, l’elezione diretta spalancherebbe larghe finestre di opportunità . In alternativa, ovvero rimanendo nell’ambito del parlamentarismo classico all’italiana, mi parrebbe essenziale procedere a un ampio dibattito sulle qualità presidenziali delle candidate.
Probabilmente, le dimensioni della vittoria “europea” del Partito Democratico di Renzi hanno chiuso la quasi ventennale fase in cui il Presidente della Repubblica si è spesso trovato a dovere effettivamente scegliere il Presidente del Consiglio con riferimento alla coalizione che garantisse di durare in carica almeno per un po’ di tempo. Ciò rilevato, non mancheranno alla prossima Presidente molti prevedibili problemi per la soluzione dei quali saranno indispensabili alcune qualità politiche pregresse già dimostrate. Dovrà sapere attentamente rilevare eventuali elementi di incostituzionalità nei disegni di legge governativi e in quelli approvati, magari fin troppo in fretta, dal Parlamento. Dovrà tenere in grande conto le eventuali obiezioni dell’opposizione ad azioni disinvolte di un governo e di governanti che si sentano fin troppo sicuri di un mandato popolare ampio. Dovrà procedere a molte nomine di grande rilievo: dai giudici costituzionali ai senatori nella nuova versione del Senato delineata da Renzi. Infine, perché così sta scritto nella Costituzione e così deve, ne sono convinto, continuare a essere, dovrà rappresentare davvero “l’unità nazionale” (art. 87). Non essere faziosa, parziale, “divisiva”. Soltanto se avrà queste qualità riuscirà anche ad esercitare quel modico tasso di moral suasion che serve a temperare e a conciliare conflitti e tensioni comunque inevitabili. Sono certo che, con molta calma, non soltanto, come ha fatto fino ad ora, con la sua azione, anche il Presidente Napolitano saprà arricchire con sagge parole il kit delle qualità richieste alla prossima Presidente della Repubblica. Avremo, allora, un’elezione/successione presidenziale relativamente facile e sicuramente utile per i cittadini e per il sistema politico.
Pubblicato sabato 31 maggio 2014
Anno che va, problemi che restano
Un vecchio, non grande, ma grandissimo, e un giovane, la cui grandezza comincerà a misurarsi nel 2014 hanno dominato l’anno che si chiude.
Un Presidente della Repubblica, già entrato nella storia, non foss’altro che per la sua non voluta e non cercata rielezione senza precedenti, ma anche per la sua impressionante presenza sulla scena istituzionale e politica di un paese ripiegato su se stesso, sui suoi particolarismi, populismi, affarismi e individualismi d’accatto, ha dominato e, mi auguro, continuerà a dominare la politica italiana.
A fronte dei sopracitati deterior(at)issimi “ismi”, le domande da porsi sono essenzialmente due.
Primo, quando il Presidente interventista, a parole “parlamentarista”, prenderà atto che questa sua Repubblica è da tempo arrivata sulla soglia del semipresidenzialismo alla francese? Che, insomma, se il Presidente della Repubblica fa e disfa i governi, allora è opportuno che sia l’elettorato a dargli un mandato pieno a operare in quel modo?
Seconda domanda, se il sistema politico vive appeso alla salute e, aggiungo, all’umore, che appare sempre più di irritazione, di un uomo molto anziano, quanto potrà durare, quando quell’uomo manderà tutti a farsi benedire? Dove sta il successore (la donna so chi è! però, lo sanno tutti)? Una ragione in più per andare verso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica Italiana.
Non basteranno neppure le benedizioni del Papa venuto quasi dalla fine del mondo a salvare un’Italia arrivata quasi alla fine della sua Repubblica, ma non della sua democrazia (che, per ragioni varie, non tutte imperscrutabili, per esempio, il sostegno dell’Unione Europea, tiene, seppur malamente).
Non basteranno le intemerate del giovane segretario del Partito Democratico il quale ha già comunque il merito storico di avere sbaraccato una classe dirigente comunista giunta al capolinea almeno dieci anni fa.
Non basterà una nuova imprecisata, qualche volta plagiata, legge elettorale. Non basterà il Mattarellum con un premio di maggioranza che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale nella sua entità.
Sbarazzino è il segretario Renzi, ma non può sbarazzare il campo della vecchia politica senza essere preciso e coerente nelle sue proposte istituzionali e nelle sue alleanze prossime venture. Per fortuna che il Renzi ha allargato il suo orizzonte fino al 2018. Resta da vedere se, terminata l’effervescenza dell’elezione con percentuali persino troppo elevate, saprà organizzare la sua politica, conducendo una sana guerra di trincea (e di gazebos per tutte le cariche) magari fino alla discussione di una cultura politica all’altezza dei migliori partner e partiti progressisti europei.
Nel frattempo, sullo sfondo, smacchiati i giaguari e tacitate le pitonesse, rinchiusi falchi e falchetti, continuo a sentire con fastidio un rumore, confuso, sgraziato, assordante di grilli e grillini. Sono convinto che diventeranno afoni a forza di gridare “Vaffa”, “vaffa” (che educatamente ricambio), ma alcuni dei problemi che hanno sollevato dovranno pure essere affrontati e risolti. Buon 2013.




