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“Si rischia una deriva confusionaria”; Pasquino boccia le riforme del Governo
di Alessandro Francini per alessandrianews.it
ALESSANDRIA – Il professor Gianfranco Pasquino è un vero e proprio fiume in piena. La sua critica alle contraddizioni legate alle (poche) riforme già attuate dal Governo Renzi e a quelle in programma è appassionata e viscerale.
Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica e politologo di fama internazionale, è stato ospite ieri sera, giovedì 26 marzo, dell’associazione Cultura e Sviluppo in qualità di relatore del convegno organizzato per il ciclo dei “Giovedì Culturali”. Obiettivo dell’incontro un’analisi approfondita sull’effettiva utilità delle nuove riforme istituzionali e costituzionali stabilite e discusse negli ultimi mesi di governo, argomento trattato da Pasquino nel suo ultimo libro “Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate” (UBE 2015).
Una delle frasi spesso ripetute dal Presidente del Consiglio durante le prime settimane del suo insediamento è stata “questo sarà il Governo del fare”; non sempre però “fare” è sinonimo di “costruire”, perlomeno costruire qualcosa di realmente valido. Pasquino esprime chiaramente il suo giudizio sull’attuale azione di governo; “il Presidente del Consiglio e il Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi non hanno alcuna visione complessiva; hanno semplicemente deciso che le riforme devono essere fatte in fretta e che le loro sono le uniche riforme possibili” dichiara il politologo. Un atteggiamento che per buona parte delle opposizioni sta assumento contorni antidemocratici; il professore in questo caso getta acqua sul fuoco affermando che non pensa sussista il pericolo “di derive autoritarie. Penso però che agli elettori vengano dette molte stupidaggini. Il Paese è in balìa di una gran confusione e una grande incompetenza”.
Sul fronte riforme, a detta dei renziani, prima di Renzi il nulla. Su questo argomento il professor Pasquino ha molto da obiettare. “Non è vero che il trent’anni non è stata fatta alcuna riforma. Per esempio nel ’93 abbiamo avuto il Mattarellum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e di quattro ministeri; è stata inoltre fatta una buona legge sull’elezione diretta del sindaco, dei presidenti delle province e dei consigli comunali e provinciali. Nel 2001 sono state attuate importanti riforme del Titolo V sul rapporto tra Stato e Regioni; nel ’95 il Porcellum. Renzi – continua Pasquino – in più di un anno non ha ancora fatto la nuova riforma elettorale”. Le riforme, quindi, negli ultimi venti anni non sono certo mancate, il problema è che erano quasi tutte sbagliate.
Tra le riforme annunciate dal Governo spicca quella del bicameralismo. Certamente 945 parlamentari sono troppi, ma il nuovo Senato disegnato da Matteo Renzi al professor Pasquino non piace per niente; “se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali mantenere in carica i cinque senatori a vita non servirà a nulla. Perché, inoltre, sono previsti solo 21 rappresentanti dei sindaci? Con quali criteri verranno scelti?”. Anche per ciò che riguarda i rappresentanti delle Regioni scelti dai vari Consigli Regionali il giudizio di Gianfranco Pasquino è assai critico; “non è forse vero che la classe politica regionale è da almeno dieci anni la più screditata del Paese? E dovremmo consentirle di nominare 74 senatori? Questa è sicuramente una riforma che non andava presa in considerazione, almeno non in questo modo” spiega il professore.
Mattarellum, Porcellume e ora, o meglio, prossimamente, Italicum. La nuova legge elettorale, che secondo quanto dichiarato da Renzi verrà presentata a brevissimo, manterrà i capilista bloccati e ciò potrebbe portare ad un Parlamento composto per più di un terzo da deputati selezionati dalle segreterie di partito. “L’Italicum varia di pochissimo rispetto al Porcellum. Inoltre i capilista non rappresenteranno il collegio – sostiene Pasquino – dovrebbe quindi essere introdotto il requisito di residenza nel collegio in cui si è candidati. I capilista bloccati non garantiscono affatto la rappresentanza del collegio”. Una legge elettorale che in sostanza porterebbe all’abolizione delle coalizioni per premiare liste e partiti; peccato che in quasi tutta Europa siano presenti governi di coalizione; “non è un caso – spiega il professore – ma è una scelta. In primo luogo perché una coalizione interpreta meglio l’elettorato di un Paese e poi perché rappresentanza e moderazione sono le caratteristiche fondanti dei governi di coalizione”. Con questo sistema il partito che vince le elezioni può andare alla Camera beneficiando della maggioranza assoluta, potendo fare il bello e il cattivo tempo nella sostanza indisturbato.
In conclusione il professor Pasquino dipinge un quadro a tinte fosche, affermando che “per governare serve esperienza maturata sul campo, non basta darla ad un neofita, che tra l’altro commette tanti errori. Non serve a nulla usare il criterio delle velocità, il solo criterio di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’efficacia. Sono davvero preoccupato, perché riforme malfatte in un sistema già malfunzionante producono conseguenze potenzialmente disastrose”. Verrebbe da dire, e il professore chiude effettivamente così il suo intervento prima del dibattito con il pubblico in sala, che in Italia “più che di una deriva autoritaria si dovrebbe temere una deriva confusionaria”.
Pubblicata il 27 marzo 2015
Passaggi o improvvisate manipolazioni? #bdem15 @BiennaleDemocr
Da un Senato eletto a un Senato nominato, malamente, dai Consigli regionali, dai Comuni e persino dal Presidente della Repubblica, il passaggio è grande e brutto. Esistono almeno due formule migliori nelle democrazie occidentali.
Da una legge elettorale che consentiva ai leader di partito di nominare tutti i loro parlamentari ad una formula che consente la nomina soltanto del 70, forse l’80, per cento di loro, il passaggio è corto, non migliorativo, sostanzialmente inutile.
Da un premio di maggioranza alla coalizione vincente ad un premio al partito/lista (della Nazione, ma non dell’opposizione che rimarrà frantumata), il passaggio è fortemente peggiorativo. Esclusivamente coloro che non conoscono i governi delle democrazie parlamentari contemporanee, tutti, tranne, al momento, la Spagna, rigorosamente di coalizione, possono vantarsi di un esito che darà molto potere ad un solo gruppo di politici autoreferenziali.
Non sono passaggi. Sono improvvisate manipolazioni. Sono capriole e scivolate. Si riforma in questo modo un sistema politico? Proprio no. Quando un governo annuncia che chiederà una legittimazione referendaria per le sue mal congegnate riforme, allora il passaggio si fa delicato e rivelatore. Non importa se l’errore è già stato compiuto dal centro-sinistra nel 2001. Il passaggio non si configura più come referendum confermativo o ostativo, ma come plebiscito.
Ne parlerò sabato 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215, nell’ambito della BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
PASSAGGI DI REPUBBLICA E PASSAGGI DI DEMOCRAZIA
Dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
28 marzo 2015 ore 11
Piccolo Regio Puccini, piazza Castello, 215 Torino
Mezze riforme/ Pasquino: un pasticcio che aiuta (solo) Renzi
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per Sussidiario.net 11 marzo 2015
“Questa riforma costituzionale è il più grande pasticcio che si potesse immaginare. La vera cifra della legge approvata ieri dalla Camera non è l’assenza di democrazia ma l’assenza di un progetto“. E’ la chiave di lettura di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri dopo il voto alla Camera Renzi ha esultato su Twitter: “Voto riforme ok alla Camera. Un Paese più semplice e più giusto. Brava @meb, bravo @emanuelefiano, bravi tutti i deputati magg #lavoltabuona“.
Qual è il progetto complessivo che anima questa riforma costituzionale?
Il vero problema di questa riforma non è la sua maggiore o minore democraticità, bensì l’assenza di sistematicità. Il progetto non c’è. Nel caso del Senato l’indicazione di fondo era quella di risparmiare un po’ di soldi, ridurre il numero dei senatori ed eliminare il voto di fiducia. Ciò non cambia però il bicameralismo in tutti i suoi aspetti importanti. Se il Senato comunque dovrà affrontare la discussione dei disegni di legge, e in particolare le modifiche costituzionali, alcuni problemi si porranno.
Oltre a una sistematicità mancano anche pesi e contrappesi che caratterizzavano la Carta del ’48?
Dobbiamo chiederci se la Costituzione del ’48 non abbia esagerato con i pesi e i contrappesi. I comunisti volevano il monocameralismo, ma i democristiani sostennero il bicameralismo nel timore che il Parlamento prendesse decisioni sull’onda emotiva di singoli avvenimenti. Anche se ciò che avveniva è che nella seconda camera il governo recuperava gli errori che aveva fatto nella prima.
In che senso?
Poniamo che il governo sia battuto nel voto al Senato, poi alla Camera riesce ad avere la sua maggioranza perché compatta i ranghi e quando la legge torna a Palazzo Madama comunque l’esecutivo ha imparato la lezione e ha i numeri per farla passare.
Quindi si sbaglia chi afferma che questa è una riforma tutta sbilanciata a favore del governo?
No, non si sbaglia affatto. Alla Camera l’Italicum garantisce una maggioranza gonfiata dal premio, per di più con i capilista bloccati, e quindi questo sbilancia tutto a favore del governo. Il Senato interviene su poche materie, mentre a Montecitorio il governo potrà fare il bello e il cattivo tempo.
In fondo i capilista bloccati non sono una riedizione del vecchio uninominale?
No, la differenza è abissale. In un collegio uninominale ci sono due candidati, ciascuno dei quali è in qualche modo sponsorizzato e proposto da un partito. L’elettore però vota per il candidato, non per il partito. Con l’Italicum invece la crocetta v a sul simbolo del partito, non sul candidato. Il voto va al capolista bloccato anche se quest’ultimo non piace a un elettore di quel partito. Nel collegio uninominale quindi un cittadino contribuisce a fare eleggere il candidato che preferisce, mentre con l’Italicum si vota il partito.
Che cosa ne pensa della parte della riforma relativa al referendum?
Dal momento che per tenere un referendum abrogativo sarà necessario un numero di firme molto elevato, la consultazione avrà validità anche se non vota il 50% più uno ma soltanto il 40% di coloro che hanno votato alle ultime elezioni politiche. Ritengo che sia un sistema un po’ macchinoso, e che con tutti questi calcoli ne uscirà una cosa un po’ pasticciata. Anche se è giusto chiedere l’ammissibilità del referendum prima di avere raccolto tutte le firme.
Renzi ha detto che comunque vadano le cose chiederà il referendum sulla sua stessa riforma. Lei che cosa ne pensa?
Questa affermazione ha un sapore plebiscitario. I referendum non li chiedono i governi, ma come stabilisce la Costituzione l’iniziativa deve essere di 500mila elettori, cinque consigli regionali, un quinto dei parlamentari. Ma soprattutto non li chiedono i governi perché questi ultimi dovrebbero essere convinti della loro stessa riforma, e non dovrebbero cercare una conferma dei cittadini. E poi c’è il precedente del 2001 , quando il centrosinistra fece una brutta riforma del Titolo V che poi fu confermato dal referendum a pochi mesi dalla sconfitta alle elezioni politiche.
E’ vero che, come ha detto il premier, “con questa riforma siamo in un Paese più semplice”?
Mi verrebbe da dire con una battuta che il presidente del consiglio è un terribile semplificatore. Nella realtà però non siamo affatto in un Paese più semplice. Dovremo vedere come saranno eletti i 21 senatori che rappresentano I sindaci italiani e la restante parte sarà scelta dai consigli regionali. Le Regioni tra l’altro in questo momento sono le istituzioni più screditate in Italia, eppure saranno loro a scegliere 74 senatori. E poi dovremo vedere in che modo Mattarella nominerà i cinque senatori che resteranno in carica per sette anni. Siamo in una situazione che definirei estremamente pasticciata. E’ quindi un Paese più semplice solo per Renzi, che si troverà con una maggioranza gonfiata e potrà fare tutto quello che vuole.
Con una mediocre riforma Renzi ha messo nell’angolo Berlusconi. Parla GP
Il politologo valuta gli scenari aperti dalla revisione costituzionale. Boccia la linea di Forza Italia. E auspica l’introduzione delle preferenze nell’Italicum.
Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net il 10 marzo 2015
Un passo decisivo verso le nuove istituzioni disegnate da Matteo Renzi è stato compiuto. L’Aula di Montecitorio ha terminato la prima lettura del progetto di revisione costituzionale governativo con 357 voti favorevoli e 125 contrari. Formiche.net ha interpellato lo scienziato politico dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino per comprenderne i risvolti nel panorama partitico.
Come giudica il contenuto della riforma?
Il testo mi pare brutto. Perché se si crea una Camera di rappresentanza delle autonomie è necessario essere precisi su come gli enti locali vengono rappresentati. Anziché mescolare i sindaci con figure nominate dalle regioni, era meglio imitare il Bundesrat tedesco – costituito esclusivamente da esponenti dei Lander – tipico di un assetto parlamentare che funziona benissimo.
Vi sono ulteriori punti critici?
Non capisco il ruolo dei i 5 senatori nominati per 7 anni dal Presidente della Repubblica. Poi, se il problema è ridurre il numero dei parlamentari, bisognava tagliare anche quello dei deputati. E va bene fare una Camera di 100 rappresentanti delle autonomie territoriali, ma si dovrebbe trovare un diverso metodo di scelta. Resta aperto, inoltre, il tema dei compiti del prossimo Senato. Consentire a senatori non eletti il potere di contribuire alla riforma della Costituzione mi sembra eccessivo.
Il combinato disposto della revisione istituzionale e della nuova legge elettorale prefigura un modello coerente?
Parlerei di “scombinato indisposto”. Matteo Renzi voleva approvare un meccanismo di voto calibrato sulla Camera politica. Ma non si è preoccupato del nuovo Senato, che squilibra l’assetto istituzionale. Fondato su un governo che può contare su un altissimo numero di parlamentari nominati ed eletti con il premio di maggioranza. Uno sbilanciamento che incide pesantemente sulla scelta del Capo dello Stato.
La minoranza del Partito democratico ha vincolato il proprio Sì alla riforma alle modifiche del meccanismo di voto. A partire dal superamento dei capilista bloccati.
Che in effetti non dovrebbero essere previsti. Sarebbe utile che fosse adottato il voto di preferenza unico voluto dalla grande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 1991. Certo, le preferenze costituiscono una causa di corruzione. Ma è stata varata una legge contro il fenomeno. Il problema dei capilista bloccati in ogni caso non è l’unico.
Quali sono gli altri aspetti controversi?
Le candidature multiple, che dovrebbero essere buttate a mare subito. E l’attribuzione al singolo partito del premio di governabilità. Nelle democrazie politiche europee gli esecutivi sono tutti di coalizione ad eccezione della Spagna. Il premier preferisce invece puntare su una compagine mono-partitica, meno rappresentativa dell’elettorato.
Matteo Renzi sembra prospettare una dinamica tendenzialmente bipartitica.
Non è vero. Lungi dal favorire percorsi di aggregazione, le regole elettorali scelte frammentano e svantaggiano le forze di opposizione, relegandole in un ruolo marginale rispetto al governo. Vi è una cosa che sarebbe divertente per i politologi.
Cosa?
Visto lo stato di lacerazione del centro-destra, diviso dalle rivalità tra formazioni non molto forti secondo tutte le rilevazioni demoscopiche, nelle future elezioni politiche sarebbe probabile un ballottaggio tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Le tornate amministrative di Parma e Livorno rivelano che a quel punto i giochi potrebbero riaprirsi.
I parlamentari penta-stellati hanno scelto la linea dell’Aventino denunciando “metodi fascisti” nello stravolgimento della Costituzione.
Si tratta di toni esagerati. Non ci troviamo di fronte a una deriva autoritaria, bensì in presenza di una scarsa cultura costituzionale e di un notevole tasso di improvvisazione nei governanti. Il rischio autoritario dovrebbe coinvolgere tutte le istituzioni repubblicane. Per fortuna vi sono una Corte Costituzionale e un Capo dello Stato con un forte senso dell’equilibrio fra poteri. E un’opinione pubblica restia ad avventure anti-democratiche.
Forza Italia invece ha votato No alla riforma, rovesciando la strategia fin qui adottata.
Silvio Berlusconi lo ha fatto per non lasciare la bandiera dell’opposizione alla Lega Nord e ad avversari interni come Raffaele Fitto. La scelta rivela che l’ex Cavaliere ha negoziato male con Renzi, e ora cerca di recuperare.
Nella partita delle riforme il premier ha messo alle corde il “partito azzurro”?
Fi sta seguendo una deriva verso posizioni minoritarie. Il suo leader, giunto al tramonto della propria parabola politica, non è in grado di tenere insieme le anime del partito. E non sa proporre un’alternativa, privo di qualunque concezione istituzionale nuova e dirompente.
Vi dico qual è il vero identikit del prossimo Presidente

Riceviamo e pubblichiamo la vera lettera di Renzi ai militanti del PD
Cari Leggendari Militanti Dem,
non so dove siate quando non lavorate nei ristoranti delle feste dell’Unità (a proposito, che fine ha fatto il vostro leggendario quotidiano “fondato da Antonio Gramsci”?). Certo, non state facendo funzionare i circoli del PD dove non viene nessuno anche perché quello che conta non succede lì. Certo, non state cercando di convincere gli ex-iscritti a rinnovare la tessera e potenziali nuovi iscritti a farla. Peccato perché se non parlate con nessuno sarà difficile spiegare la mia, pardon, “nostra” scelta del candidato al Quirinale. Smettetela di fare i furbetti politicamente corretti e di chiedere chi sono i 101. C’erano anche dei renziani? Ebbene, sì.
Prodi?
Non pensavamo allora che Prodi potesse essere un buon Presidente della Repubblica(cosa pensiamo adesso non ve lo dico). Però, ci parrebbe utile sapere perché circa 394 parlamentari credessero nella capacità di Prodi di “rappresentare l’unità nazionale”, nelle sue competenze costituzionali, nella sua gestione del paese quando non aveva saputo neppure tenere insieme le sue due maggioranze parlamentar-governative.
La ricerca di un garante super partes
Nel frattempo, ha anche detto che non è più interessato. Prendiamolo sul serio e andiamo piuttosto alla ricerca di un (o di una) garante super partes. Naturalmente, non deve essere garante dei cittadini. Ci mancherebbe altro che fosse un “pertiniano” che si metta a criticare il mio velocissimo governo in nome dei cittadini che aspettano le riforme che tardano e che spesso neanche buone sono. Sarà opportuno che il prossimo Presidente della Repubblica si metta bene in testa che la garanzia la deve dare in primis e soprattutto a me, poi anche a Berlusconi che altrimenti non lo vota e ci crea dei problemi. So che vorreste l’identikit, ma non avete fatto attenzione a quello che ho detto nella conferenza stampa di fine con la mia compiaciuta lezioncina sulla storia delle undici elezioni presidenziali? Sette volte su undici gli eletti erano stati presidenti di Camera e Senato. Ah, dite che tutti avevano anche avuto una lunga carriera parlamentare e possedevano una sana biografia politica? Dunque, volete scoraggiare Grasso e Boldrini già ringalluzziti dall’idea che, se ci sarà stallo, potrebbero farcela? Ma se sono dei neofiti che non hanno brillato per niente nella conduzione dei lavori della loro Camera di appartenenza!
L’identikit del nuovo candidato presidente
Quel che ci vuole, cari militanti sconosciuti, è una figura di basso profilo che non abbia mai polarizzato nessuno scontro, che abbia una popolarità minima e poca inclinazione a cercarsela, che in questo parlamento non abbia nessun seguito personale, che, questo conta moltissimo, mi sia debitore della fortuna inaspettata di ascendere al Quirinale e che se lo ricordi tutte le volte (e Napolitano sa quante) avrò bisogno di lui, chiedendogli di chiudere un occhio o di lodarmi a prescindere. Ah, dite che vi sembra l’identikit di un ex-democristiano intorno ai settant’anni, uomo, ovviamente, senza né lode né gloria? Fuochino fuochino, ma, come sapete, mi corre l’obbligo di dire che non intendo partecipare al totonomine poiché io non sono coubertiniano. Partecipo per vincere. Preparatevi tutti (altrimenti la Serracchiani vi bacchetta duramente) a dire alto e forte che la mia scelta è ottima, non conflittuale, per il bene del paese.
Cari Dem, auguri di Anno Buono (ho cambiato verso)
Matteo Renzi
PS Attenzione alla autocandidatura di Pasquino, politologo, con esperienza parlamentare, conoscenze costituzionali, poco o punto condizionabile. Nessuno ha ancora fatto il suo nome. Quindi, non è bruciato. Scorgo qualche pericolo. A voi trovare il modo di sventarlo.
Pubblicato il 5 gennaio 2015 su futuroquotidiano.com
Un patto contro gli elettori
Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.
Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.
Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.
Pubblicato AGL 7 agosto 2014
Vi faccio la sintesi del discorso di Renzi in #DirezionePD

“sintesi” del discorso di Matteo Renzi alla Direzione del Partito Democratico, 31 luglio 2014
La situazione non è strepitosa, ma, Stefano, Marianna, Luca, Francesca, voi siete bravissimi. Ringrazio anche i senatori che si preparano eroicamente a fare i tacchini. Il treno delle riforme va come una lumaca, ma con l’espediente del canguro lo cambieremo quel Senato. Immagino già i salti di gioia degli Europei a fine agosto quando, ma anche no, gli offriremo su un piatto d’argento la testa di 215 senatori. Sarà una spinta fortissima per l’economia italiana che non ha bisogno di nessun Cottarelli. Le spese le tagliamo noi, vero, Pier Carlo?
Abbiamo avuto il 41 per cento e non c’è esperto che tenga di fronte a un tal consenso popolare. Magari, cambieremo anche la legge elettorale (voce dal fondo: ma non era intoccabile? allora non era neanche perfetta). Datemi un mandato a parlarne con Berlusconi. Ah, Giachetti si sente spiazzato? Peggio per lui, dovrebbe averlo capito che io sono un’anguilla. Non mi formalizzo se la riscriviamo da capo a fondo, tranne il premio di maggioranza che, mica son bischero, mi serve anche a mettere a posto, cioé a lasciare a casa, quelli di Sel. Neanche il testo che uscirà dal Senato assomiglia a quello che Maria Elena aveva portato. A me basta dire che, dopo trent’anni di dibattiti, noi le riforme le facciamo (voce dal fondo: ma la legge elettorale è cambiata già due volte negli ultimi vent’anni; e il Titolo V l’ha riformato proprio il centro-sinistra; non erano riforme? non erano riformatori?).
Non vedete come sono rilassato. La poltrona me l’avete data e me la tengo fino a quando vorrò. Appoltronati sono i Senatori che non vogliono perderla. Come, dite che Vannino Chiti ha vinto diverse elezioni senza aiutini e che di poltrone non ne ha bisogno? Ma è vero che Felice Casson non perderebbe granché tornando a fare il magistrato? Sì, mi ricordo che Massimo Muchetti è un giornalista professionista del “Corriere” e che Mineo è un pensionato Rai di lusso. Allora, non sono le poltrone che vogliono, ma, possibile?, hanno in mente una riforma del Senato migliore della mia? Fatemi parlare con Maria Elena.
Comunque, potete vedere che io sono assolutamente tranquillo. Colgo l’occasione per ringraziare i molti giornalisti che continuano a dire e a scrivere “settimana decisiva per le riforme”. Gliene daremo almeno un’altra decina di settimane decisive e, poi, anche se non lo vogliono, daremo loro un bel referendum. Ah, dite che non sanno neanche di che cosa parlano quando analizzano le riforme. Non sono mica gli unici. Questo è il paese che amo, queste sono le giornaliste che apprezzo. Suona la campanella. La Direzione (la ricreazione) è finita.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com il 2 agosto 2014
Il dissenso non cambia verso
Il passaggio, come si dice “armi e bagagli”, di alcuni parlamentari dal partito (o coalizione) nel quale sono stati eletti ad altro partito (o coalizione), spesso dall’opposizione al governo, ha in Italia una lunga e non apprezzata storia. Ha anche un termine specifico: trasformismo, praticamente intraducibile in altre lingue. Tuttavia, che i parlamentari dovessero godere di autonomia di giudizio e di voto, anche rispetto al loro partito e al loro governo, i Costituenti vollero sancirlo con grande chiarezza. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67). In pratica e nella maggioranza dei casi, i parlamentari condividono la visione di società che ha il partito al quale appartengono e che li ha fatti eleggere e hanno l’obbligo di cercare di tradurre il programma presentato agli elettori (che li hanno votati) in leggi, in politiche pubbliche. I partiti e i loro gruppi parlamentari possono, di conseguenza, chiedere ai loro parlamentari di comportarsi e di votare in maniera disciplinata ogniqualvolta in questione sia l’approvazione di parti del programma. Dal canto suo, il parlamentare ha l’opportunità di comportarsi diversamente, richiamandosi all’assenza di vincolo di mandato, tutte le volte che le materie in discussione e in votazione esulano da quanto sottoposto all’elettorato. Sappiamo che la maggioranza dei parlamentari nella maggioranza dei casi appoggerà la linea del partito, ma l’art. 67 della Costituzione vuole garantire la libertà di voto proprio nei casi estremi.
Né sulla responsabilità civile dei giudici né sulla specifica riforma del Senato il programma del Partito Democratico contiene le misure che sono state sottoposte al voto, la prima nella Camera dei deputati (governo sconfitto), la seconda nella Commissione Affari Costituzionali (governo sull’orlo della sconfitta). In entrambi i casi, i dissenzienti del PD hanno il diritto di esprimere posizioni diverse da linee, per di più contraddittorie, di recente elaborazione e quasi sicuramente destinate a cambiare ancora. Aggiungo che nessuna disciplina di partito può essere imposta né tantomeno giustificata quando i parlamentari sono chiamati a votare su persone: dall’elezione del Presidente della Repubblica all’autorizzazione all’arresto di loro colleghi. Questi sono tipicamente voti in scienza, vale a dire sulla base delle conoscenze disponibili, e in coscienza, vale a dire con riferimento a valutazioni e sensibilità assolutamente personali. Chiamando traditori coloro che non votano i candidati e la linea del partito e giustificando la sostituzione in Commissione di senatori, come Corradino Mineo, che non appoggerebbero le scelte del partito, i dirigenti del PD si giustificano rifacendosi all’imperativo della disciplina di partito, ma, curiosamente, aggiungono un’altra motivazione da autogol.
Scelti dai dirigenti di partito ed eletti su lunghe liste bloccate e chiuse, tutti i parlamentari devono rispondere non ai loro elettori, che neppure li conoscono, ma esclusivamente a chi li ha nominati. Ovviamente, i parlamentari dissenzienti potrebbero ricordare che, costituzionalmente, rappresentano “la Nazione” e aggiungere che, non per colpa loro, sono stati scelti dai dirigenti del partito prima del febbraio 2013. Se ne potrebbe anche concludere che, se davvero si desidera un rapporto più stretto, efficace e trasparente, la proposta di riforma elettorale va subito cestinata e i collegi uninominali subito predisposti. Politicamente, piuttosto di reprimende ed eventuali espulsioni per i presunti “bambini capricciosi”, sarebbe opportuno che, da un lato, il dissenso fosse valorizzato come contributo a una democrazia vivace, dall’altro, che le politiche e le decisioni non fossero calate dall’alto, meno che mai negoziate in incontri bilaterali fra leader, ma costruite nei gruppi parlamentari acquisendo quel vasto consenso che ne consentirebbe poi un’efficace e rapida traduzione legislativa. Questo è l’unico modo per “cambiare verso” in meglio ai rapporti fra il PD e i suoi parlamentari e fra il governo e il Parlamento.
Pubblicato AGL 13 giugno 2014
Per fare bene niente fretta
Potrei cominciare dicendo che, se la riforma elettorale e la trasformazione del Senato erano impostate correttamente, l’esito elettorale, vale a dire il grande successo del Partito Democratico di Renzi, non cambia nulla. Al contrario, da un lato, potrebbe essere considerato un sostegno dato dai cittadini a quelle riforme, dall’altro, addirittura una loro forte spinta affinché vengano approvate rapidamente. Invece, penso che i cittadini italiani non abbiano votato avendo come motivazione prevalente quelle riforme e che il successo elettorale del PD di Renzi discenda dalla sua campagna elettorale e dalla, giusta, convinzione degli elettori che il Partito Democratico, da poco condotto da Renzi nel Partito del Socialismo Europeo, fosse, per l’appunto, il più europeista dei partiti italiani. Dunque, il partito da premiare contro gli euroscettici, gli anti-Euro e gli eurostupidi.
Coloro che oggi sostengono che le riforme di Renzi, in particolare quella della legge elettorale, debbono essere riscritte perché il quadro politico è cambiato danno ragione a quanti (fra i quali chi scrive) avevano sostenuto che quelle riforme servivano fondamentalmente gli interessi di Berlusconi e dello stesso Renzi. Invece, riforme delle regole (e delle istituzioni) del gioco che servono interessi particolaristici e di corto respiro non vanno mai fatti. Peraltro, non credo neppure che le riforme debbano essere fatte da tutti. Nessun potere di veto va concesso a chi prospera in un sistema politico arrugginito. La via di mezzo (in medio stat virtus) è quella delineata dal grande filosofo politico John Rawls: le riforme vanno formulate dietro un “velo di ignoranza”. Mi affretto ad aggiungere, primo, che in questa espressione non è implicito nessun complimento per gli ignoranti patentati i quali, in materia di regole, sono tanto numerosi quanto inconsapevoli e, secondo, che le simulazioni non strappano il velo d’ignoranza, ma sollevano il polverone della confusione.
Nel Parlamento italiano non sono cambiati i rapporti numerici fra partiti e gruppi. Continuerà, dunque, a essere necessaria una convergenza (non una grande indistinta ammucchiata) fra più gruppi su riforme che promettano la semplificazione dei procedimenti legislativi (riforma del Senato), maggiore incisività del voto degli elettori (anche in questo caso con l’individuazione di una legge semplice, non bizantina), migliore definizione dei livelli di governo. Nei tecnicismi non desidero entrare. Quindi, mi limito ad affermare che nessuna legge elettorale prossima ventura deve basarsi né sulla aspettativa di un grande balzo in avanti del PD alle prossime politiche (pure possibile e, a scanso, di equivoci, anche auspicabile) né sulle necessità del centro-destra né sulle prospettive di coalizioni prossime venture.
Il consenso “europeo” del Partito Democratico lascia intravedere un futuro da partito dominante che, incidentalmente, è, secondo me, l’unico elemento che consenta una limitata comparazione con la Democrazia Cristiana. La riforma elettorale non deve né riflettere questa situazione né prefiggersi di consolidarla. Deve, invece, garantire quella competitività indispensabile affinché l’elettorato senta il desiderio di andare alle urne. Deve, inoltre, contenere disposizioni che incoraggino il centro-destra, se non è ostaggio degli interessi di un leader, a ristrutturarsi. Deve, infine, dare ragionevoli garanzie che si formi un governo operativo che trovi qualche contrappeso alla sua azione.
Ricominciare tutto daccapo? Neanche se il governo procedesse a una revisione approfondita della sua brutta e bizantina proposta elettorale si tornerebbe davvero daccapo. Infatti, nel corso del tempo molti sono riusciti a vederne i difetti e alcuni ne hanno prospettato non disprezzabili rimedi. Riflettere in maniera sistemica sul rapporto fra legge elettorale per la Camera e ruolo del Senato non è necessariamente perdere tempo. D’altronde, l’esito delle elezioni europee significa anche che sia il PD sia il governo hanno guadagnato anche il tempo per consentire al Parlamento un’analisi approfondita delle riforme. Per fare bene non c’è nessun bisogno di fare in fretta e furia.
Pubblicato mercoledì 4 maggio 2014
La Presidente che vorrei
Si fa presto a dire che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe (potrebbe) essere una donna. Per quel che mi riguarda (e che, ovviamente, non ha un’enorme influenza), l’ho detto e scritto e mi sono attivato fin dal 1999. Allora, cresciuta prepotentemente nell’opinione pubblica la candidatura di Emma Bonino, fu il segretario dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni a contrastarla stilando un elenco di caratteristiche, peraltro, ampiamente condivisibili, del futuro Presidente che servirono all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al primo turno di votazioni. Quando è Napolitano che auspica che sia giunto il momento di una donna al Quirinale, la prima tentazione è di chiedergli “fuori il nome” (o i nomi). Subito dopo, però, il segnale che si coglie nelle parole del Presidente è che, forse, ha l’impressione che l’opera delle riforme elettorali e costituzionali alle quali aveva collegato la accettazione della sua rielezione sia oramai sufficientemente avanzata da potere lasciare la carica. A me non pare che sia così, ma lo vedremo nei prossimi mesi.
Più chiaro è, invece, che il governo ha di fronte a sé, senza necessità di nessun aiutino dal Presidente, una buona fase di stabilità, vera e solida premessa della sostenibilità della sua azione riformatrice nel tempo. Addirittura, la coalizione di governo avrebbe anche i numeri per eleggere a maggioranza assoluta il prossimo, pardon, la prossima Presidente della Repubblica. Naturalmente, avendo molti dei grandi elettori (i segretari dei partiti) e dei non così piccoli elettori (i parlamentari e i rappresentanti delle regioni) acquisito la consapevolezza che non è sufficiente individuare un nome, neppure, anzi, tantomeno, se rappresenta uno schieramento politico, diventa decisivo presentare candidature precise e argomentarne le qualità. Parlare di abbassamento dell’età (riforma costituzionale non fulminea) per ampliare la platea delle donne (immagino “politiche”) che abbiano i titoli per quella carica elude i veri problemi. Mi piacerebbe rilanciare con l’elezione popolare diretta della prossima Presidente che consentirebbe a candidate coraggiose di confrontarsi fra loro e con gli elettori. Se si procedesse nella direzione del semipresidenzialismo, l’elezione diretta spalancherebbe larghe finestre di opportunità . In alternativa, ovvero rimanendo nell’ambito del parlamentarismo classico all’italiana, mi parrebbe essenziale procedere a un ampio dibattito sulle qualità presidenziali delle candidate.
Probabilmente, le dimensioni della vittoria “europea” del Partito Democratico di Renzi hanno chiuso la quasi ventennale fase in cui il Presidente della Repubblica si è spesso trovato a dovere effettivamente scegliere il Presidente del Consiglio con riferimento alla coalizione che garantisse di durare in carica almeno per un po’ di tempo. Ciò rilevato, non mancheranno alla prossima Presidente molti prevedibili problemi per la soluzione dei quali saranno indispensabili alcune qualità politiche pregresse già dimostrate. Dovrà sapere attentamente rilevare eventuali elementi di incostituzionalità nei disegni di legge governativi e in quelli approvati, magari fin troppo in fretta, dal Parlamento. Dovrà tenere in grande conto le eventuali obiezioni dell’opposizione ad azioni disinvolte di un governo e di governanti che si sentano fin troppo sicuri di un mandato popolare ampio. Dovrà procedere a molte nomine di grande rilievo: dai giudici costituzionali ai senatori nella nuova versione del Senato delineata da Renzi. Infine, perché così sta scritto nella Costituzione e così deve, ne sono convinto, continuare a essere, dovrà rappresentare davvero “l’unità nazionale” (art. 87). Non essere faziosa, parziale, “divisiva”. Soltanto se avrà queste qualità riuscirà anche ad esercitare quel modico tasso di moral suasion che serve a temperare e a conciliare conflitti e tensioni comunque inevitabili. Sono certo che, con molta calma, non soltanto, come ha fatto fino ad ora, con la sua azione, anche il Presidente Napolitano saprà arricchire con sagge parole il kit delle qualità richieste alla prossima Presidente della Repubblica. Avremo, allora, un’elezione/successione presidenziale relativamente facile e sicuramente utile per i cittadini e per il sistema politico.
Pubblicato sabato 31 maggio 2014





