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Meno non significa meglio #tagliodeiparlamentari

L’obiezione più rilevante alla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere che il risparmio sarà minimo, forse il prezzo di un caffè per ciascun italiano. Non può neppure essere che se gli italiani confermassero con il referendum quella riduzione sarebbe indispensabile scrivere una nuova legge elettorale poiché una legge elettorale migliore di quella vigente è comunque assolutamente auspicabile. Farla senza conoscere il numero dei parlamentari da eleggere è uno spreco di tempo e di energie. La vera obiezione è che meno parlamentari non significa automaticamente un parlamento migliore. Anzi, ci sono alcune buone ragioni per pensare che, in assenza di altre riforme, gli italiani avranno parlamentari scelti male e costretti a operare in condizioni peggiori.

Il guaio grosso non è affatto che meno parlamentari implica anche, probabilmente meno disegni di legge. Piuttosto è che, poiché quasi il 90 per cento delle leggi sono di origine governativa, né potrebbe essere altrimenti in quanto il governo ha il dovere di tradurre in politiche pubbliche le promesse elettorali, meno parlamentari non riuscirebbero a valutare le molte leggi del governo o lo farebbero in maniera approssimativa e superficiale. Inoltre, in qualsiasi emergenza, il governo procederebbe alla decretazione d’urgenza intasando il parlamento e superandone il controllo con il ricorso al voto di fiducia. Già, anche a causa delle scandalose candidature multiple e bloccate (cioè, senza possibilità per gli elettori di scegliere il candidato preferito), poco rappresentativi dell’elettorato, i parlamentari lo diventerebbero ancor meno non potendo, in collegi necessariamente più grandi degli attuali, confrontarsi con gli elettori. I sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari replicano che sarà la tecnologia a rendere irrilevanti questi problemi obbligando una istituzione ottocentesca, il Parlamento bicamerale paritario, a diventare finalmente moderno. Purtroppo, da un lato, non c’è traccia dei provvedimenti specifici, comunque già introducibili, che modernizzerebbero il Parlamento; dall’altro, dovremmo avere imparato che lo smart working presenta molti inconvenienti anche per altre attività che si basano su rapporti fra persone, come l’insegnamento scolastico e universitario.

La politica e la rappresentanza politica sono di qualità migliore quando elettori e eletti hanno modo di incontrarsi, vedersi, interagire fisicamente. Meno sono gli eletti che avranno fatto campagna elettorale per informare e convincere gli elettori al fine di dare loro rappresentanza maggiore sarà l’insoddisfazione degli elettori nei confronti di persone che non conoscono e che non sono in grado di valutare. Una buona legge elettorale, le attuali proposte non sono apprezzabili, risolverebbe in parte alcune carenze della rappresentanza che in un democrazia parlamentare è lo snodo cruciale. Allo stato attuale del dibattito, però, la riduzione del numero dei parlamentari è più un salto nel buio che un positivo passo avanti.

Pubblicato AGL il 9 agosto 2020

Coscienza di classe, da remoto #FormicheRivista #Orwell2020 @formichenews

Da Rivista Formiche n. 158/maggio 2020 Orwell 2020, il virus della sorveglianza, pp. 54-55

 

Niente tornerà come prima. Molto rischia di essere peggio di prima. Dall’uomo di Aristotele, animale politico, poiché viveva con altri uomini (e donne) nella polis, ai simposi romani nei quali si gozzovigliava insieme, dall’ecclesia, comunione di persone, di credenze, di speranze, ai salotti illuministi, dagli americani osservati da Tocqueville che si associavano ogniqualvolta dovessero risolvere un problema, alle rumorose birrerie bavaresi dove si lanciavano putsch, dagli amici e colleghi di via Panisperna e oltre (lascio deliberatamente incompleto questo elenco), uomini e donne hanno sempre, nel bene e nel male, cercato di rapportarsi reciprocamente. L’arte di associarsi ha accompagnato la civilizzazione e civilizzato la politica, ha fatto uscire dalla condizione di homo homini lupus, e di foemina foeminae lupior. Ha costruito comunità nelle quali (quasi) tutti sono consapevoli della loro interdipendenza e molti sanno che la fiducia reciproca è una componente essenziale del capitale sociale che arricchisce tanto la comunità quanto i singoli.

Quella fiducia si crea nelle interazioni fra persone, negli approcci e nelle conversazioni. Con gli avvicinamenti si intessono rapporti. Il distanziamento sociale, che nasce dal timore che gli altri siano portatori di pericoli, inevitabilmente conduce alla diffidenza, al sospetto, alla disintegrazione sociale e politica. Qualcuno potrà anche vantarsi di avere contenuto possibili catastrofi economiche attraverso forme di smart working, peraltro, non estensibili a tutte le attività. Certo, lo smart working non creerà coscienza di classe, ma neppure sentimenti e orgogli di appartenenza. Altri si rallegreranno della capacità di docenti e studenti di proseguire le lezioni online. Non ne seguirà mai quella identità di gruppo che si formò negli anni Venti e Trenta fra classi diverse, ma con gli stessi professori, al Liceo D’Azeglio di Torino. E nessuno avrà più il privilegio, che traggo dai mie personali ricordi, dei seminari all’Istituto di Scienze Politiche di Torino, condotti da Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves. Quando gli sguardi d’intesa, di perplessità, di desiderio di saperne di più si incrociavano fra gli studenti e fra loro e i docenti. Ovvieremo con qualche piattaforma, semplice da usare, alle rumorose riunioni nelle quali si progettano i fascicoli di Formiche e la newsletter? La sera andremo in Via Veneto oppure ci parleremo attraverso Skype? Compreremo libri da Amazon dopo averne letto una stringata scheda grazie a Google oppure avremmo preferito discuterne con il libraio e magari con qualche amico/a al bar? Come faremo in quei pomeriggi troppi lunghi e azzurri sapendo che sì, il prete per chiacchierar ci sarebbe pure, ma è impegnato a dire messa per i parrocchiani che si sono abituati a “riceverla” a casa, sul loro divano, inginocchiati sul loro tappeto?

There is no such thing as society” affermò perentoriamente il Primo Ministro Margaret Thatcher (peccato che John Locke non riuscì a replicare a causa della sua scarsissima dimestichezza con il computer). Medici, infermieri, personale sanitario di tutte le qualifiche e le mansioni dimostrano, invece, che ci sono donne e uomini che hanno senso sociale, del dovere verso gli altri, che ci credono. Abbiamo già iniziato a cercare di sostituirli con allegri robottini meno fragili emotivamente, forse meno costosi, ma anche più efficienti? Ma la carezza affettuosa, l’ultimo sguardo come saranno trasmessi? Dobbiamo essere preoccupati sia da coloro che ripetono che tutto tornerà come prima sia, forse più, da coloro che pensano di andare oltre grazie alla tecnologia applicata come se fosse sostitutiva dei rapporti fra persone e superiore alle (nostre) capacità di apprendere, di cambiare, di creare una società migliore nella quale ciascuno di noi guardando negli occhi gli altri li tratterà come fini e non come mezzi e in quegli occhi vedrà fiducia e reciprocità. Tutto da (ri)costruire.