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L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.
La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.
Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.
Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.
Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.
Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.
Pubblicato il 23 giugno su Domani
Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia @DomaniGiornale

L’Italia è rimasta sola. Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente. Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il Presidente Trump, sovranista in Chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale. L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli USA sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.
Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nel mancato invito all’Italia hanno sicuramente contato le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del Presidente Trump.
Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice Presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni. Finora la Presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.
Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura Presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea. Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni.
Pubblicato il 4 marzo 2026 su Domani
Lo sguardo corto di Meloni e gli interessi dell’Italia @DomaniGiornale

La diplomazia è anche un esercizio, spesso acrobatico, di equilibrismo. Ma, è vero che la politica estera di un paese che sia media potenza deve essere improntata alla ricerca degli equilibri, di volta in volta preferibili, tenendo nel massimo conto le alleanze, gli impegni presi, le promesse fatte agli elettori e, non da ultimo, le posizioni ideali del proprio partito.
Fin dall’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni ha dimostrato di avere consapevolezza del fascio di problemi che il suo esplicito, mai nascosto, sovranismo implicava nei rapporti con gli Stati-membri dell’Unione Europea e con la Commissione, motore delle iniziative e attività. Pur rimanendo con la testa fuori dalla maggioranza che ha espresso e sostiene la Commissione è spesso riuscita a mettere piede nelle decisioni che contano. Lo ha fatto ridefinendo, ridimensionando il suo sovranismo senza tagliare i ponti con i partiti sovranisti al governo in Ungheria e in Slovacchia o all’opposizione, in particolare in Spagna. Però, la risposta alle furibonde e maleducate critiche all’Unione Europe formulate in un documento di strategia del National Security Council degli USA e alla profezia, quasi un augurio di smembramento dell’Unione, non può essere quelle di un delicato pontiere.
Quel ponte, già traballante, fra Usa e Unione Trump e i suoi collaboratori lo hanno distrutto. Non casualmente e non per una infelice e cattiva scelta delle parole, ma perché da tempo nutrivano astio per la costruzione di una unione di Stati che, secondo loro, si facevano/fanno proteggere militarmente senza pagare il conto, in maniera furba e egoistica, non più accettabile.
La presidente del consiglio italiana non ha condiviso le risposte severe e preoccupate dei maggiori leader europei. Ancora una volta il suo invito a cercare di capire il punto di vista di Trump è molto ambiguo potendo essere interpretato come sostegno alla posizione del Presidente appare come un indebolimento preventivo delle risposte che l’Unione riuscirà ad approntare e dare. Per di più la reazione di Meloni ha lo sguardo molto corto. Non vede che le elezioni americane di metà mandato nel novembre 2026 potrebbero già trasformare il Presidente in carica, se i repubblicani perdessero la maggioranza in una o entrambe le Camere in un’anatra zoppa, comunque già non rieleggibile nel 2028.
Non dovrebbe essere difficile neanche per i dirigenti politici che non sappiano ragionare sul lungo periodo, come fanno gli statisti, cogliere la volatilità della situazione. I molto eventuali vantaggi derivanti da un rapporto privilegiato con l‘attuale Presidente dovrebbero essere valutati alla luce degli inconvenienti e delle critiche che causeranno nei rapporti con gli stati-membri dell’Unione Europea. Quegli ipotetici vantaggi non contemplano affatto una crescita di prestigio per il governo Meloni e per la Nazione Italia, Anzi sono vantaggi limitati, di breve periodo, effimeri. Da un momento all’altro possono rivelare la contraddizione congenita e insanabile del sovranismo.
Se ciascun governante antepone e impone il suo interesse nazionale, lo Stato più forte vincerà cosicché il sovranismo Maga è regolarmente destinato ad avere la meglio su qualsiasi concorrente solitario. Qui sta l’altra contraddizione del sovranismo che intenda sfruttare vantaggi dalla sua tanto orgogliosa quanto presunta autonomia. Non sostenuta dagli USA, vista con sospetto dalla maggioranza partitica e politica dell’Unione Europea, Giorgia Meloni rischia l’irrilevanza politica per sé e per l’Italia. Indebolirebbe l’UE in questa fase cruciale nella quale è indispensabile alzare il tiro decisionale e migliorare il coordinamento politico in senso federalista, l’esatto contrario di qualsivoglia sovranismo. In una Unione indebolita anche l’Italia sarà inevitabilmente più debole sulla scena europea e mondiale, certamente meno sovrana.
Pubblicato il 10 dicembre 2025 su Domani
L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.
Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.
C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.
Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.
Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani
I sovranisti con il fucile e quelli con la pistola @DomaniGiornale

Anche se troppi saccenti commentatori non se ne sono accorti, quasi quarant’anni fa è effettivamente finita una storia, quella della guerra fra le democrazie liberali e i regimi comunisti reali, realmente e malamente realizzati. Solo in piccola parte prevista da Francis Fukuyama, ha fatto la sua (ri)comparsa un’altra brutta storia, quella dei conflitti fra i nazionalismi, fra le nazioni. Sembrano conflitti irreprimibili e incurabili che non possono venire abbelliti e nobilitati facendo ricorso al sovranismo. Né è possibile rassicurarsi affermando che nel mondo della globalizzazione è diventato sempre più evidente che il tema dominante è l’interdipendenza alla quale non sfuggono neppure alcuni, pochi, regimi autoritari che cercano rifugio in impossibili autarchie.
“No man is an island” scriveva il grande poeta inglese John Donne (1572 1631). Nell’interdipendenza nessuno stato, neanche quelli circondati dal mare, è in grado di isolarsi. Anzi, tutti rischiano di diventare preda di Stati più grandi e più forti. Quegli Stati, inesorabilmente bellicosi, continueranno a cercare prosperità e prestigio con politiche espansive e dove non si rivela sufficiente il soft power delle idee e degli esempi, faranno uso dello hard power, quello della forza che si esprime in guerre, anche commerciali, per contenere e ridimensionare il poter degli altri.
Che la probabilità delle guerre potesse essere ridotta fino a renderla nulla grazie alla formazione di entità sovranazionali federali fu già la risposta di Immanuel Kant e divenne la proposta, il progetto degli Stati Uniti d’Europa formulato nel Manifesto di Ventotene. I sovranismi europei sono espressione di una battaglia di retroguardia contro un’Unione Europea in espansione e in crescita. Non causalmente, gli altri due sovranismi preoccupanti guardano entrambi al passato. Quello russo di Putin, nient’affatto raffinato, non conosce altro strumento che l‘uso delle armi, la guerra e, in subordine, la russificazione sociale forzata. Quello americano, culminato nella Presidenza Trump e da lui totalmente rappresentato, ha una pluralità di obiettivi. La guerra dei dazi è la sua arma per convincere a pagare un conto salato a tutti coloro che per decenni avrebbero depredato gli USA. Ad altri viene lanciato il monito che gli USA potrebbero impadronirsi del loro territorio se contiene risorse preziose: imperialismo di ritorno.
Parassiti tutti, secondo l’elegante espressione del vice presidente Vance, gli stati europei sono nel mirino non solo perché non pagano il costo dell’ombrello difensivo che grava sulle spalle USA, ma anche perché il progetto europeo costruisce uno sfidante economico e forse anche culturale molto dotato e attraente. Comunque, indebolire l’Unione fino a smembrarla, ridurrebbe le pretese e le possibilità di tutti gli stati-membri. Nelle fantasie trumpiane farebbe l’America America Ancora Grande. La Cina sta a guardare. La grandezza di un passato lontano può sempre vantarla. Che qualcuno oggi parli di un suo probabile declino non può impensierire più di tanto governanti che hanno fatto registrare enormi successi nei trent’anni passati e che sono sostanzialmente diventati il fratello maggiore della Russia. Taiwan appare il prossimo obiettivo per fare la Cina ancora più grande.
Quando i sovranismi si incontrano/scontrano, il sovranismo con il fucile sconfigge facilmente i sovranismi con la pistola. Ad ogni buon conto sarà sempre il sovranismo con il fucile, magari sostenuto da migliaia di droni e da una possente rete satellitare, a neutralizzare senza colpo ferire i sovranisti underdog. Trattare, il racconto prosegue con metafore belliche, ad armi pari, è non solo illusorio, ma anche velleitario. Inevitabile è lo scivolamento da sovranisti a vassalli ad libitum del mega/magasovrano che ne potrà revocare i vantaggi tutte le volte che lo riterrà utile per il suo paese, per la sua politica. Al sovranismo russo di Putin e a quello americano di Trump il modo migliore di opporsi e di tenere aperti i canali di comunicazione è rendere l’Unione Europea più coesa, con politiche condivise e unità d’intenti. No State is an island.
Pubblicato il 9 aprile 2025 su Domani
Il Natale 2025 sarà migliore di quello appena passato (forse) @DomaniGiornale

Caro Amico,
ti scrivo così mi distraggo un po’ per avvertirti che, no, neanche nell’anno che verrà ci saranno due Natali. Forse, però, il prossimo Natale 2025 sarà migliore di quello che abbiamo appena festeggiato. La comunità internazionale riuscirà a porre fine con una pace giustificabile e duratura alle due maggiori guerre dei nostri infausti tempi e a dare inizio alla ricostruzione su nuove, concordate e presidiate, più solide basi.
No, l’immigrazione non finirà né di qua né di là dell’Atlantico, ma saranno molti a capire che i migranti che vengono in Europa fanno uno straordinario omaggio al vecchio continente. Dicono che qui vogliono vivere e fare vivere le loro famiglie. Che qui contano e sperano di trovare libertà, opportunità, lavoro. Hanno imparato che non pochi fra coloro che li hanno preceduti sono riusciti persino ad avere carriere politiche di successo. No, i migranti di qualsiasi colore e, augurabilmente, di qualsiasi credo religioso, non vogliono “sostituirci”. Vogliono vivere con noi, imparando e rispettando le nostre tradizioni, costumi, costituzioni, avendo acquisito consapevolezza che chi viola le leggi, cittadino oppure no, merita di pagarne il prezzo.
No, i sovranisti non smetteranno di sfruttare la paura dei loro concittadini, di cercare capri espiatori e di additarli al ludibrio delle genti, ma l’integrazione procederà con alti e bassi, con pazienza e impegno. L’Europa ha già assorbito fenomeni migratori più o meno ampi. Possiede le risorse economiche, culturali, politiche per continuare. Con l’accesso di nuovi Stati-membri, l’Unione Europea diventerà ancora più grande, più estesa, più diversificata e affronterà sfide vecchie, populisti e sovranisti anche del nostro stivale, e nuove, competizione con la Cina e intelligenze artificiali. Nei conflitti emergeranno nuove leadership e forse cadranno gli opportunismi e le opportuniste.
Nell’anno che verrà si affaccerà un ripensamento sulla democrazia che abbiamo e sulla democrazia che vorre(m)mo. Saranno smentiti i profeti di sventure poiché nessuna democrazia esistente cadrà. Faranno la loro comparsa alcuni profeti che si avventureranno a sostenere senza se e senza ma l’assoluta irrinunciabile necessità della libera espressione e circolazione di idee, di dibattiti pubblici aperti, trasparenti, non inquinati. Verranno individuati i nemici delle democrazie, coloro che in nome di mai esistiti precedenti, l’egualitarismo assoluto e il partecipazionismo totale, feriscono e indeboliscono le democrazie realmente esistenti. Verranno messi ai margini coloro che, facendosi forti di uno slogan qualunquista-populista: “il popolo ha sempre ragione”, rinunciano, anche perché non ne hanno né le capacità né le conoscenze, a criticare il “popolo” che non si interessa di politica, che non si informa sulla politica, che non vota e indebolisce la democrazia sua e degli altri a favore di chi mira a conquistare pieni poteri.
L’anno che verrà non porterà latte e miele per tutti. Forse, però, accrescerà la consapevolezza che, prima di distribuirlo, quel latte e quel miele bisognerà produrlo e che soltanto un accresciuto impegno nella produzione avrà successo traducendosi in una più ampia e accurata distribuzione. Libertà, eguaglianze, solidarietà. Caro Amico, lo so che non basterà un anno solo per cambiare la cultura politica di un popolo (oops), meno che mai del popolo italiano. L’obiettivo è di formidabile difficoltà. Per questa ragione, ma anche siccome sei molto lontano, più forte (e più volte) ti scriverò. Buon anno.
Pubblicato il 27 dicembre 2024 su Domani
Draghi, Letta e una lezione di europeismo alla Spinelli @DomaniGiornale

Forse è più che una felice coincidenza che gli autori dei due rapporti che aprono il quinquennio del nuovo Parlamento europeo, sul Mercato Unico e sul Futuro della competitività europea, siano stati scritti da due italiani, rispettivamente, Enrico Letta e Mario Draghi. Oltre alle personali prestigiose carriere professionali, Letta e Draghi sono anche stati Presidenti del Consiglio avendo, dunque, accesso alle più alte sedi decisionali dell’Unione Europea. Certamente non è un caso che i loro rapporti convergano sul punto più rilevante per il presente e, in special modo, per il futuro: maggiore coordinamento maggiore condivisione. I problemi dell’Unione Europea si debbono affrontare e si possono risolvere con “una unione più stretta” (uso parole che vengono da Altiero Spinelli che è all’origine di questa Europa).
Indicando il futuro possibile, ma difficile, entrambi i Rapporti suggeriscono, ovviamente, con le differenze che derivano dai compiti a cui dovevano rispondere, che tocca alla politica e alle istituzioni europee prendere le decisioni opportune. Poiché si tratta di decisioni di enorme importanza è ai vertici dell’Unione che bisogna rivolgere lo sguardo e chiedere se, come, quanto siano consapevoli, adeguati e disponibili. Finora la dicotomia europeisti/sovranisti, anche se schematica, è stata sufficientemente chiara per rendere conto della diversità delle posizioni, delle aspettative, dei comportamenti. Naturalmente, era anche possibile scorgere alcune, non marginali, contraddizioni in entrambi i campi. Più facile coglierle fra i sovranisti, in particolare fra coloro che vogliono strappare, chiedo scusa, riappropriarsi di alcune competenze per le quali, poi, non dispongono degli strumenti per esercitarle. La sfida dei sovranisti agli europeisti finora ha fatto leva su sentimenti e risentimenti, sulla reviviscenza di identità nazionali, su qualche egoismo particolaristico. Con eleganza il Rapporto Draghi non sfiora neppure uno di questi elementi. L’analisi, la sfida, le soluzioni sono tutte improntate all’europeismo e dirette agli europeisti.
Per sentirsi dalla parte giusta per troppo tempo a troppi europeisti, anche a quelli italiani, sembrava sufficiente segnalare con un’alzata di spalle e con qualche critica la loro distanza dai sovranisti. Forse c’è anche molto di questo compiacimento alla base della perdita di competitività dell’Unione e della carenza di innovazione. Personalmente anch’io ho condiviso l’idea che, comunque, l’Unione procedeva e che le sue istituzioni democratiche avevano bisogno di poche sollecitazioni. Erano/sono comunque in grado, proprio perché democratiche, quindi, aperte, intelligenti, reattive, capaci di imparare, di innovare.
Letta, da una parte, ancor di più Draghi, dall’altra, affermano chiaro e forte che le istituzioni dell’Unione Europea debbono essere trasformate, essere rese più coese, più flessibili, più incisive, rapidamente. Il “cattivo” non è esclusivamente il voto all’unanimità, comunque da abolire. Sono tutte le procedure opache e strascicate che proteggono interessi nazionali spesso obsoleti, che debbono essere rivisitate e riformate. Il sovranismo è la ricetta di un ritorno al passato che non potrebbe comunque essere fatto rivivere e che porterebbe costosi conflitti fra Stati costretti a rivendicare i loro esclusivi interessi proprio sulle tematiche più importanti. Invece, fin d’ora è auspicabile e possibile costruire un’Unione Europea a più velocità. Se i “velocizzatori” hanno successo, questa è la scommessa, saranno molti, Stati-membri e associazioni intermedie, quelli che vorranno rincorrerli. E l’Unione Europea (ri)prenderà slancio.
Pubblicato il 11 settembre 2024 su Domani
L’alternativa non è più una chimera. Costruire coalizioni è l’arte della politica @DomaniGiornale

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico sotto lo splendido sole della Sardegna. Per conquistare una carica monocratica, la Presidenza della Regione, assegnata in un solo turno elettorale, è decisivo costruire preventivamente una coalizione a sostegno della candidatura prescelta. Ferme restando le loro personali preferenze politiche, gli elettori rispondono valutando l’offerta dei partiti, della coalizione, della candidatura, in parte dei programmi e della capacità di governare. La vittoria di Alessandra Todde in Sardegna è il prodotto virtuoso di questo pacchetto di elementi. La grande soddisfazione di dirigenti e attivisti dello schieramento del centro-sinistra che ha vinto è comprensibile (e da me, per quel che conta, condivisibile). Procedere a generalizzazioni assolutistiche, “la sinistra unita non sarà mai sconfitta” (“il governo Meloni è indebolito”) e proiettare automaticamente la possibilità/probabilità di un esito sardo anche sulle altre elezioni regionali e sulla elezione dell’Europarlamento (che è tutta un’altra storia) è esagerato, sbagliato, rischia di risultare controproducente.
Ciascuna regione, a cominciare dall’Abruzzo, la prima a votare prossimamente, ha le sue peculiarità di storia politico-partitica, di governo, di problematiche socio-economiche. Se la lezione generale è che le coalizioni si costruiscono di volta in volta, saranno i dirigenti politici di quella regione a decidere se, come, con chi, attorno a quale candidatura costruire un’alleanza. La buona notizia, non so quanto importante per l’Abruzzo, è che Calenda ha twittato che l’esito sardo “è una lezione di cui terremo conto”. Traduzione “correre” come polo autonomo è perdente. Aggiungo che rischia sempre di fare perdere il polo più affine (ma qualcuno proprio quelle sconfitte vuole produrre).
Stare insieme in coalizioni elettorali che possono diventare di governo porta ad una più approfondita condivisione di obiettivi, di preferenze, di soluzioni programmatiche. Il discorso sui valori è, naturalmente, molto più complesso. Parte dalla Costituzione e porta all’Europa, tema che riguarda anche i governi regionali. Rimarranno sempre differenze programmatiche e politiche nella schieramento di centro-sinistra. Meglio non esaltarle e neppure seppellirle additando le profonde divisioni esistenti nel centro-destra. Infatti, quei partiti e i loro dirigenti sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che, separati e divisi, perdono e che il potere è un collante gradevolissimo, generosissimo. Inoltre, i loro elettorati sembrano socialmente più omogenei. Alla eterogeneità e diversità, sociale e, forse, più ancora culturale, dei rispettivi elettorati di riferimento, non basta che i dirigenti del centro-sinistra esaltino le differenze come risorse. Debbono ricomporle attorno a obiettivi e a candidature comuni il più rappresentative possibili.
Le elezioni per il Parlamento europeo, poiché si vota con una legge proporzionale con clausola di esclusione del 4 per cento, suggeriscono due comportamenti. Primo, evitare la frammentazione nel e del centro-sinistra. Secondo, poiché i partiti, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, giustamente vogliono misurare il loro consenso correndo separatamente, dovrebbero evitare di scegliersi come bersagli reciproci. La sfida è delineare una visione per l’Unione Europea dei prossimi cinque anni, non criticare la visione dei propri alleati nazionali. La critica va indirizzata agli opportunismi, alle contraddizioni, ai patetici resti di sovranismo provinciale, dello stivale, dei tre partiti del centro-destra. L’obiettivo di fondo non è la mission al momento impossible di fare cadere il governo e sostituirlo, ma di dimostrare che esiste un’alternativa di centro-sinistra all’altezza della sfida. Adelante con juicio.
Pubblicato il 28 febbraio 2024 su Domani
L’egemonia culturale si conquista con la competizione delle idee non occupando posti di potere
Da quando l’egemonia culturale si conquista, non producendo idee, ma, occupando posti? Da quando l’egemonia culturale è un prodotto nazional-sovranista che pensa di poter fare a meno di confrontarsi con il mondo globalizzato e con le idee e i valori dell’Unione Europea? Ripensare l’egemonia in chiave di competizione in democrazia e per la democrazia, oggi (e ieri).
La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa @DomaniGiornale

Tutti i governi hanno la facoltà di criticare i loro predecessori per quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Meglio quando le critiche sono precise e documentate, senza eccessiva acrimonia, costruttive. A maggior ragione la facoltà di critica può, entro (in)certi limiti, essere esercitata da chi, come Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri, è stato fermamente all’opposizione, coerentemente non facendosi coinvolgere in accordi sottobanco (ma neanche sopra).
Tutti i governi hanno l’obbligo politico di rispondere al loro elettorato sforzandosi di attuare le loro promesse elettorali nella maniera più fedele possibile, pur tenendo conto che in un governo di coalizione ciascuno dei contraenti deve rinunciare a qualcosa. Trasformare le promesse elettorali in politiche pubbliche è comunque operazione difficile, per la quale non è consentito ridefinire bellamente quelle promesse. Mi limito ad un esempio. Se la promessa elettorale è “presidenzialismo” la riforma chiamata “premierato” non è affatto una semplice ridefinizione. È una violazione.
Tutti i governi, in particolare quelli che criticano l’instabilità politica dei predecessori e vogliono dimostrare di essere migliori perché capaci di garantire stabilità politica, debbono sapere delineare un programma per l’intero mandato quinquennale. Quel programma quinquennale sarà tanto più credibile e più significativo se conterrà una visione complessiva del paese che verrà.
Gravata da non poche posizioni ideologiche, sensibile a non poche pulsioni corporative, legata a alcuni elementi del passato suo e dei suoi numi tutelari di una destra priva di credenziali democratiche, pur avendo proceduto a qualche ridefinizione di posizioni non più sostenibili, Giorgia Meloni non è finora riuscita a formulare neppure a grandi linee la visione di Italia che vorrebbe costruire. Per di più ai suoi ministri manca l’esperienza e talvolta anche la competenza, non per supplire, ma per dare quei contributi parziali, relativi ai loro settori specifici, ma molto importanti per svolgere il compito in maniera positiva. Forse il silenzio sull’Europa, che non ho condiviso, nel discorso del Presidente della Repubblica, era inteso a non interferire sulla campagna per l’elezione dell’europarlamento, a non toccare prerogative dell’attività di governo. Però, il ruolo dell’Italia in Europa riguarda il “sistema paese” e il suo futuro, non soltanto l’attività del governo, di qualsiasi governo.
Sul terreno europeo si trovano le sfide, le contraddizioni, le opportunità del governo di destra. Non basterà sostenere che bisogna sconfiggere l’attuale maggioranza Popolari, Liberali e Verdi, Socialisti e Democratici, escludendo questi ultimi e sostituendoli con i Conservatori e Riformisti del cui raggruppamento Meloni è la Presidente. Non basterà, ma sarebbe un gesto apprezzabile, di notevole rilievo, prendere le distanze da Santiago Abascal (il capo di Vox) e dall’ingombrante Victor Orbán (capo del governo ungherese e costruttore di una sedicente, contraddittoria democrazia “illiberale”). Ai polacchi ci ha già pensato la maggioranza degli elettori. Non basterà usare l’Europa come alibi per quello che il governo italiano ha assunto l’impegno di fare oppure come capro espiatorio di scelte e politiche che richiedano sacrifici. Bisognerà dire quale e quanta Europa: federale/confederale (“delle nazioni”)/sovranista (che traduco: à la carte), l’eventuale nuova maggioranza ricomprendente l’Italia di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli (e alleati) mira a costruire, con quali politiche sociali, economiche, culturali e civili preferibili a quelle che hanno comunque fatto di questa Unione Europea, lo ripeto, il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Quello spazio che i sovranisti mirano a restringere, e Meloni? Hic Bruxelles hic salta.
Europa più che una cartina di tornasole. Hic Bruxelles hic salta La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa
Pubblicato il 3 gennaio 2024 su Domani