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L’Unione Europea c’è e funziona

Ho sempre sostenuto e, per fortuna, anche scritto (quindi, è possibile controllare la veridicità delle mie affermazioni) che l’Unione Europea, persino nei momenti di maggiore difficoltà, non rimaneva mai bloccata. Faceva regolarmente dei passi avanti, piccoli, lenti, zoppicanti, ma avanti. Non si trovava mai a scegliere fra la disastrosa disgregazione e riforme epocali, le sole che la salvassero. Ho sempre sostenuto anche che l’Unione Europea e le sue istituzioni non soffrivano/soffrono affatto di insuperabili deficit democratici, ma hanno alcuni problemi di funzionalità. Il Consiglio Europeo* 17-20 luglio ha detto molte cose importanti (per quel che riguarda importanza e entità delle risorse economiche esauriente è l’intervento di Paolo Onofri che condivido in toto), ma soprattutto ha segnalato che le istituzioni dell’Unione funzionano. La Commissione Europea, fatta da uomini e donne con precedenti esperienze di governo anche ai massimi livelli nei loro paesi, quindi non “burocrati” né, in larga misura, tecnocrati, ha formulato, suo compito politico fondamentale, una proposta. Dopo un necessariamente lungo negoziato, quella proposta è stata quasi totalmente accettata, con variazioni minime sulla distribuzione dei fondi. Il Consiglio Europeo, sicuramente un organismo democratico poiché composto dai capi di governo degli Stati-membri, i quali, dunque, hanno una maggioranza politica che li sostiene nei loro paesi, ha lungamente discusso, alla fine approvando senza nessun dissenso. Inoltre, è stata respinta la richiesta del Premier olandese Mark Rutte che voleva che i prossimi piani di ripresa dei singoli Stati fossero approvati dal Consiglio all’unanimità.

Come procedura decisionale l’unanimità non è assolutamente democratica. Da un lato, consente ad uno stato di esercitare enorme potere di ricatto nei confronti di tutti gli altri; dall’altro, implica che gli altri Stati sarebbero talvolta costretti a “comprare” quel voto con concessioni costose, privilegi, favoritismi sostanzialmente diseducativi. Si è, però, concesso ad uno Stato il potere di bloccare il programma di un altro Stato, freno di emergenza, ma l’ultima parola in materia di utilizzo dei fondi spetterà alla Commissione che ha la facoltà di decidere a maggioranza. Incidentalmente, in tutta la sua storia la Commissione e i Commissari si sono dimostrati i protagonisti più europeisti, tutti disposti a lavorare per fare avanzare il processo di unificazione politica dell’Europa. Fondi assegnati, programmi di utilizzo, valutazione complessiva del grado di successo conseguito nel tentativo di porre rimedio alle gravissime ferite economiche e sociali inferte dalla pandemia agli Stati e alla società europea saranno oggetto di discussione e di monitoraggio anche ad opera del Parlamento europeo. È giusto così poiché, anche se ci rammarichiamo di una partecipazione elettorale inadeguata, il Parlamento è il luogo della rappresentanza politica degli europei che produce informazioni, coadiuva l’attività della Commissione, approva il bilancio dell’Unione.

Il quadro complessivo è quello di istituzioni che sanno adempiere ai loro impegni, che riescono spesso ad andare oltre l’intergovernativismo, che hanno dimostrato di saper praticare la solidarietà e la cooperazione. Il sovranismo, ovvero la strategia per la quale ciascun Stato-membro cerca di strappare il massimo senza concedere nulla, ne esce sonoramente sconfitto. I sovranisti alzano la voce perché sono costretti ad abbassare la cresta. Gli europeisti sanno che l’opera è lunga, ma che è giusto godere il successo attuale che non sarà quello di una sola estate. Riguardatevi: l’Unione Europea è al vostro fianco.

Pubblicato il 20 luglio 2020 su paradoxaforum.com

* Consiglio europeo straordinario, 17-21 luglio 2020

Il ritorno dello Stato (e dell’Europa) #Lectio Accademia delle Scienze di Bologna

Alcuni di noi, imperterriti keynesiani e socialdemocratici non pentiti, lo sapevamo e non l’avevamo mai dimenticato. Qualcuno di noi si ricordava persino di Hobbes: lo Stato nasce per fare cessare la “guerra di tutti contro tutti” dando vita a un ordine “giusto” che salva la vita (mi ripeto deliberatamente) dei cittadini. Dopodiché, lo Stato può, ma debbono essere i cittadini a volerlo liberamente e ripetutamente, anche provvedere al benessere di tutti i cittadini: welfare State. Paleo e neo-liberisti hanno negato tutto questo e hanno balordamente condotto molti Stati sulla via della sregolatezza (deregulation) e del sovranismo. Il Covid-19 ha dimostrato con crudeltà che nessuno si salva da solo. “No man is an island”, ma nell’arcipelago della globalizzazione, della epidemia per tutti, pandemia, tutti abbiamo bisogno di risposte collettive. Solo lo Stato, sorretto dalla legittimità, in grado di mobilitare risorse, economiche, mediche, culturali, capace di utilizzare al meglio le conoscenze, può rispondere alle richieste dei cittadini: regole da (fare) rispettare, sacrifici da condividere, beni da distribuire equamente. Soltanto una unione o quantomeno un coordinamento solidale e serrato fra Stati, che possiamo chiamare Unione Europea, riesce a dare risposte adeguate in situazioni di grandi sorprendenti drammatiche crisi. Ben tornati, Stato (del benessere che ricostruiremo), Europa (del nostro destino).

ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA

SCIENZA APERTA
La ripresa

04 giugno 2020

 

Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia

Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.

Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.

Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.

Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it

La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews

Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino

 

Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.

Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.

La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.

No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.

Pubblicato il 3 giugno su formiche.net

 

Minima politica: i meccanismi e le manipolazioni della politica @Rifestival_Bo

A partire da “Minima politica” (UTET, 2020), il Prof. Pasquino, intervistato da Michele Dinichilo, fornisce un’interessante chiave di lettura di alcuni aspetti fondamentali della politica contemporanea – come i meccanismi elettorali, la governabilità e la rappresentanza, il sovranismo, il ruolo delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia – per poi rispondere ad alcune domande sull’attualità politica e sul futuro delle democrazie liberali.

RiFestival e Festival dell’antropologia sono ideati e organizzati da Un altro mondo è possibile APS, circolo Arci dal 2018, e sono promossi dall’associazione studentesca, riconosciuta dall’Università di Bologna, Rete degli Universitari.

Governo Conte oltre il panettone

Rincorrendo le quotidiane differenze di opinione fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle e i dirigenti del Partito Democratico e le loro numerose esternazioni, si ha l’impressione che il governo Conte 2 stia continuamente scricchiolando. Tuttavia, sembra oramai quasi certo che Conte e i suoi ministri saranno ancora in carica quando arriverà il momento di mangiare il panettone natalizio. Guardando ai due problemi attuali di maggiore portata, il destino dello stabilimento Ilva di Taranto e il futuro oscuro di Alitalia, si capisce che, da un lato, il governo non ha saputo trovare soluzioni tempestive e adeguate, dall’altro, che né per l’Ilva né per Alitalia e neppure per la Banca Popolare di Bari, le responsabilità sono di questo governo, ma affondano in scelte e non-scelte dei governi precedenti. L’opposizione di centro-destra alza la voce, spesso con toni molto sgradevoli, ma, come nel caso del Meccanismo Europeo di Stabilità, non ha nessuna proposta alternativa. Anzi, forse il salire dei toni, di cui di recente è stata maestra Giorgia Meloni (e l’impennata di consensi nei sondaggi a suo favore sembra premiarla), dipende proprio dalla sostanziale impotenza propositiva del centro-destra. Non è soltanto questione di inefficacia del sovranismo, ovvero del proposito di riconquistare, non si sa come, poteri ceduti all’Unione Europea oppure, meglio, con l’UE condivisi, con Berlusconi molto tentennante sul punto, ma, eventualmente, di come usarli nelle politiche economiche e sociali italiane. La vittoria di Boris Johnson in Gran Bretagna ha messo in imbarazzo i sovranisti italiani che si sono affrettati a dire che, no, non pensano affatto di uscire né dall’Unione né dall’Euro.

Giorno dopo giorno appare che le maggiori, ma nient’affatto letali, insidie per il governo Conte vengono dal suo interno. Nascono, da un lato, dalla necessità per i Cinque Stelle di prendere dolorosamente atto che molte parti del loro programma alla prova dei fatti risultano inattuabili, se non addirittura controproducenti e, dall’altro, che la leadership di Di Maio si è certamente dimostrata inadeguata, portando al dimezzamento dei voti, ma al momento rimane insostituibile poiché la sua fuoruscita porterebbe a deflagrazioni. L’insidia più grande per il governo viene, deliberatamente e costantemente, dallo scissionista Matteo Renzi. L’ex-segretario del PD ha la necessità di conquistare spazi cosicché prende rumorosamente le distanze dalle politiche del governo in cui pure stanno esponenti da lui designati, e per dimostrare la sua rilevanza si sta dedicando al piccolo sabotaggio. Un mediocre di talento, il Presidente del Consiglio Conte si riposiziona frequentemente, procede a mediazioni, offre un volto rassicurante e produce dichiarazioni rassicuranti venendo premiato dai sondaggi come il leader nel quale gli italiani hanno più fiducia. Che, in attesa del D-Day rappresentato dalle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, sia lui “l’uomo solo al comando” desiderato dagli italiani?

Pubblicato AGL il 16 dicembre 2019

Lo scontro in atto sul #MES, tra politica interna e rapporto con l’Europa

Lo scontro in atto sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) merita più di una riflessione perché riguarda il modo di governare (e di fare) opposizione in Italia e il modo di rapportarsi all’Europa. Sul primo punto abbiamo appreso e non dobbiamo dimenticare che il precedente governo giallo-verde aveva sostanzialmente accettato il MES e che, pertanto, ha ragione il Presidente del Consiglio Conte a criticare duramente l’opportunismo di Salvini che, andato all’opposizione, smentisce se stesso.Tuttavia, Conte fa male quando eccede nelle critiche facendone un fatto di scontro personale con Salvini, nel quale si inserisce con notevole grinta Giorgia Meloni per trarre il meglio di visibilità a fini elettorali. Lo scontro politico ha in qualche modo posto rimedio alla mancanza di conoscenze. Però, è almeno in parte vero che alla sostanza del MES non era stata data sufficiente attenzione. In estrema sintesi, il MES non è un meccanismo inteso primariamente a salvare le banche tedesche, come dicono gli oppositori, ma tutte le banche le cui difficoltà si ripercuoterebbero in maniera più pesante sui paesi con un alto debito pubblico, come l’Italia.

Adesso, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già importante europarlamentare, il governo giallo-rosso andrà a discutere e negoziare nelle sedi europee. Gualtieri ha immediatamente comunicato che lo spazio è minimo e un’affermazione simile è stata fatta dal portoghese Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo. Come in troppe altre occasioni, la posizione italiana non appare forte dal punto di vista negoziale poiché i rappresentanti degli altri paesi hanno ricevuto sufficienti informazioni sulle resistenze italiane e sulle divisioni anche in ambito governativo. Non possono fare a meno di preoccuparsi che l’Italia allunghi i tempi dell’approvazione del MES per ragioni di politica interna senza nessuna proposta operativa e migliorativa di un testo già lungamente discusso.

La posizione negoziale italiana è inevitabilmente inficiata proprio dalla inaffidabilità dei suoi governi e dall’oscillazione delle sue posizioni e preferenze (in questo caso, in particolare quelle del Movimento Cinque Stelle). Incredibilmente, troppi esponenti italiani dimenticano che il paese è costantemente sotto osservazione per un motivo strutturale: l’altissimo livello raggiunto dal debito pubblico, il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo. Gli europei hanno visto con favore, sarebbe stupido negarlo, la fuoruscita dal governo italiano dei sovranisti della Lega e l’ingresso degli europeisti del PD. Si attendono che dalle apprezzabili posizioni di principio conseguano comportamenti pratici altrettanto apprezzabili. Il MES è la prima importante occasione per mostrarsi coerenti e sulla base di quella coerenza essere poi in grado di fare valere le proprie preferenze, le proprie valutazioni e i propri interessi nella consapevolezza che gli interessi italiani coincidono con un’Europa potenziata nei suoi meccanismi economici.

Pubblicato AGL il 6 dicembre 2019

Il Conte 2 tra pulsioni suicide (M5S) e insofferenza (Pd). La versione di Pasquino @formichenews

Oltre le tendenze suicide del Movimento 5 Stelle e oltre l’insofferenza del Pd nei confronti dell’improvvisazione pentastellata, ci sono degli elementi strutturali non secondari da valutare, prima di far cadere l’esecutivo giallorosso. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino, in libreria con “Italian Democracy: How It Works” (Routledge)

Sul lungo periodo saremo tutti morti (Keynes il saggio), ma sul breve periodo continueremo ad annoiarci moltissimo a discutere di quanto dura il governo italiano. Vero è che ci sono pulsioni suicide nei ranghi del Movimento Cinque Stelle e, infatti, hanno già portato alla riduzione quantitativamente significativa di quei ranghi. Vero è che cresce l’insofferenza del Partito Democratico nei confronti dell’improvvisazione, dell’ignoranza, dell’impertinenza dei Cinque Stelle. Più vero di tutto, però, è che molte delle scelte che il governo dovrà fare sono sostanzialmente obbligate (le farebbe, farà, certo dopo molto strepitare, anche un qualsiasi molto eventuale governo sovranista Salvini/Meloni) e che, soprattutto, ci sono due nobili obiettivi da perseguire: durare fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, gennaio 2022, e fare sbollire la crescita di consensi per la Lega. Le elezioni regionali in Emilia-Romagna saranno un ottimo indicatore per capire l’umore politico di quegli elettori, che, peraltro, non sono affatto rappresentativi del resto del paese.

Dopodiché, ovvero, forse, prima di tutto e soprattutto, ci sono gli elementi strutturali. Per l’economia italiana la insostenibile pesantezza del debito pubblico che rende complicatissima qualsiasi “manovra” e qualsiasi rilancio della crescita che, a questo punto, non potrà che passare per un’impennata di produttività. Questo rende lecito anche interrogare i sindacati sulla loro disponibilità e sul loro impegno. Il secondo elemento strutturale è rappresentato dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e quindi dalla necessità/capacità di convincere gli altri Stati-membri che siamo credibili e affidabili come “sistema-paese” e non soltanto come governi transeunti che assumono impegni, leggi MES, che i loro successori metteranno in questione.

Quando si passa agli elementi congiunturali, vale a dire a problemi da risolvere perché emergenti e urgenti, dall’Ilva ad Alitalia (sì, lo so che è quasi strutturale), dalla messa in sicurezza del territorio nazionale alle opere pubbliche, dalla giustizia alla scuola, allora fanno la loro inevitabile comparsa le distanze fra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, con il Presidente del Consiglio che si dimostra provetto navigatore e galleggiatore. Parte, ancora probabilmente maggioritaria del Movimento, si fa guidare da due etiche, quella di convinzioni, molto discutibili che derivano da una quasi totale misconoscenza delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare, e quella delle convenienze: meglio stare al governo che piombare in una campagna elettorale ravvicinata che li dimezzerebbe e forse più. Nel frattempo, i Democratici non hanno risolto, perché non ne hanno neppure discusso, le loro differenze di opinione sulla valutazione dell’alleanza con i Cinque Stelle: oggi, per sopravvivere e non consegnare l’Italia al centro-destra; domani, per attrezzarsi ad un difficilissimo bipolarismo architettando, come si dice desideri Dario Franceschini, un rapporto più stretto con i Cinque Stelle (senza che costoro imparino nulla?).

Il futuro del governo Conte 2 è incerto, come è stato il futuro di praticamente tutti i governi italiani dell’unica Repubblica che abbiamo avuto. La durata media che, certo, nasconde qualche esito più lunghetto, è di circa quindici mesi e mezzo. Allora, senza allarmismi, riparliamone fra un po’.

Pubblicato il 2 dicembre 2019 su formiche.net

Unione Europea in movimento

I numeri contano. La Presidente Ursula von der Leyen e l’intera Commissione hanno ricevuto dal Parlamento europeo un vero e proprio voto di fiducia: 461 voti a favore (contro i 423 ottenuti dalla Commissione Juncker) 157 contrari (contro i 209 precedenti). Abbiamo assistito a un limpido confronto fra gli europeisti e i sovranisti dei più vari colori. La sconfitta dei secondi, fra i quali si sono, naturalmente e coerentemente collocati la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Meloni, è stata molto netta. Adesso, la Commissione potrà affrontare i problemi dell’Unione, quelli urgenti, immigrazione e mutamenti climatici, e quelli strutturali, rilancio della crescita e contenimento/riduzione delle diseguaglianze, sapendo di godere di ampio sostegno dal Parlamento europeo e, al tempo stesso, nella consapevoIezza che quel Parlamento la stimolerà all’azione e ne controllerà l’operato. Molto opportunamente, la Presidente von der Leyen ha sottolineato che la composizione della Commissione è quasi giunta alla parità uomini/donne e che questa parità è un obiettivo da perseguire e conseguire nei prossimi cinque anni in tutte le situazioni rilevanti, lavoro e compensi inclusi. A fronte dei molti, troppi critici preventivi pieni di pregiudizi che comunicano spesso molto malamente quello che fanno parlamento e Commissione, e sostengono una sorta di immobilismo delle istituzioni europee, la realtà è, dunque, molto diversa. Il Parlamento europeo ha continuato a conquistare spazio, non solo in termini di rappresentanza dei cittadini europei, ma di influenza sulla Commissione. Formalmente, non possiede il potere di iniziativa legislativa, ma i potenti Presidenti delle Commissioni parlamentari sanno come comunicare le loro preferenze a Commissione e Commissari che, a loro volta, sono molto ben disposti poiché sono le loro convergenze e i loro accordi a consentire di superare le eventuali obiezioni e resistenze del Consiglio dove seggono i capi dei governi degli Stati membri. Dal punto di vista istituzionale, la situazione è in movimento poiché è oramai diffusa la consapevolezza che l’Unione sarà in grado di procedere alle molte scelte necessarie, fra le quali non bisogna affatto sottovalutare quelle della politica estera, della difesa e della sicurezza, soltanto superando malposte visioni nazional-sovraniste. Poiché su quelle materie, il Consiglio è tuttora obbligato a decidere all’unanimità, il prossimo passaggio sicuramente conflittuale consisterà proprio nel tentativo di superamento dell’unanimità. Dando enorme potere a un solo qualsiasi stato, che può bloccare tutti, ad esempio, impedendo, come ha fatto Macron, di aprire la procedura di adesione a Albania e Macedonia del Nord, l’unanimità è una regola non democratica: uno conta più di qualsiasi maggioranza. La sua abolizione consentirà non soltanto di dare maggiore rapidità e efficacia alle procedure decisionali dell’Unione, ma anche di proseguire il cammino verso un’Unione più stretta, un’Europa federale.

Pubblicato AGL il 28 novembre 2019

INVITO Dalla sovranità popolare al sovranismo #16settembre #Bologna Alma Mater @UniboMagazine

Evento di apertura della rassegna
Sovranità popolare e democrazia

Sala Ulisse – Accademia delle Scienze
Via Zamboni, 31 

16 Settembre 2019
ore 16

Dalla sovranità popolare al sovranismo

Ginevra CERRINA FERONI
Gianfranco PASQUINO
Walter TEGA

Ingresso libero