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Lo stato di salute dell’opposizione PLAY #2019

“Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione: quella guidata da un vecchio leader ormai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti si impegnano a dilaniare senza tregua. Per ragioni oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni.”

Gianfranco Pasquino
Lo stato di salute dell’opposizione

La democrazia, elettorale, e politica, italiana entra nel 2019 a vele quasi spiegate, con un governo notevolmente rappresentativo delle scelte effettuate dagli elettori. Composta da due organismi che hanno ottenuto un significativo successo elettorale e che hanno stilato non troppo faticosamente un Contratto di governo, entrambi elementi decisivi e presenti in tutte le democrazie occidentali, la coalizione Cinque Stelle-Lega rappresenta più della metà dell’elettorato italiano e attua politiche che ne riflettono le preferenze e che hanno consentito addirittura di accrescerne il consenso. Ovviamente, esistono fra i contraenti differenze di opinione, peraltro, non tali da mettere in discussione la continuazione dell’attività di governo. Tuttavia, qualche elemento di maggiore difficoltà è destinato a fare la sua comparsa in occasione delle elezioni europee di fine maggio 2019. Soltanto se la divaricazione fra Cinque Stelle e Lega fosse grande e dirimente, ponendo, ad esempio, le Cinque Stelle come quasi decisive per lo schieramento europeista, le tensioni potrebbero riflettersi sul governo e, in parte peraltro piccola, sulla stessa democrazia.

In realtà, la democrazia italiana ha sempre saputo nelle sue varie fasi superare le tensioni e ricomporre le fratture anche nell’ambito di coalizioni diversificate. L’elemento contemporaneo di incertezza è dato dalla quasi nulla conoscenza del passato ad opera delle Cinque Stelle e dalla loro incerta padronanza delle regole del “gioco” di una Repubblica parlamentare. I pericoli per la democrazia vengono sostanzialmente da atteggiamenti che meritano di essere definiti “ideologici”, in quanto rigidi e aprioristici, relativi a due elementi centrali della democrazia: il Parlamento ovvero, meglio, la rappresentanza parlamentare e l’accettazione del pluralismo competitivo. Da un lato, per bocca di Davide Casaleggio, le Cinque Stelle hanno dichiarato la probabile inutilità del Parlamento in un futuro prossimo al tempo stesso che, con la cooperazione della Lega, lo piegano ai voleri del governo ricorrendo alla molto tradizionale, comunque deprecabile, tagliola: “decretazione d’urgenza e voto di fiducia”. Dall’altro, in una pluralità di forme, ad esempio, con le loro plateali accuse ai mezzi di comunicazione di massa, tentano di contenere le critiche dimostrando fastidio proprio per quell’opinione pubblica che, anche quando commette errori, costituisce la linfa delle liberal-democrazie. A sua volta, la Lega va nella direzione, condivisa da un numero molto elevato di italiani, che chiamerò securitaria (e sovranista) accentuando politiche di “legge e ordine” che colpiscono alcuni elementi cruciali di una democrazia come “società aperta” secondo l’insuperata analisi di Karl Popper. Infine, l’attuazione di alcune riforme di bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni chiama in causa il rendimento del governo e la sua capacità di autocorrezione.

Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è, fin troppo facile dirlo, esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione. Nel contesto italiano attuale, potremmo rallegrarci per l’esistenza di più di una opposizione: quella guidata da un vecchio leader oramai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti s’impegnano a dilaniare senza tregua, senza avere imparato nulla dalle sconfitte e senza perseguire un qualsivoglia obiettivo specifico e chiaro, meglio se in una certa misura mobilitante. Per ragione oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure, se non in maniera occasionale e episodica, collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni. Auguri.

Pubblicato in Play 2019 Formiche n. 143 gennaio 2019

Dalle piazze ai tweet. Così il corpo del Capitano (della Lega) mette ko Di Maio

 

Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora

C’è un dislivello, politico, comunicativo, corporale, che si fa sempre più evidente fra i due vicepresidenti del Consiglio. Anche se la tematica “immigrazione”, che aveva dato una possente spinta alla popolarità di Salvini, è un po’ retrocessa nell’attenzione dei media e dei cittadini, la persona del ministro degli Interni schiaccia la visibilità di Di Maio. Il corpo del Capitano (della Lega) s’impone su quello, piuttosto gracile, del capo politico del Movimento 5 Stelle. Salvini non ha bisogno di sostenere di avere eliminato l’immigrazione come Di Maio aveva “abolito” la povertà (ma molti italiani non se ne sono accorti) perché interviene a tutto campo, anche nelle problematiche dello sviluppo economico. Tremila imprenditori si sono rivolti a lui per chiedergli investimenti e una politica industriale. Soltanto dopo, anche perché quello non è il suo elettorato, non ne tiene conto, forse, neppure lo capisce, Di Maio ha approntato un tavolo con imprenditori e sindacalisti (un piccolo classico della Prima Repubblica secondo il suo gergo, anche se il Renzi aveva tentato addirittura la “disintermediazione”, e mal gliene incolse).

La realtà è che Salvini ha una base di sostegno che vuole sviluppo e le Cinque Stelle hanno per troppo tempo sostenuto la decrescita felice che si è tradotta in molto discutibile (e ora, infatti, messa in discussione) opposizione generalizzata alle infrastrutture, non necessariamente tutte grandi opere, spesso soltanto, come il Passante autostradale nel congestionatissimo snodo di Bologna, opere medie, ma indispensabili. Oggi e domani è e sarà la Tav Torino-Lione a dimostrarsi la vera patatona bollente per il ministro del Lavoro e dello Sviluppo. Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora, dagli artigiani ai piccoli e medi industriali ai professionisti minando il consenso rimanente di Forza Italia.

Non bastano i meet-up e la piattaforma Rousseau a dare una spinta costante e un sostegno solido a Di Maio. Moltissimi dei voti pentastellati del 2018, che erano conseguenza di un’insoddisfazione anche di sinistra, rimangono disorganizzati e fluttuanti, in attesa del reddito e delle pensioni di cittadinanza che la manovra di bilancio farà molta fatica a garantire. Il corpo di Salvini spadroneggia nelle piazze e nei tweet. Quello di Di Maio si affaccia timidamente dagli schermi, talvolta sfidato addirittura dalla maggiore presenza scenica e fonica di Di Battista il latino-americano. Nessuno dei due può volere una resa dei conti, anche se Salvini ha una posizione di ricaduta: ritornare da una posizione di forza e di comando nel centrodestra, mentre Di Maio non ha alternative.

Alle elezioni del Parlamento europeo di fine maggio 2019 inevitabilmente i voti, che non saranno né numerini né decimali, dovranno essere contati. Il sovranista Salvini parte avvantaggiato anche perché le Cinque Stelle di Di Maio non sanno ancora con chi allearsi e dove andare.

Pubblicato 11 dicembre 2018 su formiche.net

Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

L’amore non è bello se non è litigarello. Il famoso detto si addice alla perfezione al rapporto fra Movimento 5 stelle e Lega: due partiti in partenza diversi, ma uniti da un contratto di matrimonio, che regge nonostante tutte le divergenze. Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti.

Dalle grandi opere ai rifiuti, passando per il decreto sicurezza, la Lega e il Movimento 5 stelle litigano un po’su tutti i temi. Nelle dichiarazioni ufficiali i vice premier Salvini e Di Maio dicono di andare “d’amore e d’accordo”, ma quasi ad ogni problema le visioni dei due partiti divergono. I due partiti continuano a lavorare a braccetto, scendendo di volta in volta a compromessi per rassicurare i propri elettorati, così diversi e vicini allo stesso tempo.

Si aprono grandi sfide all’orizzonte per l’Italia: la bocciatura alla legge di Bilancio italiano da parte dell’Unione Europea e le prossime elezioni europee di maggio. Il governo giallo-verde reggerà? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Ogni giorno sembra che la rottura fra Lega e 5 stelle sia vicina, però il governo regge. Professore Pasquino, che cosa sta accadendo?

— Si tratta di due partiti in partenza molto diversi fra di loro, hanno dovuto procedere stilando un contratto di governo mettendo nero su bianco i vari punti per evitare troppi inconvenienti. I due partiti mantengono delle differenze di vedute, ritengo che però questo sia fisiologico in un governo di coalizione. Litigano perfino i partiti unitari, litigano i conservatori inglesi che sono un solo partito. È frequente che litighino nei governi di coalizione. Vedo le differenze, ma le accetto come un fatto sufficientemente frequente, quindi credo sia sbagliato analiticamente accentuare queste differenze. Secondo me il governo va avanti.

— Qual è la strategia dei due partiti: andare avanti con il governo, ma guadagnando punti anche dal proprio elettorato? Sono dovuti a questo i “litigi”?

— Certo, l’elettorato del Sud, che in prevalenza ha votato 5 Stelle, vuole il reddito di cittadinanza. L’elettorato del Nord non gradisce il reddito di cittadinanza, però se vengono ridotte le tasse alle aziende è disposto ad accettare le politiche volute dai 5 stelle. Si tratta di uno scambio, che a mio avviso produce conseguenze negative per il bilancio dello Stato, ma ciò serve per mantenere grosso modo fermi i due elettorati. Una parte degli elettori crede che Salvini abbia delle capacità di leadership superiori a quelle di Di Maio, secondo questi elettori l’immigrazione e la sicurezza sono le due tematiche più importanti, forse anche più delle finanze. I due leader cercano di rassicurare le loro parti di elettorato.

— Oggi esiste un’opposizione?

— Lei mi da un cannocchiale, un binocolo? Io non la vedo… Vediamo un paradosso: esiste una piccola opposizione che però non può permettersi di farlo troppo sapere, mi riferisco a Forza Italia. Il partito sa che se vuole tornare al governo ci tornerà soltanto con Salvini e quindi non lo può criticare più di tanto, vengono presentati degli emendamenti, nulla di più. Quest’opposizione a Salvini fa molto comodo.

D’altra parte c’è un partito che dovrebbe essere all’opposizione, perché il suo Segretario aveva annunciato che sarebbero andati all’opposizione. È un partito che probabilmente non sa fare opposizione, quindi è politicamente irrilevante.

— Secondo lei perché il Partito Democratico non riesce a fare opposizione?

— Hanno sbagliato la campagna elettorale e poi il Segretario Renzi ha sbagliato a dire la sera stessa che il partito sarebbe andato all’opposizione. È un partito che ha il 18% dei parlamentari e può giocare un ruolo quando si forma un governo. Non hanno voluto andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e in un certo senso hanno sottovalutato le proprie capacità. I parlamentari del PD sicuramente conoscono meglio la politica e l’economia del Movimento 5 stelle. Potevano quindi procedere ad un accordo, invece Renzi ha parlato subito di opposizione.

Va detto inoltre che il partito è diviso al suo interno, non fra personalità straordinarie, bensì fra piccoli gruppi che fanno piccole correnti di amici, poi vi sono i “miracolati”, i parlamentari paracadutati. Direi che si tratta di un partito quasi allo sbando. Lo vediamo: ci sono 7 candidati per la carica di Segretario del Partito e ciascuno di loro ha accentuato determinati temi, non vi è una visione complessiva di quale partito costruire.

Non soltanto il Partito Democratico non va bene, non funziona nemmeno Liberi e Uguali. Bisogna dire le cose guardando in faccia la realtà: arrivare a poco più del 2% è stato un fallimento. Anche lì hanno dimostrato di non avere capacità di leadership.

— In altre parole la sinistra non esiste più oggi?

— La sinistra politica e partitica sostanzialmente è in una situazione di gravissima debolezza. Può essere che il Partito Democratico recuperi qualcosa alle elezioni europee, perché si tratta di un partito europeista e quindi gli europeisti non avranno altra scelta che votare per il PD.

In questo momento in Italia il Partito Democratico è irrilevante salvo in alcuni comuni e regioni, dove ha un controllo molto debole ed evanescente. Ci sono pezzi di sinistra, ovvero sia alcuni intellettuali e alcune voci come Roberto Saviano. C’è qualche scrittore, ma la sinistra politica è debolissima, più debole che in un qualsiasi altro sistema politico europeo.

— Secondo lei il governo giallo-verde durerà?

— Certamente possono esserci dei momenti di grande difficoltà, uno è l’imminente procedura di infrazione della Commissione Europea. Forse sarà Salvini fra i due leader a dire che alcuni punti possono essere cambiati. Il secondo momento difficile saranno le elezioni europee, perché Di Maio non può permettersi una campagna elettorale populista e sovranista, mentre Salvini la farà fino in fondo. Vedremo differenze notevoli nel corso della campagna per le elezioni europee.

Per i 5 stelle è la prima esperienza di governo, se dovessero andare male sarebbe gravissimo. La Lega invece sa di avere una posizione di ricaduta, può fare probabilmente un altro governo con il centro destra, non subito. Salvini è molto più disincantato, anche lui comunque, secondo me, vuole arrivare alla fine della legislatura. Salvo qualcosa di imprevedibile, questo governo dura 5 anni.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Pubblicato il 21 novembre 2018

Sovranismo, populismo, autoritarismo

Sovranismo è pensare di riuscire a fare da soli quello che la collaborazione fra ventisette/ventotto stati non riesce a conseguire. E’ anche il tentativo furbesco di approfittare dei rapporti con quegli Stati solo quando conviene, senza dare nulla in cambio, peggio, violando sistematicamente le regole pre-stabilite e approvate e gli impegni presi. Nessuno Stato nell’Unione Europea è stato espropriato della sua sovranità, meno che mai da burocrati e tecnocrati senza volto che vivono a Bruxelles. Ciascuno degli Stati e tutti i loro governi hanno liberamente deciso di aderire all’Unione Europea consapevoli di stare cedendo una parte della loro sovranità nazionale. Sanno anche che nell’Unione Europea possono contribuire a proteggere e promuovere i loro interessi nazionali, ad esempio, prosperità e sicurezza, collaborando con gli altri Stati-membri. Non è vero che nell’Unione se qualcuno “vince” qualcun altro deve perdere. Spesso il “gioco” è a somma positiva: guadagnano un po’ tutti (e le statistiche lo dimostrano). Chi esce, come oramai tutti dovrebbero imparato grazie all’esperienza della Brexit, sicuramente perde — la mia impressione è che gli Stati piccoli perderebbero di più. La cessione consapevole di sovranità, se accompagnata da capacità, intelligenza, impegno, rafforza quegli Stati che hanno quelle qualità e le applicano poiché riusciranno a rispondere meglio alle esigenze e preferenze dei cittadini. Laddove, invece, i politici si rilevano inadeguati, in molti modi e da molti punti di vista, nessun vantaggio potrà scaturire da una presenza sulla scena europea non accompagnata da competenza e credibilità. Al contrario (e se qualcuno pensa che il riferimento è all’Italia ha colto il punto). L’Italia e, con poche eccezioni, i governanti italiani dal 2006 ad oggi, semplicemente non sono stati credibili.

Con il senno di poi, ma anche guardando alla tragedia del Venezuela contemporaneo, è persino troppo facile affermare che il fenomeno per eccellenza della non-credibilità è il populismo. Per lo più il leader populista giunge al potere grazie, in parte, agli errori dei governanti “democratici”, in parte, alle sue capacità personali nello sfruttare/strumentalizzare quegli errori, infine, in parte non piccola, alla credulità di ampi settori del popolo. Ovviamente, non è mai tutto il popolo che porta al successo il leader populista il quale, tutte le volte che gli parrà opportuno, contrapporrà il popolo buono, quello vero, che lo sostiene, al popolo cattivo, e definirà “nemici del popolo”, coloro che lo contrastano. E’ la pretesa di un leader, ma anche di un movimento, di rappresentare da solo, direttamente, senza bisogno di organizzazioni intermedie, il popolo, che costituisce l’elemento caratterizzante le esperienze populiste. E’ il rifiuto del pluralismo sociale, politico, culturale. E’ il rigetto di qualsiasi modalità di competizione libera e aperta. E’ il disconoscimento della separatezza e dell’autonomia relativa delle istituzioni, in particolare, di quelle parlamentari, talvolta giudicate inutili e spesso bypassate, e di quelle giudiziarie, dove si annidano alcuni nemici del popolo e del populismo! Sul filo teso dell’equilibrismo populista, abbiamo ascoltato il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte definire il suo ruolo “avvocato del popolo”. I vertici del governo italiano hanno definito il loro documento di bilancio, già bocciato (23 ottobre) dalla Commissione Europea, “la manovra del popolo”. La banalità del populismo si accompagna e si nutre dell’ignoranza di non pochi settori del popolo stesso in attesa delle soluzioni miracolistiche promesse dai populisti di tutte le tacche. Quando il populismo fallisce, come è sempre successo, dappertutto, allora la tentazione è forte, spesso irresistibile, di introdurre elementi di autoritarismo e di applicarli.

Può esistere una “democrazia illiberale”, quale, secondo Viktor Orbán, è diventata l’Ungheria del cui governo lui è il capo? Un sistema politico che impedisce ai mass media di fare il loro lavoro, che manipola il sistema giudiziario, che sottilmente colpisce qualsiasi attività degli oppositori, ha solamente intaccato i principi liberali: diritti civili e politici e freni e contrappesi istituzionali, oppure ha anche gravemente ristretto gli spazi democratici introducendo elementi di autoritarismo? (La Polonia è incamminata su questa strada). Quanto possa durare una “democrazia” continuando a privarsi del “liberalismo” è una domanda alla quale molti sistemi politici latino-americani e africani hanno già dato una risposta chiara: poco. Certo, il liberalismo potrebbe tornare, ma più facile, più probabile, anche se non inevitabile, è che quella democrazia illiberale scivoli nell’autoritarismo. La dictablanda, faccio ricorso alla terminologia elaborata con raffinata ironia dai latino-americani, può essere sia la conseguenza logica e politica di una democradura sia la sua alternativa più praticabile. Né l’una né l’altra troveranno legittimazione nell’Unione Europea.

Pubblicato il 1° novembre 2018 su italianitalianinelmondo.com

 

Perchè sono pessimista sul PD (anche se…). La versione di Pasquino

Secondo il professore di Scienza Politica, il dilemma del PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola su Formiche.net, se essere renziani o anti renziani, ma cercare di costruire una cultura politica comune, anche partendo dallo scontro di idee

 

No, il dilemma del (prossimo congresso del) PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola, se essere renziani o anti renziani. Neppure le più spericolate acrobazie verbali riusciranno a convincere qualche milione di elettori/trici a tornare sui loro passi (chiedo scusa, sulle loro schede) per votare Renzi. Il dilemma è, invece, piegarsi alla rappresaglia di Renzi che cerca una candidatura esclusivamente per impedire una chiara contrapposizione fra idee e progetti e precostituirsi un potere di ricatto su chi vincerà oppure andare a una conta vera, dura, senza recuperi a costo di subire una scissione, da destra. Chi parla della necessità/auspicabilità di due partiti sta offrendo un assist ai renziani, ma, al tempo stesso, sta decretando un futuro di minoranza e di irrilevanza (anche di subalternità) a qualsiasi nuovo veicolo elettorale e politico. Continua a sembrarmi incomprensibile come, a più di sei mesi dalla pesante sconfitta del 4 marzo 2018, i dirigenti (e, cavolo, anche i militanti) del Partito Democratico non abbiano ancora (non lo faranno più) trovato modo di discutere delle ragioni, molte e profonde, di quella sconfitta. Dove siete finiti, voi di “Occupy PD”? Ottenuta qualche carica è finita la festa? Oppure, data la ristrettezza dello spazio rimasto ve ne siete andati o state tramando sotto traccia? Che cosa potrebbe farvi tornare o smettere di tramare? Un confronto aperto, trasparente, dall’esito non precostituito fra uomini e donne libere, spogliatesi di qualsiasi previa appartenenza correntizia, irriverenti rispetto a qualsiasi rituale: credo che questo sarebbe un buon inizio.

Ciò detto, in quello che leggo e ascolto e sento detto alla Radio e alla televisione, mi sembra che nessuno sia finora andato al cuore del problema. Già bisogna occuparsi delle diseguaglianze (era preferibile farlo dalla posizione di governo). Bisogna andare nelle periferie, che non sono solo geografiche, ma attengono a condizioni di vita di anziani, giovani, donne, magari non soltanto episodicamente tenendovi una riunione della segreteria. Bisogna trovare “facce” nuove, ma qui il disastro, deliberatamente fatto con le candidature parlamentari, non è immediatamente rimediabile. Bisogna dare una caratterizzazione limpida al partito che si stagli al disopra del sovranismo, del populismo, del dilettantismo. A nulla di tutto questo è finora neppure stata tentata una risposta piccola piccola, minima, ma originale e attraente.

Ho detto e scritto, oramai molte, ma mai troppe, volte, che il PD sconta il suo peccato originale. Quella tanto vantata contaminazione del meglio delle culture progressiste del paese non è mai avvenuta. In sostanza, c’è stata unicamente la sommatoria di ceti dirigenti che si vantano di essere eredi di quelle culture politiche, peraltro ormai spossate da anni di riflessioni mancate. Nel frattempo, non c’è stata nessuna elaborazione culturale nel Partito democratico, ma, non dobbiamo blandire gli italiani quanto, piuttosto, dire loro parole di verità, nel paese si è largamente diffusa una ripulsa nei confronti della cultura, della competenza, della scienza. Epperò, un partito non può rinunciare a suggerire comportamenti, indicare strade, formulare progetti, anche esigenti per migliorare la società che vuole rappresentare e guidare. Naturalmente, dovrà anche essere disposto, non soltanto a un ascolto ipocrita, ma a un’interlocuzione/interazione serrata con la società e le forme in cui si manifesta e si esprime. Tutto questo è difficile, anche per le carenze flagranti del ceto dirigente del PD tanto più timoroso di coloro che posseggano elementi culturali di alto livello quanto più consapevole della propria inadeguatezza e quindi della probabilità di dovere cedere il passo. Difficile, ma non impossibile se, da subito, cominciasse il confronto e anche il conflitto (il sale della democrazia) su opzioni alternative, non solo sul potere, ma soprattutto sul progetto di rilancio/rinnovamento/ricostruzione.

Pubblicato il 20 settembre 2018 su Formiche.net   

Doppio stop per le destre nel voto UE

Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.

Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.

Pubblicato AGL 13 settembre 2018

Senza guizzi e senza novità il governo Conte sta entrando in attività…

Staremo a vedere. Fin d’ora, però, è possibile criticare la prolissità e la mediocrità del discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la sua concezione della democrazia, del popolo, delle riforme. Non serve andare a cercare le contraddizioni. Utile, invece, per chiunque voglia fare un’opposizione rilevante, è sapere valutare molto serenamente e molto pacatamente le azioni.