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INVITO Dalla sovranità popolare al sovranismo #16settembre #Bologna Alma Mater @UniboMagazine

Evento di apertura della rassegna
Sovranità popolare e democrazia

Sala Ulisse – Accademia delle Scienze
Via Zamboni, 31 

16 Settembre 2019
ore 16

Dalla sovranità popolare al sovranismo

Ginevra CERRINA FERONI
Gianfranco PASQUINO
Walter TEGA

Ingresso libero

Forni e fornai nelle democrazie parlamentari #CrisiDiGoverno

Non importa quanti forni ci sono. Importa la qualità del loro pane, delle loro offerte. In tutte le democrazie parlamentari con sistemi multipartitici, sono diversi i partiti in grado di dare vita a coalizioni di governo. Abitualmente, i due criteri più importanti sono la compatibilità ideologica e la contiguità politica. Il secondo criterio vale specialmente laddove i partiti riconoscono l’esistenza di destra e sinistra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha rifiutato questa distinzione fin dalla sua nascita, ma anche buona parte degli elettori leghisti afferma di non riconoscerla. L’indipendentismo e il federalismo guardano oltre. Le ideologie classiche sono oramai scomparse, non solo in Italia, ma, nel frattempo è nato il sovranismo in opposizione all’europeismo. Misuratosi con successo nelle urne europee, il sovranismo della Lega è diventato un fattore, forse il più importante, della crisi del governo giallo-verde. Oggi il riconoscimento della scelta europeista è la prima condizione che il Partito Democratico (im)pone alle Cinque Stelle per procedere alla formazione di un governo. Il PD chiede anche che le Cinque Stelle s’impegnono a non cercare un altro forno, cioè quello leghista. È una richiesta legittima, ma sostanzialmente impossibile da soddisfare. Infatti, le Cinque Stelle possono andare a vedere le carte del PD e presentare le proprie senza trattare in contemporanea con la Lega. Però, da un lato, la Lega, sull’orlo di una crisi di nervi per avere perso il governo e tutto quello che comporta, ha già messo sul tavolo le sue carte nuove, le vecchie essendo ben note alle Cinque Stelle. Dall’altro, nel caso fallisse lo scambio programmatico con il Partito Democratico, nessuno, neppure il Presidente Mattarella, potrebbe impedire alle Cinque Stelle di tornare a un rapporto a condizioni più favorevoli con un Salvini notevolmente ridimensionato e formare un Conte-bis, quel Conte sul quale il PD pone il veto.

D’altronde, qualsiasi negoziato per la formazione di un governo deve tenere conto anche delle persone, di coloro ai quali spetterà il delicato compito di attuare le politiche concordate. Talvolta questi “fornai” ottengono la carica di governo grazie al potere politico di cui godono nel loro partito. La loro presenza al governo è garanzia che contribuiranno a mantenerne il sostegno e non lo destabilizzeranno. L’elemento di grave disturbo a un eventuale governo Cinque Stelle-PD è dato dall’autoesclusione di Renzi e dei suoi, potenziali distruttori. Talaltra i fornai sono persone scelte per la loro competenza specifica: economica, sociale, di politica estera, della difesa, della giustizia. Privi di informazioni sulle rispettive preferenze derivanti da incontri precedenti, i dirigenti dei due partiti hanno bisogno di tempo per capirsi. Furono necessari circa ottanta giorni per dare vita al governo Conte. È irrealistico e controproducente, in particolare se si mira ad un governo di legislatura, fare fretta a Zingaretti e Di Maio. I forni hanno i loro tempi.

Pubblicato AGL il 26 agosto 2019

Elezioni europee 2019, Pasquino: “Il sovranismo è una benedizione a metà: mobilitare gli europeisti”

 

realpolitikese

 

Riflessioni politicamente sparse

 

 

Elezioni europee 2019, Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito Scienza Politica all’Università di Bologna, autore di L’Europa in trenta lezioni, Novara, UTET, 2017

  1. Professore, il quadro politico che esce fuori dal voto europeo è più che mai chiaro. Quali sono le sue considerazioni riferite al contesto europeo, ora che i sovranisti hanno rafforzato la loro presenza.

In Europa i sovranisti hanno vinto molto meno di quel che si temeva e che loro speravano, ma in Italia sono oramai una maggioranza, rappresentativa del sentimento del paese, anche con qualche aiutino di non pochi sciagurati sovranisti di sinistra. E’ possibile, ma tutt’altro che certo che in Europa i sovranisti serviranno contro le loro preferenze a obbligare gli europeisti a prendere posizioni chiare e a rafforzare la loro coesione operativa. In somma, il sovranismo è, lo dirò in inglese per farmi capire da Nigel Farage, una benedizione a metà (mixed blessing): mobilitare gli europeisti. L’altra metà è inconcludente egoismo nazionalista, accompagnato da grande ignoranza della storia, delle istituzioni europee e dei successi dell’UE.

2. Salvini è il grande vincitore di questa tornata elettorale, senza se e senza ma. Ha ribaltato i rapporti di forza nella squadra di governo, e ora può “pretendere” di più premendo sull’acceleratore. Quali saranno le sue prossime mosse?

Salvini chiederà che si attui tutto quello che la Lega ha inserito nel Contratto di governo: decreto sicurezza, autonomie allargate, flat tax. Quasi sicuramente, dopo qualche sceneggiata, l’otterrà. Poi vorrà designare il Commissario che spetta all’Italia. Sarà più difficile, ma non impossibile se trova la personalità giusta. Infine, vorrà avere dalle autorità europee il via libera a “sfondare” il 3 per cento di deficit. Non lo avrà, mai.

3. La Lega in questi ultimi anni ha parlato alla pancia del Paese. Ha funzionato alla grande, con una strategia aggressiva anche, soprattutto sui social media e ha addirittura attecchito al Sud. Ma quanto durano i movimenti di chiusura? Non c’è il rischio, come insegna la storia, che facciano tanto rumore nel momento in cui cadranno?

Il rumore alla caduta ci sarà, ma passerà parecchio tempo prima di sentirlo. Salvini è saldamente in sella. Sa andare avanti a piccoli passi. Al momento è il leader più vigoroso in circolazione. In assenza di sfidanti all’altezza, che non sono, differentemente, né Zingaretti né Di Maio, il suo futuro è alquanto radioso. Deve temere soltanto qualche errore dei suoi, qualche pasticcio di alcuni sovranisti europei nei suoi confronti e, soprattutto, la volontà dell’Unione Europea di fare rispettare le regole, a maggior ragione da parte di chi è ostentatamente ostile all’Europa che c’è.

4. Il Movimento Cinque Stelle ha perso metà del suo elettorato, rispetto alle politiche. Al netto delle differenze delle due competizioni elettorali, resta sempre una perdita di consenso eclatante. Cosa non ha funzionato, invece, rispetto all’alleato di governo?

Non ha funzionato la leadership, arrogantina e inadeguata, che ha commesso molti errori politici e di comunicazione. Non funzionano i ministri, alcuni dei quali incompetenti e privi di smalto. Non è efficace il Presidente del Consiglio. Il Movimento nel suo complesso sa poco di politica, non vuole imparare, traffica malamente con una concezione di democrazia che è surreale, pensa di potere funzionare senza darsi un’organizzazione anche sul territorio. Non è finito, ma il futuro non appare promettente.

5. Luigi Di Maio ha ribadito che non si dimetterà, ma ha anche affermato che una delle cause della sconfitta è stata l’astensione di parte del proprio elettorato. In questo intravedo contraddizione, poca autocritica e non si esclude che il ruolo di capo politico possa essere ridiscusso. Cosa ne pensa?

L’astensione è solo parte del problema. Il vero problema è  che la forza delle Cinque Stelle era stata proprio quella di offrire rappresentanza e un canale di espressione dell’insoddisfazione, del disagio, della protesta ai potenziali astenuti. Molti di costoro non credono più nelle Cinque Stelle. E’ giusto non soltanto ridiscutere il ruolo di Di Maio, ma porre l’esigenza di cambiarlo con procedure democratiche e trasparenti.   

6. Il Partito Democratico risale leggermente, ma c’è tanta strada da fare e Zingaretti deve invertire la rotta se vuole impensierire le forze “sovraniste”. In questo senso potrebbe riproporre un progetto inclusivo di tutta la sinistra, magari evitando di richiamare in causa la vecchia DC.

Non mi è chiaro (spero che apprezziate il mio understatement very british!) quale progetto persegua Zingaretti. Credo che non lo sappia neanche lui.. Certo, Zingaretti non può pensare di essere o di fare l’alternativa con il 22 percento dei voti. Finora non ha indicato nessuna strategia per trovare alleati. Pensa di crescere recuperando gli astenuti, un’illusione neanche pia. Non ha mai parlato di sinistra inclusiva, aperta, plurale. Non sarà Calenda a portare voti e idee. Soprattutto non esiste nessun dibattito politico e culturale in nessuna sede del Partito Democratico. D’altronde, non c’è nessun tema all’ordine del giorno. Manca qualcosa di molto importante al PD: una cultura politica.  

7. Fratelli d’Italia avanza e fa la voce grossa, ma sembra che la Meloni sia destinata ancora all’opposizione. Può configurarsi un governo interamente di destra, tra qualche mese o anno?

Oh, sì: un governo di destra è nelle carte. Praticamente, ha già anche i numeri. Non appena Salvini lo vorrà lo otterrà, anche senza passare da nuove elezioni. La Meloni è una politica di razza e prima o poi tornerà al governo (c’è già stata giovanissima ministra con Berlusconi).

8. Forza Italia sembra ormai essere alla fine dei suoi giorni, ed è anche comprensibile per un partito che si è identificato col capo per 25 anni. Si prevede una diaspora verso altre terre?

La diaspora è in corso. C’è qualcosa di patetico nel vecchio leader che non si rassegna e che s’illude di essere lui a tracciare il cammino della storia. Lui, il duopolista, che farà la rivoluzione liberale. Lui, l’euroscettico che si comportava malissimo nelle sedi europee, a dettare le alleanze: i popolari, i conservatori, Orbàn e i “sovranisti illuminati”. Lui che ha ancora come nemici i comunisti, ma il suo miglior amico è Putin.

Pubblicato 29 maggio 2019

Ai sovranisti questo libro non piacerà #daleggere #falsari @DAVIDPARENZO @MarsilioEditori

Lamentandomi regolarmente, con molte ottime ragioni, per il pessimo lavoro di reportage che, tranne pochissime eccezioni, i giornalisti italiani (e non solo) fanno quando “raccontano” l’Unione Europea, sono rimasto molto positivamente sorpreso dalla lettura del libro di David Parenzo, I falsari. Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana, Venezia, Marsilio, 2019, pp. 200. Venerdì 24 maggio ho avuto il piacere di discuterne nella sede di Nomisma a Bologna, con l’autore, con l’europarlamentare uscente (e, gli auguro, rientrante) Paolo De Castro intervistati da Alessandro Barbera (La Stampa) per l’appunto un giornalista che scrive di Unione sapendone.

Con agili e documentati capitoli, frutto evidente di accurate ricerche, Parenzo smonta la fake narrazione non soltanto dei sovranisti (di destra e di sinistra), ma anche dei “professionisti” del “sì, ma… bisogna cambiare l’UE”. Ciascun capitolo spiega come le direttive e i regolamenti dell’Unione abbiano migliorato la sicurezza dei più vari tipi, di vita, di lavoro, di commercio, di alimentazione, degli europei, proteggendone i prodotti, favorendone il commercio, incoraggiando lo sviluppo delle aree arretrate, e chiarisce che il “nemico perfetto per la politica italiana”, per riprendere il titolo del libro, sono i politici italiani, la loro ignoranza e la loro propensione a falsificare la realtà. Avrei scritto qualcosa di più sulle istituzioni europee e la politica, ma sono consapevole che è una mia (de)formazione professionale –della quale sono, però, molto orgoglioso!

Dopo il voto, contati i seggi, valutatone l’esito complessivo, sarebbe davvero opportuno ripartire da ciascuno degli argomenti trattati da Parenzo per continuare a offrire spiegazioni e suggerire azioni. Non mi faccio illusioni, ma spero che l’autore non molli la presa e continui, anche con il sarcasmo della “sua” Zanzara, a stigmatizzare documentando.

L’#Europa è il luogo dove potete esercitare la vostra sovranità. Votate! #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Parlamento Europeo. Se votate con il portafoglio pensate che il costo del vostro carrello della spesa è alto non per colpa dell’Euro, ma delle politiche economiche del governo. Con la lira, i vostri stipendi avrebbero ancora meno valore. Votate con il cervello e il cuore. L’Unione è il più grande spazio di libertà, diritti civili e sociali, pace mai esistito al mondo. I sovranisti sono portatori malsani di conflitti. Votate, votate. Votate.

INVITO I falsari. Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana #24maggio #Bologna @DAVIDPARENZO @MarsilioEditori @nomismaustampa

Nomisma e Marsilio Editori presentano

I FALSARI
Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana

di David Parenzo

Intervengono con l’autore

Paolo De Castro
Gianfranco Pasquino

modera Alessandro Barbera

Bologna
venerdì 24 maggio ore 16
Sala Conferenze Nomisma
Strada maggiore, 44

Governo e opposizioni: non solo blah blah blah

Spudoratamente, i giallo-verdi comunicano un po’ di tutto: il fatto (poco, ma reale); il non fatto (molto, rinviato al futuro) ; il malfatto (variabile). Si scambiano colpi, ma vanno avanti. Se le opposizioni dicono che sono divisi su tutto, sbagliano. Se dicono che il governo è bloccato, sbagliano. Le accuse generali non fanno breccia nel sistema comunicativo. Le opposizioni debbono battere con precisione su punti specifici e offrire proposte alternative credibili. Nel blah blah blah, Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno già vinto.

 

Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE @La_Lettura #387 #vivalaLettura

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019

Sì a una vera Sinistra per una società più giusta e non sovranista #Europa

Internazionalista, attenta al lavoro e all’istruzione, abbattere le diseguaglianze: un articolo del politologo Gianfranco Pasquino per Globalist su come vorrebbe le sinistre d’Europa

“La sinistra non può essere sovranista, non può che essere internazionalista”. E deve ” concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione “. Lo scrive in questo articolo per globalist.it Gianfranco Pasquino: politologo, docente alla sede bolognese della Johns Hopkins University, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, accademico dei Lincei, è una delle voci critiche più sensibili e attente della scena politica italiana.

   La sinistra e la società giusta in Europa

Le sinistre hanno un rapporto tormentato con l’Unione Europea. Come spesso nella loro politica nazionale, le sinistre variamente configurate cercano di combinare posizioni internazionalistiche con posizioni nazionaliste, difensive, se non addirittura, non scriverò affatto “loro malgrado”, sovraniste. La sinistra, però, non può che essere internazionalista. Ha l’obbligo politico ed etico di operare per il superamento dello Stato nazionale, causa prima delle due guerre civili europee e tuttora ostacolo principale ad una convergenza politica sovranazionale. Eppure, la convergenza, questo è già un tema da enfatizzare nella campagna elettorale, si trova fin dall’inizio dell’unificazione europea, quando alcuni grandi statisti, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak, pungolati da Jean Monnet e Altiero Spinelli, seppero guardare molto avanti, ed è posta a fondamento di tutte le istituzioni europee.

Sottolineare l’importanza della libera circolazione di persone, capitale, merci e servizi è giusto. Tuttavia, molto di più l’accento va messo sul fatto inconfutabile che l’Unione Europea è il più ampio ed esteso spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, ancora in espansione (poiché molte sono le domande di adesione). È anche il luogo nel quale uomini e donne godono delle maggiori opportunità di partecipazione politica incisiva– e coloro che non sfruttano quelle opportunità sono essi stessi parte del problema e non della soluzione. La sinistra dovrebbe, dunque, rivendicare con convinzione tutto quello che è già stato ottenuto, il cosiddetto acquis communautaire, prima di criticare l’esistente e di proporne, non il superamento, ma il perfezionamento.

Concentrarsi sul lavoro e l’istruzione

Due sono gli ambiti nei quali le politiche di sinistra sono argomentabili e fattibili. Sono ambiti nei quali in molte esperienze nazionali, la sinistra ha conseguito grandi successi e meriti. La rimodulazione del welfare state, per giovani e anziani, per disoccupati e sottooccupati, per donne e bambini, può essere proposta e ottenuta soltanto in una prospettiva europea che impedisca le rendite di posizioni e i vantaggi derivanti dagli squilibri fra gli stati che proteggendo meglio i loro cittadini sono esposti alle sfide di chi li protegge poco. Più specificamente è indispensabile concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione. Il secondo ambito è parte della sua storia, ma riguarda il futuro che la sinistra deve volere costruire, non tanto per la sua sopravvivenza, quanto per la sua visione: contenere e ridurre le enormi e crescenti diseguaglianze.

Le diseguaglianze incrinano la democrazia

Non è vero che la democrazia nasce promettendo l’eguaglianza, tranne l’eguaglianza di fronte alla legge. Piuttosto, è assolutamente certo che le diseguaglianze di ogni tipo incidono negativamente sulla democraticità di un sistema politico e sulla qualità della sua democrazia. La sinistra deve affrontare il compito di costruire eguaglianze di opportunità (al plurale), di intervenire non una sola volta, all’inizio, ma ripetutamente, per ricreare ad ogni stadio le opportunità necessarie. Qualsiasi operazione di questo genere richiede, non soltanto la volontà politica, che discende dalla capacità di “predicare” il valore delle eguaglianze di opportunità, ma soprattutto la consapevolezza che la sinistra deve mirare a dare vita e mantenere una società giusta, compito da svolgere e obiettivo conseguibile esclusivamente ad un livello più elevato, quello europeo.

La sinistra dei nostri desideri 

In questa concezione, la sinistra non si arrovella sulle tematiche economiche salvo su quelle relative alla tassazione e alla redistribuzione, sottolineandone non la, talvolta troppo vantata, razionalità delle cifre, quanto, piuttosto, la loro utilizzazione al perseguimento di valori condivisi. Certo, le “parole d’ordine” efficaci, che dovranno essere accuratamente definite, riguarderanno la chiarezza degli obiettivi e il coinvolgimento incisivo dei cittadini europei che consentiranno di fare grandi passi avanti. La sinistra che sta nei miei desideri, sicuramente diffusi e condivisi in larga parte d’Europa, ha la possibilità di elaborare coerentemente il messaggio della società giusta.

Pubblicato il 17 febbraio 2019 su globalist.it

Lo stato di salute dell’opposizione PLAY #2019

“Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione: quella guidata da un vecchio leader ormai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti si impegnano a dilaniare senza tregua. Per ragioni oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni.”

Gianfranco Pasquino
Lo stato di salute dell’opposizione

La democrazia, elettorale, e politica, italiana entra nel 2019 a vele quasi spiegate, con un governo notevolmente rappresentativo delle scelte effettuate dagli elettori. Composta da due organismi che hanno ottenuto un significativo successo elettorale e che hanno stilato non troppo faticosamente un Contratto di governo, entrambi elementi decisivi e presenti in tutte le democrazie occidentali, la coalizione Cinque Stelle-Lega rappresenta più della metà dell’elettorato italiano e attua politiche che ne riflettono le preferenze e che hanno consentito addirittura di accrescerne il consenso. Ovviamente, esistono fra i contraenti differenze di opinione, peraltro, non tali da mettere in discussione la continuazione dell’attività di governo. Tuttavia, qualche elemento di maggiore difficoltà è destinato a fare la sua comparsa in occasione delle elezioni europee di fine maggio 2019. Soltanto se la divaricazione fra Cinque Stelle e Lega fosse grande e dirimente, ponendo, ad esempio, le Cinque Stelle come quasi decisive per lo schieramento europeista, le tensioni potrebbero riflettersi sul governo e, in parte peraltro piccola, sulla stessa democrazia.

In realtà, la democrazia italiana ha sempre saputo nelle sue varie fasi superare le tensioni e ricomporre le fratture anche nell’ambito di coalizioni diversificate. L’elemento contemporaneo di incertezza è dato dalla quasi nulla conoscenza del passato ad opera delle Cinque Stelle e dalla loro incerta padronanza delle regole del “gioco” di una Repubblica parlamentare. I pericoli per la democrazia vengono sostanzialmente da atteggiamenti che meritano di essere definiti “ideologici”, in quanto rigidi e aprioristici, relativi a due elementi centrali della democrazia: il Parlamento ovvero, meglio, la rappresentanza parlamentare e l’accettazione del pluralismo competitivo. Da un lato, per bocca di Davide Casaleggio, le Cinque Stelle hanno dichiarato la probabile inutilità del Parlamento in un futuro prossimo al tempo stesso che, con la cooperazione della Lega, lo piegano ai voleri del governo ricorrendo alla molto tradizionale, comunque deprecabile, tagliola: “decretazione d’urgenza e voto di fiducia”. Dall’altro, in una pluralità di forme, ad esempio, con le loro plateali accuse ai mezzi di comunicazione di massa, tentano di contenere le critiche dimostrando fastidio proprio per quell’opinione pubblica che, anche quando commette errori, costituisce la linfa delle liberal-democrazie. A sua volta, la Lega va nella direzione, condivisa da un numero molto elevato di italiani, che chiamerò securitaria (e sovranista) accentuando politiche di “legge e ordine” che colpiscono alcuni elementi cruciali di una democrazia come “società aperta” secondo l’insuperata analisi di Karl Popper. Infine, l’attuazione di alcune riforme di bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni chiama in causa il rendimento del governo e la sua capacità di autocorrezione.

Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è, fin troppo facile dirlo, esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione. Nel contesto italiano attuale, potremmo rallegrarci per l’esistenza di più di una opposizione: quella guidata da un vecchio leader oramai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti s’impegnano a dilaniare senza tregua, senza avere imparato nulla dalle sconfitte e senza perseguire un qualsivoglia obiettivo specifico e chiaro, meglio se in una certa misura mobilitante. Per ragione oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure, se non in maniera occasionale e episodica, collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni. Auguri.

Pubblicato in Play 2019 Formiche n. 143 gennaio 2019