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Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews

Aprile 2021 Elogio del pragmatismo

Ma la realpolitik sarà sufficiente?

L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.

   Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti.  Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.

   Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.

Italia, il fallimento della politica. “La Prima Repubblica non era poi così male. Dopo i partiti sono stati incapaci di rinnovarsi” #intervista @LaStampa

GIANFRANCO PASQUINO Pubblica un “Profilo ideologico” del Paese che completa quello del suo maestro Norberto Bobbio.

Intervista raccolta da Alberto Mattioli

 Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

In principio era Norberto Bobbio, il suo Profilo ideologico del Novecento italiano che tuttavia, pubblicato nel 1986, si fermava prima del ’68. Adesso il quadro si completa con un «Profilo ideologico dell’Italia repubblicana» che però del nuovo saggio di Gianfranco Pasquino è il sottotitolo.

Il titolo, inquietante e perentorio, è Libertà inutile (Utet, pp. 223, € 18). È un saggio accademico ma scorrevole, appassionato e appassionante, lucido e polemico. E lascia nel lettore quel retrogusto di disillusione, che pare inevitabile quando si guarda l’Italia contemporanea.

Professor Pasquino, è il suo omaggio a Bobbio?

«Anche. Fu il relatore della mia tesi e con lui e Nicola Matteucci dirigemmo il Dizionario di politica. Ho insegnato all’Università di Bologna ma sono nato a Torino. Ogni volta che ci tornavo, andavo a trovare Bobbio. Mi piaceva l’idea di proseguire il suo lavoro sulla cultura politica degli italiani o meglio sulla sua mancanza».

Libertà inutile, in effetti, è un titolo forte.

«Ne parla lo stesso Bobbio nella postfazione del suo saggio. La libertà, certo, è sempre preziosa. Ma possiamo dire che gli italiani l’hanno adoperata molto male. Gli ultimi trent’anni sono stati quelli della fine della crescita, di una politica incapace di dare risposte e dei partiti spariti o in crisi».

Passiamoli in rassegna, allora. Lei smonta il mito di Berlusconi come fautore di una rivoluzione liberale.

«Certamente. Berlusconi è un duopolista e i duopolisti non lanciano rivoluzioni liberali. Il liberalismo di Berlusconi è soltanto liberismo, e di un genere particolare che punta a liberare la società dalle regole. Ma la società italiana non è migliore dello Stato. Nel presunto “liberalismo” di Berlusconi non c’è mai stata alcuna riflessione sulla divisione dei poteri, che del liberalismo è la base».

Lei stronca anche il Pd.

«Un vero problema. Il crollo dei partiti storici tra il ’92 e il ’94 non fu determinato solo da quello del Muro di Berlino, ma dall’assoluta incapacità di ripensare le loro culture politiche. I liberali erano sempre stati quattro gatti e non riuscirono a diventare otto. La riscoperta di Prudhon non bastò certo a rilanciare il riformismo socialista. La Dc perse la sua funzione di baluardo anticomunista e il Pci si trovò spiazzato perché aveva sempre negato di poter diventare socialdemocratico. La fusione di Margherita ed ex Pci produsse un soggetto privo di un vero baricentro: non bastava proclamare di voler mettere insieme le culture politiche progressiste, anche perché mancava in toto quella socialista. Il problema non è mai stato affrontato e di conseguenza nemmeno risolto».

Che identità dovrebbe darsi il Pd, allora?

«Potrebbe forse partire dall’europeismo di Altiero Spinelli, che aveva capito che il vero confronto non sarebbe più stato tra destra e sinistra, ma tra favorevoli e contrari all’unificazione politica dell’Europa. Ma nel Pd vedo molti che elaborano strategie; idee, nessuno».

E il Movimento Cinque Stelle?

«È il non pensiero di un non partito. O meglio, qualche pensiero c’è, ma sono pensieri deboli. Far passare tutto da una piattaforma telematica significa rinunciare a elaborare una cultura politica. E infatti governano con tutti: prima la Lega, poi il Pd, adesso Draghi. Però riconosco al M5s il merito di aver riportato alla politica molti elettori che se ne erano disamorati».

Il M5s è solo antiparlamentare o anche antidemocratico?

«Antiparlamentare di sicuro, con il suo mito della democrazia diretta e la riduzione del numero dei parlamentari. Ma questo è un aspetto presente da sempre nella cultura italiana, fin dai tempi di Prezzolini e Papini. Sulla democrazia, mi colpì una profezia di Grillo. Una volta affermò che il M5s avrebbe conquistato il 100 per cento dei voti, che è sicuramente un’idea antidemocratica perché un partito è una parte, non può essere il tutto».

E i sovranisti? La Lega?

«Il sovranismo non è un’idea. La Lega è passata dal secessionismo alla blanda espressione degli interessi dei ceti produttivi del Nord. Ma l’idea di un’Italia che si ritrae dall’Europa è perdente, lo sanno tutti. Dunque, l’idea sovranista è debole e produce una politica debole».

Non ci resta che Draghi.

«Nella storia di tutti i Paesi ci sono momenti in cui è giusto che ci siano accordi ampi. È successo anche in Italia con i primi governi del Dopoguerra o con il compromesso storico, che pure io critico. È una convergenza accettabile, anche se è bene che ci sia pure chi non ci sta come Giorgia Meloni. Ciò detto, molto dipenderà dalle capacità di Mario Draghi che sono note ma, nel ruolo di premier, ancora da collaudare».

Nel suo libro aleggia una certa nostalgia per la vituperata Prima Repubblica. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

«Stavamo davvero peggio? Alla fine degli anni 80 l’Italia diventò la quinta potenza industriale del mondo scavalcando il Regno Unito. La cosiddetta Prima Repubblica ha prodotto cambiamenti enormi. Il problema è iniziato quando gli attori della politica, i partiti, si sono rivelati incapaci di rinnovarsi. Più che finiti, i partiti sono sfiniti. Da qui l’impossibilità di riforme vere e il ricorso a soluzioni di emergenza: con Ciampi funzionò, con Monti no, con Draghi chissà».

SuperMario ce la farà?

«Sono uno studioso della politica, non un profeta. Non sono né ottimista né pessimista. Il momento è importante, l’occasione di cambiare la politica preziosa. Le riforme individuate da Draghi sono quelle giuste: burocrazia, giustizia, scuola».

Ultima domanda: nel libro, lei si toglie spesso qualche macigno dalle scarpe sui suoi colleghi. Perché?

«Perché il dibattito non può essere accondiscendente. Una parte degli studiosi non ha fatto bene il suo lavoro, è stata troppo blanda con questa politica. Non faccia credere ai suoi lettori che io sono a quel livello, ma Orwell non era tenero con i suoi colleghi, Aron nemmeno e neanche Habermas lo è. La discussione è anche critica, altrimenti è solo melassa».

Pubblicato il 23 febbraio 2021 su La Stampa

Draghi deve governare, non salvare la politica @DomaniGiornale

Nell’oramai avanzato processo di prematura beatificazione di Mario Draghi, che immagino alquanto preoccupato dalle aspettative crescenti, s’innesta una formidabile richiesta con codicillo. Di tanto in tanto, ma in parecchi momenti di svolta della storia d’Italia e della Repubblica, da un lato, i “giornaloni”, dall’altro, molti commentatori free lance, di parte, ma di poca arte, hanno prima dichiarato il fallimento della politica, poi subito dopo auspicato la ricostruzione della stessa ad opera di un demiurgo, mai rivelatosi tale. Oggi il prestigioso ruolo di demiurgo è affidato all’ex-Presidente della Banca Centrale Europea.

   Fermo restando che il fallimento cui porre rimedio riguarda non la politica, ma i politici, alcuni dei quali, genialmente (forse l’avverbio dovrebbe essere “irresponsabilmente”) aprono crisi che non sanno in nessun modo risolvere, è comunque giusto porsi il compito di ristrutturare la politica italiana. Difficile farlo da populisti, poiché quel che conta per il leader e i suoi seguaci non sono le regole, le procedure, le istituzioni, ma i rapporti basati su emozioni spesso piuttosto instabili. Difficile anche farlo da sovranisti poiché oramai la politica nel male, che c’è, e nel bene, che è chiaramente superiore, non è confinabile in un solo paese, ma si dipana a livello europeo in scontri e incontri, in ricerca di soluzioni condivise. Almeno di questo irreversibile sviluppo il non-politico Draghi ha sicuramente ampia consapevolezza. Però, c’è un problema che neanche Houston potrebbe risolvere. Confrontarsi con rigidi e altezzosi banchieri obbliga ad imparare alcune prassi della mediazione. Frequentare le cancellerie, come ho visto scrivere su molti giornaloni e giornalini, impartisce qualche lezione, soprattutto su come funziona la politica in quei paesi. Tuttavia, è molto improbabile che ne derivino lezioni immediatamente applicabili nel contesto italiano.

   Rifiutandomi di definire tecnico o politico un qualsiasi governo con riferimento al numero di ministri privi di precedenti esperienze in assemblee elettive e a quello dei ministri che saranno “politici” nella misura in cui hanno radici nei loro rispettivi partiti, credo sia opportuno porsi la domanda: saranno loro a ricostruire la politica? Aggiungo: avrà l’eventuale Presidente del Consiglio Mario Draghi il tempo, le energie, la voglia e la competenza di ricostruire “la politica”? Dove e quando mai la politica di un paese è stata ricostruita da un uomo o una donna proiettati alle più alte cariche istituzionali (direi lo stesso anche per gli ex-giudici costituzionali e affini) privi di esperienza e del sostegno di un partito, di un’organizzazione politica che si riconoscano in lui/lei?

   Quando, nel 1958, il Gen. Charles de Gaulle arrivò alla Presidenza della sua Quinta Repubblica francese aveva “fatto” politica per più di un decennio e poteva contare su una vasta schiera di compagnons de la Résistance. C’erano gollisti in ogni angolo della Francia. Grazie a lui, la politica francese fu in effetti profondamente ricostruita. Quanti dei tecnici che Draghi recluterà per affidare loro ministeri presumibilmente importanti saranno scelti anche per loro provate o immaginate capacità di costruire una nuova politica in questo paese e non, invece, proprio per la loro proclamata e conclamata distanza dalla vecchia e, presuntamente, fallita, politica? Non intendo in nessun modo sottovalutare l’utilità e l’apporto dei tecnici. Lo stesso de Gaulle si circondò di alcuni grandi intellettuali e di grands commis (alti burocrati, forse tecnocrati). Ma l’impronta politica e istituzionale sulla Quinta Repubblica francese è quasi esclusivamente sua.

Ho letto anche che qualcuno pensa e qualcuno spera che, nel ricostruire la politica, Draghi innescherà addirittura procedimenti che porteranno ad una ristrutturazione del sistema dei partiti in chiave di agognato bipartitismo. Anche questa aspettativa mi pare eccessiva. Faccio grazia ai lettore/trici di qualsiasi dotta digressione sulla legge elettorale, ma presumo che Draghi anche di questo si troverà a doversi occupare, e concludo che sì è auspicabile che la nuova politica si definisca intorno a due poli (il bipolarismo è al tempo stesso più facile e più flessibile del bipartitismo): europeismo federalista vs sovranismo. Certo, con la Lega che partecipasse ad un eventuale prossimo governo anche questo bipolarismo diventerebbe lontano e improbabile.

Pubblicato il 8 febbraio 2021 su Domani

L’Unione Europea c’è e funziona

Ho sempre sostenuto e, per fortuna, anche scritto (quindi, è possibile controllare la veridicità delle mie affermazioni) che l’Unione Europea, persino nei momenti di maggiore difficoltà, non rimaneva mai bloccata. Faceva regolarmente dei passi avanti, piccoli, lenti, zoppicanti, ma avanti. Non si trovava mai a scegliere fra la disastrosa disgregazione e riforme epocali, le sole che la salvassero. Ho sempre sostenuto anche che l’Unione Europea e le sue istituzioni non soffrivano/soffrono affatto di insuperabili deficit democratici, ma hanno alcuni problemi di funzionalità. Il Consiglio Europeo* 17-20 luglio ha detto molte cose importanti (per quel che riguarda importanza e entità delle risorse economiche esauriente è l’intervento di Paolo Onofri che condivido in toto), ma soprattutto ha segnalato che le istituzioni dell’Unione funzionano. La Commissione Europea, fatta da uomini e donne con precedenti esperienze di governo anche ai massimi livelli nei loro paesi, quindi non “burocrati” né, in larga misura, tecnocrati, ha formulato, suo compito politico fondamentale, una proposta. Dopo un necessariamente lungo negoziato, quella proposta è stata quasi totalmente accettata, con variazioni minime sulla distribuzione dei fondi. Il Consiglio Europeo, sicuramente un organismo democratico poiché composto dai capi di governo degli Stati-membri, i quali, dunque, hanno una maggioranza politica che li sostiene nei loro paesi, ha lungamente discusso, alla fine approvando senza nessun dissenso. Inoltre, è stata respinta la richiesta del Premier olandese Mark Rutte che voleva che i prossimi piani di ripresa dei singoli Stati fossero approvati dal Consiglio all’unanimità.

Come procedura decisionale l’unanimità non è assolutamente democratica. Da un lato, consente ad uno stato di esercitare enorme potere di ricatto nei confronti di tutti gli altri; dall’altro, implica che gli altri Stati sarebbero talvolta costretti a “comprare” quel voto con concessioni costose, privilegi, favoritismi sostanzialmente diseducativi. Si è, però, concesso ad uno Stato il potere di bloccare il programma di un altro Stato, freno di emergenza, ma l’ultima parola in materia di utilizzo dei fondi spetterà alla Commissione che ha la facoltà di decidere a maggioranza. Incidentalmente, in tutta la sua storia la Commissione e i Commissari si sono dimostrati i protagonisti più europeisti, tutti disposti a lavorare per fare avanzare il processo di unificazione politica dell’Europa. Fondi assegnati, programmi di utilizzo, valutazione complessiva del grado di successo conseguito nel tentativo di porre rimedio alle gravissime ferite economiche e sociali inferte dalla pandemia agli Stati e alla società europea saranno oggetto di discussione e di monitoraggio anche ad opera del Parlamento europeo. È giusto così poiché, anche se ci rammarichiamo di una partecipazione elettorale inadeguata, il Parlamento è il luogo della rappresentanza politica degli europei che produce informazioni, coadiuva l’attività della Commissione, approva il bilancio dell’Unione.

Il quadro complessivo è quello di istituzioni che sanno adempiere ai loro impegni, che riescono spesso ad andare oltre l’intergovernativismo, che hanno dimostrato di saper praticare la solidarietà e la cooperazione. Il sovranismo, ovvero la strategia per la quale ciascun Stato-membro cerca di strappare il massimo senza concedere nulla, ne esce sonoramente sconfitto. I sovranisti alzano la voce perché sono costretti ad abbassare la cresta. Gli europeisti sanno che l’opera è lunga, ma che è giusto godere il successo attuale che non sarà quello di una sola estate. Riguardatevi: l’Unione Europea è al vostro fianco.

Pubblicato il 20 luglio 2020 su paradoxaforum.com

* Consiglio europeo straordinario, 17-21 luglio 2020

Il ritorno dello Stato (e dell’Europa) #Lectio Accademia delle Scienze di Bologna

Alcuni di noi, imperterriti keynesiani e socialdemocratici non pentiti, lo sapevamo e non l’avevamo mai dimenticato. Qualcuno di noi si ricordava persino di Hobbes: lo Stato nasce per fare cessare la “guerra di tutti contro tutti” dando vita a un ordine “giusto” che salva la vita (mi ripeto deliberatamente) dei cittadini. Dopodiché, lo Stato può, ma debbono essere i cittadini a volerlo liberamente e ripetutamente, anche provvedere al benessere di tutti i cittadini: welfare State. Paleo e neo-liberisti hanno negato tutto questo e hanno balordamente condotto molti Stati sulla via della sregolatezza (deregulation) e del sovranismo. Il Covid-19 ha dimostrato con crudeltà che nessuno si salva da solo. “No man is an island”, ma nell’arcipelago della globalizzazione, della epidemia per tutti, pandemia, tutti abbiamo bisogno di risposte collettive. Solo lo Stato, sorretto dalla legittimità, in grado di mobilitare risorse, economiche, mediche, culturali, capace di utilizzare al meglio le conoscenze, può rispondere alle richieste dei cittadini: regole da (fare) rispettare, sacrifici da condividere, beni da distribuire equamente. Soltanto una unione o quantomeno un coordinamento solidale e serrato fra Stati, che possiamo chiamare Unione Europea, riesce a dare risposte adeguate in situazioni di grandi sorprendenti drammatiche crisi. Ben tornati, Stato (del benessere che ricostruiremo), Europa (del nostro destino).

ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA

SCIENZA APERTA
La ripresa

04 giugno 2020

 

Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia

Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.

Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.

Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.

Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it

La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews

Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino

 

Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.

Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.

La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.

No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.

Pubblicato il 3 giugno su formiche.net

 

Minima politica: i meccanismi e le manipolazioni della politica @Rifestival_Bo

A partire da “Minima politica” (UTET, 2020), il Prof. Pasquino, intervistato da Michele Dinichilo, fornisce un’interessante chiave di lettura di alcuni aspetti fondamentali della politica contemporanea – come i meccanismi elettorali, la governabilità e la rappresentanza, il sovranismo, il ruolo delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia – per poi rispondere ad alcune domande sull’attualità politica e sul futuro delle democrazie liberali.

RiFestival e Festival dell’antropologia sono ideati e organizzati da Un altro mondo è possibile APS, circolo Arci dal 2018, e sono promossi dall’associazione studentesca, riconosciuta dall’Università di Bologna, Rete degli Universitari.

Governo Conte oltre il panettone

Rincorrendo le quotidiane differenze di opinione fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle e i dirigenti del Partito Democratico e le loro numerose esternazioni, si ha l’impressione che il governo Conte 2 stia continuamente scricchiolando. Tuttavia, sembra oramai quasi certo che Conte e i suoi ministri saranno ancora in carica quando arriverà il momento di mangiare il panettone natalizio. Guardando ai due problemi attuali di maggiore portata, il destino dello stabilimento Ilva di Taranto e il futuro oscuro di Alitalia, si capisce che, da un lato, il governo non ha saputo trovare soluzioni tempestive e adeguate, dall’altro, che né per l’Ilva né per Alitalia e neppure per la Banca Popolare di Bari, le responsabilità sono di questo governo, ma affondano in scelte e non-scelte dei governi precedenti. L’opposizione di centro-destra alza la voce, spesso con toni molto sgradevoli, ma, come nel caso del Meccanismo Europeo di Stabilità, non ha nessuna proposta alternativa. Anzi, forse il salire dei toni, di cui di recente è stata maestra Giorgia Meloni (e l’impennata di consensi nei sondaggi a suo favore sembra premiarla), dipende proprio dalla sostanziale impotenza propositiva del centro-destra. Non è soltanto questione di inefficacia del sovranismo, ovvero del proposito di riconquistare, non si sa come, poteri ceduti all’Unione Europea oppure, meglio, con l’UE condivisi, con Berlusconi molto tentennante sul punto, ma, eventualmente, di come usarli nelle politiche economiche e sociali italiane. La vittoria di Boris Johnson in Gran Bretagna ha messo in imbarazzo i sovranisti italiani che si sono affrettati a dire che, no, non pensano affatto di uscire né dall’Unione né dall’Euro.

Giorno dopo giorno appare che le maggiori, ma nient’affatto letali, insidie per il governo Conte vengono dal suo interno. Nascono, da un lato, dalla necessità per i Cinque Stelle di prendere dolorosamente atto che molte parti del loro programma alla prova dei fatti risultano inattuabili, se non addirittura controproducenti e, dall’altro, che la leadership di Di Maio si è certamente dimostrata inadeguata, portando al dimezzamento dei voti, ma al momento rimane insostituibile poiché la sua fuoruscita porterebbe a deflagrazioni. L’insidia più grande per il governo viene, deliberatamente e costantemente, dallo scissionista Matteo Renzi. L’ex-segretario del PD ha la necessità di conquistare spazi cosicché prende rumorosamente le distanze dalle politiche del governo in cui pure stanno esponenti da lui designati, e per dimostrare la sua rilevanza si sta dedicando al piccolo sabotaggio. Un mediocre di talento, il Presidente del Consiglio Conte si riposiziona frequentemente, procede a mediazioni, offre un volto rassicurante e produce dichiarazioni rassicuranti venendo premiato dai sondaggi come il leader nel quale gli italiani hanno più fiducia. Che, in attesa del D-Day rappresentato dalle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, sia lui “l’uomo solo al comando” desiderato dagli italiani?

Pubblicato AGL il 16 dicembre 2019

Lo scontro in atto sul #MES, tra politica interna e rapporto con l’Europa

Lo scontro in atto sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) merita più di una riflessione perché riguarda il modo di governare (e di fare) opposizione in Italia e il modo di rapportarsi all’Europa. Sul primo punto abbiamo appreso e non dobbiamo dimenticare che il precedente governo giallo-verde aveva sostanzialmente accettato il MES e che, pertanto, ha ragione il Presidente del Consiglio Conte a criticare duramente l’opportunismo di Salvini che, andato all’opposizione, smentisce se stesso.Tuttavia, Conte fa male quando eccede nelle critiche facendone un fatto di scontro personale con Salvini, nel quale si inserisce con notevole grinta Giorgia Meloni per trarre il meglio di visibilità a fini elettorali. Lo scontro politico ha in qualche modo posto rimedio alla mancanza di conoscenze. Però, è almeno in parte vero che alla sostanza del MES non era stata data sufficiente attenzione. In estrema sintesi, il MES non è un meccanismo inteso primariamente a salvare le banche tedesche, come dicono gli oppositori, ma tutte le banche le cui difficoltà si ripercuoterebbero in maniera più pesante sui paesi con un alto debito pubblico, come l’Italia.

Adesso, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già importante europarlamentare, il governo giallo-rosso andrà a discutere e negoziare nelle sedi europee. Gualtieri ha immediatamente comunicato che lo spazio è minimo e un’affermazione simile è stata fatta dal portoghese Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo. Come in troppe altre occasioni, la posizione italiana non appare forte dal punto di vista negoziale poiché i rappresentanti degli altri paesi hanno ricevuto sufficienti informazioni sulle resistenze italiane e sulle divisioni anche in ambito governativo. Non possono fare a meno di preoccuparsi che l’Italia allunghi i tempi dell’approvazione del MES per ragioni di politica interna senza nessuna proposta operativa e migliorativa di un testo già lungamente discusso.

La posizione negoziale italiana è inevitabilmente inficiata proprio dalla inaffidabilità dei suoi governi e dall’oscillazione delle sue posizioni e preferenze (in questo caso, in particolare quelle del Movimento Cinque Stelle). Incredibilmente, troppi esponenti italiani dimenticano che il paese è costantemente sotto osservazione per un motivo strutturale: l’altissimo livello raggiunto dal debito pubblico, il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo. Gli europei hanno visto con favore, sarebbe stupido negarlo, la fuoruscita dal governo italiano dei sovranisti della Lega e l’ingresso degli europeisti del PD. Si attendono che dalle apprezzabili posizioni di principio conseguano comportamenti pratici altrettanto apprezzabili. Il MES è la prima importante occasione per mostrarsi coerenti e sulla base di quella coerenza essere poi in grado di fare valere le proprie preferenze, le proprie valutazioni e i propri interessi nella consapevolezza che gli interessi italiani coincidono con un’Europa potenziata nei suoi meccanismi economici.

Pubblicato AGL il 6 dicembre 2019