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Lo SPID referendum fa bene alla democrazia @fattoquotidiano

La apparente facilità con la quale, grazie all’uso dello SPID, sembra essere diventato possibile raccogliere le firme per i referendum abrogativi finirà per svuotare la democrazia parlamentare? Il quesito, seppure posto in maniera molto semplicistica, è legittimo. Per rispondervi adeguatamente è necessaria una riflessione a tutto campo sulle caratteristiche fondamentali della democrazia parlamentare. Il punto di partenza è che in tutte le democrazie parlamentari, a partire dalla loro “madre”, la democrazia di Westminster, all’incirca almeno l’80 per cento delle leggi sono di iniziativa governativa. In un senso molto preciso, non è il Parlamento che “fa le leggi”. È giusto così. Infatti, i partiti e i parlamentari della coalizione che dà vita al governo hanno ricevuto voti e consenso anche con riferimento al programma che hanno sottoposto agli elettori. Quindi, hanno il dovere politico e istituzionale di cercare di attuare quel programma. In Parlamento la maggioranza sosterrà la bontà dei disegni di legge del “suo” governo, peraltro, mantenendo il potere di emendarli e migliorarli, mentre l’opposizione dovrà svolgere il suo compito di controllo, ma anche di emendamento, fino al possibile rigetto di quei disegni di legge.

   Dunque, è il controllo sull’operato del governo, non il “fare le leggi”, il compito più importante del Parlamento ed è anche la modalità con la quale l’opposizione può fare stagliare il suo profilo, dimostrare di essere influente, proporsi credibilmente come alternativa. Nessuna raffica di referendum sarà, da un lato, in grado di eliminare le leggi del governo, dall’altro, sostituire in toto la funzione di controllo del Parlamento. In effetti, quando i Costituenti italiani scrissero l’art. 75, oltre a mettere al riparo dal referendum alcune materie, “leggi tributari e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”, stabilirono che il referendum ha come obiettivo “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge”. Pertanto, nessun referendum riuscirà mai a sostituire la scrittura, l’esame e l’approvazione parlamentare dei disegni di legge. Il referendum abrogativo italiano interviene esattamente come strumento di controllo sulle leggi approvate dal parlamento.

   Nel corso del tempo abbiamo imparato che il taglio di alcun frasi e persino della punteggiatura di una legge finisce per produrre un testo nuovo, addirittura opposto alla legge “taglieggiata”. Sappiamo anche che il quesito referendario è sottoposto all’esame di ammissione/ammissibilità, prima della Corte di Cassazione, poi anche della Corte costituzionale. Infine, lo stesso Parlamento ha la facoltà di impedire che si tenga un referendum legiferando in materia e non soltanto, come spesso si sostiene, seguendo gli intenti perseguiti dai promotori del referendum. Anzi, potrebbe persino risultare che fra i loro intenti i referendari perseguano proprio quello di sollecitare il Parlamento a legiferare. In questo caso, i parlamentari godono della possibilità/opportunità di agire in tutta autonomia dal governo, che sia loro oppure no. Ne consegue che non è affatto vero che i referendum che, per brevità e scherzosamente chiamerò SPID, svuotano la democrazia parlamentare. Anzi, semmai la arricchiscono spingendo i cittadini ad attivarsi, diffondendo informazioni, creando una interlocuzione con il Parlamento (e con il governo).

   “Colpevolizzare” referendum e referendari con prospettive allarmistiche è sbagliato e finisce anche per allontanare l’attenzione dai problemi veri della democrazia parlamentare italiana. L’intasamento causabile dai referendum è poca, pochissima cosa rispetto al restringimento della funzione di controllo parlamentare sull‘operato del governo causato dai troppi decreti, derivanti spesso da inadempimenti del governo stesso, e dalle richieste di voti di fiducia, che fanno cadere tutti gli emendamenti, anche quelli sicuramente migliorativi. Le soluzioni sono state proposte da tempo: riforma dei regolamenti parlamentari, ma non a scapito dei tempi e dei poteri dell’opposizione, e delegificazione (al cui proposito mi sento di aggiungere che, più o meno direttamente, “ce lo chiede l’Europa”!).

   Una democrazia parlamentare non teme mai che i suoi cittadini si attivino, si organizzino, diventino influenti anche grazie a pratiche referendarie. Una democrazia parlamentare sa che il suo buon funzionamento e la sua efficacia dipendono dalle relazioni Governo/Parlamento. Con tutti i meriti che, personalmente di persona, sono disposto a riconoscere al governo Draghi, ritengo che il suo ricorso ai voti di fiducia, nel silenzio neppure imbarazzato dei commentatori che, con alto tasso di partigianeria lamentavano l’autoritarismo dei DPCM di Conte, sia eccessivo e per nulla consono al miglioramento della democrazia parlamentare e della politica in Italia.

Pubblicato il 29 settembre 2021 si Il Fatto Quotidiano

Marta Cartabia al Quirinale? Perché no: potrebbe essere la donna giusta al momento giusto #intervista @ildubbionews

Il professore Pasquino parla della possibile candidatura della Cartabia al Quirinale. E sul Governo dice: «E’ destinato a durare, non vedo scossoni».

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega perché «alla Lega converrebbe essere europeista», dice di vedere di buon occhio Marta Cartabia al Colle ed è convinto che «se la ripresa continua il governo è destinato a durare».

Professor Pasquino, come cambieranno i referendum nel prossimo futuro?

Firmare con lo Spid agevola in maniera piuttosto significativa coloro che vogliono proporre un referendum, anche se introduce una distinzione tra i cittadini che hanno facile accesso ai sistemi di tecnologia e gli altri. Oggi i firmatari sono gruppi più facili da attivare, come giovani e professionisti, e nel complesso questo produce maggiore facilità di raccogliere le firme e in misura non enorme incentiva la produzione di referendum.

Alcuni propongono l’innalzamento delle firme necessarie a proporre un referendum. È d’accordo?

Di aumento delle firme si parla da molto tempo per via delle norme scritte dai costituenti, quando l’elettorato italiano era di 30 milioni di persone mentre oggi è di 54. Allora scrissero 500mila e penso che 800mila firme, cioè la cifra sulla quale si è assestato il dibattito, è accettabile nel momento in cui viene reso più facile firmare come accade con lo Spid.

Si parla poi di abbassare il quorum, che ne pensa?

L’esito dei referendum è una storia diversa. Partiti e organizzazioni possono invitare all’astensione e quindi vanificare il referendum per mancanza di quorum. Per scongiurare questo fenomeno gli stessi che vogliono aumentare le firme dicono che bisogna ridurre il quorum in base alla percentuale di votanti all’ultima elezione nazionale che precede il referendum. Anche questa proposta mi pare abbia una sua logica e una sua validità.

Alcuni studiosi auspicano poi un controllo anticipato della Corte sull’ammissibilità dei quesiti. Arriveremo a questo correttivo?

Anche questo è fattibile ma sarebbe utile sentire cosa ne pensano i giudici costituzionali. Ma c’è un rischio: che ci sia un alto numero di richieste di referendum e quindi si intasi la Corte. Tuttavia se le cifra minima richiesta per il controllo è centomila firme, allora è difficile che ci siano molte richieste. Mi lasci dire però che la Corte non è stata brillante nel dichiarare l’accettabilità o meno del quesito in passato.

Cioè?

Se il referendum abrogativo si propone di abrogare la legge, bisogna che la abroghi nella sua interezza, non cambiando le virgole. Invece si è consentita l’abrogazione di alcune parti creando confusione.

Addentriamoci nell’agone politico. Come giudica l’addio alla Lega di Francesca Donato?

Come un segno che c’è qualcosa che non va. Ma il problema è a monte. La Lega alle Europee ha candidato diverse persone senza sottoporle a qualche filtro, raccogliendo un po’ di tutto. Una parte di quel tutto oggi si trova insoddisfatta e se ne va. Spesso poi converge in Fratelli d’Italia e lo fa solo perché Fd’I è in crescita. Pura strategia di sopravvivenza politica.

Se alle Amministrative Fratelli d’Italia dovesse scavalcare la Lega si arriverà alla resa dei conti?

Secondo me no, perché sarà tutto il centrodestra a non andare bene. Fratelli d’Italia ha imposto un candidato non brillante a Roma e altrove la Lega ha fatto lo stesso. Ma il loro futuro è comunque legato, perché separati non andranno lontano. Magari nemmeno insieme vinceranno, ma di certo quella è una condizione per provarci. Il problema sarà decidere il candidato alla presidenza del Consiglio. E lì se ne vedranno delle belle.

La nuova centralità di Berlusconi e il sostegno senza condizioni di Fi al governo Draghi daranno linfa alla parte moderata del centrodestra?

La parte moderata ed europeista del centrodestra non può fare tanti passi avanti rispetto a quelli che ha già fatto. L’europeismo è ormai attribuito al Pd, che è un partito convintamente europeista, senza nessuna tensione o cedimento. Si parla inoltre della candidatura di Berlusconi al Colle ma sarebbe il primo caso di un presidente della Repubblica eletto da condannato e in più a 85 anni. È un’operazione di vetrina che sminuisce il ruolo dell’istituzione della presidenza della Repubblica.

Per la quale invece si parla di Marta Cartabia, che ha appena portato a casa la riforma del penale. Come la vede?

Mi pare in fase ascendente. I candidati di cui si parla di più sono Mattarella, che ha già detto che non vorrebbe fare un altro mandato, e Draghi, che è indeciso tra l’ambizione personale del Quirinale e mettersi in gioco per cambiare in profondo il paese come sta già facendo. Tuttavia molti pensano che serva una donna e Marta Cartabia è la donna giusta al momento giusto. È stata presidente della Corte costituzionale, è ministro della Giustizia e sembra che abbia fatto una buona riforma. In più non ha nemici visibili e questo nel segreto dell’urna può giovare.

Un 5- 0 per il centrosinistra alle Comunali farà togliere qualche sassolino dalla scarpa a Enrico Letta?

Ci sono buone possibilità di un 5- 0, anche se Torino non mi pare messa bene per il candidato di centrosinistra. Se dovesse arrivare, Letta dovrebbe prendersi la vittoria che però a Milano sarebbe di Sala e a Bologna del Pd locale. Lui deve occuparsi di vincere a Siena e di cambiare il partito. Per ora di cambiamento non se n’è visto molto.

Sullo stesso fronte il Movimento è diviso tra l’estrema visibilità del presidente Conte e la fatica nel raccogliere voti sul territorio. Come andrà?

Il M5S ha cominciato con Parma e poi ha vinto a Torino e Roma. Quindi non è sempre andato male sul territorio. E anzi se andrà “meno male” di quello che pensiamo potrà anche dire che è in ripresa, ad esempio con una Raggi al 18- 20 per cento a Roma. Gli serve un risultato competitivo con il Pd e con la possibilità che numericamente la loro somma si avvicini a quella del centrodestra. Al Movimento servirebbe maggiore decentramento, favorendo i gruppi che si riferiscono ai Cinque stelle in provincia. Ma non è questa l’intenzione di Conte e di un partito che ha deciso di affidarsi a un leader improvvisato.

Intravede scossoni nei prossimi mesi di governo, magari a causa della Lega, o si andrà dritti fino al 2023?

Gli scossoni non li intravedo. La Lega ha dei ministri al governo ma soprattutto ha una classe dirigente che si è formata nella amministrazioni locali. Parlamentari e ministri hanno un contatto diretto con una parte di società che ha capito che rimanere in Europa è fondamentale, perché a questo sono legati i profitti delle imprese. È per questo che alla Lega converrebbe essere europeista. Il governo, se questa ripresa continua, è destinato a durare.

Pubblicato il 23 settembre 2021 su Il Dubbio

Il referendum con lo Spid resta strumento da usare con cura @DomaniGiornale

Nei suoi termini essenziali la questione è semplice: la possibilità di raccogliere le firme attraverso lo SPID rende la richiesta di referendum esageratamente facile con il rischio di intasare le procedure democratiche e “svuotare” di potere il Parlamento? I Costituenti intesero l’istituto del referendum abrogativo essenzialmente come modalità attraverso la quale coloro che erano stati sconfitti in Parlamento e tutti coloro che erano ostili ad una legge approvata potessero fare appello ai cittadini per vanificarla. La paziente raccolta delle 500 mila firme indispensabili per chiedere il referendum serviva soprattutto a mobilitare i contrari e a informare gli elettori sui contenuti della legge, ma anche a dimostrare un minimo di sostegno iniziale alla sua eventuale abrogazione. Non fu mai molto facile raccogliere quel numero di firme. Ci riuscirono le organizzazioni, come quelle cattoliche, i sindacati e anche i partiti grandi. Ci riuscirono anche i radicali, più che un semplice “movimento di opinione”, attraverso tumultuose (e volute) vicissitudini fino alle raffiche di richieste lanciate contro la classe politica: “aboliscila con una firma”.

   Rapidamente i difensori di una legge appresero che qualsiasi referendum poteva essere fatto fallire per mancanza di quorum incitando all’astensione. Il punctum dolens, però, fu che 500 mila firme, con una popolazione e un elettorato molto cresciuti rispetto al 1948, vennero considerate troppo poche. L’innalzamento delle firme fu spesso proposto, da taluni accompagnato con l’abbassamento del quorum per la validità dell’esito. Oggi la possibilità di ricorrere a nuove tecnologie rende molto semplificata la raccolta delle firme e alcuni temono (ma altri auspicano) l’avvento di una (a mio parere alquanto improbabile) democrazia referendaria. Per giustificare e legittimare questo tipo di democrazia, i cui segni iniziali, peraltro, sono flebili, non basta puntare il dito contro il Parlamento accusandolo di incapacità e inerzia legislativa, anche se certamente esistono entrambe. Bisogna, invece, argomentare che su alcune materie è cosa buona e giusta che siano i cittadini ad esprimersi direttamente, di persona personalmente.

   Sappiamo, peraltro, che, da un lato, il Parlamento può “sventare” qualsiasi referendum legiferando lungo le linee dei proponenti, ma anche producendo un testo che dia una risposta più o meno puntuale e organica alla problematica. Dall’altro, non dobbiamo dimenticare che rimane comunque possibile l’appello potenzialmente “vittorioso” all’astensionismo. Però, giustamente, molti solleveranno l’obiezione dei costi comunque incorsi per lo svolgimento del referendum. In generale, è certamente vero che le nuove tecnologie sono promettenti per quanto riguarda la “voce” dei cittadini, ma contengono più di una criticità per qualsiasi concezione della democrazia intesa come confronto e scontro nonché conciliazione di opinioni, posizioni, soluzioni diverse. Forse, dovremmo meglio distinguere fra la fase di formazione dell’agenda, ovvero quello che è importante porre all’attenzione dei policy-makers e della cittadinanza, e le modalità decisionali. Dovremmo, cioè, andare a esplorare e utilizzare quanto formulato e già applicato attraverso esperimenti di democrazia deliberativa. Il referendum è uno strumento, utile e importante, ma da maneggiare con cura. C’è molto lavoro da fare per i partiti e i loro dirigenti, dentro e fuori del Parlamento.   

Pubblicato il 22 settembre 2021 su Domani