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Referendum: brutta informazione #ParadoXaForum

Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati è giustamente destinato ad occupare molto spazio, informativo e manipolativo, a preoccupare molti commentatori e, chissà, a tentare di interessare il maggior numero possibile di elettori. Poiché, come dovrebbe oramai essere notissimo, i referendum costituzionali non necessitano di quorum per essere validi (i Costituenti vollero premiare i partecipanti, loro decidono e chi sta casa non deve contare), trovare argomenti originali e efficaci per convincere gli elettori ad andare alle urbe può risultare decisivo.
Non mi pare convincente l’argomento del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “la politica deve riconquistare un ruolo superiore a quello della magistratura”. Anzi, pericoloso. Nelle democrazie liberal-costituzionali nessuna istituzione deve sottomettere le altre. Né mi pare mobilitante sostenere, come fanno i più accesi sostenitori del “NO” che la separazione delle carriere metterebbe a repentaglio la democrazia in Italia. Anche se la maggioranza degli italiani si lamenta a ragione della bassa qualità della loro democrazia, ci vuole molto più e ben altro per produrne il crollo. La Costituzione che ha costretto, prima, i comunisti, poi i fascisti e i loro eredi ad agire nel quadro democratico, ha mostrato di avere gli anticorpi contro qualsiasi forma di governo dei giudici. Resisterà anche impedendo che il governo “addomestichi” e riesca a asservire i giudici.
Piuttosto, quello che a 45 giorni dal voto dovrebbe impensierirci e irritarci è la bassa qualità del dibattito, dei confronti, delle previsioni. Non è nei poteri del Presidente Mattarella riportare tutto ad un livello accettabile, ma almeno ricordiamo quanto il Presidente ritenga importante il dovere civico dell’esercizio del voto. Più in generale, sostiene Luca Telese in un lungo post intitolato “Effetto Quirinale” e pubblicato on line negli Appunti di Stefano (Feltri) il 9 febbraio, il Presidente, custode della Costituzione, interviene coerentemente per impedire che “sul tema dei diritti e delle garanzie costituzionali” si vada al ridisegno “in modo radicale [del] la cartografia della politica italiana”. Peggio, poi, se il ridisegno cominciasse con questo referendum pure al momento in bilico fra “Sì” e “No” secondo il sondaggista Roberto Weber. Fa, però, malissimo Telese a sintetizzarne una lunga intervista mettendo fra virgolette una frase che non vi si trova e che riflette molto malamente quanto da Weber detto: “Per motivi diversissimi, si uniscono nel No al referendum tre categorie di elettori molto distanti tra di loro. I giovani, spaventati dall’America di Trump vista a Minneapolis [sic], gli ex elettori comunisti che oggi votano Pd, e gli ex elettori democristiani che oggi votano Meloni [sic]”.
I due “sic” stanno a segnalare il mio profondo disaccordo in attesa di essere argomentati in un’occasione futura. Ma il punto più importante consiste nel mettere in rilievo quanto hanno diversamente sbagliato due giornalisti, Telese fantasticando e Feltri evidentemente trascurando la lettura, pure capaci e competenti, su una tematica di notevole importanza politica e costituzionale. Grande è lo spazio per un’informazione migliore.
In cauda venenum. Però, il veleno non è mio. Lo diffondono molti degli interessati. Qui, poiché parlo di disinformazione, vorrei biasimare lo spot, immagino prodotto dal governo, probabilmente dal Ministero degli Interni, peggio s approvato dalla Commissione di Vigilanza, trasmesso frequentemente dalla Rai, inteso a ricordare che il 22 e 23 marzo si tiene un “Referendum popolare confermativo”. NO, e poi NO. È un referendum costituzionale, punto. Popolare o impopolare, da nessuna parte nella Costituzione il referendum è definito confermativo. Il suo esito potrebbe esserlo. Ma, se vincono i “No”, parleremo di referendum dismissivo che ha dismesso quella revisione costituzionale? Spero di no. Continuerà semplicemente e correttamente ad essere ricordato e menzionato per quello che è: un referendum costituzionale.

Pubblicato il 16 febbraio 2026 su PARADOXAforum

La stanza senza bottoni

formiche

Pubblicato in formiche ottobre 2015 pp. 12-13

di Gianfranco Pasquino*

logo formiche

In Italia non c’è mai stato nessun primato della politica. Simpaticamente, il socialista Pietro Nenni affermava “la politique d’abord”. Gli sarebbe piaciuto praticarla, anche con nobili obiettivi. Poi, entrato nella stanza dei bottoni, anzi, appena affacciatosi, dalla soglia, si accorse che di bottoni proprio non se ne vedeva nessuno. Li avevano portati via alcuni partiti. Infatti, in Italia al posto di comando sembravano esserci i partiti che non sono la stessa cosa della politica (qualche volta sono il contrario). Proprio così. Come potremmo altrimenti spiegare l’espressione, davvero calzante, usata per definire essenza e funzionamento del sistema politico italiano: partitocrazia? E l’altra espressione classica che riguardava i parlamentari: trasformismo?

Ecco, il primato, tutto da definire, l’hanno avuto e mantenuto a lungo i partiti. Il fatto è che hanno potuto farlo (come ho scritto nel mio libro Partiti, istituzioni, democrazie (Il Mulino 2014), non perché erano particolarmente forti, radicati, coesi e progettuali. Tutt’altro, e il crollo dell’intero sistema partitico nel 1992-1994 dimostra che erano deboli, epidermici, divisi al loro interno e incapaci di prevedere e progettare alcunché. Apparivano, i partiti, e furono effettivamente dominanti perché, da un lato, avevano creato le istituzioni e vi si erano insediati, appunto nei posti di comando, ma, quelle istituzioni parlamentari accompagnate a un sistema elettorale proporzionale, non obbligarono mai i partiti a diventare organizzazioni davvero strutturate. Certo, non lo fu la Democrazia Cristiana, partito di oligarchie in competizione; non il Partito Socialista, tutto sfilacciato in correnti ideologiche fino all’avvento tardivo di Craxi, accentratore pragmatico e spregiudicato del poco che era rimasto; non il PCI, geograficamente squilibrato, quasi assente in alcune regioni (Veneto e Sicilia). Dall’altro lato, i partiti italiani sembrarono forti perché la società italiana uscita dal fascismo era, con l’eccezione delle associazioni cattoliche, atomizzata. Poi, divenne lottizzata e clientelare e si rivelò corporativa ed egoista, mantenendo ostinatamente e tenacemente, la sua caratteristica più profonda, quella del “familismo amorale“.

Le istituzioni non sono cambiate e non basteranno gli scoordinati e scomposti sforzi di Renzi a dare all’Italia istituzioni moderne, capaci di operare con qualche autonomia e di costringere i partiti a riformarsi e a solidificarsi. Invece, la società è cambiata, vale a dire, fermi restando sia il clientelismo sia il familismo, è diventata popolata da molti individualisti. Sono coloro che credono che la politica è il problema, non la soluzione. Anzi, è l’ostacolo alla realizzazione delle loro potenzialità. Per farsi belli e dimostrarsi generosi affermano di stare lottando per liberare tutta la società. Qualche volta per qualcuno può anche essere vero, ma tutti gli altri dovrebbero sapere (avrebbe dovuto essere loro insegnato) che è la politica a scrivere le regole della convivenza, della competizione, del mutuo soccorso e che la società, quando è vivace e sregolata, è il luogo del bellum omnium contra omnes.

Per troppi, in Italia molto più che altrove, la politica sono i partiti e i parlamentari senza mestiere alcuno. Per troppi, in Italia, i partiti non hanno nulla da offrire se non privilegi, espropri e sprechi di risorse e una non modica dose di corruzione. Hanno in parte ragione. Per molti la politica è associata alla parola disgusto. Di nuovo, hanno spesso ragione. Dove, invece, hanno sicuramente torto è nel credere che, poiché loro non la frequentano, la politica non conti più nulla. Stefano Feltri scrive come se la tecnologia abbia spazzato via tutto e fossero rimasti soltanto gli innovatori di vallate più o meno “siliconate”. Non in Italia. Sicuramente, però, la tecnologia non domina e non governa in nessuna democrazia. Al contrario, dove la politica esiste, vale a dire dove ci sono decisori eletti in competizioni democratiche, le regole le scrivono quei decisori e gli innovatori, a prescindere dalla loro qualità, a quelle regole debbono uniformarsi.

La politica serve a scrivere le regole, a garantire la competizione e a punire chi non osserva le regole. La buona politica non soltanto scrive buone regole, rispettose delle preferenze della maggioranza dei cittadini, i quali, dal canto loro, sono interessati, informati e partecipanti, ma scrive regole applicabili e sanzionabili, con punizioni rapide e chiare per chi non le rispetta. Le democrazie, persino quella in fieri nell’ambito dell’Unione Europea, operano esattamente in questo modo. Nessuno avrebbe voluto essere governato da Steve Jobs e nessuno chiede a Bill Gates di prendere in mano le redini del mondo. Il pur ottimo tecnocrate Mario Monti ha dimostrato che ci vuol altro anche soltanto per tenere in mano le redini del governo di una media potenza quale l’Italia. La verità è che ogni paese e ogni popolo si meritano grosso modo, con qualche limitata eccezione, la politica che ha. Cittadini che ostentano il loro disinteresse, che hanno poche informazioni, spesso, anche a causa del cattivo giornalismo, fuorvianti e manipolate, che credono che la loro non-partecipazione delegittimi i rappresentanti e i governanti non possono che avere una politica che, prima ancora di essere debole, è brutta. Eppure, conta. Contribuisce a peggiorare la vita di tutti: dei populisti, degli indifferenti, degli antipolitici. Politica, sostantivo greco plurale, significa “le cose che succedono nella polis”. Se vi fate solo gli affari vostri, direbbe Pericle in visita in Italia, avrete una politica di serie B. Sempre politica è, ma molto inadeguata, comunque mai assente. Politica per pochi che la volgeranno nel loro interesse, alla quale, però, nessuno, neppure gli innovatori tecnologi più geniali, è riuscito né riuscirà a sfuggire

*Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna