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Democrazia Futura. Da partiti pigliatutto al vuoto, gli effetti della trasformazione della forma-partito oggi @Key4biz

Gli effetti della trasformazione dei modelli di partito oggi, Democrazia Futura entra nel vivo con una riflessione sul tema “Effetto Draghi”. Prove tecniche di post-democrazia sobria e di restaurazione di un’etica pubblica.

Nel 1966 fu pubblicato postumo un articolo che per qualche decennio ha segnato l’analisi delle trasformazioni dei partiti fino ad oggi (1). L’autore, Otto Kirchheimer, Professore di Government alla Columbia University, era uno degli scienziati sociali e politici della Scuola di Francoforte che aveva dovuto lasciare la Germania di Hitler. Socialdemocratico, autorevole studioso della Costituzione di Weimar, aveva contrastato con vigore il pensiero di Carl Schmitt. Nel suo breve saggio, Kirchheimer sostenne che i partiti di massa di classe, socialisti e comunisti, e confessionali, le Democrazie cristiane, in Francia, Germania e Italia stavano diventando partiti pigliatutti (2). Con nostalgia per quel partito di massa, l’autore individuava cinque grandi cambiamenti in corso, anzi, in stadio avanzato: a) drastica riduzione del bagaglio ideologico; b) rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice e valutazione delle loro azioni e omissioni dal punto di vista dell’identificazione, non con gli obiettivi del partito, ma con l’efficienza dell’intero sistema sociale; c) diminuzione del ruolo del singolo iscritto; d) minore accentuazione di una specifica classe sociale o di una platea religioso-confessionale per reclutare invece elettori tra tutta la popolazione; e) apertura all’accesso di diversi gruppi di interessi. Quasi subito si aprì nel contesto italiano una colluttazione fra i comunisti, che negavano qualsiasi loro scivolamento verso il partito pigliatutti, e esponenti della sinistra non comunista che in parte lo criticavano per la perdita di slancio al cambiamento sociale e per l’integrazione nel sistema e in parte lo auspicavano. Quello che è successo in seguito, un po’ dappertutto, anche se in maniera diseguale, ai partiti di massa delle democrazie dell’Europa occidentale, conferma che Kirchheimer aveva colto una tendenza fondamentalmente inarrestabile.

   La riflessione sui fattori che avevano dato inizio alla tendenza è stata forse meno approfondita del necessario. In estrema sintesi, sempre con la nota di cautela che le condizioni iniziali erano alquanto diverse da paese a paese e da partito a partito, fra quei fattori spiccavano le nuove modalità di comunicazione grazie alla diffusione della televisione, la prosperità conseguita e diffusa, i mutamenti nelle classi sociali a partire dalla classe operaia, i processi di secolarizzazione. Quello che non apparve chiaramente allora e che anche in seguito non è stato, a mio parere, sufficientemente studiato, è che quei partiti di massa non erano e non avevano mai voluto essere organizzazioni puramente elettorali. Fra i loro compiti avevano inserito e esercitato quelli relativi al reclutamento di iscritti, alla loro educazione politica, alla selezione di dirigenti e candidati alle cariche elettivi. I partiti pigliatutti si erano dati altri obiettivi distanti e talvolta molto differenti, sostanzialmente meno impegnativi di quelli perseguiti dai partiti di massa, di classe e confessionali.

Praticamente negli stessi anni in cui scrisse Kirchheimer, si era affacciata una ambiziosa spiegazione della nascita e del consolidamento dei partiti in Europa occidentale basata sulle fratture sociali e, in parte, politiche: Stato/Chiesa; centro/periferia; città/campagna; imprenditori/lavoratori. Esposta per la prima volta congiuntamente dall’americano Seymour M. Lipset e dal norvegese Stein Rokkan (3) questa tesi fu poi perfezionata e ampiamente utilizzata dal solo Rokkan. La combinazione variegata di quelle fratture aveva dato vita ai sistemi di partito che, consolidatisi già all’inizio degli anni Venti del ventesimo secolo, erano riusciti a durare attraversando tempi difficilissimi senza cambiamenti di rilievo (ad eccezione della nascita del Partito gollista, fondatore della Quinta Repubblica francese) fino alla metà degli anni Sessanta –proprio gli anni nei quali stavano emergendo i partiti pigliatutti. Implicita nella tesi di Lipset e Rokkan stava la necessità di vere e profonde fratture sociali per la comparsa di nuovi partiti (anche se Rokkan riconobbe che alla base dei partiti fascisti e comunisti si trovavano fratture eminentemente politiche). Qui mi corre l’obbligo di mettere in evidenza che Sartori non aderì mai alla tesi di Rokkan, sostenendo piuttosto, in linea con una più che convincente interpretazione del pensiero di Max Weber in materia e anche di Schumpeter, che i partiti sono il prodotto della abilità/volontà di un imprenditore politico che sfrutta le circostanze e utilizza lo spazio politico esistente.

Quello che è certo è che i partiti nati nei decenni successivi non sembrano avere un collegamento solido con qualche importante frattura sociale tranne, forse, quella industrialismo/ambientalismo che, infatti, ha dato vita a partiti verdi, anche se, nella maggioranza dei casi, non di grande successo elettorale e politico. Non mi spingerei fino a sostenere che esista una frattura “europeismo/sovranismo” e che sia di portata tale da ristrutturare i sistemi di partito delle democrazie europee, ma, forse, è prematuro discettare in proposito.

Partito è, nelle parole di Sartori che cito a memoria, un’organizzazione di uomini e donne che presenta candidature alle elezioni, ottiene voti, vince cariche. Fra queste cariche, le più ambite sono, ovviamente, quelle di governo. Kirchheimer si era fondamentalmente preoccupato del ruolo di rappresentanza politica delle preferenze degli elettori e del compito sociale e pedagogico del partito di massa. Da molto tempo, però, soprattutto in Gran Bretagna, l’attenzione degli studiosi era stata dedicata allo studio dei partiti che andavano al governo e ai loro comportamenti: party government. Peraltro, un po’ dappertutto le democrazie erano effettivamente casi di party government nei quali: “1. Le decisioni sono prese da personale di partito eletto (a cariche di governo) o da soggetti sotto il suo controllo; 2a) le politiche pubbliche sono decise all’interno dei partiti che 2b) poi agiscono in maniera coesa per attuarle; 3a) i detentori delle cariche sono reclutati e 3b) mantenuti responsabili attraverso il partito” (4). La Repubblica italiana, nella quale tutti questi criteri avevano trovato applicazione concreta, è sicuramente stata un caso di “governo di partito” dal 1946 al 1992, persino nella sua degenerazione chiamata partitocrazia. (5)

   Fra il 1994 e oggi nel caso italiano è andato perso tutto quello che, in conformità con le teorie e con le pratiche esistenti nelle democrazie occidentali, aveva funzionato soddisfacentemente fino allo smantellamento del Muro di Berlino 1989 (sì, asserisco anche l’esistenza di consequenzialità post hoc ergo propter hoc). Tutti i partiti, che per lo più rifiutano persino questo appellativo, sono oramai pigliatutti. Nessuno di loro svolge qualsivoglia attività pedagogica (le “scuole” sono balletti per le ledearship, esibizioni festaiole), di produzione di cultura politica. I loro meccanismi di reclutamento e di selezione funzionano poco, saltuariamente, male, a scapito del ruolo e della partecipazione degli iscritti. Per lo più i partiti italiani hanno e manifestano caratteristiche “personalistiche” con l’accentuazione della visibilità del leader proprio come evidenziato e lamentato già da Kirchheimer. Quanto al “governo di partito”, gli esperimenti dei governi non-politici, ma affidati a personale sostanzialmente privo di appartenenze e esperienze politiche (Ciampi; Dini; Monti; Draghi), stanno a dimostrare che quel tipo di governo viene spesso messo in soffitta. La questione non è che i governi non-politici non sono eletti da nessuno/non escono dalle urne, come perseverando nell’errore costituzionale grave, affermano imperterriti alcune grandi firme e lo stesso Direttore del Corriere della sera. La vera questione è che quei governi e molti loro ministri sono tecnicamente “irresponsabili”. Non hanno un elettorato di riferimento, non dovranno tornare a chiedere il voto agli elettori assumendosi la responsabilità di quello che hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Anche in questo modo si svuotano le democrazie. (6)

*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei. Il suo libro più recente è Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Pubblicato il 6 maggio 2021 su Key4biz

Partiti, movimenti, riforme istituzionali. Diagnosi, in prospettiva comparata, sullo stato di salute della democrazia italiana, delle sue istituzioni e delle forze che ne costituiscono l’ossatura imprescindibile #intervista @Policlic_it

Intervista raccolta da Riccardo Perrone per
“Policlic l’informazione a portata di clic” n 5

Nel pieno di un periodo drammatico, segnato dall’esplosione globale della pandemia di COVID-19, si è svolto in Italia un importante referendum confermativo, inerente alla riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, che ha sancito la vittoria dei Sì con il 69,6%. Delle conseguenze di questo responso e di molto altro – dall’evoluzione di partiti e movimenti alle riforme istituzionali, con riferimenti all’attualità politica – abbiamo avuto il piacere di parlare con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, autore di numerosi e importanti volumi, l’ultimo dei quali – Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) – è da poco nelle librerie

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla proliferazione di una serie di movimenti collettivi, che rappresentano un importante strumento di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: si pensi ad esempio ai movimenti femministi, ambientalisti, o a quelli più recenti quali il movimento “Black Lives Matter” negli Stati Uniti e quello delle “Sardine” in Italia. La nascita e il successo di questi movimenti sono determinati esclusivamente da una spontanea iniziativa di cittadini che si uniscono per perorare una determinata causa, o sono invece dovuti anche all’azione “dall’alto” da parte di qualcuno che dà origine ai movimenti, conferendo loro organizzazione e visibilità?

Ci sono due interpretazioni che considero importanti per analizzare come nascono i movimenti. Da un lato c’è l’interpretazione classica weberiana, secondo cui i movimenti sono in qualche modo il prodotto di insoddisfazioni diffuse, alle quali dà inizio un imprenditore politico, che trasforma questa “effervescenza” – termine utilizzato da Max Weber – in qualcosa di più concreto, in un movimento. Sono persone che si mettono insieme per un qualche scopo. Poi lo scopo può essere preciso, o può essere invece abbastanza vago, e quindi naturalmente può attrarre diverse persone a seconda della chiarezza dello scopo. Questa interpretazione mi pare adeguata. Naturalmente, Weber procede sostenendo che il movimento deve riuscire poi a istituzionalizzarsi, altrimenti o consegue lo scopo e finisce lì, oppure non consegue lo scopo e i suoi componenti si disperdono.

L’altra interpretazione è quella di Alain Touraine, grande sociologo francese, secondo cui in tutte le società vive nascono movimenti. Se una società è viva e vivace, produrrà dei movimenti. Ci sono persone che si incontrano, sulla base di identità, interessi, ideali comuni, e che danno vita a un movimento che può essere più o meno grande. Nel caso di “Black Lives Matter” ci sono alcuni elementi che sono certamente weberiani, nel senso che c’è un’insoddisfazione abbastanza diffusa. È difficile trovare un leader in questo caso, perché l’America è un Paese geograficamente vasto e perché i grandi leader di colore in questo momento non ci sono. Questi sono movimenti che nascono qualche volta all’interno di situazioni specifiche e che vengono rappresentati, per esempio, attraverso la televisione. Non c’è in questo momento un vero e proprio leader del movimento, che è frammentato, cioè si trova in più zone a seconda dei casi, dei contesti, delle sfide.

Con riferimento alla situazione italiana, possiamo osservare come negli ultimi venticinque, trent’anni si sia verificato un sostanziale cambiamento delle caratteristiche e del ruolo dei partiti. Un tempo erano strumenti e organizzatori della vita sociale dei propri iscritti, attualmente invece sono percepiti come “insegne elettorali” o poco più, che contemplano in misura notevolmente minore la partecipazione di iscritti e simpatizzanti alle loro attività. Quali sono a suo parere le cause di questi mutamenti?

I partiti italiani sono declinati in maniera visibile a partire dal 1992-94, ma la loro crisi era iniziata già prima, quando non si erano in nessun modo rinnovati, quando non avevano capito fino in fondo che cosa significasse, non solo per il mondo occidentale, ma soprattutto per l’Italia, la caduta del muro di Berlino. E da allora, soprattutto dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, buona parte dei partiti è entrata in una dimensione di crisi, di difficoltà che non era soltanto organizzativa, ma anche e soprattutto culturale. Oserei dire che è scomparsa la cultura politica di ciascuno di quei partiti, e la maggior parte di essi si è trasformata in partiti personali – cioè sono quello che il leader, popolare nella fase di conquista, è o vuole essere. E oggi ci troviamo di fronte a uno schieramento partitico in cui c’è un unico componente che si chiama partito, il Partito Democratico, mentre tutti gli altri hanno deciso di prendere altri nomi perché l’elettorato non gradisce più i partiti. Questo è il punto fondamentale: nessuno gli ha spiegato a cosa serve un partito, che tipo di compiti svolge, che è indispensabile per la democrazia, perché raggruppa opinioni che si fanno anche politiche pubbliche.

Per di più non c’è più nessuna cultura politica. Adesso vediamo qualcosa che sta maturando, ma è difficile dire che sia già una cultura politica, in particolare sulla destra dello schieramento. Da un lato c’è Salvini, che peraltro ha abbandonato l’idea del federalismo e della indipendenza della Padania, e quindi ha ridotto la sua cultura politica semplicemente ad atteggiamenti anti-europei, anti-migranti – Salvini è contro qualcosa, non è chiaro a favore di cosa sia. Dall’altro c’è un atteggiamento sotterraneo, in Salvini e forse un po’ di più in Giorgia Meloni, che definiamo “sovranismo”; ma che il sovranismo rappresenti una vera e propria cultura politica, è difficile dirlo. Io direi che è improbabile che lo sia in questa fase: deve probabilmente essere meglio declinato, e non vedo nemmeno il teorico del sovranismo.

Vedo anche determinate frange di sovranismo nelle file della sinistra che sta al di fuori del PD. Il PD è coerentemente europeista, e quindi potrebbe vantare quella cultura, se qualcuno la elaborasse. Invece al momento è soltanto un atteggiamento, o meglio una sensibilità. Il PD ha sensibilità europeiste, e questo va benissimo. Che abbia una cultura politica complessiva è difficile dirlo. Quando nacque nel 2007, sostenne che era “il meglio delle culture politiche” e che avrebbe messo insieme ambientalismo, riformismo, cattolicesimo democratico e così via, dimenticandosi ad esempio del socialismo che in questo Paese ha rappresentato una storia di riformisti veri, e non è riuscito a dar vita a una cultura politica. Di volta in volta è “il partito di”: è stato forse il partito di Veltroni, è stato forse un po’ di più il partito di Renzi, fa fatica a diventare il partito di Zingaretti perché quest’ultimo non ha la capacità comunicativa che avevano sia Veltroni sia Renzi.

Questa è la situazione italiana, nella quale i partiti cambiano poco a seconda del tipo di leadership che hanno, ma non riescono in realtà a strutturarsi: sono spesso evanescenti, salgono e scendono dal punto di vista elettorale, vanno al governo o perdono ruoli di governo, ma non lasciano traccia. Siamo in una situazione, come direbbe Bauman, sostanzialmente liquida, e questo naturalmente non è un bene, perché i partiti nascono con la democrazia, e possiamo dire che la democrazia nasce con i partiti, si regge sui partiti; e se i partiti sono deboli, la qualità della democrazia è naturalmente abbastanza bassa.

Per quanto si è appena detto, mi sembra evidente che gli attuali partiti italiani non possano essere definiti “partiti di massa”. Come possiamo definirli, “partiti di quadri”, “partiti pigliatutti”? O invece è necessario teorizzare una nuova categoria ad hoc?

Questi sono partiti personali, che si reggono soprattutto sulle qualità, sulle caratteristiche – perché qualche volta non sono vere e proprie qualità – dei leader, e quindi si spostano a seconda del modo con il quale il leader si sposta, a seconda del successo che ha. E i partiti personali sono inevitabilmente legati alla persona del leader, e quindi possono diventare sufficientemente forti, sempre dal punto di vista elettorale, ma anche perdere consenso in maniera molto rapida. Questa è la situazione di fondo. Non c’è più nessun legame con il passato, con quelle categorie che lei giustamente evocava, perché quelle categorie sono finite. Certamente nessuna delle organizzazioni esistenti oggi in Italia può essere definita di massa. Se c’è un’organizzazione ancora di massa, forse è il sindacato CGIL, e tutte le altre sono organizzazioni al massimo di quadri, peraltro non particolarmente preparati, oserei dire. In qualche caso più che politici direi burocratici; questo è il caso anche della CGIL.

Secondo la fondamentale teoria dei cleavages, elaborata a metà degli anni Sessanta da Rokkan, i partiti politici riflettono “fratture sociali” ben definite. Possiamo considerare tuttora valida questa teoria? Quali sono le divisioni, i conflitti all’interno della società di oggi, che i partiti provvedono a rappresentare e in qualche modo a istituzionalizzare?

Rokkan raccontava una storia europea, che secondo me va bene fino ad un certo punto. Infatti si riferiva all’Europa occidentale: non poteva raccontare quella storia per l’Europa orientale e naturalmente non poteva raccontarla per i Paesi anglosassoni al di fuori del continente europeo – ma in realtà neanche per la Gran Bretagna. Quindi una teoria che era affascinante, ma da parecchi punti di vista limitata geograficamente.

Quello che è successo è che la maggior parte di quei cleavages sono fondamentalmente scomparsi. Oggi non parliamo più, ad esempio, del cleavage città-campagna: semmai il cleavage è nella città, tra i centri cittadini e le periferie; questo possiamo dirlo anche per gli Stati Uniti, ad esempio. Oggi è difficile dire che ci sia un cleavage che riguarda la religione nei Paesi occidentali, perché la religione è diventata molto meno influente dal punto di vista politico. Ci sono ancora partiti che hanno un aggancio alla religione, per esempio i partiti democristiani, che fondamentalmente sono gli ultimi rimasti. Non sono partiti marginali, sia chiaro – si veda su tutti il caso tedesco – però per il resto il cleavage tra i laici e i religiosi in Italia è sostanzialmente inesistente, nonostante i ripetuti richiami alla necessità di un partito cattolico.

Per quanto riguarda i cleavages attuali, a Rokkan contrapporrei Altiero Spinelli, il quale ha sostenuto nel “manifesto di Ventotene” che a un certo punto non ci sarebbe stata più una distinzione classica tra destra e sinistra, ma la vera distinzione sarebbe stata tra i sostenitori di un’Europa politica unificata e federale e coloro che invece sono contrari. Quindi potremmo dire che il cleavage che sta sorgendo, e che potrebbe caratterizzare alcune competizioni politiche, è quello tra i sovranisti, che vogliono mantenere il potere all’interno della propria nazione, e gli europeisti, che sono invece disposti a condividere la sovranità a livello europeo. Questo è quello che mi pare in corso, e mi pare più importante rispetto alla categoria di “populismo”. Marine Le Pen non è una populista, ma è certamente una sovranista.

Anche Orban secondo me è molto meno populista di quel che si dice, ed è invece un sovranista, e così via. Potremmo andare alla ricerca di questo in molti contesti: in Svezia c’è un partito, chiamato “Democratici Svedesi”, che è sicuramente un partito sovranista; in Finlandia, credo si chiamino “Veri Finlandesi”. Credo si possa dire che non ci sono più i cleavages tradizionali, e anche quello economico tra i lavoratori e i proprietari dei mezzi di produzione mi pare molto ridotto nel suo impatto. Oggi dobbiamo preoccuparci più dei finanzieri e dell’accentramento di risorse nelle loro mani.

Quali sono i principali fattori che hanno determinato negli ultimi anni l’ascesa del Movimento 5 Stelle? Quali elementi di novità ha apportato al sistema politico italiano?

In un sistema politico nel quale l’elettorato era già privo di convinzioni molto forti, i 5 Stelle portano un attacco deciso al sistema in quanto tale, alle élites, e da questo punto di vista contenevano ovviamente un corposo grumo di populismo. I 5 Stelle hanno inoltre sfruttato e strumentalizzato l’insoddisfazione nei confronti della politica, che c’è sempre stata in Italia, ma che era ben visibile alla fine degli anni Duemila e agli inizi dello scorso decennio. Naturalmente hanno usato con successo, come abbiamo visto, la loro critica al Parlamento. Tutto questo nasce dalla famosa battuta di Grillo: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, e porta a tutto quello che ne consegue, dal limite dei mandati all’imposizione di un vincolo di mandato. Usavano dunque tutti gli elementi di anti-parlamentarismo, anch’essi molto diffusi nel contesto italiano. Quindi l’insoddisfazione secondo me è il cardine di questo tipo di propaganda, non la proposta di soluzioni, che sono state tutte semplicistiche e, tranne pochi casi, assolutamente inattuabili. Su molti elementi, infatti, i 5 Stelle al governo hanno poi cambiato posizione.

Quest’insoddisfazione è destinata a rimanere. Trovo curiosi i commentatori secondo cui ci sarà una scomparsa del Movimento 5 stelle: non ci sarà una scomparsa, e in realtà non ci sarà neanche una scissione, perché sia Di Maio che Di Battista condividono l’insoddisfazione nei confronti di quelli che i commentatori considerano i due poli, e c’è un’insoddisfazione politica nei confronti del funzionamento del sistema. E allora qui l’elemento paradossale è che Conte – a cui mi riferisco come persona e come capo del governo – riesce a far funzionare il sistema, ma nella misura in cui il sistema funziona, si riduce l’insoddisfazione e quindi si riduce il numero di persone che vanno a votare per il M5S. Il paradosso è che perde voti perché ha successo a livello nazionale, come partito di maggioranza relativa, e ha successo il loro candidato, colui da loro prescelto per guidare il Governo. Però l’insoddisfazione continuerà a rimanere, non più al 33%, che è quello che hanno ottenuto nelle elezioni del marzo 2018, ma intorno al 15-16%, che è quello che i sondaggi danno loro fino a questo momento. Se poi ci fossero altri motivi di crisi, allora forse potrebbe crescere la percentuale di elettori, perché crescerebbe l’insoddisfazione.

Il Movimento, trovatosi alla prova del governo, sta tenendo fede ai propri valori [il termine sia inteso nella sua accezione neutra, NdR] e propositi delle origini?

Non lo so. Non lo so perché faccio fatica a vedere i valori delle origini. Qualcuno dovrebbe riprendersi le 5 Stelle e dirci che cos’erano esattamente, perché non me lo ricordo più. Ma per esempio sull’ambiente – se il Governo finalmente farà un piano ambientale per l’Italia, anche per avere i fondi europei – lì terranno fede alla loro impostazione. Hanno anche tenuto fede a cose che ritengo abbastanza marginali, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari o l’abolizione dei vitalizi – cioè alcune cose che riguardano sì la politica, ma in un certo senso anche la “pancia” dei cittadini italiani. E io non sono mai dell’idea di alimentare la pancia: bisogna alimentare il cervello, qualche volta anche il cuore, la passione, ma non la pancia; è meglio stare a dieta, magri, agili, capaci di cambiare idea, capaci di imparare.

Ciò detto, al governo hanno fatto delle cose che hanno certamente soddisfatto i loro elettori, e altre che non hanno avuto lo stesso effetto. Su alcune cose in realtà si impuntano perché non hanno abbastanza conoscenze: ad esempio sul MES per le spese sanitarie dirette e indirette insistono a dire “No”, e sbagliano sicuramente. Hanno anche cambiato atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, e questo è stato molto positivo. Però non si può dire se abbiano tradito i valori delle origini. Se i valori delle origini consistevano nello scaraventare il sistema nell’abisso, erano valori da non condividere, e soprattutto impossibili da attuare. Per il resto un po’ di cambiamenti li hanno anche introdotti: credo che facciano bene, ad esempio, a rivendicare il reddito di cittadinanza, anche se si poteva tradurre molto meglio in maniera concreta, e probabilmente verrà riveduto. Ci sono alcuni passaggi sui quali possono dire di aver fatto delle cose importanti, altri sui quali possono semplicemente dire: “Questo era impossibile, ce ne siamo resi conto, adesso cambiamo in buona misura quello che avevamo promesso”.

Non molto tempo fa, ho avuto occasione di leggere sul “Corriere della Sera” un interessante editoriale di Paolo Mieli, secondo cui la possibile alleanza strutturale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle può rappresentare in prospettiva una riedizione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Nonostante ci siano molte differenze, soprattutto di carattere storico e internazionale, coglie delle analogie tra i due tentativi di avvicinamento?

No, non ne colgo proprio nessuna. Come diceva lei, ci sono delle differenze straordinarie nel quadro internazionale, tra allora e oggi. Non vedo il PD come un vero successore del PCI, è un’altra cosa, molto più disorganizzata. E non credo che i 5 Stelle possano essere definiti come democristiani; sono anzi molto distanti da quel tipo di cultura e da quel tipo di insieme di classe politica che, le ricordo, era comunque una classe politica molto preparata, che arrivava in Parlamento dopo aver fatto un cursus honorum, aver ottenuto cariche, governato a livello locale e così via. No, mi pare un’analogia sbagliata, e soprattutto credo che siamo in un sistema partitico molto diverso. Allora il PCI era tecnicamente un partito anti-sistema che cercava una sua legittimazione attraverso il compromesso storico, mentre il M5S è stato in parte anche anti-sistema, ma non ha bisogno di legittimazione. E quindi siamo in una situazione di una democrazia parlamentare nella quale i partiti fanno alleanze; il M5S ha fatto un’alleanza di un anno con la Lega, dopodiché ha trovato un altro interlocutore e ha fatto un’altra alleanza. Per cui non vedo nulla di organico: in una democrazia parlamentare non ci sono cose organiche, strutturate, che rimangono lì per sempre. Più che al compromesso storico, dovremmo invece guardare per esempio alla Germania, dove i democristiani hanno fatto un’alleanza molto duratura con i liberali, poi questi ultimi si sono alleati con i socialdemocratici, che a loro volta si sono in seguito alleati con i verdi. Quindi le alleanze si fanno in Parlamento, non c’è nulla di organico, tutto è legato a programmi, a persone, a momenti storici, e naturalmente ai voti. Per andare al governo bisogna avere voti e seggi, e questo rende alcuni partiti potenzialmente di governo, mentre altri non ce la faranno mai.

Il recente referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha decretato la vittoria del Sì. Nella conseguente situazione che si è venuta a creare, quali sarebbero le principali riforme istituzionali da attuare?

È un discorso molto ampio e complesso, che non posso fare in questa sede. Però la premessa è: ci sono alcuni che sostengono che bisogna ritoccare la Costituzione, e altri che sostengono il contrario, perché non c’è una necessità vera in questo senso, e perché i riformatori sono inadeguati e farebbero solo pasticci. Questi ultimi esprimono una posizione alla quale sono sufficientemente vicino. Dopodiché si può fare riferimento a un passaggio che è stato suggerito, cioè accettare la riduzione del numero dei parlamentari in quanto si è in tal modo aperta una breccia nella Costituzione, attraverso la quale passeranno altre riforme. Se qualcuno crede a questo, deve poi naturalmente mettere mano ai guai che ha combinato con la riduzione del numero dei parlamentari. Alcuni dicono che a questi guai si può porre rimedio, ad esempio con la riforma dei regolamenti parlamentari. Mi pare abbastanza ovvio, però non sono convinto che non si potesse fare la riforma dei regolamenti parlamentari anche prima del referendum e della conseguente riduzione dei parlamentari. Se il Senato e la Camera non funzionano bene per colpa dei loro regolamenti, potevano essere riformati a prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Qualcun altro dice che è venuto il momento di intervenire finalmente sul bicameralismo paritario, simmetrico ed indifferenziato; poi sento invece che ci sarà la riduzione dell’età dei votanti che eleggono i senatori, e quindi sostanzialmente l’elettorato sarà lo stesso, e quindi ciò non differenzia un bel niente. Non ho ancora capito se differenzieranno qualche funzione, qualche compito. Ma non vedo la proposta. Sento dire che finalmente la fiducia verrà data da Camera e Senato in una seduta congiunta, per evitare che il Presidente del Consiglio parli prima in un’aula, mandando lo stesso testo nell’altra, con due dibattiti diversi, ma mi pare una “riformetta” da niente. O il bicameralismo lo si prende sul serio, e allora serve per avere una doppia lettura dei disegni di legge, oppure non lo si prende sul serio, e allora si dovrebbe decidere di passare al monocameralismo.

Infine, si apre quella che in latino è detta vexata quaestio, ossia il tema della legge elettorale. La legge elettorale Rosato è pessima, punto. Deve essere riformata a prescindere da qualsiasi altro pasticcio sia successo nel sistema politico italiano. Abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, e quindi bisogna modificare la legge elettorale: certo, bisogna cambiare quella legge elettorale, ma qui poi si apre naturalmente il discorso di quali principi, criteri e obiettivi dovrebbero essere alla base di tale riforma, e quello che sento circolare è di nuovo una “riformetta”. Si vuole passare a un sistema elettorale proporzionale che non viene neanche definito bene; qualcuno si esercita nell’utilizzo di termini latini o presunti tali – germanicum, tedeschellum, adesso addirittura brescellum perché il presidente della Commissione Affari costituzionali si chiama Giuseppe Brescia.

In tutto questo c’è il fatto che in realtà i riformatori non vogliono darci una legge elettorale decente, e quindi vanno alla ricerca di questi piccoli meccanismi che favoriranno alcuni e sfavoriranno altri. Ma non sanno bene cosa sia la proporzionale, perché fra l’altro ci sono diverse varianti di sistemi elettorali proporzionali; e ricordo a tutti che quella che abbiamo usato in Italia dalle elezioni del 1946 a quelle del 1992, peraltro modificata con l’introduzione della preferenza unica, non era una brutta legge elettorale proporzionale, anzi era una delle migliori dal punto di vista della rappresentanza. Nessuno prende più in considerazione il maggioritario a doppio turno francese, in collegi uninominali, che invece è un’ottima legge elettorale. E quindi rimango qui contento, perché tutto questo mi consente di criticare, di scrivere articoli, ma come cittadino mi sento esasperato. Datemi una legge elettorale attraverso la quale il mio voto conti qualcosa.

Per quanto riguarda il rapporto tra sistema dei partiti e legge elettorale, ritiene che sia la legge elettorale a dover cambiare ogniqualvolta di registri un mutamento del sistema dei partiti, o viceversa deve essere quest’ultimo a doversi strutturare sulla base di una legge elettorale che resti il più possibile invariata?

Giovanni Sartori diceva che chi conosce un solo sistema politico, non conosce in realtà neppure quello, perché non può dire cosa è eccezionale e cosa è normale, se non è in grado di fare delle comparazioni adeguate. Andiamo allora a vedere quali sono gli altri sistemi politici, quelli di lunga durata, le democrazie che chiamerò ininterrotte. Le democrazie ininterrotte in Europa occidentale usano lo stesso sistema elettorale da quando hanno cominciato a votare: la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, usano sistemi elettorali proporzionali da quando hanno cominciato a votare, cioè tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Anche su questo Rokkan ha scritto delle cose memorabili, perché conosceva benissimo la Scandinavia, e conosceva anche la lingua di quei Paesi, dunque era in grado di scoprire molte cose rilevanti per il sistema elettorale e per quello che lui chiamava molto semplicemente “traduzione di voti in seggi”; e poi le varie clausole, dalla D’Hondt alla Hare alla Sainte Laguë e così via, anche qui c’è una varietà notevole.

Ma nella sostanza quei Paesi hanno iniziato a votare con una legge elettorale proporzionale, e continuano ad averla. Qualche volta hanno fatto dei piccoli ritocchi, per esempio alla clausola di esclusione, che in Svezia è del 4%, però non molto di più. La Gran Bretagna ha sempre utilizzato il suo sistema elettorale maggioritario a turno unico, in collegi uninominali. E questo serve naturalmente a dare certezze, sia ai partiti e ai candidati, sia agli elettori. Non richiede lo sforzo di imparare in continuazione come maneggiare un nuovo sistema elettorale che viene dato loro. Dopodiché sappiamo che la proporzionale è sostanzialmente debole dal punto di vista degli effetti che ha; può essere naturalmente rafforzata, non sappiamo però che tipo di impatto abbia sulla struttura dei partiti.

Di impatto notevole è sicuramente il sistema maggioritario inglese a turno unico; impone però l’organizzazione dei partiti? Credo sia sostanzialmente difficile dirlo, ma lo dirò nel seguente modo: i partiti si organizzano sulla base del collegio, è lì che devono essere forti, è lì che devono saper scegliere bene il candidato, è lì che devono saper convincere gli elettori. Diventano quindi dei forti constituency parties. Nel caso inglese i partiti sono relativamente forti perché i constituency parties trovano poi il modo di agganciarsi gli uni agli altri – questo non da adesso naturalmente, ormai è da almeno un secolo che lo fanno.

Nel caso italiano non so cosa succederebbe. Ma se mi si chiede che cosa preferisco, dico che preferisco i partiti organizzati su base locale, perché lì sono in grado di avere un rapporto vero con il loro elettorato. Non riesco a rispondere in maniera molto precisa, perché dovrei analizzare caso per caso. Sappiamo peraltro che i partiti nel resto dell’Europa sono prevalentemente migliori e più forti di quelli italiani: la Francia si è distrutta come sistema partitico, e infatti lì c’è un partito personale, quello di Macron; la Spagna è durata abbastanza a lungo, ma nel frattempo oggi è in una fase di transizione; restando in Europa meridionale, i partiti portoghesi hanno tenuto piuttosto bene, mentre nel caso greco c’è stato un collasso del sistema partitico, ed è ancora evidente il prodotto di quel collasso.

Come spiega il declino o comunque la flessione elettorale che i partiti socialisti hanno conosciuto negli ultimi anni?

Questa è una domanda tremenda. Il problema è molto grave. Non è del tutto corretto parlare di declino. Per fare degli esempi, il partito dei lavoratori svedese continua a essere partito di governo; il partito socialista è al governo in Finlandia, in una coalizione di cinque partiti; il partito laburista norvegese è spesso al governo, così come il partito socialdemocratico danese. Le ricordo che i socialdemocratici tedeschi, pur declinati in maniera considerevole, sono oggi un partito di governo, nella grande coalizione con i democristiani di Angela Merkel. I laburisti stanno probabilmente risorgendo, e oggi potrebbe persino essere che siano competitivi per vincere le elezioni. I socialisti portoghesi sono al governo, ed esprimono il capo del governo. Una parte di socialisti in Francia sono finiti nello schieramento organizzato da Macron, En Marche!. I socialisti in Austria sono un partito potenzialmente di governo.

Quindi i socialisti ci sono ancora. I socialisti e i comunisti sono spariti soltanto in questo Paese, è questo il punto. E la sparizione è stata, come dire, un “omicidio” [ride]. È stato un omicidio causato da coloro che hanno voluto il Partito Democratico. Hanno rinunciato esplicitamente alla tradizione socialista. Qualcuno potrebbe dire che Craxi aveva cooperato molto a far sparire il partito socialista. Però la sostanza è che l’Italia è il Paese che non ha più un partito socialista, di nessun tipo: socialista, laburista, di sinistra, riformista. Non posso contare quelli che un tempo venivano chiamati i “cespugli”, o i “gruppuscoli”, come Potere al Popolo o Rifondazione Comunista. Sono irrilevanti, naturalmente. Anche Sinistra Italiana è fondamentalmente irrilevante. Quindi dovremmo chiederci che cosa è successo qui, e le risposte sono abbastanza chiare. Da un lato i comunisti non si erano rinnovati, e con la caduta del Muro di Berlino si sono trovati in enorme difficoltà. Dall’altra i socialisti hanno subito il contraccolpo del declino del loro leader e del suo trasferimento in Tunisia. Infine, hanno rinunciato deliberatamente al socialismo, coloro che hanno dato vita al Partito Democratico.

Sartori e la rilevanza della scienza politica

NUOVA ANTOLOGIA Rivista di lettere, scienze ed arti
Serie trimestrale fondata da GIOVANNI SPADOLINI

In ricordo di Giovanni Sartori

Pubblicato in “Nuova Antologia”, aprile-giugno 2017, vol. 618, fasc 2282, pp. 253-260

Senza l’impegno sostenuto e possente di Giovanni Sartori, quasi sicuramente in Italia non esisterebbe la scienza politica. Altri importanti studiosi, Beniamino Andreatta, Norberto Bobbio, Gianfranco Miglio, Nicola Matteucci, hanno collaborato in varie forme e modalità con lui, anche per riformare le Facoltà di Scienze Politiche, ma l’impulso primo e possente, sostenuto e prolungato è venuto da lui. Sartori non era motivato soltanto dai suoi interessi di ricerca, in parte influenzati dalla conoscenza di quello che avveniva oltre Atlantico (in Europa, fino alla metà degli anni sessanta dello scorso secolo, di scienza politica ce n’era davvero pochina). Ebbe, credo, fin dall’inizio, due importanti obiettivi di lungo periodo: i) dare vita ad una cultura politica che sfidasse sia quella cattolico-democratica sia quella comunista, nessuna delle due incline ad uno studio scientifico della politica; ii) acquisire e diffondere un sapere scientifico applicativo. La scienza politica di Sartori non doveva piegarsi ad ambizioni personali e partitiche, ma doveva mirare ad essere applicabile. Doveva produrre elementi conoscitivi, generalizzazioni, teorie probabilistiche tali da trasformare la realtà politica e, al contempo, da essere a loro volta trasformati, affinati o abbandonati, a contatto con quella realtà. Abbiamo variamente esplorato i contributi scientifici e di intellettuale pubblico di Sartori nel volume che ho avuto l’onore di curare, La scienza politica di Giovanni Sartori, Il Mulino 2005.

Non è questo il luogo dove interrogarsi sull’evoluzione della scienza politica italiana, fra l’altro, con Sartori, tranne qualche frecciata, non ne abbiamo parlato praticamente mai, anche se è facile constatare che, con pochissime eccezioni, i politologi e le politologhe italiane non stanno percorrendo la strada indicata da Sartori. Le loro, spesso scarne, bibliografie fanno intendere che, da un lato, non hanno praticamente nessun interesse applicativo; dall’altro, sono caduti/e in uno dei maggiori difetti che Sartori imputa alla scienza politica americana degli ultimi venti/trent’anni: l’eccessiva specializzazione. L’altro difetto, eccessiva quantificazione, esiste, ma appartiene a pochi, forse poiché richiede competenze che raramente vengono insegnate nelle Facoltà italiane di Scienze Politiche (nessuna delle quali attualmente si chiama così). È certo e accertabile (nelle note e nelle bibliografie) che la grande maggioranza dei politologi italiani conosce poco e male, forse quasi per niente, la scienza politica di Sartori neppure quando frequenta le sue tematiche. Aggiungo che temo (è un eufemismo) che quei politologi rifiutino, più o meno consapevolmente, l’idea, l’invito, il precetto a fare scienza politica che abbia potenzialità applicative. Naturalmente, ma non dovrei avere bisogno di aggiungerlo, Sartori non si fece mai dettare dalle sue preferenze politiche le analisi scientifiche e neppure le indicazioni applicative. Quello che si può estrarre dalla sua molto ampia produzione scientifica è una limpida ed esplicita preferenza per una democrazia competitiva, fondata su regole e istituzioni, in grado di produrre elite politiche che fossero il meglio.

Come ho scritto più volte, Sartori non è l’autore di un solo libro variamente rielaborato nel corso del tempo. I suoi interessi di ricerca e di scrittura abbracciano l’intero campo della scienza politica. Anche se, spesso, il confronto con i suoi scritti inizia con il fondamentale libro Democrazia e definizioni (1957), a monte stanno non solo numerose dispense sul pensiero di alcuni filosofi Hegel, Marx, Kant e Croce, ma anche saggi importanti sulla rappresentanza politica e sulla struttura dello Stato. Non sono al corrente di paragoni fra il libro di Bobbio, Politica e cultura (1955) e quello di Sartori sulla democrazia, ma chiunque confronti quei libri, e sarebbe un esercizio fecondissimo, può vedere che, in modi e stili diversi, entrambi sfidano il pensiero e la prassi comunista. Sartori lo fa in maniera più scientifica, utilizzando le parole e costruendo i concetti secondo una impostazione che non abbandonerà mai. Sulla proprietà delle parole e sulla pulizia dei concetti insisterà sempre. Per diversi anni presiederà il Committee on Conceptual and Terminological Analysis la cui attività produsse un pregevole volume da lui curato: Social Science Concepts: A Systematic Analysis (1984). I suoi numerosi saggi in materia sono raccolti in Elementi di teoria politica, volume senza eguali più volte ristampato dal Mulino (la più recente nel 2016).

Un po’ dappertutto, ma in Italia più che altrove, è andato perso il gusto della chiarezza e precisione concettuale. Spesso dicevo a Sartori che non era proprio riuscito a vincerla quella sua meritoria battaglia concettuale e che, di conseguenza, la scienza politica vedeva ridotta la sua capacità di formulare generalizzazioni e teorie, “probabilistiche”, lui subito aggiungeva, dotate effettivamente sia di intersoggettività (chi non usa lo stesso linguaggio e concetti dal significato preciso e univoco non può, ovviamente, comunicare in maniera scientifica e convincente) sia di scientificità. D’altronde, gli ricordavo, lui stesso aveva espresso fin dal 1993 la sua crescente insoddisfazione nei confronti della scienza politica americana per quelli che definiva “eccessi”: di specializzazione e di quantificazione che la condanna(va)no all’irrilevanza e alla sterilità. In materia, di tanto in tanto, soprattutto quando mi invitano a tenere conferenze specifiche, riprendo in mano gli Elementi di teoria politica. Che si tratti di ideologia o di opinione pubblica, di costituzione o di sistemi elettorali, di liberalismo o di rappresentanza -sono tutte “voci” di quell’insuperabile volume–, ottengo sempre quel che desidero: una luce che rischiara il passato e illumina il cammino. E, non posso proprio trattenermi, una luce che disintegra la superficialità, l’approssimazione e le “post-verità” dei contemporanei.

Non si può pretendere, ma perché no?, che commentatori e giornalisti italiani conoscano la produzione scientifica di Sartori. Soprattutto se un libro fondamentale come Parties and party systems (Cambridge University Press I1976) è rimasto in inglese, ma lo abbiamo “festeggiato” nel volume da me curato Classico fra i classici. Parties and party systems quarant’anni dopo (Erga Edizioni 2016). Tuttavia, coloro che scrivono di riforme elettorali e costituzionali hanno il dovere di andare oltre le semplici/stiche notazioni di Sartori come inventore beffardo dei termini Mattarellum e Porcellum. Quello che più conta è il contenuto delle critiche di Sartori a quei due sistemi elettorali. Soprattutto se venisse fatto rivivere il Mattarellum, infatti, sarebbe necessario ridefinirlo in maniera da evitare gli inconvenienti denunciati da Sartori, in particolare quello di agevolare e perpetuare la frammentazione dei partiti. Il cruccio di Sartori quanto alla scarsa attenzione che i politici dedicarono alle sue critiche e proposte di riforma non era tanto derivante dal desiderio di intestarsi un qualche esito significativo quanto, piuttosto, dalla acuta consapevolezza che un sistema politico con persistenti problemi elettorali e istituzionali non potrà mai acquisire modalità soddisfacenti di funzionamento.

È opportuno ricordare, proprio mentre continua una più o meno sotterranea lotta per una legge elettorale che avvantaggi chi può e svantaggi gli oppositori, che Sartori non ragionò mai in questi termini particolaristici (è uno dei molti aspetti puntigliosamente ed efficacemente segnalati nell’articolo di Domenico Fisichella, L’importanza delle leggi elettorali, nel fascicolo La Repubblica di Sartori della rivista “Paradoxa”, Gennaio/Marzo 2014, pp. 77-94) . Tenendo ferma la sua prospettiva comparata (brillantemente espressa proprio con riferimento alle riforme elettorali e costituzionali nel volume più volte aggiornato e ristampato Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 2004, 5a ed.), assolutamente estranea a coloro che raccontavano (già esistevano le “narrazioni”) la favola dell’anomalia italiana, addirittura “positiva”, Sartori, da un lato, criticava quello che non si doveva fare, dall’altro, indicava soluzioni, alla fine giungendo all’argomentata prospettazione del regime semi-presidenziale della Quinta Repubblica francese accompagnato dalla legge elettorale a doppio turno in collegi uninominali (soluzione che, per quel che conto, condivido ampiamente). Aggiungo che, per evitare che qualche partito/lista si trovasse/considerasse svantaggiato a priori dalla clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, Sartori suggerì di consentire la possibilità di accesso in ciascun collegio uninominale ai primi quattro candidati. Una soluzione che è, al tempo stesso, ingegnosa e non inficia tutti gli ottimi elementi già contenuti nel doppio turno di collegio: opportunità dispensate agli elettori, informazioni producibili e disponibili a candidati e partiti, spinta alla formazione di coalizioni che si candidano a governare, “punizioni” di coloro che non cercano e non trovano alleati.

Nel confusissimo e, qualche volta, dai più furbi, manipolatissimo dibattito italiano sulle riforme elettorali, Sartori è passato alla storia come colui che ha coniato i termini Mattarellum e Porcellum. E sia. Tuttavia, persino quei termini meriterebbero di essere esplorati nelle loro origini scientifiche poiché, in effetti, dietro le due espressioni sarcastiche che bolla(va)no due leggi elettorali assolutamente riprovevoli sta un’analisi scientifica che è meritevole di essere recuperata. L’opposizione di Sartori al Mattarellum era fondata sulla consapevolezza comparata che, invece, di ridurre o, quantomeno, contenere la frammentazione partitica, quella legge elettorale la premiava, se non addirittura incoraggiava. Le minoranze geograficamente concentrate, che erano sfuggite alle lenti degli studiosi dei sistemi elettorali, sono in grado di inceppare l’eventuale bipartitismo (il caso italiano potendo al massimo, peraltro, aspirare al bipolarismo, inteso come competizione fra coalizioni che si candidano al governo che, comunque, sarebbe resa molto più difficile dall’esistenza di un terzo attore, minoranza, che si dichiari non coalizzabile). L’esito e la fondatezza della critica, che era anche una previsione, sono sotto gli occhi di chi sa vedere. Da allievo di Sartori credo di potermi permettere di aggiungere che non avrebbe accettato la semplice reviviscenza del Mattarellum se non vi fossero inserite opportune modifiche. Poiché a tutti i riformatori che non accettano le minestre che passa il convento, anzi, la conventicola, dei politici giunge regolarmente la richiesta imperiosa di avanzare (contro)proposte, è facile recuperare nella produzione di Sartori in materia di ingegneria elettorale la controproposta: doppio turno alla francese in collegi uninominali con una importante e interessantissima variante per l’accesso al secondo turno [al secondo turno che non è, non può e non deve essere definito ballottaggio. Infatti, al secondo turno per le elezioni legislative francesi possono, sottolineo la facoltà e non l’obbligo né l’automaticità, passare più di due candidati, in all’incirca tre quarti dei collegi avviene proprio così, mentre il ballottaggio è tale quando si svolge fra due soli candidati, come nel caso delle elezioni presidenziali, con conseguenze molto diverse sugli orientamenti e sui comportamenti di voto]. Invece di fissare una clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, tempo fa Sartori suggerì, molto più semplicemente, che fosse consentito ai primi quattro candidati di (decidere di) passare al secondo turno cosicché, di volta in volta, laddove esistono candidati popolari, efficaci nel fare campagna elettorale, ritenuti rappresentativi, si darebbe loro e ai loro partiti l’opportunità, la chance di competere, se lo vorranno, con candidati di partiti generalmente più forti.

Sartori sarebbe, meglio era, esterrefatto nel sentire che l’esistenza di tre poli (presumibilmente, lo spappolato centro-destra, il PD e il Movimento Cinque Stelle) obbliga a formulare una legge elettorale di un qualche imprecisato tipo. Naturalmente, è, in linea di massima, vero che i partiti tenteranno in tutti i modi di ottenere una legge elettorale che dia loro qualche vantaggio ovvero che, almeno a prima vista, non produca svantaggi (ma i politici miopi hanno enormi probabilità di sbagliare). Però, la cospicua letteratura sui sistemi elettorale si concentra su un altro ben più importante fenomeno. Ci sono molti studiosi che si sono ripetutamente interrogati sull’influenza dei sistemi elettorali sui sistemi di partito. Si sono fatti, a partire da Maurice Duverger, molte domande e si sono dati altrettante risposte. Lo ha fatto anche Sartori, rivisitando e, in parte significativa, correggendo Duverger. È sicuro che Sartori direbbe di guardare alla solidità dei partiti e del sistema partitico italiano prima di sostenere quale sistema elettorale sarebbe più appropriato per l’Italia. Sono altrettanto convinto che esprimerebbe la sua documentata preferenza per un sistema elettorale “costrittivo” tale da scongiurare e impedire la (ulteriore) frammentazione del sistema dei partiti e da incentivare la formazione di coalizioni. Infine, affermerebbe alto, forte e sferzante che in qualsiasi direzione si voglia andare bisogna prestare la massima attenzione alla comparazione: come hanno funzionato altrove le leggi elettorali in riferimento e in corrispondenza con quali sistemi di partito. Al test comparato non bisogna chiamare i giuristi, neppure quelli della Corte Costituzionale, poiché non hanno conoscenze sufficienti sul funzionamento dei sistemi politici. Meno che mai sanno come funzionano concretamente i partiti e come si comportano gli elettori a seconda dei sistemi elettorali con i quali esprimono il loro voto [mi limito alla più classica delle distinzioni: voto sincero e voto strategico].

Rischio Weimar: è questo lo spettro che si aggira, non in Europa, ma nelle redazioni dei giornali e nei salotti di “Repubblica”, pardon: delle case benestanti della Repubblica. Da non crederci, ma Sartori si è esattamente occupato della Repubblica di Weimar dal punto di vista del suo sistema partitico: il primo caso di pluralismo polarizzato. Multipartitismo estremo, due opposizioni anti-sistema, i comunisti di osservanza stalinista e i nazionalsocialisti tra i quali intercorreva una grande, incolmabile, distanza ideologica, impossibilità di alternanza, tentativo delle estreme di svuotare il centro che a Weimar era costituito dai socialdemocratici. Tralascio qui il contesto internazionale straordinariamente diverso dall’attuale. Neppure all’osservatore meno preparato e più distratto possono sfuggire le differenze qualitative fra il sistema partitico di Weimar e quello dell’Italia contemporanea. È certamente possibile considerare il Movimento Cinque Stelle un attore anti-sistema, vale a dire, nella terminologia di Sartori, un attore che, se potesse, cambierebbe il sistema. Tuttavia, la transizione dalla vigente, ma traballante, democrazia rappresentativa alla democrazia diretta (alla cui “piattaforma”, peraltro, Jean-Jacques Rousseau non concederebbe affatto l’uso del suo nome) non si configurerebbe come il crollo del regime nelle modalità e nelle conseguenze della tragedia di Weimar. Al proposito, fermo restando che, anche per costruire una (difficile) democrazia diretta è indispensabile conoscere la democrazia rappresentativa, che non sembra proprio essere il patrimonio culturale delle Cinque Stelle, i preoccupati profeti della Weimar prossima ventura in salsa italiana dovrebbero interrogarsi sulla rappresentanza politica (che per essere tale non può non basarsi sull’assenza del vincolo di mandato) e sulle leggi elettorali che la garantiscono nel migliore dei modi possibili. Ovviamente, mai, con le liste bloccate e difficilmente con i capilista bloccati.

Di un autore si può leggere e, più o meno dottamente, interpretare un testo alla volta. Da quando ho cominciato a leggere Sartori, ho sentito, molto più che per altri autori, per esempio, limitandomi a coloro che Sartori cita come amici di una vita: Marty Lipset, Juan Linz, Stein Rokkan, Mattei Dogan, Hans Daalder, S.N. Eisenstadt, e soprattutto ai due per i quali esprime il suo maggiore apprezzamento scientifico: Gabriel A. Almond e Robert A. Dahl, due necessità. La prima è quella di seguire il percorso attraverso il quale Sartori era giunto alla stesura dei suoi libri. Che cosa c’era prima di lui? Qual era lo stato delle conoscenze? Che cosa aveva letto e utilizzato (e molto eventualmente che cosa aveva trascurato)? Insomma, quanta e quanto grande era la sua originalità? Da un lato, questa ricerca si è presentata molto facile poiché Sartori aveva, come scrisse lui stesso per chi voleva fare opera scientifica, “la sua bibliografia” in ordine, vale a dire, aveva effettivamente letto e preso in considerazione tutto quanto scritto prima di lui sul tema che stava affrontando.

Dall’altro, invece, l’esito della ricerca era straordinariamente complicato: non era possibile, se mi si consente la frase che segue, leggere tutte le sue letture. Tuttavia, era sufficiente prendere in considerazione i testi dei predecessori più importanti per rendersi immediatamente conto che Sartori era andato oltre le loro teorizzazioni. Così per quello che riguarda la teoria competitiva della democrazia di Schumpeter, fatta sua, ma integrata e completata con l’elemento cruciale, derivato da Carl J. Friedrich, delle “reazioni previste”. Gli uomini politici desiderano essere rieletti. Pertanto, vinta una elezione tenteranno di mantenersi in sintonia con il loro elettorato e costantemente di rimettersi in quelle condizioni stabilendo una relazione di rappresentanza e di accountability, proprio quello che ) non riescono a cogliere e a capire i frettolosi lettori e critici della teoria di Schumpeter, i cosiddetti partecipazionisti (debitamente criticati in The Theory of Democracy Revisited). Di recente, la parola e la sfida sono passate ai “deliberazionisti”, ma i loro esiti non mi appaiono ancora soddisfacenti e confortanti. Così, addirittura molto di più, per quello che riguarda i sistemi di partito e la loro classificazione. Ho già accennato alla vera insuperata innovazione: contare i partiti che contano (di conseguenza, formulare ed esplicitare i criteri della rilevanza), mentre tutte le analisi e classificazioni precedenti si erano limitate e non avevano saputo andare oltre il semplice, ma talvolta decisamente fuorviante, criterio numerico. Infine, nulla di quanto si trova in Ingegneria costituzionale comparata può essere compreso fino in fondo e, quindi, adeguatamente utilizzato da chi non conosce, al tempo stesso, le riflessioni di Sartori sulla Costituzione (e sul liberalismo come tecnica di separazione dei poteri e di freni e contrappesi) e, per l’appunto, la classificazione e l’impatto dei sistemi di partiti su Parlamenti e governi. Mi pare che i “conoscitori” siano davvero pochi, come ha rivelato anche la campagna del “Sì” per il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

La seconda necessità discende inesorabile dal complesso delle innovazioni che Sartori ha introdotto nei tre campi della sua ricerca e produzione scientifica. Sartori è davvero uno scienziato della politica a tutto tondo. Democrazia, partiti, istituzioni si tengono insieme. Fanno sistema. Debbono essere analizzati sempre in prospettiva comparata. Poi, potremo dedicarci anche ad altre tematiche, ad altri fenomeni, ad aspetti specifici di ciascuna, ma neanche coloro che riescono a vedere una pluralità di alberi sapranno fare passi avanti fino a vedere la foresta, ovvero, ricorrendo ad una frase che considero particolarmente suggestiva e efficace, saranno in grado di salire sulle spalle di quel gigante della scienza politica che è stato Sartori. Quel gigante aveva un cattivo carattere, ma il suo lascito scientifico e culturale è enorme. Per quel che mi riguarda, quell’imponente lascito del quale, nei miei limiti ho già ampiamente goduto, è più che sufficiente a farmi dimenticare i non pochi scontri nei quali ho regolarmente perduto e a consentirmi di essere riconoscente per tutto quello che, grazie a lui, ho imparato e per la strada che ho potuto fare.

 

La campanella delle risorse politiche

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“I voti contano, le risorse decidono” è il titolo di un breve, ma densissimo articolo scritto da un famoso studioso di scienza politica norvegese: Stein Rokkan. Fra le risorse, nient’affatto improprie (non, ad esempio, le fritture di pesce à la De Luca o altri scambi clientelari, promesse di “quel che vi do, ma, soprattutto, quel che non vi darò”), Rokkan includeva in modo particolare la rete di rapporti fra partiti e governi con i sindacati e con le associazioni industriali, più in generale con la società civile. Credo, però, che a quarant’anni dalla pubblicazione di quell’articolo, Rokkan (deceduto prematuramente nel 1979) non avrebbe nessuna obiezione a includere, anche sulla base delle ricerche successive ai suoi tempi, risorse come il prestigio, le aspettative positive, la credibilità, il consenso basato anche sulle prestazioni passate, la competenza. Certo, non è facile precisare e soppesare queste risorse, ma sicuramente ciascuna di loro conta in politica come e qualche più dei voti e, naturalmente può contribuire ad accrescere quei voti e farli pesare di più.

In Italia, dopo l’esito referendario, i più accaniti sostenitori di Renzi hanno, da un lato, attribuito a Renzi tutti i voti conseguiti dal SI’, vale a dire 13 milioni 432 mila, dall’altro, hanno sostenuto in maniera davvero arbitraria che quello è il bottino dal quale il Partito Democratico potrà fare ripartire la sua politica. Sono due affermazioni assolutamente controvertibili, ma anche rivelatrici di una scheletrica concezione della politica. Dunque, prima considerazione, si riconosce implicitamente che la campagna referendaria di Renzi è stata effettivamente condotta con intenti plebiscitari che, incidentalmente, denunciai fin dal maggio (si vedano i miei interventi ora raccolti in NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme, Per migliorare la politica e la vita, Edizioni Epoké 2016, anche e-book). Se la richiesta tambureggiante e assillante di voti a sostegno della sua leadership, delle sue riforme, della sua concezione della politica è andata molto oltre quella di un voto per il Partito Democratico, allora non sarà il PD a ripartire da quei voti, ma il Partito di Renzi. Questo è tanto vero che, seconda considerazione, non sono mancati inviti a Renzi di essere lui a uscire dal PD, lasciandolo alle minoranze e lanciando un nuovo veicolo elettorale che soltanto lui può guidare. Che poi quel veicolo abbia comunque bisogno, soprattutto se svincolatosi dalle minoranze interne, dell’appoggio nient’affatto insignificante di Alfano, di Verdini e di non proprio pochi elettori di Forza Italia, è sfuggito agli interessati, nient’affatto interessanti, apologeti di Renzi e del renzismo, gettatisi sulla strada del Partito della Nazione.

Rokkan, studioso gentiluomo, non si preoccuperebbe di venire utilizzato a sostegno della mia tesi, cioè che alla politica italiana dei numeri, manca l’apporto delle risorse: prestigio, aspettative, consenso e, ma non vorrei esagerare, empatia. Infatti, gli imponenti numeri del NO, assolutamente imprevedibili e largamente inaspettati, contengono non soltanto la bocciatura delle riforme costituzionali, ma anche un rigetto, quasi antropologico (aggettivo piuttosto logorato), proprio della leadership di Renzi, del suo stile, delle sue modalità. Amareggiato, è stato lo stesso Renzi a riconoscere questo elemento: “non credevo di essere tanto odiato”. Allora, i numeri contano, ma, forse, non sono tutti di Renzi. Se, però, le risorse contano anch’esse e decidono, allora per mantenere quei numeri e per trovare altri voti e i necessari alleati, qualcuno dovrà comunicare a Renzi che deve acquisire la statura e i comportamenti di un leader democratico che convince prima di e per vincere.

Non sembra che questa strada sia stata imboccata, ma già si vede dietro l’angolo il primo test: la soluzione della crisi di governo e il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio al suo successore, come Renzi ha detto, “allegramente”. Lasciamo a Luca Lotti, il braccio destro armato di Renzi, la misurazione del tasso di allegria del suo datore di lavoro.

Pubblicato l’8 dicembre 2016 su Il Blog della Fondazione Nenni