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Pasquino: “Schlein e Conte discutono su tutto. E Meloni governa…” #intervista @ildubbionews

Il professore critica l’atteggiamento della segretaria del Pd e del leader del M5S: “Sono entrati in uno stallo dal quale è difficile uscire, perché servirebbe una fantasia che non hanno”. Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, commenta i recenti screzi tra Pd e M5S e spiega che «nessuno si sta impegnando affinché gli elettorati dei due partiti capiscano che o si mettono insieme o resteranno all’opposizione per i prossimi dieci anni».

Professor Pasquino, Calenda lamenta la fine del dialogo con Pd e M5S sulla sanità, dopo le convergenze sul salario minimo: l’opposizione riuscirà a trovare altre punti d’incontro?

Da quello che vedo mi pare che né Schlein né Conte né gli altri, tra cui Calenda, abbiano una strategia. Operano giorno per giorno reagendo in maniera non particolarmente brillante a quello che fa il governo. La battaglia sul salario minimo è stata una cosa buona, visto che sono giunti a una specie di accordo di fondo ponendo il tema sull’agenda governativa, ma poi non si è visto altro.

Pensa che sia una questione di posizionamento in vista delle Europee?

C’è sicuramente competizione tra i partiti, ma è anche vero che i loro elettorati sono diversi e nessuno si sta impegnando affinché quegli elettorati capiscano che o ci si mette insieme o si è destinati, come dice la presidente Meloni, a restare all’opposizione per i prossimi dieci anni.

Come finirà la partita sul salario minimo?

Il Cnel farà una proposta che assomiglia a quella che ha ricevuto, con alcune variazioni. Giorgia Meloni la accetterà cambiando alcune cose ma rimanendo nel solco del salario minimo e dicendo che la sua è una proposta migliorativa rispetto a quella delle opposizioni. Non si chiamerà salario minimo, ma la presidente del Consiglio se lo intesterà.

Non pensa che, soprattutto tra Pd e M5S, ci siano terreni sui quali giocare le stesse partite?

Il punto è che non vedo le modalità con le quali possano convergere. Sono entrati in uno stallo dal quale è difficile uscire, perché servirebbe una fantasia che non hanno. Una volta contatisi alle Europee vedremo cosa succederà, ma anche lì non mi aspetto sorprese. L’unica potrebbe essere lo sfondamento del Pd attorno al 25 per cento, che mi auguro, o un declino del M5S. Ma quest’ultimo evento non sarebbe positivo perché la diminuzione dei voti farebbe aumentare la radicalità di quel partito, allontanando ancora di più le possibilità di un’alleanza con i dem.

A proposito di dem, crede che Schlein abbia impresso quella svolta al partito che tanto predicava o gli apparati del Nazareno impediscono qualsiasi tentativo di rivoluzione?

Gli apparati non sono sufficientemente forti da impedire nulla, ma ho l’impressione che l’input di leadership che arriva da Schlein non sia adeguato. Non si è ancora impadronita della macchina del partito e questo segnala un elemento di debolezza che ha poco a che vedere con le politiche che propone. Sono le modalità con le quali le propone a essere sbagliate. Insomma vedo molto movimento e non abbastanza consolidamento.

Uno che si muove molto è Dario Franceschini, che sta dando vita a una nuova corrente di sostegno alla segretaria: servirà?

Non mi intendo abbastanza di queste cose perché ho sempre detestato le correnti. Detto ciò, il punto fondamentale è che sostenere la segretaria è utile al partito, contrastarla fa male a tutti. Fare un correntone contro la segretaria è sbagliato, ma lo è anche fare una correntina a favore della leader. Se le correnti agissero sul territorio per accogliere nuovi elettori sarebbe positivo, ma devo dire che vedo poco movimento sul territorio.

Beh, le feste dell’Unità non sono certo quelle di una volta…

Per forza, continuano con la pratica di invitare sempre gli stessi senza cercare qualcosa di nuovo e creare così un dibattito vero che catturi l’attenzione della stampa.

Un tema di cui si dibatte molto è l’immigrazione: pensa che su questo Pd e M5S possano trovare una strategia comune di contrasto alle politiche del governo, che proprio su di esse fonda parte del suo consenso?

Il tema è intrattabile. Non so se il governo raccoglie consensi con le strategie sull’immigrazione ma di certo non sta risolvendo il problema. È intrattabile perché nessuno ha una strategia e tutti, maggioranza e opposizione, pensano che sia un’emergenza congiunturale quando invece è strutturale. Per i prossimi venti o trent’anni uomini, donne e bambini arriveranno in Europa dall’Africa e dall’Asia perché non hanno possibilità di mangiare o perché scappano da regimi autoritari. L’unica cosa da fare è agire in Europa senza contrastare le visioni altrui e andando in una direzione di visioni condivise e obiettivi comuni. E su questo il governo mi pare carente.

In Slovacchia ha vinto le elezioni Robert Fico, iscritto al Pse ma pronto ad allearsi con l’ultradestra e smettere di inviare armi a Kyiv. È un problema per la sinistra europea?

Sono rimasto stupito dall’incapacità dei Socialisti europei di trattare con i sedicenti socialdemocratici di Fico. La sua espulsione doveva avvenire già tempo fa. Mi pare che siano 4 gli europarlamentari del suo partito e dovevano essere cacciati. Perché non si può stare nel Pse se non si condividono i valori del partito, e Fico non li condivide. Valeva la stessa cosa per il Ppe con Orbán, e questo potrebbe far perdere voti agli uni e agli altri.

In caso di crollo di Popolari e Socialisti ci sarà spazio per maggioranze diverse a Bruxelles?

Meloni dice che è in grado di portare sufficienti seggi a Strasburgo per far sì che ci sia un’alleanza tra Popolari, Conservatori e Liberali e quindi fare a meno dei Socialisti. Io non credo che questi numeri ci saranno, a meno che non siano i voti degli stessi Popolari a spostarsi verso i Conservatori. È più facile pensare che ci sarà continuità nelle alleanze, dopodiché vedremo chi siederà al vertice dell’Ue. Ma è ancora presto per parlarne.

Eppure Salvini scalpita e tira per la giacchetta Tajani tutti i giorni sognando il “centrodestra europeo”. Ci sono possibilità?

Le destre son quelle che sono e non credo che l’Europa possa permettersi di accettare Salvini e Le Pen all’interno della maggioranza che governerà nei prossimi cinque anni.

Pubblicato il 3 ottobre 2023 su Il Dubbio

Il salario minimo e la dialettica che serve tra governo e opposizione @formichenews

Un governo buono incontra le opposizioni che, unite, stimolano e sfidano l’esecutivo. Ecco cosa insegna il dialogo che si è aperto sul salario minimo, in cui è stato chiamato in causa il Cnel guidato da Renato Brunetta. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)

C’è del merito nel confronto fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo e c’è anche del metodo. Non sufficientemente sottolineato, il merito, vale a dire, stabilire per legge che tutti coloro che (circa 4 milioni di persone) svolgono un lavoro dipendente debbono ricevere come minimo 9 euro l’ora è molto importante. Non significa affatto che nella contrattazione collettiva i sindacati non potranno chiedere di più né, meno che mai, coloro che già ottengono di più verranno retrocessi. Certo, 9 euro l’ora non è quel salario ricco che chiede Tajani sventolando il cedolino (ricco) della sua indennità, ma porrebbe i lavoratori italiani più vicini ai lavoratori di 22 su 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sul punto mi affido alla creatività del CNEL e del suo presidente Renato Brunetta che ricordo apprezzato docente di Diritto del Lavoro. Sarà utile operare nei dintorni e nei contorni del salario minimo senza perdere di vista il bersaglio rosso: migliorare le condizionidi vita di milioni di persone e delle loro famiglie.

La qualità del metodo è sbucata imprevista e imprevedibile dalla esigenza di Giorgia Meloni di uscire dall’angolo nel quale alcuni suoi troppo zelanti collaboratori l’avevano cacciata con i loro intransigenti mal motivati “no” al salario minimo (“e perché? Perché no”). La premier ha deciso di andare a vedere meglio le carte delle opposizioni e ha scoperto che c’è qualcuno che carte non ne ha e pensa che lo si nota di più se non lo si vede. Ma ha anche scoperto una inaspettata “granitica” (aggettivo di antico sapore) convergenza, quasi una coesione, fra gli oppositi politico-parlamentari con il sostegno perfino della CGIL (agli altri sindacati, soprattutto alla CISL, si deve chiedere il perché della loro assenza).

La convergenza si è manifestata nel disegno di legge presentato dalle opposizioni senza che nessuno procedesse ad una presa di distanza per piantare le sue bandierine. La convergenza “senza se senza ma” delle opposizioni non è venuta meno neanche nella fase successiva. Delusione solo parziale per avere tecnicamente ottenuto poco: un rinvio e un transfert al CNEL il cui parere servirò anche a Giorgia Meloni per ammorbidire e fare ragionare i suoi di fronte a dati inoppugnabili. Lungi da me parlare della necessità di una “cabina di regia” delle opposizioni affinché “stiano sul pezzo”. Però, forse, molti hanno imparato che su buone precise proposte condivise (la pratica dell’obiettivo) si può fare molto strada insieme. Che lo schieramento governativo ha qualche crepa e non poche differenze d’opinione e di preparazione. Che solo uno schieramento alternativo che si mostri convinto delle sue proposte riesce a diventare convincente. Che anche se non si vince subito e mai tutto l’incontro è quasi sempre preferibile allo scontro. Il resto è massimalismo, non meno nocivo quando lo praticano i governanti, ma improduttivo se esercitato saccentemente dalle opposizioni. Il resto a settembre, ma con la consapevolezza che in democrazia esiste costantemente la possibilità di imparare

Vi spiego come eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura. Le previsioni di Pasquino #intervista @ArgomentoL

Intervista raccolta da Francesco De Palo

Il Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna: “Pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia. Il Pd? Non gli serve un campo largo, ma progetti e facce nuove. Conte? Fa del suo meglio. Meloni? Coerentemente sovranista”

Non le manda a dire il prof. Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, di cui è stato pubblicato in questi giorni l’ultimo lavoro, “Libertà inutile-Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet), quando mette l’accento su una possibilità concreta per Colle e Chigi: è verosimile, osserva a L’Argomento, eleggere Mario Draghi al Colle e proseguire tranquillamente nella legislatura. E ai leaders dei tre schieramenti offre consigli su come riformarsi.

Professor Pasquino, il suo nome anche questa volta ricorre fra i quirinabili.

(Ride molto soddisfatto). La mia è una candidatura notoriamente coperta, in attesa che ci sia qualcuno che la scopra. Non sono così sicuro che ci saranno gli scopritori, però trovo la cosa divertente.

Mario Draghi al Colle ci porterebbe di corsa alle urne? Con quali rischi?

Non credo che in quel caso ci porterebbe di cosa alle urne, piuttosto si aprirebbe una fase interessante. Innanzitutto bisognerebe capire cosa ha risposto il premier a coloro che gli hanno promesso di votarlo. Magari avrà risposto: ‘Attenzione, perché ci sono delle priorità, la prima delle quali è portare a compimento il Pnrr: voi mi garantite che non scasserete il governo, proseguendo sulla strada che ho ampiamente impostato fino al marzo 2023?’. Immagino che Draghi questo discorso lo faccia. Ma non è tutto.

Ovvero?

E’inoltre possibile che la stessa maggioranza decida di voler continuare, non necessariamente con un uomo indicato da Draghi, ma che abbia il suo gradimento, anche perché Draghi Presidente della Repubblica sarà quello che nominerà il prossimo premier e certamente non ingoierebbe qualsiasi nome. Quindi si può eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura.

Il ministro Giancarlo Giorgetti, nei giorni scorsi, ha fatto riferimento ad una sorta di semipresidenzialismo de facto, con un ticket formato da Draghi al Colle ed un suo uomo a Chigi. E’ una strada praticabile?

Giorgetti stava dicendo una cosa diversa rispetto a quella di cui lo hanno accusato. Ovvero, consentire a Draghi effettivamente di nominare il prossimo Presidente del Consiglio. In maniera secondo me non del tutto corretta, ha assimilato questa situazione a quella francese. Comunque, pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia, un’operazione molto più complicata. Aggiungo, ma non so se fosse o meno nella mente del ministro Giorgetti, che il semipresidenzialismo alla francese funziona bene anche perché ha una specifica legge elettorale: maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Ciò che tutti i dirigenti di partito e parlamentari italiani temono, perché in quei collegi si vince o si perde, senza poter essere paracadutati o nominati. Per cui credo che Giorgetti fosse anni luce avanti al dibattito, ma in realtà non in grado di incidere su trasformazioni effettive, profonde e necessarie.

Il Pd di Enrico Letta, che annuncia il campo largo, sta migliorando i difetti del Pd di Nicola Zingaretti?

Non penso che Zingaretti avesse troppi difetti, aveva a che fare con un partito che comunque continua a non essere particolarmente dinamico. Il Pd può benissimo vantarsi di avere vinto le elezioni amministrative ma solo grazie a candidati specifici. Gualtieri a Roma è stato un candidato affidabile e ragionevole, come Sala a Milano dove ha conquistato prestigio che ha tramutato in voti. Il Pd ha vinto a Torino sia perché il centrodestra ha scelto male il proprio candidato, sia perché Russo ha alle spalle una storia politica e amministrativa molto lunga. A Bologna inoltre non poteva perdere, anche se non ha scelto benissimo. Letta in questo momento ha solo migliorato la comunicazione della leadership, mentre il partito non è ancora migliorato. Quello guidato da Zingaretti era sostanzialmente accettabile, nella misura i cui è accettabile il partito democratico stesso. Per cui al momento credo che sarebbero necessati moltissimi cambiamenti.

Quali?

Certamente non il campo largo, perché non so cosa significhi. Occorrono delle politiche, degli obiettivi precisi e non solo aggiungere dei pezzi ad una coalizione. Bisogna che insieme a quei pezzi ci siano delle novità: programmatiche, di persone e di indicazioni. Tutto questo ancora non lo vedo. So che Letta mi risponderebbe che tutto ciò verrà fuori dalle agorà, ma io mantengo il mio scetticismo.

Giuseppe Conte si è preso il M5s oppure rischia di esacerbarne le contraddizioni interne?

Conte fa del suo meglio, dovendo riconoscere che è sempre alle prese con le prime esperienze, lo era come premier ieri, lo è come leader oggi. Dal primo al secondo governo, in verità, ha dimostrato di aver imparato molto. Adesso deve ricostruire tutto: un’operazione delicatissima. Immagino che imparerà anche questo, ma fino ad ora ha tappato i buchi e sinceramente non vedo neanche qui grandi novità.

Negli Usa il neo governatore della Virginia è di fatto un trumpiano senza Donald Trump. Riusciranno le destre italiane a farsi potabili come i Repubblicani americani senza le intemperanze dei rispettivi leaders?

Il centrodestra riuscirà a diventare affidabile quando capirà che in questa Europa non si può governare senza rapporti efficaci con gli altri partners Ue, che in maggioranza sono europeisti. Ecco il vero nodo della questione. Salvini sta tenendo il piede in due scarpe, ma il piede che pesa di più per lui è quello sovranista. Meloni è brutalmente sovranista ma direi anche coerentemente sovranista. E Berlusconi solo adesso fa l’europeista, con Tajani che può rivendicare che nessuno è più europeista di lui avendo fatto il Presidente del Parlamento europeo. Osservo, però, che Forza Italia non è stata sempre coerentemente europeista, quindi bisogna che il centrodestra elabori una visione comune sull’Ue, magari anche alternativa rispetto a quella che esiste oggi. Per cui certo che qualcuno potrebbe fare meglio rispetto a quanto fatto dall’Ue fino ad oggi, ma questo centrodestra penso che farebbe solo di peggio.

Il prossimo Parlamento, ridotto, necessita di nuovi regolamenti. Chi e quando se ne assumerà l’onere?

regolamenti parlamentari dovrebbero essere cambiati, ma a prescindere. Con i nuovi numeri bisognerà farlo necessariamente, tenendo conto degli inconvenienti. Uno dei quali è la possibilità per i parlamentari di fare il bello ed il cattivo tempo, spostandosi da un gruppo all’altro. Chi si iscrive ad un gruppo al momento dell’elezione dovrebbe rimanervi. Va vietata l’operazione in voga oggi, che è di puro trasformismo. Ma ritengo che dovrebbero essere ritoccate moltre altre cose, a cominciare dal fatto che, come tutti sappiamo, le leggi vengono fatte dal governo. E allora si ritocchi la possibilità per l’opposizione di controllare ciò che l’esecutivo fa, impedendo così al governo di sottoporre una legge di bilancio il giorno prima delle relative votazioni. Evidentemente ciò impedisce all’opposizione di fare il proprio lavoro al meglio.

Il premier ha convocato i partiti per ragionare sulla finanziaria. Ma di fatto per annusare l’aria sulla legge elettorale?

Che brutto odore questa legge elettorale. Si continua a pensare ad un sistema che, in fondo, favorisce solo i dirigenti di partito e la loro possibilità di scegliersi i parlamentari: questa è in assoluto la peggiore legge possibile. Bisogna che qualcuno dica, e se lo facesse Draghi sarebbe molto utile, che una nuova legge elettorale dovrebbe essere fatta per dare il potere agli elettori e per fa sì che il loro voto conti nella scelta del partito e dei candidati.

Pubblicato il 2 dicembre 2021 su L’Argomento Quotidiano

Vi svelo i candidati papabili per la presidenza della Repubblica #intervista @Diariodelweb

Il professor Gianfranco Pasquino, al DiariodelWeb.it, fa il punto sul panorama politico italiano, tra governo Draghi, parlamento e corsa al Quirinale

Intervista raccolta da Fabrizio Corgnati

A cinque mesi dalla nomina del governo Draghi e quando ne mancano sei alle elezioni del prossimo presidente della Repubblica, il quadro politico in Italia appare frammentato e magmatico. Il DiariodelWeb.it ha provato a fare chiarezza sulle prospettive del governo, del parlamento e del Quirinale, chiedendo lumi a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, il cui ultimo libro si intitola «Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana».

Professor Gianfranco Pasquino, lei conosce Mario Draghi dal 1975, quando giocava a calcetto con lui a Belmont, in Massachusetts.
Il Draghi che ho conosciuto, francamente, era poco interessato alla politica e molto alla politica economica. Era un uomo studioso, riflessivo, in un certo senso simpatico, con un sottile senso dell’umorismo che è riemerso anche adesso.

Che effetto le fa vederlo oggi a capo del governo?
Evidentemente è un uomo che ha maturato un impegno politico vero, significativo, robusto. Che ha imparato moltissimo nei lunghi anni alla Banca centrale europea. Che riesce a tenere a bada dei politici spesso mediocri e arruffoni e a guidarli in una direzione che credo sia quella giusta.

E che effetto sta provocando, invece, sul sistema dei partiti?
I partiti continuano a litigare, tra di loro e al loro interno. Potrebbero ristrutturarsi, ma stanno dimostrando di non averne le capacità. Questo è il problema importante. Draghi riesce a tenersi distante da tutto questo, ma rappresenta una cartina di tornasole. Lui è il prodotto di una politica debole e pasticciona, ma non può essere lui a cambiarla. Quando finirà la sua opera, i partiti saranno come prima: purtroppo non vedo nessun salto in avanti di intelligenza, capacità organizzativa, ideali.

L’ennesimo governo tecnico, dopo Ciampi, Dini e Monti, che lascerà in eredità una situazione politica esattamente identica alla precedente.
Avrei qualche perplessità a definire questo un governo tecnico. Semmai è un governo con dei tecnici, gli altri ministeri sono nelle mani dei partiti. I suoi predecessori non hanno fatto bene: Monti ha sciupato delle grandi occasioni ed è stato molto mediocre, Ciampi se l’è cavata ma il suo governo era pieno di uomini di partito migliori di quelli attuali. Dopo Draghi il gioco si riaprirà, ma al momento ho aspettative molto molto basse.

Parliamo allora dei partiti. Il M5s ha ancora la maggioranza relativa in parlamento ma sembra il più in crisi di tutti, dilaniato dallo scontro interno tra Conte e Grillo.
Contrariamente alla maggior parte dei commentatori, penso che questo dualismo non si debba sciogliere. Grillo e Conte devono avere due compiti diversi e svolgerli in maniera diversa. Il primo leader carismatico, «l’Elevato», come dice lui, con qualche colpo ad effetto, ma soprattutto con l’autorevolezza che continua ad avere nei confronti dei suoi parlamentari e forse anche degli elettori. Il secondo deve imparare come si struttura un partito, come si mobilitano le energie, come si tiene insieme un Movimento molto composito.

Dove andranno a finire i grillini?
In una prima fase c’era la protesta, poi è stato necessario il governo, ora serve preparare un’offerta politica per le prossime elezioni. Mantenere l’elemento dell’insoddisfazione, che nell’elettorato italiano c’è, ma anche proporre delle soluzioni, soprattutto sul terreno socio-economico sul quale sono molto deboli. Altrimenti scenderanno sotto il 15% e diventeranno irrilevanti. Mi stupisce che non rivendichino i successi che hanno ottenuto: il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi.

C’è un certo dualismo anche nel centrodestra, dove la Lega rischia di essere sorpassata da Fratelli d’Italia.
Se vincono le elezioni, il leader del primo partito diventa presidente del Consiglio. Entrambi hanno davanti agli occhi il premio più elevato della politica. Salvini rimane indispensabile per il centrodestra, ma la Meloni sta approfittando di una sorta di luna di miele: gode di quella che chiamo una rendita di opposizione. Gli insoddisfatti, i nemici, gli ostili al governo Draghi scelgono Fdi. Questo è il vantaggio di essere stata coerente, incisiva, una donna politica vera.

Il Pd in che posizione si colloca?
La solita: intorno al 20%, non si schioda di lì. A meno che non trovi una tematica davvero importante, che non è certamente il Ddl Zan. Devono fare i conti con una realtà che ancora adesso non capiscono fino in fondo. Non è un partito di movimento, non è rassicurante per una parte degli elettori, non è trascinante. Letta è certamente competente, ma non è un leader carismatico. E dentro il partito non ce ne sono: ci sono più che altro persone che hanno aspettative di carriera. Dunque non fanno andare la barca troppo veloce, per evitare che si capovolga.

E Renzi che gioco sta facendo? La sua strategia sembra incomprensibile da anni.
Un gioco sporco. Gioca sulle contraddizioni altrui, che ci sono, sul breve periodo. Fa affermazioni roboanti, come se il governo Draghi l’avesse creato lui: che, naturalmente, non è vero. Non ha nessuna visione, cerca solo di sopravvivere in modo spregiudicato, attraverso il potere di ricatto dei suoi parlamentari, che al Senato sono decisivi. Alle prossime elezioni sarà durissima, anche se sono sicuro che contratterà spudoratamente con il Pd un certo numero di seggi sicuri.

Alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica manca ancora parecchio tempo, ma se ne inizia a parlare. Come si presenta, ad oggi, la griglia di partenza?
I papabili sono almeno sette od otto. Alcuni sono evidenti ed ineliminabili: come la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Casellati, per di più donna e certamente un’ottima candidata. Così come un ottimo candidato è sicuramente Draghi, perché lo dicono tutti. Credo che non abbia mai smesso di pensare al Quirinale Romano Prodi, il quale probabilmente ritiene anche di avere diritto ad un risarcimento. Letta è un suo amico, quindi è una candidatura plausibile, ma va costruita. Sono sicuro che si considera un candidato anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini: non ha mai fatto male a nessuno, quindi non è controverso, ma dovrei dire anche che non ha mai fatto nulla. Sento che Tajani è disposto a candidare Berlusconi: se il centrodestra è compatto, parte con un numero di voti molto consistente. Poi ci sono altri speranzosi: ad esempio Franceschini. Ma tutto dipende da come si comincerà a votare: alcuni candidati verranno eliminati dopo i primi scrutini, perché funzionano male, e altri possono emergere.

Alla fine l’Italia avrà il presidente della Repubblica che si merita?
Io mi chiamo fuori: alcuni dei nomi che ho fatto posso anche meritarmeli, altri no. Ma l’Italia avrà il presidente della Repubblica che i parlamentari considereranno il meno pericoloso. Cioè quello che produrrà meno danni per loro. C’è poco da vincere: una volta che è eletto, rimane in carica per sette anni, è completamente autonomo e non deve più rispondere a nessuno. Dopodiché, se il parlamento si incarterà, probabilmente tornerà quella richiesta dell’elezione popolare diretta. Certamente sostenuta dalla destra italiana, ma di cui il centrosinistra ha paura.

Pubblicato il 15 luglio 2021 su DiariodelWeb

Stati generali una passerella? È bene avere opinioni informate #StatiGenerali @fattoquotidiano

Passerella. Quand’anche gli Stati Generali risultassero “soltanto” una passerella per “singole menti brillanti”, per Colao e i componenti della sua commissione, per imprenditori e sindacati (anche in ordine inverso), per ministri, politici e altri invitati, non meritano di essere criticati pregiudizialmente. Potrebbero comunque risultare utili da una pluralità di punti di vista. Infatti, come disse il compagno Presidente Mao Tse-tung, vero esperto di passarelle (vedi la Rivoluzione Culturale Proletaria), “le idee camminano sulle gambe degli uomini” (mi affretto ad aggiungere “e delle donne”). Per chi crede che il pluralismo e il conflitto sono il sale della politica (e della democrazia, sì, anche di quella liberale), più sono le opinioni meglio informate è probabile che saranno le decisioni.

I critici sostengono che sappiamo già tutto. Ho molti dubbi esistenziali su coloro che sanno già “tutto”, e ne diffido. Ritengo, invece, che Conte abbia fatto bene a volere questo format di produzione di idee, anche, se riuscirà a orientarlo, con qualche elemento di spettacolarità. Non ho dubbi sul fatto che gli piaccia esporsi, ma qui sta correndo il rischio che la presenza di troppe personalità produca qualche stecca. Probabilmente, la regia dovrebbe far sapere e imporre a tutti gli intervenuti di non procedere a “racconti” più o meno edificanti, ma di andare subito al sodo: individuare le priorità, suggerire le soluzioni, magari accompagnandole con tempi di attuazione, costi e profitti.

Penso di avere capito che, da sola, l’Italia non ce la farà e che avrà bisogno di tutti i fondi che le istituzioni europee metteranno a nostra disposizione (e hanno già in parte stanziato). Lo faranno privilegiando la trasformazione “verde” dell’economia e la digitalizzazione in tutte le sue varianti, gli investimenti in ricerca e quelli nelle infrastrutture e, grazie al Mes, senza condizionalità, le spese sanitarie dirette e indirette (qui la fantasia degli operatori ha un grande spazio sul quale esercitarsi). Sarà, dunque, opportuno che le soluzioni proposte si collochino nel solco europeo anche perché dalle raccomandazioni europee si potranno trarre indicazioni utilissime.

Senza la passerella le elaborazioni sarebbero finite direttamente sul tavolo dei singoli ministri e dei burocrati che, nel frattempo, tutti critichiamo in maniera tanto convinta quanto generica, ma la cui legittima difesa mi piacerebbe molto ascoltare. Ce ne sarà qualcuno invitato a “passerellare” o vogliono mantenersi tutti nell’ombra?

Avendo aperto il canale di comunicazione con il governo con una frase accomodante e promettente: “Conte è finito, Bisogna andare presto alle elezioni”, le opposizioni hanno poi deciso che non parteciperanno poiché Villa Pamphilj non è una sede istituzionale. Loro, è noto da tempo, anche, talvolta, con qualche scivolatina populista, sono austeri difensori delle istituzioni e della loro autonomia. In particolare, Giorgia Meloni ha seccamente annunciato che il confronto deve avvenire nella sede costituzionalmente più appropriata: il Parlamento. Comunque, il confronto li arriverà quando il governo dovrà chiedere l’approvazione per legge e/o per decreto dei provvedimenti che conterranno le proposte emerse dagli Stati Generali. Però, non posso resistere dal ricordare a Meloni, Salvini e Tajani, nonché ai professoroni del “sì”, che criticano il governo per non avere convocato abbastanza spesso il Parlamento, che la soluzione esiste, quasi ready made. Sta nell’articolo 62 della Costituzione che stabilisce che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. Gli Stati Generali offrivano/offrono la possibilità di un’anteprima che servirebbe a “limare” anche le proposte concrete delle opposizioni che, evidentemente, non credono nel confronto.

Pubblicato il 12 giugno 2020