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L’ombra di Craxi #Italia89 #mondoperaio

da mondoperaio 9 – settembre 2019

Italia ’89

L’ombra di Craxi

Prima di cominciare questo lungo commento al testo di Petruccioli (n.d.r. C. Petruccioli, Il tabù dell’alternanza, mondoperaio 9 – settembre 2019), mi sono chiesto a che cosa può servire riflettere sul passaggio cruciale che portò dal PCI al PDS. Dopo non poche esitazioni e contorsioni mi sono risposto che, dato il ruolo svolto dal PCI nel sistema politico italiano dal 1946 al 1989 e poi dal PDS e i suoi successori nella fase successiva, qualche notazione, qualche approfondimento e molte critiche hanno senso. D’altronde, seppure in maniera tutt’altro che lineare, il Partito Democratico di oggi (domani non so) porta sulle spalle un fardello di eredità comunista, ex-comunista, post-comunista nient’affatto lieve. Provare a fare chiarezza sulle modalità della svolta dell’89-91, sulle sue inadeguatezze, su quello che non avrebbe mai potuto essere serve in qualche modo per indicare la necessità di una svolta contemporanea il prima possibile e, forse, a non rifare errori simili, molti dei quali già ampiamente commessi, addirittura ripetuti più volte.

Dal resoconto di Petruccioli, dalla mia condizione di allora (ero Senatore della Sinistra Indipendente), da quanto avevo letto e studiato, da quello che sapevo, direi, senza falsa modestia, molto e, comparativamente, moltissimo (!), sui partiti e sulle loro trasformazioni, credo di potere sostenere che quel Partito Comunista Italiano era sostanzialmente non riformabile. Vale a dire che non sarebbero bastati aggiustamenti nelle modalità di comportamento del gruppo dirigente, cambiamenti cosmetici nel pensiero politico, riforme nella struttura organizzativa. Ci voleva di tutto e di più. Non ho nessuna difficoltà a concordare con Petruccioli che critica coloro che hanno concepito e trattato la “svolta come evento improvviso, indotto nel Pci dall’esterno, sostanzialmente avulso dalla vicenda originale [qui qual è il significato di “originale”? GP] di quel partito”. Tutto questo, però, è un’aggravante essendosi poi rivelata enorme l’impreparazione ad affrontare una svolta ritenuta insita nella storia “originale” del partito.

L’occasione per cominciare era andata perduta nel giugno del 1984 subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Scegliere come segretario Alessandro Natta aveva significato rimandare sine die, ma il giorno fatidico arrivò presto, la trasformazione di un grande partito, di massa, popolare, rappresentativo che aveva iniziato il suo declino elettorale e culturale (più precisamente, di perdita dell’egemonia di tipo gramsciano). Potremmo anche fare dell’ironia sull’affollarsi di molti bene intenzionati medici al capezzale del PCI, troppi dei quali neppure lo ritenevano “sufficientemente” ammalato. Proliferavano Le lettere al Partito comunista e suggerimenti sotto forma di altri generi letterari. Probabilmente, il gruppo dirigente si sentiva lusingato da cotanta attenzione. Certamente, alla base giungevano scarsi echi di un dibattito che mi pareva spesso ovattato e occasionale, cioè dettato da qualche occasione (terremoto, scala mobile, etc.). Molta della base, però, pur attraversata da una pluralità di linee divisorie, manifestava notevole interesse per tutte quelle idee che suggerissero come andare oltre le caute posizioni ufficiali. Anche se è vero che, spesso, in non pochi partecipanti, affiorava un grumo di emozioni, sentimenti e risentimenti, che rendeva alcuni incapaci di guardare indietro e di fare i conti con il passato al tempo stesso che li impossibilitava a guardare a vanti, a progettare il futuro. In quelle occasioni ho imparato che, comunque, in politica bisogna tenere conto anche delle emozioni, non semplicemente scansarle.

Mi limiterò a due esempi personali, non per narcisismo, ma perché ne ho conoscenza diretta. Primo, all’invito del segretario del PCI di San Giovanni Valdarno, fra la fine del 1984 e la primavera del 1985, ad andare a discutere della riforma elettorale e. specificamente, della proposta che avevo presentato in Commissione Bozzi (4 luglio 1984), risposi chiedendo quali erano le posizioni degli iscritti. Risposta: metà favorevoli a quanto sostenevo, metà contrari. Mi precipitai. Ne scaturì un dibattito di rara intensità e qualità con le preferenze personali e politiche che si intrecciavano con il desiderio di acquisire il massimo di informazioni possibili sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze sui partiti, sulle coalizioni e, naturalmente, sul PCI. Nella primavera del 1986, in preparazione del Congresso del PCI di Firenze, fui invitato a Reggio Emilia, dall’allora segretario della sezione alla quale erano stati iscritti alcuni che negli anni settanta erano diventati brigatisti. I dirigenti desideravano una mia conferenza di respiro che, certo, consentisse di riflettere sulle tematiche dell’imminente congresso, ma anche di guardare avanti, molto avanti. Convenimmo sul titolo “Sopravviverà il PCI fino al 2000?”. A fronte di un centinaio di compagni, la mia risposta, non respinta pregiudizialmente, ma ampiamente, direi, appassionatamente, discussa, fu: “probabilmente, no”. Non sono un indovino, ma mi vanto di sapere applicare le conoscenze della scienza politica a tutti fenomeni politici (Giovanni Sartori sarebbe orgoglioso di me).

Dalle mie numerose escursioni sul territorio, che scherzosamente definivo turismo politico, frequentando non poche Federazioni e sezioni del PCI, dove non ero mai andato in precedenza, con la sola preclusione del PCB (Partito Comunista di Bologna) pervicacemente per nulla interessato a discutere con me (non lo fece mai), traevo regolarmente quella che era molto più che una impressione, vale a dire, la preoccupazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei militanti nel vedere che al cambiamento, in Italia, nell’Europa centro-orientale, nel mondo, il gruppo dirigente del partito non sapesse/non volesse/ non riuscisse a rispondere. Sembrava che, ad eccezione di Pietro Ingrao, nessuno di quel gruppo dirigente si interrogasse. Naturalmente, non solo sarebbe stupido negarlo, ma anche controproducente per qualsiasi comprensione di quanto stava succedendo, sui cambiamenti possibili e auspicabili, forse indispensabili, su tutto si stagliava l’ombra lunga e minacciosa di Bettino Craxi.

Un punto va chiarito subito, in maniera definitiva. La da molti temutissima socialdemocratizzazione del PCI (da anni chiamato a fare la sua Bad Godesberg in seguito alla quale i socialdemocratici tedeschi arrivarono rapidamente al governo), dopo il crollo del PCUS e del suo sistema, non era resa impraticabile dal socialdemocratico Craxi. A determinate condizioni, con una adeguata elaborazione, non sarebbe stata interpretabile come una improponibile resa a Craxi, un cedimento totale. La socialdemocratizzazione non era praticabile perché, nonostante qualche neppure troppo timido tentativo effettuato da alcuni studiosi comunisti di approfondire le esperienze, al plurale, socialdemocratiche, nel PCI la loro liquidazione politica e culturale era già avvenuta da tempo. La convinzione che le socialdemocrazie erano “in crisi”, “logore”, “superate”, non in grado di sconfiggere il capitalismo, quindi non erano una prospettiva da perseguire, era diffusissima nel partito, molto più che maggioritaria. Non vi erano dubbi che la terza via si trovava o doveva comunque essere cercata nella spazio fra i comunismi realizzati e le socialdemocrazie a loro volta realizzate. I lettori e gli interlocutori si faranno una o molte ragioni del mio silenzio su quegli studiosi e commentatori comunisti che, nello stesso periodo, per superare quel loro comunismo (sic), oppure forse solo per farsi pubblicità sulla stampa “borghese”, recuperavano il decisionismo attribuendolo al pensiero di Carl Schmitt, loro giurista, già nazista, di riferimento. Quella storia, però, la lascio scrivere a loro, anche a quelli poi diventati in maniera rivelatrice renziani. Il fatto è che per andare oltre le esperienze socialdemocratiche bisogna non soltanto averle studiate e conoscerle, ma avere la capacità di scegliere quello che è imperativo conservare e quello che bisogna valorizzare per costruire una situazione più avanzata. Nel frattempo, abbiamo capito, trent’anni dopo, che anche le conquiste socialdemocratiche sono reversibili. Peccato che molti pensino che la ripresa di un pensiero di sinistra debba passare attraverso il neo-liberalismo.

Da quanto leggo nel molto (fin troppo?) lungo documento di Petruccioli, quasi nulla di quello che ritenevo allora importante per trasformare un Partito comunista, con tutte le sue peculiarità italiane, fu davvero oggetto del dibattito. Cito “si sarebbe dovuta sviluppare una critica chiara e argomentata delle posizioni tradizionali del PCI che si volevano superare, delle radici ideologiche che ne erano all’origine e che motivavano, a ben vedere [si vedevano benissimo, GP], anche i residui [sic, !] ma tenaci legami con ‘il socialismo reale’.” Sarei alquanto più drastico su quello che i comunisti avrebbero dovuto chiedersi. Che cosa era fallito? L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra Fredda sostanzialmente dal punto di vista economico? Dunque, era il modello di pianificazione, se non più precisamente il rapporto fra apparato politico-statale e società, che non aveva funzionato mentre il neo-liberismo investiva le maggiori democrazie anglosassoni,guidate da Reagan e da Thatcher, con uno tsunami liberatorio di potenzialità, risorse, energie?

In una società, inesorabilmente diventata “plurale”, –non scrivo “pluralista” poiché questo aggettivo chiama in causa non solo il numero dei soggetti, ma la realtà della competizione fra loro–, era già diventato evidente che il partito unico non era in grado di suscitare trasformazioni, di accogliere i trasformatori, di dare loro anche fette di potere politico. Quindici anni prima Norberto Bobbio (Quale socialismo. Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976) aveva sfidato i comunisti, ma non solo loro, chiedendo se esistesse una “dottrina marxistica dello Stato”, ricevendone verbose e inconcludenti risposte. La domanda mantiene tutta la sua attualità. Tuttavia, la risposta non è affatto scontatamente negativa. In qualche modo i cinesi stanno facendo i conti relativamente ai rapporti fra il Partito e lo Stato e il modo come li risolveranno avrà comprensibilmente un impatto enorme.

Nonostante si sapesse molto su che cosa era il Partito comunista italiano e sulle motivazioni ideologiche, programmatiche, di carriera politica che motivavano milioni di aderenti e migliaia di dirigenti, nella svolta l’unica “motivazione” presa seriamente in considerazione fu quella del nome della cosa (rossa). Petruccioli tenta, invano, per quel che mi riguarda, di convincerci che il problema era governare. Davvero? con il prevedibile 20 per cento circa dei voti? Mi pare, invece, che il problema fosse molto diverso. Se, dopo il crollo del muro di Berlino, comunisti proprio non si poteva più rimanere e socialdemocratici non si voleva diventare, e, probabilmente, neanche si sarebbe riusciti, quale opzione praticabile rimaneva? Democratici di Sinistra, quasi a significare due “cose” egualmente non sostenibili. Da un lato, che c’era una Sinistra evidentemente non democratica (honni soit qui pense à Craxi) e, dall’altro, che fino ad allora il PCI era stato di Sinistra, ma non Democratico. Con il senno di poi è facile notare che, nel corso della trasformazione, molti se ne andarono a sinistra e, più tardi, un numero forse persino maggiore decise che gli bastava l’aggettivo democratico –la cui specificità contenutistica continua a eludermi, non a illudermi.

A lungo ho insegnato ai miei studenti dei corsi di Scienza politica che “un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni,ottengono voti, conquistano cariche”. Regolarmente un certo, ma piccolo, numero di studenti dichiarava di essere insoddisfatto della mia definizione e mi chiedeva di integrarla facendo riferimento ad una ideologia. La mia replica è sempre stata che l’ideologia è certamente utile, ma non è una componente essenziale della definizione minima di partito. Epperò, nel caso del PCI non era proprio possibile transitare senza nessuna mediazione da un partito fortemente ideologico ad un partito post-ideologico. Incidentalmente, non vedo quasi nulla di tutto queste nelle note di Petruccioli che, quindi, ritiene che il PCI già fosse oppure avrebbe dovuto e potuto facilmente diventare un partito “programmatico”. Lo dirò meglio. Abbandonare, perché non di andare oltre si trattava, l’ideologia comunista (marxista, gramsciana) era, in qualche misura, indispensabile, ma rimanere privi di qualsiasi riferimento culturale era la peggiore delle soluzioni possibili. Una riflessione sui due cardini del pensiero e dell’azione delle socialdemocrazie realizzate avrebbe dovuto essere posta all’ordine del giorno, magari chiamando a riflettervi coloro che a quei due cardini, stato del benessere e keynesismo, e alla loro feconda combinazione, avevano già dedicato attenzione e riflessione scientifica.

Naturalmente, la mia non è in nessun modo una rivendicazione postuma di un contributo che non mi fu mai chiesto. Avevo, fra l’altro, anche scritto della assoluta necessità per un partito di sinistra, anche questa era una lezione socialdemocratica, di tenere rapporti intensi e frequenti, anche dialettici, con i sindacati e non solo con gli intellettuali per intenderci, del tipo Anthony Giddens, il quale andando Oltre la destra e la sinistra, (Il Mulino 1997), si è trovato alla Camera dei Lords! Rimando alla molto interessante analisi storico-comparata di Svezia Germania Stati Uniti svolta da Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass-London, Harvard University Press, 2018, anche se non ne condivido alcune rigidità interpretative. Non fu, non dico fatto, ma neppure intrattenuto, nulla di tutto quello che riguardava la cultura politica. Nessuna discussione “culturale” su che cosa poteva cercare di essere un Partito che non poteva/non doveva rimanere comunista. Curiosamente, nell’Europa centro-orientale quasi tutti i partiti comunisti hanno traslocato armi e bagagli sotto l’etichetta socialista, godendo, almeno temporaneamente, di qualche relativo successo. Niente da imitare, ovviamente, tranne, forse, che un partito comunista ha/aveva il dovere di riflettere più a fondo sul suo tasso di socialismo oppure nel PCI proprio non ce n’era?

Comunque, dal 1991 quel che si era faticosamente (non certo per sola responsabilità di D’Alema: Petruccioli davvero esagera finendo anche per omaggiare D’Alema attribuendogli un potere politico enorme), ricomposto nel solco della vecchia organizzazione si è trovato in mare aperto senza bussola. La mia tesi, argomentata nel fascicolo La scomparsa delle culture politiche in Italia (“Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, pp. 13-26) è che, per l’appunto, è andato perduto qualsiasi appiglio, qualsiasi riferimento, qualsiasi elemento di cultura politica che abbia attinenza al disegno di un futuro che un partito progressista si impegna a costruire contenendo e riducendo le diseguaglianze sia sociali sia di opportunità. Al proposito, è imperativo (ri)leggere Bobbio, Destra e sinistra (Donzelli 1994).Di questo non parlarono allora coloro che stavano tentando di traghettare un nuovo partito lasciando la sponda del comunismo, ma che non possedevano la bussola del percorso e sembrarono assolutamente non interessati a cercarla. Né fu fatto in seguito.

Tutto questo ha avuto conseguenze pesantissime, userò un aggettivo caro a Pietro Ingrao, il quale, sia chiaro, fu parte del problema, “epocale”. Quelle conseguenze sono ancora qui con noi e da sole non promettono affatto di andarsene. Quelle conseguenze hanno un nome: Partito Democratico. Era inevitabile che, mai intessuto di significati e di contenuti, il termine Sinistra appassisse e fosse destinato a sparire anche grazie al davvero notevole, ma non proprio encomiabile, sforzo di alcuni intellettuali per negare l’utilità stessa della categoria sinistra: What is left? Sono gli stessi che, poi, con rara coerenza hanno sostenuto pancia a terra l’opera, sono molto riluttante a scrivere “riformatrice”, del due volte ex-segretario del Partito Democratico. Quanto al PD, la sua nascita non fu affatto preceduta da una approfondita elaborazione culturale, da uno scontro/incontro/confronto di idee e di prospettive. Al massimo, si arrivò a “narrazioni”, oggi meritatamente dimenticate, e a un catalogo di parole: Partito Democratico. Le parole chiave ( a cura di M. Meacci, Editori Riuniti 2007). Forse già dice qualcosa che la parola Riformismo abbia due trattazione: la prima, mia, la seconda opera di Iginio Ariemma. Non esiste praticamente nessuno disposto a negare che il Partito Democratico sia stato una spregiudicata operazione di addizione di ceti politici già democristiani e già comunisti. Quanto alla raccolta, fusione proprio no, ma neppure ibridazione, delle migliori culture progressiste e riformatrici del paese, fu solo propaganda smentita da due fatti. Avvenne i) quando quelle culture praticamente non esistevano più da una quindicina d’anni; ii) senza che la cultura socialista, sicuramente progressista e provatamente riformatrice, fosse neppure chiamata a dare un qualsiasi contributo.

Rimanendo nella narrazione politico-istituzionale che troppi hanno voluto dare della nascita del PD, non sono riuscito a capire quando sia davvero esistita “la condizione ideale perché i due soggetti [immagino uno conservatore, grande apertura di credito a Forza Italia, e l’altro lo stesso PD, a meno che Petruccioli si riferisca al Popolo delle Libertà e all’Ulivo e allora dovremmo fare un discorso alquanto diverso] incardinassero un bipolarismo politico di tipo europeo, con una alternanza di tipo europeo”. A scanso di equivoci, sottolineo che queste fantomatiche alternanze di tipo europeo, tranne che in Gran Bretagna, di recente con qualche eccezione, non contemplano che molto raramente la sostituzione di un governo con un altro governo del tutto diverso (G. Pasquino e M. Valbruzzi (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo ,Bologna, Bononia University Press 2011). Nella maggior parte dei casi si tratta di semialternanze assolutamente in linea con la storia delle coalizioni multipartitiche che caratterizzano tutte le democrazie parlamentari.

Inoltre, anche se, per fortuna, l’idea e la sostanza del partito della nazione sono già tramontate, neppure l’escamotage di Petruccioli tiene: due partiti della nazione in competizione fra di loro al massimo rappresenterebbero un po’ più e un po’ meno della metà della nazione. Fra l’altro, chi siamo noi per decidere che i partiti della nazione debbano essere soltanto due? Infine, sono in totale disaccordo sul contenuto del “programma riformista per un governo della sinistra”: “i cittadini devono poter scegliere il governo. Il governo deve governare. Il Parlamento deve fare le grandi leggi e controllare l’attività del governo”. Sarà anche chiaro, ma è, da un lato, sbagliato: da nessuna parte al mondo i cittadini scelgono il governo. Da nessuna parte al mondo il Parlamento fa le “grandi leggi”. Le fa il governo che dagli elettori ha ricevuto un mandato per tradurre le sue proposte in politiche. Dall’altro, il programma riformista è tanto vago quanto banale: “il governo deve governare”.

Non ricordo che nulla di tutto questo fosse all’ordine del giorno della trasformazione del PCI. So che chi perde di vista la rappresentanza e pretende di limitarla per ottenere governabilità sbaglia alla grande e sacrifica entrambe a suo totale discapito. Petruccioli proietta un passato da lui interpretato in un futuro che, in parte, è già stato sconfitto e superato. Ho scritto molto in materia. Approfondirò soltanto su richiesta esplicita del Direttore di “Mondoperaio”, ma, che sia chiaro, non ripartiremo da zero.

Mi è persin troppo facile concludere, ma è perché la conclusione me la sono costruita molto abilmente, che il compito del Partito Democratico, che al governo non è e il cui programma riformista è sparito, deve essere espresso in questi semplicissimi e esigentissimi termini primum philosophari deinde governare. Nelle condizioni attuali, filosofare richiede prioritariamente smontare in maniera ragionata quello che c’è, un enorme macigno per qualsiasi nuova partenza, e lasciare la porta aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da offrire in termini di idee e energie. La storia della trasformazione del PCI, letta non soltanto con gli occhi di Petruccioli, ha molto da dire. Non è ancora troppo tardi.

Karl Marx duecento anni dopo #KarlMarx #Marx200 #Marx2018 VIDEO @FondCorriere

Il marxismo è (stato) una ideologia nel senso migliore della parola: una visione del mondo, una prospettiva sul futuro. Ha creato una cultura politica anche nel dibattito/scontro “rivoluzione vs riforme”. Grandi partiti di sinistra si sono formati nella riflessione e nel superamento di quella antinomia, anche senza, inconveniente grave, elaborare una teoria dello Stato. Scomparso il marxismo su quali basi si ricostruisce una cultura politica? È lecito sostenere che il declino dei partiti di sinistra si accompagna, ma forse è anche la conseguenza, della scomparsa della loro cultura politica, e viceversa?

Sala Buzzati
via Balzan 3, Milano
Giovedì 3 maggio 2018

In occasione della presentazione di
Karl Marx vivo o morto?
Il profeta del comunismo duecento anni dopo,
a cura di Antonio Carioti, Solferino – I libri del Corriere della Sera

 

Non c’è traccia di populismo in nessuna variante del marxismo. Non il popolo, non la nazione, ma la classe e il proletariato internazionale occupano il centro del pensiero dei marxisti. Laddove i populisti vogliono dividere il popolo buono e puro, che li sostiene, dai traditori del popolo, ovvero chiunque rappresenta altre preferenze e si oppone a loro, il marxismo vuole offrire ai proletari l’opportunità di liberarsi delle sue catene guardando oltre e fuori i confini delle nazioni. Il populismo non libera nessuno.

La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia* #KarlMarx #Marx200 #Marx2018

*La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia, in A. Carioti (a cura di), Karl Marx. Vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo, Milano, Solferino, pp. 175-185
Presentazione 3 maggo 2018 ore 18 Fondazione Corriere, Sala Buzzati via Balzan 3 Milano

 

Il pensiero e gli scritti di Karl Marx, la sua analisi del capitalismo, dello sfruttamento e dell’alienazione dei lavoratori, la prospettiva del superamento dello stadio nel quale la borghesia era/è stata la classe dominante fino alla situazione nella quale non sarebbe più esistito il governo degli uomini sugli uomini in quanto sostituito dall’amministrazione delle cose hanno costituito il patrimonio iniziale di tutti, o quasi, i partiti che si definivano socialdemocratici. Tuttavia, fin dall’inizio delle esperienze socialdemocratiche, già ai tempi di Marx e Engels, si sono prodotti contrasti di non poco conto sulle modalità con le quali fare transitare la teoria di Marx all’azione nella concretezza della lotta politica per conseguire obiettivi che non tutti i socialdemocratici condividevano a cominciare dall’alternativa, a lungo protrattasi, fra riforme e rivoluzione. Se le riforme “di struttura” portassero ad esiti rivoluzionari oppure addirittura rafforzassero il capitalismo in sostanza rimandando e impedendo l’emergere della società socialista è un dilemma che ha attraversato i socialdemocratici in tutti i luoghi fino a tempi relativamente recenti. La rottura più profonda e duratura nel mondo delle socialdemocrazie avvenne quando nel Secondo Congresso della Terza Internazionale Lenin impose ai partiti socialdemocratici e socialisti di accettare 21 condizioni che li avrebbero trasformati in comunisti. Da allora il marxismo fu per molti decenni l’ideologia al tempo stesso sia del maggior numero dei partiti socialdemocratici sia di tutti i partiti comunisti dell’Occidente. Le loro strade si divaricavano, ma per lungo tempo il riferimento a Marx non venne meno né, faccio due soli esempi, per i socialisti italiani guidati da Turati né per i cosiddetti austromarxisti. Nella pure tragica contrapposizione durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) fra i socialdemocratici e i comunisti, il marxismo come ideologia e teoria non fu messo in discussione dai primi pure tacciati dai comunisti staliniani di essere diventati socialfascisti.

Ieri. L’abbandono del marxismo da parte dei socialdemocratici tedeschi fu effettuato più di un decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel Congresso di Bad Godesberg nel 1959. Quella decisione ebbe un impatto enorme. Aprì la strada ad una molteplicità di richieste, talvolta intimazioni, indirizzate soprattutto ai comunisti, in particolare quelli italiani, di “andare a Bad Godesberg” (ridente cittadina termale) e procedere ad un lavacro di tipo revisionista. Sette anni dopo i socialdemocratici tedeschi arrivarono al governo della allora Germania Ovest, la Repubblica Federale Tedesca, in una Grande Coalizione, per rimanervi poi con i Liberali fino al 1982. Per l’importanza della Germania e della SPD stessa e per le conseguenze politiche irreversibili che Bad Godesberg ebbe, l’avvenimento ha segnato uno spartiacque nella storia delle socialdemocrazie. Tuttavia, i percorsi dei vari partiti socialdemocratici e socialisti europei, dopo Marx, dopo la rivoluzione bolscevica, dopo il fascismo e il nazismo erano già stati molto differenziati. Oserei applicare a tutti quei partiti una famosa frase di Marx sostituendo la parola uomini appunto con partiti, come segue: “i partiti fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Anche se già nel 1951 fu fondata l’Internazionale Socialista, che oggi conta circa 150 partiti aderenti, soltanto i pure molto importanti principi generali sono condivisi. Non solo le tattiche politiche contingenti, ma le strategie di lungo periodo dei diversi partiti sono fortemente condizionate dallo stato dei paesi e delle società in cui operano, dalle loro tradizioni e dal contesto partitico stesso.

Per cominciare con il caso in qualche modo ai margini delle socialdemocrazie continentali, più che alla lunga operosa presenza di Marx a Londra, città nella quale morì (nel 1883) ed è sepolto, la storia del laburismo inglese è debitrice di fatti e tradizioni specifiche della Gran Bretagna, della forza del pur variegato e frammentato movimento sindacale, dell’eredità del pensiero illuminista scozzese e liberale, degli intellettuali della Fabian Society e della dinamica complessiva del sistema politico a cominciare dall’estensione graduale, ma significativa, del diritto di voto. Tutto questo plasmò un partito laburista nel quale i marxisti furono sempre una piccola e non influente minoranza, e nel quale la cifra dell’azione politica fu regolarmente il riformismo senza nessuna ambizione rivoluzionaria. Sicuramente i Laburisti britannici debbono essere considerati parte integrante delle socialdemocrazie europee, ma le loro specificità hanno continuato a contare nel corso del tempo e nelle numerose esperienze di governo. Sono state trasferite ovvero recepite e nutrite anche in alcuni paesi della diaspora anglosassone come Australia e Nuova Zelanda dove i partiti laburisti hanno spesso governato dando rappresentanza e potere alle classi popolari.

Sul continente è possibile rilevare tre, forse quattro varianti di socialismi. Le prime due varianti sono relativamente facili da individuare e definire. Sono, rispettivamente, quelle dei partiti – laburisti, socialisti, dei lavoratori – dei paesi nordici e quelle dell’Europa meridionale, più precisamente, della Francia e dell’Italia. Nei paesi nordici i socialisti non hanno dovuto, con l’eccezione parziale della Finlandia, affrontare la sfida di un forte partito comunista alla loro sinistra. Hanno a lungo goduto dell’appoggio ovvero di una relazione stretta e fondamentalmente collaborativa con un forte sindacato unitario. Giunsero al governo del loro paese, in special modo, il Partito Socialista dei Lavoratori svedese, già all’inizio degli anni trenta. Hanno plasmato in maniera indelebile, “nelle circostanze che trova(ro)no immediatamente davanti a sé”, la vita politica, sociale e economica come non è stato possibile in nessun altro sistema politico. Lo hanno fatto procedendo alla virtuosa combinazione fra una politica economica all’insegna del keynesismo e una politica sociale improntata al welfare. Hanno formulato e spesso attuato accordi e addirittura assetti definiti neo-corporativismo basati sulla solida relazione tripartitica fra un governo di sinistra (sorretto dal partito socialdemocratico), il sindacato unitario e le organizzazioni imprenditoriali, sorretta dalla fiducia reciproca che gli impegni presi saranno mantenuti e attuati. Non può suscitare nessuna sorpresa che, come direbbero gli inglesi, at the end of the day, tutte le classifiche internazionali, a cominciare da quella autorevole dell’Indice dello Sviluppo Umano (reddito, livello di istruzione, stato di salute) vedano regolarmente ai primi posti Norvegia e Svezia, Danimarca e Finlandia.

Le esperienze socialdemocratiche di governo nei paesi nordici sono spesso state giudicate in maniera molto severa, comunque considerate non meritevoli di imitazione nei due maggiori paesi latini, vale a dire Francia e Italia. Sia i politici socialisti e, con maggiore acrimonia, comunisti sia i loro intellettuali di riferimento hanno rimproverato a quei socialdemocratici di non avere saputo cambiare, sconfiggere, superare il capitalismo quanto, piuttosto, di averlo “salvato”, rendendolo persino più efficiente e più forte. In seguito, quei politici e quegli intellettuali hanno sostenuto che le esperienze socialdemocratiche si erano logorate ed erano entrate in crisi. Dunque, non valeva la pena né studiarle né, tantomeno, imitarle. Certamente non entrarono in crisi le esperienze socialdemocratiche in Francia e in Italia poiché in Francia non ebbero mai modo di prodursi tranne che, in parte, con la prima presidenza di François Mitterrand (1981-1988), in Italia sostanzialmente mai anche se, forzando un po’ la valutazione e gli esiti, il primo centro-sinistra italiano (1962-1964) costituì una fase di significativo riformismo. La debolezza dei partiti socialisti francese e, soprattutto, italiano a fronte della solidità dei corrispondenti partiti comunisti e della loro rappresentatività della classe operaia costituì l’ostacolo maggiore, ancorché non l’unico (vi si deve aggiungere quantomeno la divisione della rappresentanza sindacale), alla conquista del governo in un paese occidentale nel periodo della Guerra Fredda. La divisione a sinistra e il conflitto socialisti/comunisti hanno finito per rendere impossibile qualsiasi costruzione di un attore partitico unitario in grado di proporre politiche riformiste di stampo socialdemocratico. In nessuno dei due paesi, praticamente scomparsi i partiti che potrebbero richiamarsi alla socialdemocrazia, è ragionevolmente possibile ipotizzare una qualche ripresa di politiche riformiste, rese per di più ancora più difficile dalla dinamica complessiva della globalizzazione e dallo spirito del tempo.

Nei paesi più propriamente mediterranei come Grecia, Portogallo, Spagna, dopo il crollo dei rispettivi autoritarismi, il compito dei partiti socialisti è consistito soprattutto nel creare e mantenere le condizioni di un regime democratico dando rappresentanza ai ceti popolari e guidando lo sviluppo dell’economia ed è stato coronato da sostanziale successo. La democrazia si è consolidata. Non era da quei partiti e da quei paesi che ci si potessero aspettare innovazioni di rilievo nelle politiche socialiste. L’abbandono del marxismo come ideologia e come guida alla prassi fu logica conseguenza dei tempi e, tranne che brevemente per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, non implicò nessuna difficoltà né, tantomeno, traumi. Più complessa la situazione prodottasi nei sistemi politici dell’Europa centro-orientale dopo il 1989. Ridotto il marxismo a mero rituale, a ideologia imbalsamata, a catechismo per gli aspiranti a far parte della nomenclatura, il fallimento dei regimi comunisti ha svelato il vuoto di cultura politica. Non poteva che essere bassa o nulla la credibilità dei partiti comunisti che trasformavano il loro nome in socialisti e i cui ceti politici traslocavano armi e bagagli nella neppur troppo nuova botte socialista che avevano in passato largamente screditato. La reazione profonda e di entità inattesa contro il comunismo “realizzato” ha chiuso ogni spazio a eventuali apparizioni di compagini socialiste che, infatti, tuttora, quasi vent’anni dopo la transizione, non esistono, con conseguenze gravi sullo spirito civico e sulla qualità della democrazia di ciascun paese. Non erano, forse, solo i partiti comunisti dominanti l’impedimento alla formulazione e attuazione di politiche riformiste neppure quelle vagamente di stampo socialdemocratico.

La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 cambiò ancora una volta “le circostanze” nelle quali si trovavano ad operare i partiti (e i governi) socialdemocratici. In verità, nell’Europa occidentale quelle circostanze erano già cambiate molto significativamente grazie alla prosperità economica diffusasi nel dopoguerra e soprattutto a mutamenti culturali più irreversibili di qualsiasi benessere economico. Quei vantaggi economici, di lavoro e di guadagno, che l’azione organizzata in partiti e in sindacati aveva consentito di conseguire a milioni di cittadini e che i partiti e i governi socialdemocratici avevano cercato di distribuire in maniera equa, semmai più favorevole ai ceti popolari, potevano oramai, almeno così sembrò ai figli e alle figlie di quei lavoratori, essere conseguiti individualmente, di persona attraverso il perseguimento dell’autorealizzazione (Inglehart 1977). I valori post-materialisti e i loro (giovani) portatori fecero irruzione sulla scena politica scompaginando in particolare la sinistra, le variegate organizzazioni socialdemocratiche nelle quali convivevano padri “materialisti” e figli e figlie che, proprio grazie ai loro genitori, potevano permettersi di avere e applicare valori post-materialisti. Naturalmente, alcuni paesi erano più avanzati sulla scala del post-materialismo e in questi paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma anche i paesi nordici, l’onda del post-materialismo colpì in misura considerevole le socialdemocrazie esistenti e governanti.

Oggi. Curiosamente, nello stesso anno, 1994, in cui Bobbio insisteva sulle ragioni della persistenza di ben distinte posizioni di destra e di sinistra, il sociologo inglese Anthony Giddens argomentava e spiegava perché fosse indispensabile andare Oltre la destra e la sinistra. I tumultuosi anni di governo dei conservatori, Thatcher (1979-1990) e Major (1990-1997), favoriti dalla scissione dei socialdemocratici nel 1981, avevano imposto ai laburisti un agonizing reappraisal (dolorosissima rivalutazione) della loro strategia, della loro stessa visione della Gran Bretagna. Più di altri Giddens contribuì alla formulazione della Terza Via (il sottotitolo inglese del libro omonimo pubblicato nel 1998 è The Renewal of Social Democracy) che divenne la formula con la quale il New Labour di Tony Blair approdò al governo nel 1997. Tra il liberismo estremo dei conservatori e il laburismo obsoleto, Blair e Brown si aprirono una Terza Via che doveva riformare il partito, le modalità di governo, le politiche, la stessa società britannica. È una Via nella quale neppure credono più la maggioranza dei dirigenti laburisti e i loro elettori che premiano il più tradizionale, classico, forse effettivamente socialdemocratico Jeremy Corbyn.

Non credo si possa collocare nella Terza Via l’Ulivo fortunosamente vittorioso alle urne nell’aprile 1996 anche se, indubbiamente, fra le motivazioni di alcuni protagonisti si trovava quella del superamento della socialdemocrazia classica (peraltro, mai concretamente comparsa nel contesto italiano). Con qualche forzatura fu inserita nella Terza Via l’esperienza del governo presidenziale del democratico Bill Clinton (1992-2000). Molto più appropriato è il riconoscimento che quanto volle fare il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder (1998-2005), ovvero plasmare e ridefinire un nuovo centro (Die Neue Mitte), rappresentò effettivamente la Terza Via secondo modalità tedesche. Tuttavia, da allora è cominciato un significativo e persistente declino elettorale della SPD che, peraltro, è rimasta politicamente la migliore alleata di governo della Democrazia Cristiana tedesca (2005-2009; 2013-2017; ????-????). Infine, l’esperimento iniziato in Italia nel 2007 con la formazione del Partito Democratico è, comunque lo si valuti, la fuoriuscita da qualsiasi possibilità di recupero, di rilancio, di rielaborazione di un esperimento socialdemocratico. Nella vicina Francia, la clamorosa vittoria presidenziale (2017) di Emmanuel Macron ha con tutta probabilità posto fine a quel poco che era rimasto di socialdemocrazia francese trascendendo Parti Socialiste e Rèpublicains gollisti con lo slogan sia destra sia sinistra e relegandoli in un passato che non potrà tornare. Solo nei sistemi politici scandinavi le socialdemocrazie hanno lasciato tracce tanto profonde quanto positive, ma i duri dati elettorali dicono che, sì, potranno, nella logica delle democrazie dell’alternanza, tornare al governo, ma all’orizzonte non si vede nessun rilancio di un’età d’oro socialdemocratica.

Bilancio per il domani. Abbiamo appreso dai bolscevichi la dura lezione della storia che il socialismo in un solo paese non può essere costruito. Non è possibile dimenticare che uno dei cardini del pensiero di Marx era l’internazionalismo sotto forma di solidarietà del proletariato di tutti i paesi: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Invece, ciascuno e tutti i partiti socialdemocratici hanno a partire dagli anni Trenta, ma ancor più nel secondo dopoguerra intrapreso e percorso, con maggiore o minore successo, le loro vie nazionali. Dappertutto c’è da qualche tempo ormai la consapevolezza che nessuna di quelle vie nazionali porta ai traguardi/esiti di mantenimento della prosperità e di riduzione delle diseguaglianze che le socialdemocrazie continuano a ritenere degni di essere perseguiti. Anzi, almeno per quel che riguarda la prosperità la sfida della globalizzazione può essere meglio affrontata in chiave sovranazionale nel quadro offerto dall’Unione Europea. Che le sfide della globalizzazione, del governo dell’economia, delle migrazioni possano essere vinte dai governi nazionali che operino senza accordi reciproci e senza cooperazione è l’illusione dei sovranisti. Che possa riaprirsi quella che, brillantemente analizzando le esperienze scandinave, Esping Andersen (1985) definì La via socialdemocratica al potere caratterizzata dalla capacità della politica di contrapporsi vittoriosamente ai mercati appare piuttosto improbabile.

I primi due punti di quello che circa centocinquant’anni fa era il Programma socialdemocratico minimo: 1. Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del capitalismo; 2. Ampliare le libertà borghesi, democrazia e diritti civili, soprattutto il suffragio, sono stati conseguiti. Il punto 3. Accrescere il ruolo del proletariato industriale di fabbrica deve essere ridefinito con riferimento al ruolo dei lavoratori in un mercato del lavoro caratterizzato da enormi variazioni e squilibri. Il punto 4. Lottare contro i bastioni internazionali della reazione (la Russia zarista) mantiene la sua validità, ma i bastioni della reazione non si trovano all’interno di un solo Stato. Anche se l’Unione Europea non è in alcun modo definibile come socialdemocratica, la lotta contro la reazione non può che partire dalle sue istituzioni che delimitano il più grande spazio di libertà e diritti mai conosciuto. Quest’ultima affermazione mi consente di ricordare le parole di Bobbio che qualche decennio fa (per la precisione nel 1976) concludeva la sua splendidamente sintetica voce Marxismo del Dizionario di politica UTET sottolineando che la socialdemocrazia “ritiene che compito del movimento operaio sia quello di conquistare lo Stato (borghese) dall’interno”, mentre il marxismo afferma la necessità della distruzione dello Stato borghese affinché lo Stato stesso si estingua. Le esperienze dei comunismi realizzati hanno contraddetto l’imperativo marxista riguardante l’estinzione dello Stato potenziandolo e rendendolo totalitario. Le socialdemocrazie hanno di tanto in tanto conquistato non lo Stato, ma il governo di numerosi paesi trasformando in meglio il funzionamento e il rendimento complessivo dei sistemi politici nei quali hanno avuto ruoli importanti. All'”amministrazione delle cose” profetizzata da Marx le socialdemocrazie non sono pervenute, ma, è opinione diffusa che i loro governi hanno avuto successo. Eppure, è il paradosso, sono diventati meno probabili e meno frequenti. In Europa non si aggira lo spettro della socialdemocrazia.

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Riferimenti bibliografici
Bartolini, S. (2000) The Political Mobilization of the European Left, 1860-1980: The Class Cleavage, Cambridge: Cambridge University Press
Bobbio, N. (2016) Marxismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Novara, De Agostini, pp. 556-562.
De Waele, J.-M., Escalona, F., Vieira, M. (a cura di) (2013) The Palgrave Handbook of Social Democracy in the European Union, New York, Palgrave-Macmillan.
Esping-Andersen, G. (1985) Politics against Markets. The Social Democratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press.
Giddens, A. (1994) Oltre la destra e la sinistra, Bologna, Il Mulino.
Giddens, A. (2001) La terza via, Milano, Il Saggiatore.
Inglehart, R. (1977) The Silent Revolution. Changing Values and Political Styles among Western Publics, Princeton, Princeton University Press.

Le sinistre. Con la socialdemocrazia per andare oltre

Mi ricordo di avere letto un breve, ma intenso scritto (che si trova in un suo libro adesso a Nova Spes) [NdR il prof. Pasquino ha donato alla biblioteca della Fondazione Nova Spes circa 4.000 volumi di scienza politica] del grande sociologo tedesco-poi-britannico Ralf Dahrendorf, nel quale sosteneva, con apprezzamento, quasi ammirazione, che il XX secolo era stato il secolo socialdemocratico. Dahrendorf ha esagerato. Nel migliore dei casi, il cosiddetto secolo socialdemocratico è durato dal 1932, anno in cui i Socialdemocratici svedesi vinsero le elezioni conquistando la maggioranza assoluta di seggi (e poi governarono ininterrottamente fino al 1976), fino al 1997, la prima vittoria dei Laburisti di Tony Blair, che si era già addentrato nella Terza Via, chiaramente e deliberatamente non più socialdemocratica. Sono, comunque, stati sessantacinque anni che le sinistre italiane, avendo passato troppo tempo a criticare le socialdemocrazie che: a) non superavano il capitalismo, ma lo mantenevano vivo e vegeto; b) si erano logorate senza produrre grandi trasformazioni nelle loro società; c) erano “superate” (non ho mai capito da chi e da cosa), quando il PCI si trasformò dolorosamente e malamente nel 1989-1991, non seppero trovare il bandolo della matassa della cultura e delle politiche socialdemocratiche o, comunque, progressiste. Infine, il Partito Democratico ha posto la pietra tombale su qualsiasi prospettiva socialdemocratica, e male gliene sta incogliendo.

Quasi sicuramente non è più possibile resuscitare le esperienze socialdemocratiche, ma bisogna riconoscere che la loro premessa (la politica scrive le regole per il mercato) e i due cardini della loro cultura e della loro opera di governo hanno cambiato, in meglio, la politica e la vita di qualche centinaio di milioni di cittadini. Dove saremmo (basterebbe chiederlo ai cittadini USA che rischiano di perdere l’assicurazione sanitaria) senza il welfare, praticato e perfezionato da tutti i socialdemocratici e dove sarebbe l’economia senza il keynesismo? Conquiste importantissime che il liberismo non ha travolto, ma stravolto elaborando pratiche che hanno prodotto incertezze, lacerazioni, diseguaglianze economiche e sociali enormi. Poiché siamo certi che non è più possibile il “keynesismo in un solo paese” e che anche il welfare necessita di un quadro sovranazionale, è giunto il tempo, preconizzato da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene (1941), di una politica federalista europea. Dalla contrapposizione nettissima fra Europa politica federata/sovranismo statalista che ha favorito la vittoria di Emmanuel Macron e posto le premesse di una ridefinizione dello schieramento partitico francese, può scaturire la rivitalizzazione anche della sinistra italiana.

Stiamo assistendo, in quello che, con ottimismo malposto e mal giustificato/bile, Giuliano Pisapia ha chiamato “campo progressista”, a riposizionamenti di vario genere per fini di sopravvivenza, non di reale trasformazione. Che Renzi venga vissuto dalla “ditta” degli ex-comunisti come un usurpatore è del tutto irrilevante. Quello che conta è che non persegue la ricostruzione della sinistra per la quale, comunque, non avrebbe i requisiti culturali minimi. I rimanenti esponenti della ditta, a cominciare da Bersani, hanno finora combattuto una legittima lotta per la sopravvivenza dalla quale non si è sprigionata nessuna riflessione e nessuna energia per andare oltre alcuni principi di buon governo. Le altre componenti della sinistra italiana, in parte fuoruscite da Rifondazione, che a lungo ha creduto che l’orizzonte del comunismo si trovasse di fronte a noi, non alle nostre spalle [il 7 novembre andrò a Cavriago, sulla cui piazza si trova il busto di Lenin, regalo dei compagni bolscevici, a riflettere ad alta voce sul centesimo anniversario della rivoluzione russa], in parte spezzoni di vecchie e di nuove sinistre, non hanno più nessuna cultura politica condivisa alla quale fare riferimento. Il loro mantra è il programma, il programma, il programma. Ed è proprio sui punti programmatici che celebreranno puntigliosamente le loro distinzioni, spesso di lana caprina, invece di mettersi sulla scia di Spinelli e di Rossi dicendo all’unisono: Hic Europa hic salta.

Fatta la scelta europea, potranno operare insieme agli altri partiti socialdemocratici e di sinistra, ai movimenti e alle associazioni progressiste affinché proprio i due cardini delle socialdemocrazie realizzate ritornino centrali. Il welfare può essere credibilmente ridefinito e rilanciato soltanto su scala europea. Le politiche economiche keynesiane possono essere attuate esclusivamente attraverso la cooperazione e il coordinamento praticabili nell’ambito dell’Unione Europea. A quel che rimane della cultura politica socialdemocratica, le sinistre debbono aggiungere la cultura politica federalista. Su queste basi, le molte differenziazioni personalistiche che attraversano, in maniera tutt’altro che feconda, le sinistre italiane potranno essere poste sotto controllo. Il resto, per chi ha studiato le esperienze socialdemocratiche, potrebbe farlo un duro e leale confronto fra gli intellettuali progressisti, se ce ne sono, e i politici disposti a studiare e a riformare anche se stessi. Preferisco non fare previsioni.

Pubblicato il 24 luglio su PARADOXAforum

Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!

viaBorgogna3

Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura

Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata

Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?

Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.

Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?

Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).

Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?

In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!

E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?

Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.

Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?

Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.

Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.

Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).

Pubblicato il 28 aprile 2016

È nelle librerie il Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci, Pasquino. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Prefazione alla nuova edizione
Le parole contano

La politica cambia e cambia la sua “narrazione”. Di conseguenza, cambiano anche le parole per raccontarla e i concetti per analizzarla. Alcune parole sono effimere; altre sembrano destinate a durare; altre ancora meritano di essere diversamente spiegate. I concetti sempre meritano di essere definiti con attenzione alla loro storia e con precisione rispetto ai loro contenuti. Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della sua prima pubblicazione, questo Dizionario ha regolarmente mirato a includere tutte le parole importanti della politica e offrire le più accurate concettualizzazioni. Né Norberto Bobbio né Nicola Matteucci pensavano di dovere rincorrere l’attualità, spesso confinante con la caducità, ma entrambi furono sempre disponibili a prendere in seria considerazione fenomeni politici nuovi la cui trattazione meritasse di essere inclusa in un dizionario di politica. Ferme restando le grandi voci della politica, molte delle quali scritte, opportunamente, da loro stessi, che contengono tuttora le migliori chiavi di lettura delle strutture portanti della politica, entrambi avrebbero certamente incluso l’analisi dei fenomeni nuovi. Sarebbero anche stati d’accordo sull’opportunità di aggiornare complessivamente il Dizionario da loro impostato e diretto.

La lezione dei classici può e deve accompagnarsi a quanto di nuovo emerge continuamente in politica e serve senza nessun dubbio a illuminare le problematiche contemporanee. Tuttavia, la selezione di quali problematiche nuove includere e di quali fenomeni antichi, diventati minori e oggi non più rilevanti, escludere, si presenta sempre difficile. Però, selezionare è indispensabile, anche al fine di mantenere non esagerate le dimensioni di questa opera che continua ad essere unica, nonostante qualche imitazione, nel panorama italiano e non solo. La mia conoscenza del pensiero politico di Bobbio e di Matteucci, la mia lunga familiarità con i loro interessi scientifici e culturali e la fiducia da loro sempre manifestatami mi consentono di pensare che sarebbero stati fondamentalmente d’accordo con le mie scelte di inclusione del nuovo e di esclusione di alcune voci divenute non più necessarie.

Oltre a rinfrescare alcuni voci, dunque, abbiamo proceduto all’aggiunta di una ventina di voci nuove. Lascio ai lettori, ai colleghi e agli studenti quella che mi auguro sia la gradevole curiosità di scoprire le voci nuove, valutando nei fatti quali conoscenze aggiuntive apportino per una migliore comprensione della politica nel mondo contemporaneo(e, se siamo stati bravi, anche per qualche tempo a venire). Ho la profonda convinzione, certo di condividerla con Bobbio e con Matteucci, che qualsiasi buona analisi politica debba iniziare con la definizione corretta dei fenomeni e con la loro migliore concettualizzazione possibile. Questo Dizionario offre gli strumenti più adeguati per procedere con successo ad entrambe le operazioni. Infine, non posso trattenermi dallo scrivere che buone analisi politiche sono necessarie sia per criticare e contrastare la cattiva politica sia per porre le premesse della buona politica. Almeno, seppure con enfasi differenti, questo è quanto, con Bobbio e Matteucci, abbiamo cercato di fare. Poiché le parole contano.

Bologna, gennaio 2016

Gianfranco Pasquino

 

 

«Il Dizionario di Politica è un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove è stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, è uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di più.» Giovanni Sartori

Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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Norberto Bobbio
Nicola Matteucci
Gianfranco Pasquino

Dizionario di Politica
Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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18 voci nuove:
ACCOUNTABILITY          Gianfranco Pasquino
ALTERNANZA          Marco Valbruzzi
CAPITALE SOCIALE          Marco Almagisti
scontro di CIVILTÀ          Gianfranco Pasquino
CITTADINANZA          Maurizio Ferrera
COALIZIONI          Marta Regalia
COMPETIZIONE          Marta Regalia
CONSOCIATIVISMO          Francesco Raniolo
DEFICIT DEMOCRATICO          Gianfranco Pasquino
GOVERNANCE          Simona Piattoni
GOVERNO DIVISO          Gianfranco Pasquino
NARRAZIONE          Sofia Ventura
NEO-PATRIMONIALISMO          Francesco Raniolo
PATRIOTTISMO          Maurizio Viroli
POLARIZZAZIONE          Marta Regalia
elezioni PRIMARIE          Marco Valbruzzi
TRANSIZIONE          Gianfranco Pasquino
TRASFORMISMO          Marco Valbruzzi

Copertina dizionario

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… Pace
Pacifismo
Parlamento
Partecipazione politica
Partiti cattolici
Partiti politici
Partitocrazia
Paternalismo
Patriottismo
Pauperismo
Peronismo
democrazia Plebiscitaria
Pluralismo
Polarizzazione
Polis
Politica
Politica comparata
Politica economica
Popolo
Populismo
Potere
Prassi
Primarie
Principato
Processo legislativo
Professionismo politico
Progresso
Proletariato
Propaganda
Proprietà
Pubblica amministrazione
Puritanesimo
Qualunquismo
Quarto stato
Radicalismo
Ragion di Stato
Rappresentanza politica
Razzismo
Referendum
Regime politico
Regionalismo
Relazioni industriali
Relazioni internazionali
Repubblica
Repubblica romana
Repubblicanesimo
Resistenza
Rivoluzione
Romant icismo politico
Scienza politica
Sciopero
Sciovinismo
Secessione errate
Signorie e principati
Sindacalismo
Sistema politico
Sistemi di partiti
Sistemi elettorali
Socialdemocrazie
Socializzazione politica
Società civile
Società di massa
Società per ceti
Sociologia politica
Sottosviluppo
Sovranità
Sovrastruttura
Spazio politico
Sistema delle Spoglie
Stabilità politica
Stalinismo
Stato assistenziale
Stato contemporaneo
Stato d’assedio
Stato del benessere
Stato di polizia
Stato e confessioni religiose
Stato moderno
Storicismo
Stratificazione sociale
Struttura
Tecnocrazia
Teocrazia
Teoria dei giochi
Terrorismo politico
Terza via
Timocrazia
Tirannia
Tolleranza
Totalitarismo
Transizione
Trasformismo
Trotskysmo
Uguaglianza
Unione Europea
Utilitarismo
Utopia
Violenza

La leadership della rottamazione

Larivistailmulino

“E’ un’illusione -tanto pericolosa quanto diffusa- che nelle democrazie contemporanee quanto più un leader domina il suo partito e il governo tanto più è grande” *

Articolo pubblicato da La rivista il Mulino,

fascicolo n. 478, 2/2015 (pp. 254-259)

A fior di pelle, l’emergere di un leader mini-populista nel corpo affaticato del Partito Democratico, appesantito dalle resistenze, per lo più verbali e poco contro-propositive, degli epigoni del PCI e della DC, è un fenomeno interessante. Per il momento, lascio la descrizione della rapida sequenza degli avvenimenti alle cure degli storici contemporanei (anche perché ce ne siamo già variamente occupati nei saggi curati da G. Pasquino e F. Venturino, Il Partito Democratico secondo Matteo, Bononia University Press 2014). In questa sede, intendo valutare come il nuovo leader del PD si è finora espresso, in quali direzioni sta andando, con quali risultati. Salvati suggerisce due ambiti sui quali concentrare l’attenzione: l’innovazione mediatico-organizzativa e l’innovazione politico-ideologica. Mi pare che le due presunte innovazioni si intersechino e si sovrappongano. Pertanto, pur facendovi riferimento, più o meno indiretto, non le terrò distinte. Per capire il renzismo bisogna inserirlo nel quadro più ampio della transizione politico-istituzionale del sistema politico italiano iniziata nel 1994 e mai chiusa da Silvio Berlusconi, leader inizialmente carismatico, poi più semplicemente personalista, provatosi incapace di istituzionalizzare il suo carisma e di preparare la sua successione. Sembrò a molti che sarebbe toccato al Partito Democratico guidato da Bersani di chiudere la transizione anche se con l’espressione troppo spesso ripetuta: “la Costituzione più bella del mondo”, alcune delle necessarie riforme non avrebbero comunque mai visto la luce. La non-vittoria elettorale di Bersani e la sua cattiva gestione del partito portarono, invece, ad una rielezione senza precedenti del Presidente della Repubblica. Imposero la formazione di un altro governo di transizione, incidentalmente, un altro esemplare di “governo del Presidente”. Produssero l’ennesima crisi interna al Partito Democratico della quale Renzi seppe trarre profitto incassando con gli interessi il suo investimento personale, politico, organizzativo effettuato fin dalle primarie del novembre-dicembre 2012 concessegli con fin troppa generosità (o eccesso di sicurezza) da Bersani.

Due volte favorito dal contesto, ma anche due volte capace di sfruttarlo, il renzismo è velocità e opportunismo, Renzi conquistò in rapida, quasi ineluttabile, sequenza il partito e il governo (grazie anche alla non opposizione del Presidente Napolitano e alla sua non-richiesta di formale apertura in Parlamento della crisi del governo Letta)). Questa breve, sintetica, ma corretta, storia, che richiederebbe approfondimenti politici e istituzionali ad ogni passaggio (al fine di evitare errori, non soltanto interpretativi, e di non ripeterli) dell’ascesa dell’ex-sindaco di Firenze mi pare non abbia praticamente nulla in comune con la lunga lotta di Tony Blair e di Gordon Brown, entrambi facilitati dalle riforme introdotte nel corpo del partito dal loro predecessore e mentore John Smith, finalizzata ad ammodernare il partito laburista e farne il New Labour (incidentalmente, sulla scheda elettorale queste due parole non hanno mai fatto la loro comparsa). Non c’è paragone possibile neppure con la conquista del governo che per Blair passa attraverso una convincente vittoria elettorale nel 1997. Lasciando da parte il confronto delle personalità Blair/Renzi, della loro oratoria, dei loro riferimenti, non si deve sottacere che il leader laburista ha alle spalle un tirocinio parlamentare durato 14 anni. Infine, intorno a Blair c’è un gruppo dirigente composto da personalità di alto livello esposta ad un’elaborazione culturale di alto livello (e molto disposta ad accettarla) il cui esponente da noi più noto è un grande sociologo, Anthony Giddens, oggi Lord Giddens, il vero ispiratore e teorico della Terza Via.

Nel ristretto circolo di persone che si dice consiglino Renzi ho cercato invano intellettuali dello spessore di Giddens. Non mi è parso di cogliere nelle varie Leopolde una elaborazione culturale e politica in qualche modo paragonabile a quella dei laburisti e dei think tank che, senza identificarsi con il New Labour, formulavano idee per il rinnovamento del partito e delle sue politiche. Di conseguenza, ho definitivamente abbandonato il paragone Renzi/Blair (e PD/New Labour) ritenendolo sbagliato, fuorviante, improponibile. Il Partito Democratico di Matteo Renzi non ha praticamente nulla in comune con il New Labour di Blair. L’oratoria di Blair non ha mai fatto ricorso a termini come rottamazione, non soltanto perché la tradizione in Gran Bretagna conta, l’esperienza è ritenuta una qualità, le conoscenze si apprendono, e non ha mai fatto riferimento a Peppa Pig o simili. Per quanto brillante e sferzante, come Max Weber sapeva dovessero essere i Primi ministri inglesi, “dittatori del campo di battaglia parlamentare”, campo peraltro frequentato da Blair quasi unicamente nei mercoledì del question time, il Primo ministro inglese non ha mai dimenticato che la più alta carica di governo richiede gravitas. Da parte mia, aggiungo che tutti i grandi capi di governo delle democrazie occidentali (da Churchill a De Gasperi, da de Gaulle a Brandt, da Kohl a Merkel) hanno mostrato questa gravitas e che proprio la levitas (spero che i lettori apprezzino il mio eufemismo) berlusconiana ha costituito un elemento di straordinaria vulnerabilità della sua stagione di governo e, giustamente, della sua statura di leader.

Niente di tutto quello che riguarda il Partito laburista, la conquista della leadership, l’esercizio del potere di governo è, evidentemente, folclore. Fa parte di una cultura politica che segnala quanto imbarazzante è il paragone con quella italiana. Dunque, meglio fuoruscire dal paragone nobilitante e passare sul terreno dell’innovazione organizzativa. L’abbandono del partito di massa, già avvenuto qualche tempo prima dell’anno 1 dell’era di Renzi, non può certamente essere considerato un suo apporto alla modernizzazione. Ci si potrebbe chiedere come è strutturato e come funziona il Partito Democratico di Renzi. E’ una domanda legittima in particolare poiché Renzi e i renziani di tutte le ore occupano attualmente le cariche più importanti nel partito a tutti i livelli. Non importa se sono diminuiti gli iscritti poiché questo è un trend generale in Europa in tutti i partiti grosso modo di sinistra. Un conto, però, è la tendenza di fondo, un conto molto diverso sono, invece, i crolli. Sappiamo che il leader mediatico non ha bisogno di iscritti. Non ha il tempo di andare a cercarli; non incoraggia nessuna campagna di reclutamento per la quale i renziani dovrebbero impegnarsi a parlare di politica con i già iscritti, che vorrebbero andarsene, e con i non iscritti, che desiderano farsi convincere. Forse nell’era dei talk show e di Twitter i voti si conquistano con le nuove tecnologie, ma, direbbe Gramsci (“chi?”), il consenso duraturo e, soprattutto, la formazione di una cultura politica diffusa non passano sul web.

Il fatto è che, altro che innovazione “mediatico-ideologica”!, il Partito Democratico di Renzi è piantato nel contesto del sistema dei partiti italiani. Con appena qualche ritardo (ma soltanto perché Veltroni, incamminatosi, con maggiore consapevolezza, su quella strada, era stato costretto a fermarsi) sta diventando, come hanno notato i migliori analisti, ad esempio, Mauro Calise e Ilvo Diamanti, un partito personalista. Nessuno può sostenere neanche per un momento che, lasciando da parte i partiti in senso lato socialisti di tutta l’Europa, i laburisti inglesi, neppure quando il loro leader era Blair, possano essere definiti “personalisti”. Invece, in Italia, nessuno avrebbe dubbi sull’esistenza di molti partiti personalisti. Anzi, ho già argomentato altrove (Italy: The Triumph of Personalist Parties, in “P&P Politics and Policy”, vol. 42, n. 4, August 2014, pp. 548-566), che tutti i partiti italiani sono personalisti e che i loro effetti sulla qualità della democrazia (che un leader dovrebbe volere e sapere migliorare) risultano assolutamente negativi. Qualcuno obietterà che il PD ha organismi decisionali, strutture e sedi, ma, non soltanto a mio modo di vedere, esibisce anche tutti i tratti caratteristici dei partiti personalisti: a) la presenza di un leader dominante e di un’organizzazione per scelta debolmente istituzionalizzata (dopo gli scandali di Venezia, Milano e Roma, diremmo giustamente anche “permeabile”); b) il dominio da parte del leader della comunicazione televisiva; c) il rapporto privilegiato a tutto campo con gli elettori (anche a scapito del rapporto con gli iscritti); d) il suo totale disinteresse per l’ideologia; e) la sua raccolta diretta di fondi. Al proposito, i più colti fra i politologi richiamerebbero anche la sindrome del partito pigliatutti di Otto Kirchheimer (1965) e avrebbero ragione da vendere. Naturalmente, se questa era/è l’intenzione dei fondatori del Partito Democratico e dei suoi cantori, ne prendo atto, ma soltanto dopo avere evidenziato i punti più significativi.

Qualche volta i leaders cambiano stile passando dal partito al governo, da alcune costrizioni a notevoli opportunità. Non è certamente questo il caso di Matteo Renzi. Decisionista nel partito, sostenuto da una solidissima maggioranza di renziani di tutte le ore, il capo del governo è riuscito, almeno fino ad ora, a fare credere che il suo è un governo che fa le riforme non fatte mai, almeno negli ultimi trent’anni (nel fascicolo 5/2014 “il Mulino” ha già gentilmente ospitato il mio articolo Un’altra narrazione che smentisce in maniera documentata quanto affermano il capo del governo e i suoi collaboratori). Non è questo il luogo nel quale entrare nei dettagli delle riforme proposte e dello stato della loro attuazione. Suggerisco un criterio semplice da applicare sui due casi da Renzi considerati decisivi. Il testo detto Italicum della riforma elettorale (incidentalmente un sistema proporzionale con premio di maggioranza che quasi nulla ha a che vedere con i sistemi maggioritari, meno che mai, come molto erroneamente scritto nello stesso fascicolo de “il Mulino”, p. 751 e p. 752 con quello francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali) ha una lontana somiglianza con le tre proposte formulate da Renzi nel gennaio 2014. La modifica del Senato approvata in prima lettura presenta non poche differenze rispetto all’iniziale disegno di legge del governo. Insomma, il capo del governo e il suo Ministro per le Riforme rilevano di avere idee poco chiare e convinzioni non forti in materia elettorale e istituzionale.

Più forti, ma non per questo più convincenti, sono le idee di Renzi in materia di rapporti con le parti sociali, più precisamente con i sindacati e altre associazioni di categoria. Sicuramente, Tocqueville non figura in maniera preminente fra le letture del capo del governo. Che vi sia un legame strettissimo fra democrazia e pluralismo dovrebbe essere noto a tutti. Meno noto, forse, è che le difficoltà socio-economiche sono state superate più rapidamente negli anni settanta dai sistemi politici nei quali i rapporti fra governi e parti sociali: sindacati e associazioni industriali, diedero vita ad assetti definiti neo-corporativi. Nei sistemi politici nei quali si hanno scontri fra governi e sindacati l’esito non è mai efficace per il funzionamento dell’economia. Alla fine del decennio thatcheriano (1990), la Gran Bretagna, nella quale Margaret Thatcher aveva messo all’angolo i sindacati negando loro qualsiasi ruolo sociale e di rappresentanza, fu superata dall’Italia del pentapartito nella classifica delle nazioni più industrializzate. All’insegna della disintermediazione, Renzi potrà anche mettere ai margini i sindacati (che, dal canto loro, non sono esattamente le strutture più innovative del paese), ma avrà reso un cattivo servizio a tutta la società e resta da vedere se avrà rilanciato l’economia. Rottamazione della classe politica e disintermediazione della società non sembrano necessariamente le migliori ricette per cambiare la cultura politica, vale a dire le idee, le credenze, le concezioni degli italiani. Anzi, sembrano fatte apposta per coltivare il populismo che serpeggia nell’elettorato italiano, magari accompagnandolo con frequenti e ripetute critiche ai tecnocrati di Bruxelles ai quali i virtuosi governanti italiani imporranno di “cambiare verso”. Infine, che un leader non obietti alla definizione del suo partito come Partito della Nazione non può non destare qualche preoccupazione di scivolamento dal personalistico al solipsistico con venature di blando autoritarismo. Queste preoccupazioni crescono ascoltando il leader che dichiara “l’astensionismo è un problema secondario”.

E’ un segno dei tempi che quel che conta per misurare la leadership sia il metro della popolarità. In effetti, Renzi è molto popolare. Non sorprendentemente, poiché i capi di governo godono quasi sempre di maggior popolarità dei leader dell’opposizione soprattutto in un sistema multipartitico, Renzi risulta tuttora il più popolare dei leader italiani anche se i più recenti dati disponibili indicano la perdita di una decina di punti fra l’estate e l’autunno inoltrato del 2014. Non azzarderò nessun paragone con Churchill e de Gaulle e neppure con Blair e Merkel. La caratura di un leader si misura ex post facto, con riferimento alle sue riforme e allo stato del suo paese quando lo lascia: migliore o peggiore di come l’ha preso? Al momento, nessuno degli indicatori utilizzabili suggerisce che l’Italia stia meglio di poco meno di un anno fa, quando Renzi subentrò a Enrico Letta. Non ho nessuna remora a sospendere il giudizio, ma la sospensione non significa affatto che si debba dare un giudizio positivo sulle qualità di leader di Matteo Renzi. E’ consigliabile attendere che almeno alcune delle riforme siano completate e attuate. Sospendere il giudizio non significa sospendere le critiche, purché siano documentate. Anche se so che è fin troppo facile proiettarsi nel futuro, non posso trattenermi dal ricordare che la prova della pizza sta nel mangiarla. Ma la pizza confezionata da Renzi non è ancora pronta, e, più solennemente, che i grandi leader e gli statisti lasciano un paese in condizioni migliori di quelle in cui l’hanno trovato. Concludo citando una frase tratta da uno dei più importanti studi contemporanei sulla leadership (già citato in apertura): “in generale, l’accumulazione di enorme potere da parte di un singolo leader lastrica la strada per errori importanti nel migliore dei casi e per disastri nei peggiori”

*Archie Brown, The Myth of the Strong Leader. Political Leadership in the Modern Age, Londra, Bodley Head, 2014, p. vi.