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I talentuosi delle democrazie azzardate

La terza Repubblica

Scintillando scintillando, Antonio Polito conduce i lettori del suo La roulette russa nelle democrazie (“Corriere della Sera”, 5 luglio 2016) su un terreno molto scosceso, e ruzzola. O come ruzzola! Le democrazie veramente competitive creano rischi e incertezze per le elite politiche, che, proprio come voleva Vilfredo Pareto, sono costrette a circolare, e creano opportunità e potere decisionale per il popolo (demos che ha kratos). Il resto, al di là e al di qua della Manica, lo fanno quelli che, compagni oppure no, sbagliano, magari perché non ne sanno abbastanza, magari perché giocano d’azzardo, magari perché sono entrati in un talent che non sanno dirigere e nel quale lavorano con attori e attrici esordienti. Il grandissimo, incolmabile vantaggio delle democrazie su tutti gli altri, e sono tanti, regimi a noi noti, è quello, non soltanto di sostituire il taglio delle teste con la fine delle carriere spericolate, ma soprattutto di correggere gli errori. Quindi, se, come ipotizza il Polito, le prossime elezioni a Londra, immagino per Westminster, poiché a Londra c’è già un sindaco musulmano chiaramente europeista, le vince uno schieramento europeista, farà quello che ha promesso al popolo sovrano che, nel frattempo, avrebbe, com’è sua facoltà, cambiato idea anche sulla Brexit.

I referendum sono uno degli strumenti democratici a disposizione del popolo. Nelle elezioni legislative si manifesta il potere dal popolo verso i suoi rappresentanti; nei referendum è il potere del popolo direttamente sulle decisioni e sulle politiche. Nelle democrazie anglosassoni, il Parlamento è sovrano, ma, per l’appunto, se il Parlamento indice un referendum, il popolo risponde sulla base delle informazioni che ha, che sono quelle che i politici hanno saputo trasmettere in maniera più o meno convincente. Il Remain inglese paga il meritato prezzo di decenni di cattiva, incerta, contraddittoria comunicazione/conversazione su quello che l’Unione Europea effettivamente è, anche per la Gran Bretagna.

Quanto al referendum costituzionale nella Costituzione italiana, le cose non stanno affatto come, molto disinvoltamente, lambendo affettuosamente il renzismo, le pone Polito. Per fare le riforme costituzionali non c’è nessun permesso da chiedere al popolo. Bisogna avere come minimo una maggioranza assoluta in Parlamento. Ed è fatta. Se, poi, gli oppositori credono di sapere convincere il popolo, quello attento e partecipante, allora saranno loro (non il governo e la sua maggioranza parlamentare che le riforme le hanno fatte) a chiedere il referendum. Invece, è proprio Renzi che l’ha voluto il referendum. Continua a spronare i renziani delle varie ore a costituire Comitati del SI’. Promette che da quei comitati uscirà la nuova classe dirigente grazie ai meriti acquisiti a mettere banchetti, raccogliere firme, portare faldoni, tutte faticosissime e impegnative corvées che preparano a rappresentare e a governare. Minaccia sfracelli, quello dello scioglimento immediato del Parlamento dovrebbe costargli subito un rimprovero costituzionale dal Presidente Mattarella, ripetendo che, come ha memorabilmente (nel senso che me lo ricordo perfettamente) scandito, se lui perdesse il referendum se ne andrebbe e, come avrebbe commentato Togliatti, ci lascerebbe soli.

Altro che, come scrive Polito, “spruzzare un po’ di democrazia diretta sulla democrazia parlamentare”! La minaccia o ricatto plebiscitario (è venuto di moda parlare pudicamente di “eccesso di personalizzazione”) inquina il referendum e fuoriesce dalla democrazia parlamentare. Sarà giocoforza votare, come non avviene in nessuna democrazia parlamentare, sul governo, poiché il capo del governo ha stravolto una delle procedure più delicate e importanti, quella della valutazione popolare delle modifiche costituzionali, a suoi fini personali. Purché non finisca per travolgere il paese. La risposta, comunque, è NO.

Pubblicato il 7 luglio 2016

“Meglio che niente”, lo slogan peggiore

Il fatto

Qualsiasi valutazione si voglia dare delle riforme costituzionali Renzi-Boschi, la mia è argomentatamente negativa, appare davvero esagerato che, come afferma Michele Salvati, Perché la riforma riguarda tutti (ed è soltanto un primo passo, 29 maggio 2016), quelle riforme chiudano la transizione iniziata nel 1992-94 e diano vita ad una Seconda Repubblica.

Peraltro, Salvati si cautela affermando che tutto il buono delle riforme, soprattutto in termini di miglioramento delle capacità decisionali, “lo vedremo fra molto tempo”. Invece, Salvati non ci racconta quando e perché mai sarà possibile vedere derivare ” il rispetto delle leggi” da riforme che riguardano il Senato, il CNEL, il Titolo V, i referendum abrogativi. Per lui quello che conta è che Renzi e Boschi, sulla base della loro competenza e esperienza, rifacendosi ai, da loro e dai loro sostenitori spesso richiamati, Togliatti e Iotti, Berlinguer e l’Ulivo (sic), stanno senza dubbio portando l’Italia lontano dalla necessità dei compromessi che fondarono la Prima Repubblica verso una Repubblica caratterizzata dall’efficienza delle istituzioni: un esito magico conseguito limitandosi a ridimensionare il malvagio Senato catto-comunista.

Già troppi commentatori, sbagliando, hanno definito Seconda Repubblica il periodo iniziato nel 1994 e terminato con le elezioni politiche del febbraio 2013. La verità è che siamo tuttora nella Prima Repubblica, nella seconda complicata e tormentata fase dell’unica, peraltro, nient’affatto pessima, Repubblica che l’Italia ha avuto. I francesi, che di Repubbliche se ne intendono, avendone avute cinque (e alcuni loro commentatori sostengono, sbagliando, che la Sesta Repubblica stia pazientemente strisciando), farebbero notare che una nuova Repubblica si caratterizza e si configura quando cambia la forma di governo. Non quando si procede a qualche ritocco per di più pasticciato. È avvenuto così per tutte le Repubbliche francesi, in maniera più evidente, più significativa, più profonda, con il passaggio dalla Quarta Repubblica (1946-1958), che fu una forma di governo parlamentare tradizionale quant’altre mai, alla Quinta Repubblica (1958), che è una forma di governo semipresidenziale notevolmente innovativa e funzionale. Che dovrebbe piacere a chi prova fastidio per procedure decisionali lente e faticose (come, però, succede in tutte le democrazie effettivamente tali).

No, nessuna delle riforme costituzionali Renzi-Boschi attiene, nel bene o nel male, alla forma di governo. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno bicameralismi differenziati in maniera migliore con riferimento alla composizione e ai compiti di quanto abbia saputo fare il governo italiano ridimensionando e depotenziando il Senato. La sola trasformazione del Senato non consente in nessun modo di sostenere che è cambiata la forma di governo e che si sta affermando una nuova Repubblica. Neppure la legge elettorale, un porcellum riveduto, solo parzialmente corretto, porta verso una nuova forma di governo né, tantomeno, verso una rappresentanza politica in grado di cogliere meglio preferenze e interessi dei cittadini. Potrà, in parte, dare più potere al capo del governo, ma sicuramente, pur squilibrando il rapporto governo/parlamento differenziato/Presidente della Repubblica (un punto finora inadeguatamente colto), non farà affatto uscire l’Italia dall’ambito dei governi parlamentari tradizionali.

La transizione non si sta affatto concludendo né per quello che riguarda la legge elettorale, per la quale, comunque, è consigliabile attendere le osservazioni della Corte costituzionale, né per quello che concerne le interazioni governo/parlamento. Infatti, come hanno sostenuto da tempo tutti gli studiosi delle molte transizioni politico-istituzionali avvenute in Europa e nel resto del mondo, la transizione si chiude davvero soltanto quando quasi tutti gli attori politici rilevanti, anche se non hanno convenuto sulle riforme e sulle soluzioni, accettano l’esito che diventa “the only game in town”. No, in Italia molti non vorranno partecipare a quel gioco e avranno non poche buone ragioni per rifiutarvisi. No, neppure dopo quella che, al momento, appare una vittoria non ancora annunciabile, ma sicuramente risicata, in un referendum sciaguratamente, ma deliberatamente, trasformato in un plebiscito, le riforme Renzi-Boschi saranno ampiamente accettate. Per il modo e il merito continueranno a essere controverse e il loro contenuto, quando, finalmente, si faranno i conti, apparirà largamente inadeguato. Non saremo entrati nella Seconda Repubblica. Non avremo chiuso neanche un po’ la transizione politico-istituzionale. Rimarremo come coloro che son sospesi. Sarà anche difficile cavarsela affermando, in maniera, quando si mette mano alla Costituzione, non proprio lusinghiera: “meglio che niente”. Il ritornello dei sostenitori delle riforme sta già suonando stanco e triste, sempre meno credibile.

Pubblicato il 4 giugno 2016

Norberto Bobbio come intellettuale pubblico

RdP

da Rivista di Politica Numero 1 Gennaio-Marzo 2016 pp 87/99

Materiali per una storia del pensiero politico italiano

Norberto Bobbio – “filosofo della politica e del diritto, autori di studi fondamentali sui grandi classici del pensiero politico (da Hegel a Mosca, da Hobbes a Kant) – è stato il più importante e autorevole “intellettuale pubblico” che l’Italia abbia avuto nel corso della sua storia repubblicana. Dagli anni cinquanta ai novanta, il dibattito politico-scienti”co sui grandi temi della democrazia, del potere, della guerra e della pace, delle differenze tra la destra e la sinistra è stato dunque fortemente influenzato dalle sue riflessioni e dalle sue proposte. Particolarmente importanti e incisivi sono stati i suoi contributi sul rapporto tra intellettuali e politica, sviluppati da Bobbio in costante dialogo (e polemica) con la cultura di matrice comunista.

Per un periodo lungo all’incirca cinquant’anni Norberto Bobbio (1909-2004) è stato probabilmente la voce più autorevole nel dibattito politico culturale italiano fino a giungere a rappresentare, per molti, la coscienza civile dell’Italia, ovvero, almeno, come gli fu spesso rimproverato, di un’altra Italia(1). In larga misura (ma sicuramente nient’affatto unanimistica, cosa che lo avrebbe molto inquietato) ammirato da numerosi ambienti dell’intellettualità di sinistra e ritenuto interlocutore del più alto livello da molti politici, i quali, spesso, miravano a trarre dalle loro interazioni con lui un qualche credito-riconoscimento personale della loro statura, Bobbio fu altrettanto criticato e detestato, a partire dagli anni Novanta, dal centro-destra italiano fino a diventarne uno dei bersagli privilegiati sia per la sua intransigenza sia per il suo “moralismo” (tema meritevole di non pochi approfondimenti). Dopo la sua scomparsa nessuno degli intellettuali italiani ha raggiunto lo stesso livello di notorietà e di influenza. Non esistono eredi riconosciuti del suo magistero, neppure fra i migliori dei suoi, non molti, allievi. Per comprenderne l’importanza e, anche se Bobbio non avrebbe sicuramente gradito il termine, il successo, è indispensabile ricostruirne, sia pure a grandi tratti, il contesto, la traiettoria, i diversi momenti di svolta.
Molto difficili e, in generale, meno utili per illuminarne il volto di intellettuale pubblico, mi sembrano i tentativi di paragonare Bobbio ad alcuni dei grandi intellettuali suoi contemporanei di altri paesi. Neppure il migliore di questi tentativi, opera di Ralf Dahrendorf(2) – a sua volta importante intellettuale pubblico su scala europea – è pienamente soddisfacente. L’eccessiva diversità dei percorsi, delle sfide e dei luoghi, con le rispettive culture politiche specifiche e le problematiche dei tempi, rende impossibile paragonare fruttuosamente ruolo e opere di Bobbio con quanto fecero Hannah Arendt, Isaiah Berlin, George Orwell, Karl Popper, Raymond Aron. In una certa misura, per collocazione nella cultura politica del proprio Paese, per le tematiche trattate e per il ruolo pubblico svolto, soltanto il confronto con Aron appare di una qualche utilità per meglio comprendere, anche nelle notevoli differenze, quanto entrambi siano stati costretti a fare soprattutto nei rapporti con i comunisti dei rispettivi Paesi con l’obiettivo di affermare una visione politica liberal-socialista nel caso di Bobbio, liberale in quello di Aron, in ambienti molto sfavorevolmente predisposti(3).
Nella sua autobiografia(4) Bobbio non spiega con quali motivazioni si sia avvicinato alla politica e perché abbia tentato un dialogo soprattutto con alcuni uomini politici e intellettuali comunisti, per approdare, infine, come commentatore de «La Stampa», il quotidiano della sua città, a interprete e critico degli avvenimenti politici, delle dinamiche sociali, dei fatti culturali. Mi sembra fin troppo facile, anche se probabilmente è giusto, suggerire che fu l’ambiente torinese, di cui Bobbio era e rimase sempre particolarmente orgoglioso(5), a suscitare, alimentare e sostenere, in diverse fasi, l’interesse per la politica e il forte desiderio di operare per migliorarla. Maestri e compagni – per ricorrere al titolo di un suo bel libro(6) – del Liceo Massimo D’Azeglio di Torino, fornirono gli stimoli iniziali a una ricerca di libertà quando il fascismo, appena insediato, mirava al suo consolidamento. Nella città di Piero Gobetti e di Antonio Gramsci, l’antifascismo si fondava su pensiero e azione. Nei primi gruppi di “Giustizia e Libertà”, Bobbio, per quanto non sia mai stato il più attivo e il più impegnato degli appartenenti, comprese la necessità di riflessione e di azione politica antifascista, ancorché con la grave caduta di una lettera a Mussolini per evitare provvedimenti che gli avrebbero impedito di ottenere la cattedra universitaria. Nelle interazioni con autorevoli consulenti e con prestigiosi autori della Casa editrice Einaudi (in particolare, con Leone Ginzburg), Bobbio apprese il significato profondo dell’etica politica e del coraggio personale. Nell’ambiente padovano, nei primissimi anni Quaranta, il giovane docente incontrò la realtà del Partito d’Azione con il quale avrebbe fatto un tratto di strada che lo portò, prima, per breve tempo, in una patria galera, poi alla candidatura, non coronata da successo, all’Assemblea Costituente (peraltro, non riesco proprio a immaginarmi Norberto Bobbio a pronunciare infiammati discorsi traboccanti propaganda politica in comizi tenuti probabilmente all’aperto nella primavera del 1946). La mancata elezione segnò la fine prematura di qualsiasi impegno diretto in politica per il quale Bobbio, comunque, sentiva di non essere affatto tagliato. Tuttavia, ognuno di questi passaggi esistenziali è stato scandito da scritti e pubblicazioni che rivelano l’ambizione di influenzare le scelte, di indicare percorsi, di contare negli avvenimenti.
La sconfitta elettorale impedì una carriera politica, la quale, comunque, alla luce del netto declino e della veloce scomparsa del Partito d’Azione, sarebbe stata di brevissima durata. Tuttavia, l’impegno dell’insegnamento universitario non poteva da solo assorbire le energie e soddisfare l’impegno al cambiamento del quarantenne Bobbio chiamato alla cattedra di Filosofia del Diritto dell’Università di Torino. Evidentemente già molto noto anche a livello europeo, fu invitato, unitamente a molti prestigiosi intellettuali – fra i quali, Aron, Jaspers, Silone, Bertrand Russell(7) – a partecipare alle attività del Congress for Cultural Freedom. Nel periodo in cui la Guerra fredda non era esclusivamente un confronto arcigno fra Grandi Potenze e le loro coalizioni (Nato e Patto di Varsavia), ma una contrapposizione di idee e di ideali,probabilmente confortato anche dall’interlocuzione con alcuni dei grandi intellettuali pubblici europei che si incontravano periodicamente in diverse sedi europee, Bobbio si lanciò nel compito più difficile, almeno in partenza poco promettente e, in definitiva, neppure particolarmente gratificante. Sfidare il Partito comunista italiano – che per quanto differente dallo stalinizzato e burocratizzato Partito comunista francese, era pur sempre un organismo compatto, disciplinato, in grado di imporre conformismo, non solo agli iscritti, ma anche agli intellettuali di area(8) – era un’azione rischiosa, da molti ritenuta anche priva di efficacia.
Molto, oserei dire troppo, si è scritto, sulle reazioni davvero sconfortanti dei comunisti italiani, e non vale la pena di ritornare sul tema(9). Il rimando alla fonte Politica e cultura (volume nel quale Bobbio raccolse i vari saggi apparsi tra il 1951 e il 1955 in dialogo con gli intellettuali comunisti)(10) è più che sufficiente. Aggiungo che di grande pregio è la rivisitazione del dibattito fatta da Franco Sbarberi nella sua introduzione al testo edito nel 2005. Tutti gli aspetti rilevanti –ruolo degli intellettuali, tipi di libertà, quale cultura in una società democratica– sono efficacemente illuminati e Sbarberi riesce anche nell’intento di (di)mostrare quanto Bobbio fosse moderno nelle sue concezioni e quanto le sue idee e le sue critiche siano state capaci di durare nel tempo. Riferendosi al dibattito successivamente lanciato da Bobbio, relativo all’esistenza o meno di una dottrina marxista dello Stato, Sbarberi va forse un po’ troppo in là, attribuendo ai partecipanti, immagino, soprattutto comunisti, una “maturazione delle coscienze” laddove credo si possa vedere soltanto un indebolimento delle convinzioni. Al di là delle Alpi, lo scontro fra Aron e i comunisti, più precisamente Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty, fu molto più duro. Chi (ri)legga il brillante saggio di Aron L’oppio degli intellettuali, pubblicato per combinazione nel 1955, lo stesso anno di Politica e cultura, non può non essere colpito, anche se gli oggetti del contendere sono decisamente simili, dalla differenza di stile fra il filosofo francese e quello italiano. Il primo è drastico, al limite della violenza verbale ampiamente giustificata dai toni dei suoi interlocutori; il secondo è dialogante, ancorché senza nessuna concessione sul piano dei princìpi.
La rilettura, tuttora utile e raccomandabile, di Politica e cultura rivela la pochezza degli argomenti dei comunisti, ma evidenzia anche quanto il loro discorso complessivo sulle differenze fra la ‘politica della cultura’ e la ‘politica culturale’ fosse poco avanzato, costretto com’era a fare i conti con un’ideologia rigida come quella del Pci a quei tempi nient’affatto “gramsciano”. Peraltro, anche la concezione gramsciana del partito come “intellettuale collettivo” (e degli intellettuali che dovrebbero diventare “organici” al partito) era distantissima dal pensiero di Bobbio, inconciliabile. Negli interventi degli ormai giustamente dimenticati Ranuccio Bianchi Bandinellli, archeologo, e Galvano della Volpe, filosofo, si vede unicamente il tentativo di ammantare con citazioni di Marx un’ortodossia e un dogmatismo che è fin troppo facile affermare neppure Marx avrebbe apprezzato. Naturalmente Togliatti, firmandosi, nella sua versione di polemista, Roderigo di Castiglia, si mostra più duttile nel linguaggio, ma inflessibile nella difesa della linea, della sua linea. Quello che conta non è, naturalmente, il risultato per quel che riguarda l’individuazione e l’accettazione di princìpi condivisibili, in sostanza limitatissimo, quasi nullo, ma la sfida che il filosofo torinese portava ad un partito comunista che operava in una debole, forse allora la più fragile, democrazia occidentale. Quanto Togliatti tenesse ai “suoi” intellettuali e quanto il gruppo dirigente comunista, Giorgio Napolitano compreso, fosse capace di arroccamento si sarebbe visto nell’indimenticabile 1956 con il deflusso, più o meno silenzioso, che nessuno dei dirigenti tentò di arrestare, di un centinaio e più di intellettuali. Per quel che riguarda Bobbio, è immaginabile che lo abbiano particolarmente colpito le fuoruscite di coloro che lavoravano con lui alla Casa editrice Einaudi e con i quali aveva consuetudine di incontri settimanali (i famosi mercoledì pomeriggio).
Mi riferisco specialmente, da un lato, a Italo Calvino; dall’altro, ad Antonio Giolitti, ma questa è un’altra, pure interessantissima, storia.
Il dialogo o rapporto di Bobbio con i comunisti italiani gli è stato spessorimproverato, nel migliore dei casi, perché considerato uno squilibrio che limitava la sua autorevolezza super partes, mentre nel peggiore dava luogo all’accusa di essere in realtà “compagno di strada” dei comunisti. Sensibile a quanto potesse minarne l’autorevolezza, ma convinto che quel dialogo fosse non soltanto necessario, ma utile, Bobbio replicò variamente, all’insegna del detto «né con loro né contro di loro»(11); scrivendo che «contro i reazionari continuiamo pure a difendere la libertà dei moderni da quella degli antichi. Ma non dimentichiamo che occorre egualmente difenderla, contro i progressisti troppo arditi [fra i quali, sicuramente, Bobbio collocava i comunisti], da quella dei posteri»(12); sostenendo che bisogna continuare il dialogo persino, o proprio, con coloro che «la nostra democrazia, sempre fragile, sempre vulnerabile, corrompibile e spesso corrotta, vorrebbero distruggere per renderla perfetta»(13), approdando ad una dichiarazione che considero risolutiva. Mai comunista né anticomunista, Bobbio ha «sempre considerato i comunisti, per lo meno i comunisti italiani, non come nemici da combattere ma come interlocutori di un dialogo sulle ragioni della sinistra»(14). In proposito, non è difficile immaginare il dissenso verticale di Aron, spiegabile non soltanto per lo stile diverso dei due intellettuali, ma, soprattutto, per la diversità dei due partiti comunisti e dei loro rispettivi dirigenti.
La posizione dalla quale Bobbio prendeva le mosse per porre problemi ai comunisti italiani e per criticarne atteggiamenti e riflessioni fu, fin dall’inizio, di tipo liberal-socialista. Per la precisazione del liberal-socialismo come lo intendeva Bobbio: «l’affermazione della importanza dei diritti dell’uomo per ogni convivenza civile – scriveva il filosofo torinese – ha ripreso straordinario vigore. Oggi è impensabile un movimento per l’emancipazione umana, come è stato il movimento socialista in tutte le sue forme storiche, che non recuperi l’idea illuministica e liberale dei diritti dell’uomo»(15). In verità, Bobbio non è sempre stato “rigorosamente” liberal-socialista. Per almeno un decennio e più, fu, più propriamente, “azionista”. Dopodiché, il suo liberalsocialismo, come, più in generale, il liberalsocialismo “in sé”, ha dimostrato di possedere il grande pregio di essere flessibile, adattabile, in grado di aggiornarsi senza snaturarsi. La componente liberale del pensiero di Bobbio riguarda lo Stato, ovviamente quello democratico, le sue regole, le sue procedure. Anche se non è del tutto corretto identificare Bobbio con una concezione esclusivamente procedurale della democrazia(16), non c’è dubbio che, da un lato, i diritti dei cittadini (i suoi scritti in materia sono raccolti nel volumetto L’età dei diritti, Torino, Einaudi, 1990) sono da lui considerati un elemento essenziale dello Stato liberale; dall’altro lato, in particolare, nei confronti della asserita democrazia “sostanziale” dei comunisti, la sua rivendicazione della democrazia formale è, non soltanto temporalmente, un prius rispetto alla democrazia sostanziale, ma costituisce l’elemento fondamentale e fondante in assenza del quale nessuna democrazia sostanziale è possibile.
Quanto alla componente socialista, il discorso si fa più complesso e trova conferme in alcuni comportamenti di Bobbio piuttosto che in scritti teorici o analitici. A mio modo di vedere, i tre atti più interessanti e più significativi del Bobbio socialista sono: 1) lo scambio di lettere con Giorgio Amendola su «Rinascita» in occasione della defenestrazione del leader sovietico Nikita Khruscev (ottobre 1964); 2) la sua iscrizione nel 1966 al Partito socialista unificato prodotto dalla convergenza fra il Psi di Pietro Nenni e il Psdi di Giuseppe Saragat; 3) la sua partecipazione come relatore alla riflessione sulle sorti, nient’affatto magnifiche e neppure progressive, del Partito socialista di Francesco De Martino dopo il deludentissimo risultato elettorale del 20 giugno 1976. Questi rapporti, né intensi né frequenti né influenti né, in definitiva, gratificanti, con i socialisti erano, comunque, all’insegna del tentativo di lungo periodo del liberalsocialista Bobbio di spingere i comunisti italiani sulla strada di una profonda revisione sia della strategia sia dell’ideologia.
L’intellettuale pubblico Bobbio non rinunciava a incoraggiare i comunisti a prendere atto che la loro consistenza numerica non si traduceva in quella rilevante influenza politica che soltanto un partito unico della sinistra avrebbe potuto acquisire, soprattutto se fosse stato coerentemente socialdemocratico. Le fatali tergiversazioni comuniste e le incessanti baruffe socialiste, oggi, lo vediamo con chiarezza, hanno finito per ridurre la sinistra ai suoi minimi termini, hanno cancellato qualsiasi traccia di una cultura politica vitale, hanno reso impensabile l’organizzazione e la stessa esistenza in Italia di un partito dichiaratamente ed effettivamente socialdemocratico.
La visione liberale della politica intrattenuta da Bobbio lo rese inevitabilmente molto diffidente e critico della proposta di Enrico Berlinguer relativa a un “compromesso storico” fra le grandi forze politiche dell’Italia, proposta che, in buona sostanza, appariva potenzialmente produttiva di due ambiziosi, ma altresì pericolosi sviluppi(17). Il primo consisteva nell’emarginazione non deliberata, ma inevitabile, dei socialisti, considerati irrilevanti e sostanzialmente inutili. Il secondo sviluppo sarebbe stato molto più che il semplice accesso al governo del Pci in una coalizione con la Dc, ma si sarebbe, per l’appunto, tradotto in un “accordo di sistema” inteso a durare per un periodo di tempo indefinito. La compatibilità di questa prospettiva con la prassi delle democrazie europee, fondata sulla praticabilità e possibilità di alternanza al governo, e con la visione delle democrazie “procedurali” e competitive non poteva non destare le serie preoccupazioni di Bobbio. Peraltro, alcune preoccupazioni erano già state espresse in maniera preveggente in una serie di articoli pubblicati nel mensile socialista «MondOperaio» e poi raccolti in Quale socialismo(18)?. In verità, il cuore del libro di Bobbio è il quesito posto nell’articolo intitolato Esiste una dottrina marxistica dello Stato? Curiosamente, le domande formulate da Bobbio esprimono spesso, come facevano quelle di Pietro Ingrao, dubbi che l’analisi rapidamente e convincentemente trasforma in argomentate risposte negative. Non propriamente impreziosito dal solito affannato coro di interventi ad opera di intellettuali e politici comunisti, ma questa volta anche di intellettuali e politici socialisti (Roberto Guiducci, Claudio Signorile, Giorgio Ruffolo e Luciano Cafagna che se ne fece sarcastico recensore), il dibattito aperto da Bobbio ebbe una risposta quasi scontata: “no, non esiste una dottrina marxistica dello Stato” (fra le righe si coglie anche un limpido invito a darsi da fare per apprendere qualcosa, in fretta e bene, dalle teorie esistenti, a partire da quelle liberali e democratiche).
Le non convincenti risposte comuniste, tutt’altro che sorprendenti per Bobbio e per gli scienziati della politica degni della loro professione, avevano quantomeno il merito di imporre all’attenzione la imprescindibile e urgente necessità che i comunisti, che si stavano avvicinando al governo del Paese, si dedicassero a una riflessione sul tema per evitare due gravi pericoli. Il primo i socialisti lo avevano corso e malauguratamente non risolto: che cosa bisognava davvero fare, supponendo che la si fosse trovata, nella “stanza dei bottoni”?
Il secondo pericolo riguardava la difficoltà di scegliere gli atti più efficaci e meno controproducenti per riformare uno Stato nella condizione oggettiva di mancanza di una teoria dello Stato – se qualcuno preferisce aggiunga pure l’aggettivo ‘capitalistico’, ma la sostanza non cambia – nella convinzione, tutta da argomentare e mettere alla prova, di sapere “andare oltre” la solidissima teoria liberale dello Stato. Era un compito per il quale fino a quel momento il Centro per la Riforma dello Stato, fondato e diretto da Pietro Ingrao nel 1972, si era dimostrato chiaramente inadeguato. Soltanto parecchi anni dopo, le riflessioni comuniste, non solo quelle ingraiane, acquisirono maggiore spessore e rilevanza (ma è un’altra storia che comprende, se posso riferire un episodio personale, la presentazione del mio libro Restituire lo scettro al principe(19), effettuata a Torino congiuntamente da Bobbio e Ingrao).
È interessante – e rivelatore – che Bobbio stesso ricolleghi, a una ventina d’anni di distanza, i quesiti e il dibattito su Quale socialismo? ai saggi compresi in Politica e cultura, più precisamente ai temi «della libertà della cultura e della funzione degli intellettuali»(20). Sorprendente, invece, è che Bobbio affermi che «una cosa è certa: nei vent’anni decorsi i punti di vista [fra i comunisti e lui] si sono avvicinati»(21). Si direbbe, piuttosto, che in quei vent’anni i comunisti italiani avessero perso le loro certezze e rigidità. Che fossero giunti alla piena accettazione dello Stato liberale moderno, unico e migliore garante del pluralismo e della democrazia, appare molto dubbio. Ancora più dubbio dell’interrogativo che Bobbio pone a conclusione del suo volumetto: «La democrazia, si è detto, è una via. Ma verso dove?»(22). Se, talvolta, è vero che «l’ultima battuta di un dialogo apparentemente concluso sia anche la prima di un dibattito ancora da fare»(23), la risposta alla sua domanda Bobbio cercò di formularla in un libro successivo di notevole successo editoriale: Il futuro della democrazia(24). Anni dopo, Sartori, commemorando Bobbio(25), rispose che il futuro della democrazia dipende dal nostro cervello, ovvero dalla capacità di pensare e di costruire un’opinione pubblica. Fermo restando che entrambi, Bobbio e Sartori, hanno fortemente criticato, non soltanto in questo solidali con Karl Popper, gli effetti nefasti della televisione sull’homo videns (per citare il titolo di un libro di successo di Sartori, apparso per i tipi della Laterza nel 2007, il cui sottotitolo era Televisione e post-pensiero), entrambi con i loro interventi e i loro studi hanno costantemente mirato alla formazione di un’opinione pubblica in grado di mantenere e sostenere la democrazia. «Finito di stampare il 13 ottobre 1984» recita l’ultima pagina della prima edizione de Il futuro della democrazia. Ricordo che il capogruppo dei senatori socialisti, Fabio Fabbri, ne fece il regalo di Natale per i suoi colleghi. Bobbio era stato nominato Senatore a vita dal Presidente Sandro Pertini nel luglio 1984. Lo avevo prontamente invitato a entrare nel gruppo dei Senatori della Sinistra Indipendente. Conservo la sua risposta affidata a una cartolina illustrata inviatami da Cervinia con la motivazione «non me la sono sentita di fare lo strappo». Eppure, appena qualche mese prima aveva severamente criticato la rielezione di Bettino Craxi alla carica di segretario del Psi avvenuta per acclamazione al Congresso di Verona nel maggio 1984. Molto noto e altrettanto spesso citato è il suo durissimo articolo pubblicato su «La Stampa» con il titolo La democrazia dell’applauso. Contrariamente alle parole della replica di Craxi: «i filosofi che hanno perso il senno», Bobbio, semplicemente, si manteneva pubblicamente coerente e fedele alla sua concezione di una democrazia basata su regole, una delle quali è, per l’appunto, che alle cariche, soprattutto se politiche e di rilievo, si accede attraverso votazioni e non acclamazioni.
Gli intellettuali pubblici hanno il dovere di intervenire su questioni che attengono al bene e al male: di un sistema politico, di una società, delle relazioni fra persone, ma anche fra Stati. La Guerra fredda, l’equilibrio del terrore, l’uso della bomba atomica, una pace che non fosse né imposizione dall’esterno né cedimento di sovranità e di perdita d’indipendenza e dignità erano state tutte questioni affrontate nei dibattiti del Congress for Cultural Freedom e negli scritti dei partecipanti. Nel 1979 Bobbio raccolse alcuni suoi scritti nel volume Il problema della guerra e le vie della pace(26), scritti che, con modalità diverse, si rifanno a quanto aveva appreso tanto da un contemporaneo come il pacifista Aldo Capitini quanto da un classico come Immanuel Kant, uno dei suoi filosofi preferiti, in relazione all’etica e ai cardini dell’Illuminismo.
Il test più difficile delle posizioni teoriche di Bobbio giunse inaspettato con lo scoppio della cosiddetta Guerra del Golfo (16 gennaio-28 febbraio 1991). La presa di posizione, oppure, meglio, l’accettazione/approvazione da parte di Bobbio della necessità di un intervento anche armato che riportasse nei suoi confini il protervo invasore, il leader dell’Iraq Saddam Hussein, e che restituisse l’indipendenza al piccolo Kuwait, non ebbe grande risalto nell’alquanto divisa opinione pubblica di sinistra, ma fece esplodere molte tensioni nell’ambito di alcuni degli allievi di Bobbio, soprattutto di quelli torinesi.
Confusamente schierati in opposizione all’intervento in adempimento del mandato delle Nazioni Unite di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, i critici di Bobbio gli rimproverarono proprio il riconoscimento che quella guerra era, nella sua essenza, ma poi anche nel suo dispiegamento, una guerra “giusta”.
Uno Stato che invade senza giustificazione alcuna (torto subito, attacco da prevenire, minaccia da sventare) un altro Stato e pretende di annetterselo viola palesemente il diritto internazionale. Il rifiuto dell’invasore a ritirarsi aprì la strada all’intervento della comunità internazionale. L’intervento fu rapido, incisivo, condotto senza nessun eccesso militaristico, limitato. Infatti, ottenuta la liberazione del Kuwait, le truppe guidate dagli americani non procedettero alla pure possibile conquista della capitale irakena e neppure alla, pure auspicabile, punizione di Saddam Hussein, magari imponendogli di lasciare il potere. Fu una situazione esemplare di combinazione dello jus ad bellum con lo jus in bello, perfettamente coerente con quanto Bobbio aveva insegnato e scritto. Di fronte allo strepito di quegli allievi, Bobbio procedette a qualche, non necessaria, precisazione, a un ripensamento, o meglio a una (a mio avviso) non convincente ridefinizione delle sue argomentazioni. Stabilito che «una guerra è giusta perché è basata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa», Bobbio affermò che una guerra, oltre ad essere giusta,deve/dovrebbe essere anche «efficace»(27). Le condizioni dell’efficacia sono tre: 1) anzitutto, se la guerra sarà «vincente»; 2) se è «rapida rispetto al tempo»; 3) se è «limitata rispetto allo spazio», nel senso che fosse ristretta al teatro di guerra dell’Iraq. Per completezza di informazione, la cosiddetta Guerra del Golfo ha soddisfatto tutte le condizioni di efficacia poste da Bobbio. Fu sicuramente vittoriosa. Ebbe una durata inusualmente limitata: soltanto un mese e mezzo. Non tracimò fuori dai confini dell’Iraq. Infine, punto non menzionato da Bobbio, portò al ristabilimento dello status quo ante l’invasione irachena del Kuwait, al ritiro delle truppe di Saddam Hussein e al ritorno all’indipendenza del Kuwait. Quello che non seguì alla fiammata dello scontro fra Bobbio e alcuni, non tutti, dei suoi (cattivi?) allievi, fu una migliore comprensione delle guerre locali e, soprattutto, che non può essere chiamata pace la situazione nella quale l’ordine politico è imposto dalla repressione e mantenuto con l’oppressione, dove c’è fortissima ingiustizia sociale. D’altronde, meglio di chiunque altro Bobbio conosceva la condizione sine qua non della pace perpetua kantiana: l’esistenza di democrazie (o, per usare la terminologia kantiana, di sistemi repubblicani).
Che i regimi comunisti potessero riformarsi dall’interno Bobbio non lo aveva mai creduto. Dal momento in cui era ‘calata’ la cortina di ferro sull’Europa centro-orientale di democrazia e democrazie in quei paesi non se n’era più vista neppure l’ombra. S’erano, però, visti non pochi tentativi (1953, Berlino Est; 1956, Ungheria e Polonia; 1968, Cecoslovacchia: 1980, Polonia: ma non è un elenco esaustivo) di ribellione a quei regimi sostanzialmente totalitari. Il più totalitario dei comunismi si trovava, però, in Cina e sembrava inattaccabile. Grande fu, quindi, la sorpresa quando all’inizio del giugno 1989 il movimento degli studenti portò la sua sfida nella piazza principale della capitale: Tienanmen. La repressione brutale con lo spargimento di sangue di centinaia di studenti pose la pietra tombale su qualsiasi previsione di cambiamento, di apertura, di liberalizzazione dei regimi comunisti. Non avendo mai creduto all’ideologia comunista né ai regimi di comunismo realizzato, Bobbio avrebbe potuto limitarsi a prendere atto che «le dure lezioni della Storia», alle quali amava riferirsi, confermavano le sue ripetute diagnosi. Invece, andò, sapendo di essere provocatorio, piuttosto oltre: «Il comunismo storico – scrisse in un articolo apparso su «La Stampa» nel giugno del 1989 – è fallito, non discuto. Ma i problemi restano, proprio quegli stessi problemi, se mai ora e nel prossimo futuro su scala mondiale, che l’utopia comunista aveva additato e ritenuto fossero risolvibili. … La democrazia ha vinto la sfida del comunismo storico, ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?»(28). La caduta del Muro di Berlino nella notte fra l’8 e il 9 novembre non produsse soltanto la liberazione dei popoli dell’Europa centro-orientale. Costituì l’apertura di complicati processi di democratizzazione che, a un quarto di secolo di distanza, continuano a mostrare contraddizioni, deficienze, incertezze e inadeguatezze che, forse, Bobbio catalogherebbe sotto l’etichetta di “promesse non mantenute”. C’è sicuramente anche molto altro, non rassicurante, non promettente. Quello che, invece, non c’è in quelle “nuove” democrazie, è l’esistenza di intellettuali pubblici, con la notevole eccezione del polacco Adam Michnik, in grado di alzare la voce e coraggiosamente (continuare a) criticare i potenti.
Da qualsiasi parte la si guardi e la si rigiri, l’ideologia comunista aveva promesso la società senza classi nella quale le differenze e, in special modo, le diseguaglianze, a partire da quelle economiche, ma non solo, sarebbero venute meno, sarebbero scomparse definitivamente. Come, più e prima di altri, il comunista jugoslavo Milovan Gilas (1911-1995), un autore molto noto a Bobbio, mise in bella evidenza nella sua dirompente analisi La nuova classe. Una analisi del sistema comunista(29), la fine delle diseguaglianze era una delle più fulgide promesse non mantenute del comunismo. Finiva con il crollo del comunismo anche qualsiasi differenza fra sinistra e destra? Tutto il libro di Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica(30) è dedicato alla identificazione e alla spiegazione della batteria di differenze fra destra e sinistra. L’origine del libro non era affatto contingente, ma l’irruzione di Berlusconi nella politica italiana e la sconfitta dei Progressisti nelle elezioni del marzo 1994 certamente giovarono al successo di vendite, unitamente alla spinta verso un sistema bipolarizzante. La sconfitta elettorale della sinistra non era soltanto una faccenda di numeri, l’inconveniente principale di una democrazia competitiva. Era una sconfitta culturale. Quando si obliterano le linee distintive fra destra e sinistra, cadono spinte e motivazioni al cambiamento e si allarga lo spazio della conservazione. L’incessante sottolineatura del venire meno della distinzione ottocentesca fra le due categorie non soltanto non era stata contrastata da un pensiero di sinistra, ma era addirittura stata agevolata da esponenti di quella cultura, che non meriterebbero di essere citati. Però, la completezza d’informazione impone che siano fatti almeno i nomi del filosofo Massimo Cacciari e dell’economista Michele Salvati, che hanno riscosso notevole successo nei loro riposizionamenti mediatici.
L’analisi di Bobbio perviene a una precisa conclusione. L’elemento caratterizzante i movimenti e le dottrine che si sono definiti, e sono stati riconosciuti, «di sinistra» è l’egualitarismo, «non come l’utopia di una società in cui tutti sono eguali in tutto ma come tendenza, da un lato, a esaltare più ciò che rende gli uomini eguali che ciò che li rende diseguali, dall’altro, in sede pratica, a favorire le politiche che mirano a rendere più eguali i diseguali»(31). Che l’eguaglianza sia effettivamente la stella polare della sinistra politica (e culturale) appare probabile tanto che nessuno dei pur numerosi critici di Bobbio l’ha messo in dubbio. Semmai, qualcuno, ad esempio, Marco Tarchi, ha sostenuto che la tesi della netta distinzione fra destra e sinistra, dell’affermazione di una competizione politica dicotomica è molto discutibile. Quello che credo sia più rilevante nel valutare quanto sostenuto da Bobbio è la sua sfida allo spirito, sicuramente non egualitario, dei tempi e, se si vuole, qui sta l’elemento ‘di parte’, la sua sottile critica alla sinistra che ha perduto la sua ragione d‘essere, vale a dire, l’azione a favore dei settori più deboli di una società, di un sistema politico. Chi non chiude gli occhi vedrà che questa ricerca di eguaglianza o di riduzione delle diseguaglianze, a partire da quelle economiche, ma anche dalle diseguaglianze di opportunità, continua a fare parte del dibattito dentro la sinistra e, quando la sinistra è abbastanza forte da imporlo sulla scena pubblica, fra partiti, schieramenti, coalizioni. Esattamente come avrebbe desiderato l’intellettuale pubblico Bobbio.
Destra e sinistra intercettava la profonda e diffusa preoccupazione di una parte molto ampia di opinione pubblica di sinistra. Probabilmente, intendeva ricordare a quell’opinione e ai dirigenti della sinistra il valore (del perseguimento) dell’eguaglianza. È stato il libro di Bobbio che ha avuto il maggior successo di vendite. Anche le ristampe perché se, come, quanto la sinistra debba mantenere le sue peculiarità e differenziarsi dalla destra continua a essere un problema molto sentito, tranne dagli intellettuali post-comunisti,
post-moderni, post-tutto, ma non post-televisivi.
Alla fine di questa rapida ricostruzione è facile tirare qualche somma. Bobbio ha saputo individuare, di volta in volta, ogni decennio, un tema molto importante: negli anni cinquanta, «politica e cultura»; negli anni sessanta, il partito unificato dei (liberal-)socialisti; negli anni settanta, la necessità di una teoria dello Stato [l’assenza di una teoria dello Stato nella cultura marxista]; negli anni ottanta, il futuro della democrazia; negli anni novanta, destra/sinistra, quale eguaglianza. E ha saputo imporre questi temi nell’agenda del dibattito pubblico. È riuscito a svolgere un’efficace opera di chiarificazione, diffusione, educazione concettuale, politica e civica. Però, è giocoforza notare che, mentre il dibattito sulla Costituzione e le sue eventuali modifiche viene tenuto molto in subordine da Bobbio, l’Europa, il suo significato storico, i suoi problemi e le sue promesse sono sostanzialmente e gravemente assenti. Per primo Kant, ma, con molta probabilità, anche Cattaneo, se ne sarebbero
fortemente lamentati.
I discorsi e le riflessioni che gli intellettuali fanno su se stessi (curiosamente l’introspezione sembra più frequente fra gli intellettuali di “media” importanza, piuttosto che fra quelli davvero grandi, oggetto di ricerche da stuoli di giornalisti, biografi, commentatori) provocano spesso qualche fastidio e parecchia irritazione quando spiegano perché sono differenti; qualche volta anche, surrettiziamente, ci fanno sapere perché sono “superiori” in quanto si attribuiscono (ma talvolta pure hanno) qualità che altri non hanno e perché danno contributi importanti, insostituibili alla vita della comunità (e del mondo). Tuttavia, conoscere quale concezione del loro lavoro gli intellettuali hanno e quale interpretazione del loro lavoro danno, che cosa hanno voluto fare e perché e a quale valutazione della loro influenza sono pervenuti, mi pare importante. Nel caso di Bobbio, disponiamo delle sue ampie e generali riflessioni sugli intellettuali, in senso lato, come categoria (Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, che raccoglie i suoi saggi in materia)(32), ma di un unico approfondimento specifico dedicato a Julien Benda, il cui nome e il cui saggio Il tradimento dei chierici sono regolarmente citati in altri libri in materia, ma che certamente non è stato il più importante intellettuale europeo in politica.
Da par suo, Bobbio procede ad accurate definizioni e distinzioni fra i diversi tipi di intellettuali, soffermandosi in particolare su quella fra intellettuali ideologi e intellettuali esperti che, rispettivamente, forniscono «principi-guida» e «conoscenze-mezzo»(33). «I primi sono soprattutto umanisti, manipolatori di idee; i secondi sono soprattutto scienziati, manipolatori di dati»(34). In maniera netta e inequivocabile Bobbio afferma di considerare «un punto fermo» la responsabilità personale: «l’intellettuale deve rispondere in prima persona delle proprie idee, s’intende quando decide di farle conoscere al pubblico»(35). Su questa base, rifacendosi a Max Weber, attribuisce senza nessuna sfumatura all’intellettuale l’etica della convinzione e all’uomo politico l’etica della responsabilità. Critica in maniera definitiva l’intellettuale organico, colui che, «anziché chiudersi nel proprio isolamento [riferimento, forse, alla classica ‘torre d’avorio’], si chiude nella prigione non meno isolante di una ideologia dogmaticamente assunta e pedissequamente servita»(36). A conclusione, quasi suggello dell’intero discorso sugli intellettuali, Bobbio attribuisce loro l’impegnativo compito, a cavallo fra l’utopico e il marxistico, di «dare il proprio contributo all’avvento di una società in cui la distinzione fra intellettuali o non intellettuali non abbia più ragione di essere. Questo è il problema»(37). Se capisco correttamente, ma questa volta non è chiaro il problema che Bobbio pone, gli intellettuali dovrebbero impegnarsi per produrre la loro scomparsa. È lecito sollevare un duplice interrogativo: 1) se una società senza intellettuali sia possibile; 2) se sarebbe una società migliore. Naturalmente, una simile società presuppone che sia scomparso il potere politico. Infatti, in una situazione di questo tipo, non esisterebbe nessuna necessità come quella indicata da Machiavelli: «Solo agli uomini savi [il principe] deve dare libero arbitrio a parlargli la verità […] e deve domandargli di ogni cosa e udire le opinioni loro, dipoi deliberare da sé a suo modo». Non ci sarebbe neppure bisogno dell’intellettuale Bobbio che di sé ha dato due versioni, quella di «filosofo militante»(38), con riferimento e omaggio a uno degli autori da lui più ammirati (Carlo Cattaneo, di cui ha raccolto e commentato i contributi conoscitivi)(39) e quella di «intellettuale mediatore», «il cui metodo di azione è il dialogo razionale, in cui i due interlocutori discutono presentando, l’uno all’altro, argomenti ragionati, e la cui virtù essenziale è la tolleranza»(40). La riflessione sulla filosofia militante viene da lontano, dal 1951, ed è formulata con inusitata nettezza: «filosofia militante contro la filosofia degli ‘addottrinati’. […] non si confonda la filosofia militante con una filosofia al servizio di un partito che ha le sue direttive, o di una chiesa che ha i suoi dogmi, o di uno stato che ha la sua politica. La filosofia militante che ho in mente è una filosofia in lotta contro gli attacchi da qualsiasi parte provengano – tanto da quella dei tradizionalisti come da quella degli innovatori — alla libertà della ragione rischiaratrice»(41).
Non desidero diventare ecumenico, ma credo che sia possibile tenere insieme sia il filosofo militante sia l’intellettuale mediatore sia la figura di intellettuale pubblico, che analizzerò con qualche dettaglio più sotto. Tutti e tre sono spesso chiamati a ‘dire parole di verità’ e a interpretare accadimenti, dichiarazioni, comportamenti in modo da dare senso e coerenza, rigore e vigore, non a una parte, politica o sociale, ma all’opinione pubblica. Fare un bilancio, non di Bobbio studioso, ma di Bobbio intellettuale pubblico(42) – vale a dire di colui che chiarifica le tematiche, mette in evidenza gli errori di altri intellettuali pubblici, orienta l’attenzione su tematiche trascurate, vivacizza il dibattito pubblico – è operazione molto difficile che, inevitabilmente, chiama in causa le preferenze politiche e le sensibilità personali. Eppure, è un’operazione indispensabile anche per capire che tipo di confronto d’idee avvenga, sia avvenuto, caratterizzi e rimanga possibile in Italia.
Lo studioso Bobbio ha lasciato – come filosofo del diritto, come filosofo della politica, come analista della cultura politica italiana (il rimando va all’insuperato Profilo ideologico del Novecento italiano, Einaudi, Torino 1968), di maestri e compagni – contributi indimenticabili che continuano a meritare attenzione e riflessione. Anche se riduttivo, il profilo tratteggiato dai commissari del suo concorso a cattedra negli anni Trenta che lo descriveva come dotato di «singolari attitudini critiche, ottimo metodo di lavoro, efficacia di scrittore»(43), coglie elementi importanti, comunque essenziali per ricostruire la figura e la personalità di intellettuale pubblico. Ovviamente, quegli elementi debbono essere completati con la capacità di individuare le tematiche più rilevanti, di interpretare lo spirito del tempo (lo Zeitgeist) e di farlo nella più originale, nella più efficace e nella più severa maniera possibile. Talvolta, in verità, almeno a mio parere, Bobbio non è stato sufficientemente severo. Per esempio, nei confronti del Movimento del Sessantotto: con suo figlio Luigi, fra i dirigenti di Lotta Continua, Bobbio fu pubblicamente alquanto indulgente(44). Il paragone con le durissime e intransigenti prese di posizione di Aron -espresse ne La révolution introuvable(45)- segnala non soltanto forti differenze di temperamento, ma anche una rimarchevole distanza nella concezione del ruolo e del compito di un intellettuale pubblico.
Per il grande sociologo tedesco, poi naturalizzato inglese, Ralf Dahrendorf (1929-2009), il tratto cruciale degli intellettuali pubblici (sia Aron sia Bobbio sono da lui inclusi nella categoria) è che sono «persone che vedono come un imperativo della loro professione il prendere parte ai discorsi pubblici dominanti nel tempo in cui vivono, anzi, il determinarne le tematiche e indirizzarne gli sviluppi»(46). Michael Walzer(47) – che non include né Bobbio nel suo ricco elenco di «critici sociali» (fra i quali include Benda, Gramsci, Orwell, Silone, Camus, Marcuse, Simone de Beauvoir, Foucault), né Aron e Sartre – sottolinea la necessità del «senso morale come guida alla conoscenza e l’utilità di una teoria sociale»(48), senza escludere «l’apporto dell’utopia alla critica sociale»(49). «Il critico è idealmente un uomo o una donna senza padrone, che rifiuta di rendere omaggio ai poteri esistenti»; è indipendente, «libero da responsabilità di governo, dall’autorità religiosa, dal potere corporativo, dalla disciplina di partito»(50).
Gli intellettuali pubblici scelti da Dahrendorf e da Walzer furono ai loro tempi tanto stimati quanto controversi, ma anche la loro capacità di reggere al passare del tempo significa che dissero e scrissero qualcosa di profondo in grado di informare il discorso pubblico e di durare nel tempo. Non furono intellettuali che miravano all’iconoclastia e a épater les bourgeois, come spesso accade a scrittori digiuni di politica che pretendono di dire la loro per protagonismo o perché non hanno resistito alle lusinghe dei mass media. Nella risposta alla lettera di un lettore, Paolo Mieli (sul «Corriere della Sera» del 2 novembre 2002, p. 37) ha sostanzialmente dato la sua approvazione ad un lungo (e talvolta ingeneroso, ad esempio, nei confronti di Calvino, Pasolini e di Sciascia) elenco di più che autorevoli scrittori italiani – elenco stilato da Pietro Citati su «Repubblica» – che avrebbero messo nero su bianco «sciocchezze» politiche. Ecco, il compito dell’intellettuale pubblico in Italia e la ricezione delle sue dichiarazioni e argomentazioni sono resi ancora più difficoltosi dai pregiudizi nutriti nei loro confronti e forse amplificati da giornalisti e critici letterari che non disdegnano affatto di prendere a loro volta posizioni fortemente politicizzate.
L’intellettuale pubblico Bobbio ha ingaggiato conversazioni importanti con interlocutori, talvolta faziosi e compiaciuti, talvolta verbosi e inconcludenti, come furono in tre diverse fasi, negli anni cinquanta, sessanta e settanta, i comunisti. Non ne è seguito, certamente non per responsabilità e per demerito di Bobbio, nessun rinnovamento della tetragona cultura comunista che, da un decennio e più, è sostanzialmente e meritatamente sparita in Italia.
L’intellettuale pubblico Bobbio ha anche impostato un discorso importante sulle «promesse non mantenute» della democrazia. Purtroppo, nessuno dei
possibili interlocutori fra gli intellettuali italiani, ad eccezione di Giovanni Sartori (nel già citato intervento Democrazia. Ha un futuro(51)?), ha dimostrato di avere la preparazione, le conoscenze, l’interesse a offrire le proprie considerazioni e riflessioni. Non arriverò fino a dire che questa assenza spiega la modesta qualità della democrazia italiana, ma è innegabile che un Paese che non s’interroga sullo stato della sua politica e della sua democrazia non può migliorarla. A partire dal 1976, Bobbio è, come si conviene ad un intellettuale pubblico, regolarmente intervenuto a commentare la politica italiana con i suoi editoriali su «La Stampa», poi variamente raccolti in agili libri(52). Bobbio non credeva affatto che la qualità della democrazia italiana fosse migliorabile prevalentemente attraverso modifiche alla Costituzione. Talvolta sollecitato a prendere parte al dibattito sulle riforme costituzionali, Bobbio rimase sempre molto cauto. In definitiva, fu per coerenza e per prudenza, forse anche per mancanza di fiducia nei sedicenti riformatori, molto, forse troppo, scettico riguardo all’utilità di interventi sulla Costituzione(Bobbio scrisse, insieme a Franco Pierandrei, una fortunata Introduzione alla Costituzione(53), a lungo ristampata), Bobbio rimase, anche perché diffidente verso una comprensione meramente giuridico-formale della politica, sostanzialmente estraneo ad un dibattito nel quale si sono cimentati molti intellettuali pubblici e aspiranti tali in Italia. Meno prudente fu l’intellettuale pubblico Bobbio quando, sollecitato dallo stato di confusione della sinistra italiana, premessa della sconfitta elettorale a opera di Berlusconi nel marzo 1994, si occupò delle «ragioni e significati di una distinzione politica» (è il sottotitolo, già richiamato, del fortunato volumetto Destra e Sinistra).
Tutti i temi sollevati da Bobbio erano importanti, tutti i dibattiti da lui iniziati sono stati significativi ancorché non sempre, per l’inadeguatezza degli interlocutori, arricchenti. Se ricorriamo al criterio che Bobbio applicò alla Guerra nel Golfo, possiamo interrogarci su quanto quei dibattiti siano effettivamente stati ‘efficaci’, ovvero abbiamo conseguito i desiderati obiettivi conoscitivi. Mai attribuendosi eccessiva importanza, lo stesso Bobbio ha, in non pochi casi, dichiarato nelle sue repliche una certa insoddisfazione per gli esiti conseguiti. Si affaccia qui il dilemma degli intellettuali pubblici: debbono, sempre e comunque, fare opera di testimonianza oppure debbono occuparsi della loro effettiva influenza? È sufficiente «parlare di verità al potere»? Oppure è indispensabile tentare di influenzare le scelte dei potenti? Bobbio non scelse una posizione intermedia. Sollecitò, ricorrendo a ‘parole di verità’, soprattutto i dirigenti dei partiti a riflettere sulle loro idee, sulle loro proposte, sulle loro manchevolezze. Ne criticò i comportamenti per la loro inadeguatezza e per la loro incoerenza. Non si rivolse mai ai governanti, con lettere aperte, appelli, manifesti, per chiedere cambiamenti nelle politiche. Piuttosto, in particolare nei suoi editoriali per «La Stampa», criticò e stigmatizzò i comportamenti sia della classe politica sia della società italiana. Quanto di questa incessante opera pedagogica abbia avuto successo e sia rimasto è difficilissimo dirlo. Forse, facendo tesoro del pessimismo di Bobbio, dovremmo dire molto poco. Società e politica in Italia non hanno certamente recepito una quantità adeguata del pensiero e degli scritti di Bobbio. Né Bobbio si era mai fatto illusioni sulla possibilità di cambiare la politica e la società italiana di tanto quanto era e continua ad essere necessario. L’intellettuale pubblico è consapevole che le sue critiche vanno e vengono per lo più inascoltate. Forse, la testimonianza intellettuale ha in se stessa la sua ricompensa.

***

note

1. Ne ho scritto in questi termini nel marzo 1994 ne «La Rivista dei Libri», ora in G.Pasquino, Politica è, CasadeiLibri, Bologna 2012, pp.58-64.
2. R. Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, Laterza, Roma-Bari 2006.
3. Sul punto si veda l’ottima analisi comparata di G. De Ligio, La tristezza del pensatore politico, Bononia University Press, Bologna 2007. Su Aron, si vedano le mie riflessioni: Aron, l’intellettuale critico in Politica è, cit., pp. 397-401, e Giornalista e professore: Raymond Aron, in «451 Via della letteratura, della scienza, dell’arte» gennaio 2013, n. 24, pp. 9-11, nel quale recensivo il fascicolo a lui dedicato della «Rivista di Politica», 3, 2012.
4. N. Bobbio, Autobiografia, a cura di A. Papuzzi, Laterza, Roma-Bari 1997.
5. N. Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino(1920-1950), Einaudi, Torino 1977.
6. N. Bobbio, Maestri e compagni, Passigli Editori, Firenze 1984.
7. In proposito, si veda l’esauriente studio di P. Coleman, The Liberal Conspiracy: The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe, The Free Press, New York 1989.
8. Cfr. l’ottimo e documentatissimo libro di N. Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991, Laterza, Roma-Bari, Laterza, 1997.
9. Una eccellente interpretazione sintetica è offerta da R. Bellamy, Bobbio, della Volpe and the “Italian road to socialism”, in id., Modern Italian Social Theory, Polity Press, Cambridge 1987, pp. 141-156.
10. N. Bobbio, Politica e cultura [1955], Einaudi, Torino 2005
11. È questo il titolo dell’ultimo capitolo di N. Bobbio, Il dubbio e la scelta, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1993, pp. 213-223.
12. N. Bobbio, Politica e cultura, cit., p. 194.
13. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. XIII.
14. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta, cit., p. 213.
15. Intervento nel fascicolo speciale della rivista «Il Ponte», gennaio-febbraio 1986, in ricordo di Tristano Codignolae intitolato Liberalsocialismo(p. 147, i corsivi sono miei). Per i prodromi e l’evoluzione del liberalsocialismo utilissima è la ricostruzione di P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, Liberi libri, Macerata 2014 (le pagine dedicate a Bobbio sono 157-177).
16. Sul punto si veda l’ottima analisi di P. Meaglia, Bobbio e la democrazia. Le regole del gioco, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole(FI) 1994.
17. Una buona ricognizione di quei problemi, che contiene sia una riflessione di Bobbio sia una soffice difesa d’ufficio di Napolitano si trova nel volume di S. Belligni (a cura di), La giraffa e il liocorno: il Pci dagli anni ’70 al nuovo decennio, Franco Angeli, Milano 1983.
18. N. Bobbio, Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Einaudi, Torino 1976. Si veda anche id., Compromesso e alternanza nel sistema politico italiano. Saggi su “MondOperaio” 1975-1989, Donzelli, Roma 2006.
19. G. Pasquino, Restituire lo scettro al principe, Laterza, Roma-Bari 1985.
20. N. Bobbio, Quale socialismo?, cit., p. XVI.
21. Ibidem.
22. Ivi, p. 109.
23. Ivi, p. XVIII.
24. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi 1984 (più volte ristampato).
25. G. Sartori, Democrazia. Ha un futuro?, in aa.vv., Lezioni Bobbio. Sette interventi su etica e politica, Einaudi, Torino 2006, pp. 40-54.
26. N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, il Mulino, Bologna 1979.
27. N. Bobbio, Autobiografia, cit., p. 240.
28. N. Bobbio, L’utopia capovolta, in «La Stampa», 9 giugno 1989 (ora nel libretto dallo stesso titolo pubblicato a Torino da Editrice La Stampa, 1990).
29. il Mulino, Bologna 1957.
30. Donzelli, Roma 1994 (poi riedito più volte).
31. Ivi, p. 134.
32. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
33. Ivi, p. 118.
34. Ivi, p. 120.
35. Ivi, p. 144.
36. Ivi, p. 131
37. Ivi, p. 150. Il corsivo è di Bobbio.
38. N. Bobbio, Autobiografia, cit., p. 255.
39. N. Bobbio, Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, Einaudi, Torino 1971.
40. N. Bobbio, Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, cit., p. 17.
41. N. Bobbio, Politica e cultura, cit., p. 10.
42. Utilizzo questa terminologia nell’accezione che gli dà R. Posner, Public Intellectuals. A Study of Decline, Cambridge, Harvard University Press, MA-London 2004. Il testo, purtroppo, è riferito esclusivamente agli intellettuali statunitensi e a pochi europei colà emigrati e per qualche tempo attivi.
43. N. Bobbio, Autobiografia, cit p.40
44. Ivi, pp. 153-157.
45. Fayard, Paris 1968. Se ne veda la traduzione italiana a cura di A. Campi e G. De Ligio: La rivoluzione introvabile. Riflessioni sul Maggio francese, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
46. R. Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, cit., p. 14.
47. M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento, il Mulino, Bologna 2004.
48. Ivi, p. 291.
49. Ivi, p. 294.
50. Ivi, p. 300.
51. Mi permetto altresì di rimandare al mio Bobbio e le inadempienze della democrazia, in «Teoria Politica», Annali II, 2012, pp. 257-268, nel quale, osservavo, fra l’altro, che la concezione della democrazia di Bobbio non fu mai puramente procedurale, ma conteneva numerosi elementi “sostanziali”.
52. Ne ho analizzato metodo e contenuti nel mio Crisi permanente e sistema politico: una ricostruzione del pensiero politologico di Norberto Bobbio, in L. Bonanate, M. Bovero(a cura di), Per una teoria generale della politica. Saggi dedicati a Norberto Bobbio, Passigli Editori, Firenze 1986,
pp. 197-226.
53. Laterza, Roma-Bari 1963.

Sylos Labini al tempo del centro-sinistra

 

MeC

Da Moneta e Credito vol. 68 n. 270 anno 2015 (pp 173-186) 

Abstract
L’articolo discute la testimonianza del 1962 di Paolo Sylos Labini alla “Commissione sui limiti della competizione” del Parlamento italiano. Sylos Labini richiamava in quell’occasione la sua teoria dell’oligopolio, ma estende anche i suoi rilievi ad un ampio spettro di riforme strutturali necessarie all’Italia del tempo. Il presente articolo spiega il background storico della testimonianza di Sylos Labini, ponendo un’enfasi speciale sulla situazione politica del tempo.

L'”interrogatorio” di Sylos Labini, come viene definito negli atti della Camera dei deputati, ebbe luogo l’8 febbraio 1962 (Camera dei deputati, 1965; ripubblicato in questo numero: Sylos Labini, 2015). Appena una settimana dopo che il congresso della Democrazia Cristiana, tenutosi a Napoli dal 27 al 31 gennaio, aveva dato un sofferto via al centro-sinistra. Quel congresso è passato alla storia anche per le sei ore del discorso con il quale il segretario del partito Aldo Moro riuscì a convincere i delegati, stremandoli, che era venuto il tempo dell’allargamento della maggioranza ai socialisti. Con pazienza e con gradualità, Moro iniziava la strategia che lo avrebbe portato quindici anni dopo a dare vita anche ai governi di solidarietà nazionale con il PCI: altro che ‘democrazia dell’alternanza’!

A preparare la svolta del centro-sinistra aveva provveduto un governo guidato da Amintore Fanfani, un monocolore democristiano (luglio 1960-febbraio 1962), che rimarginava le ferite al sistema politico inferte dallo sciagurato governo Tambroni. La prima importante conseguenza del congresso DC fu un altro governo guidato da Fanfani, un tripartito DC-PSDI-PRI (febbraio 1962-giugno 1963) che godette della disponibilità socialista (allora definita “appoggio esterno”) a votare molti dei disegni di legge presentati. Quanto all’attivissimo Fanfani, come segretario della DC poteva con molte buone ragioni vantarsi di avere portato il partito nel 1958 al suo successo elettorale più consistente, secondo soltanto a quello ottenuto in circostanze eccezionali, oggi diremmo ‘bipolari’, da De Gasperi nel 1948 contro il Fronte Popolare. Fu un successo meritatissimo, conseguito proprio grazie all’attivismo consapevole e mirato di Fanfani, segretario della DC dal 1954 al 1958, che da un lato aveva cercato di rendere il partito più autonomo rispetto ai gruppi e alle associazioni fiancheggiatrici e, d’altro lato, aveva saputo radicare la DC sul territorio, facendone un partito di popolo. Nel 1958 la DC di Fanfani, che nessuno si sognò mai di chiamare ‘partito della nazione’, ma che era un partito concretamente interclassista, incassò un successo elettorale di notevoli dimensioni. Ottenne 12.522.279 voti (il 42,36%), il PCI 6.704.706 (22,68%), il PSI 4.208.111 (14.23%). Andò a votare addirittura il 93,8% degli aventi diritto.

Gli italiani credevano ancora nella politica e i partiti cercavano ancora non soltanto di convincerli a votare per loro, ma anche di ‘educarli’. Il miracolo economico, già in corso, era anche il prodotto di una politica che aveva saputo porsi al posto di comando. Per convinzione, per temperamento, per stile, in quel tempo Fanfani fu il leader democristiano meglio capace di rappresentare una politica che voleva prendere decisioni importanti, come fu l’avvio del centro-sinistra, e sapeva farlo anche sfidando la contrarietà di settori non piccoli né marginali del suo blocco sociale.

La collaborazione fra democristiani e socialisti (unitamente ai socialdemocratici di Saragat e ai repubblicani di La Malfa) fu sancita con la presenza di ministri socialisti nel primo centro-sinistra organico guidato da Moro (dicembre 1963-luglio 1964). Tre governi successivi di centro-sinistra fino al giugno 1968 furono ugualmente affidati alla guida di Moro, che antepose costantemente l’unitarietà della DC a qualsiasi riforma di più o meno ampio respiro. Di quei governi fece regolarmente parte anche il PSI, fortemente indebolito dalla scissione del PSIUP avvenuta nel gennaio 1964, alla quale non pose rimedio numerico né politico la frettolosa unificazione con il PSDI nel 1966-1969. I sistemi elettorali proporzionali non premiano necessariamente le fusioni fra partiti, ma soprattutto non pongono nessun ostacolo alle scissioni come quelle che, dal 1947 (PSDI) al 1964 (PSIUP) e al 1991 (Rifondazione Comunista), hanno sistematicamente colpito i partiti in senso lato riformisti.

Il cambio di leadership da Fanfani a Moro segnalò quanto grandi erano le differenze fra i due ‘cavalli di razza’ della DC. Per visione del mondo e per concezione politica, Moro era paziente, riflessivo, talvolta lentissimo, in maniera tanto esasperante quanto deliberata. Nella sua opera di governo, Moro sostituì il decisionismo fanfaniano con la mediazione. I governi di Moro non si assunsero mai la responsabilità di scelte definitive prima che tutte le parti si fossero espresse, che tutte avessero fatto pervenire le loro preferenze, che si fossero raggiunti accordi della più ampia convergenza possibile. Soltanto allora il governo ratificava quanto era emerso dal lungo procedimento dipanatosi nella società. Più o meno efficace e raccomandabile, questa modalità di governo avrebbe potuto condurre a forme di concertazione quasi al limite del neo-corporativismo, praticato soprattutto nei paesi scandinavi (e poi anche in Austria e Germania), ma che nell’Italia degli anni Sessanta era sostanzialmente sconosciuto.

Certamente, la complessità e la varietà di interessi collegati con la Democrazia Cristiana esigevano consultazioni e accordi. Nessun dirigente democristiano, meno che mai se si trovava in cariche di governo, avrebbe mai pensato a procedure decisionali basate sulla disintermediazione, vale a dire procedure che non si confrontassero con i corpi intermedi, con le loro preferenze e con i loro interessi. Anche per queste ragioni, il decisionismo era molto al di là da venire, né le ricette indicate da Sylos Labini sembravano suggerirne la necessità.

A cinquant’anni di distanza – che probabilmente è la prospettiva giusta – visto, rivisitato e valutato dopo l’espletamento di altre formule di governo, tutte incapaci persino di immaginarlo, il riformismo del centrosinistra continua ad apparire come un reale periodo di esperimenti, di interventi e anche di successi in termini di effettive riforme. È innegabile che, pur vedendone e cogliendone tutte le manchevolezze, senza quel riformismo l’Italia starebbe molto peggio. Per capire le ragioni di tali manchevolezze, ma anche i contributi positivi alla storia dell’Italia, il riformismo del centro-sinistra va collocato in un quadro più ampio dal quale trasse alimento e nel quale risulta fecondo paragonarlo con il riformismo di altri paesi. Nella consapevolezza di quanto sia difficile tenere insieme tutti i fili, ma anche di quanto sia importante cercare di farlo, suggerendo le connessioni e gli spunti per ulteriori riflessioni, affronterò il tema partendo da lontano.

Ai tempi di Moro e Fanfani, di Nenni, Lombardi, Giolitti e La Malfa, di globalizzazione come fenomeno che incide sulla discrezionalità delle decisioni nazionali, anzi, che le detta, non si poteva proprio parlare. Neppure il processo di integrazione europea, sul quale esprimersi allora a favore dell’unificazione politica significava avere accettato l’utopia tenacemente perseguita da Altiero Spinelli, sembrava porre costrizioni particolari all’attività di governo. Per storia e per collegamento con gli altri partiti democristiani europei – in particolare con quello tedesco, molto solido e di governo, e con quello francese, che però sarebbe praticamente scomparso poco dopo l’inaugurazione della Quinta Repubblica (1958) -, i democristiani italiani, espressione di una classe politica assolutamente provinciale tranne rarissime eccezioni (fra le quali, per fortuna di tutti gli italiani, va annoverato Alcide De Gasperi), furono fin dall’inizio europeisti, ma molto poco inclini a profondere le loro energie politiche a livello europeo. Dal canto loro, per tradizione storica e per convinzione, europeisti convinti furono i repubblicani di Ugo La Malfa, mentre i socialisti, originariamente tiepidi e non consapevoli della rilevanza e dell’influenza del processo di integrazione europea, non riuscirono, se così si può dire, a sfuggire al richiamo dell’Europa e dei molti partiti socialisti confratelli, a cominciare dai belgi e dagli olandesi, seguiti dai tedeschi e dagli austriaci, che quell’Europa unita la volevano costruire davvero e presto.

In quella fase, l’Europa fu uno soltanto, e neanche forse il più importante, dei fattori del più ampio quadro internazionale la cui evoluzione influenzò e, oserei dire, almeno in parte favorì (o meglio, non ostacolò) l’avvento del centro-sinistra. Scherzando, ma non troppo, credo che l’analisi di quei fattori debba cominciare con il ‘fattore K’. Non ‘K’ come Kommunismus (anche se del comunismo si deve parlare), ma con riferimento, nell’ordine con il quale giunsero alla guida dei rispettivi paesi, a Kruscev e a Kennedy. Non so se, tecnicamente, l’azione intrapresa da Kruscev sul piano dei rapporti con gli Stati Uniti possa già essere definita détente. Certamente, fu l’inizio del disgelo della Guerra Fredda, anche se nessuno può e deve dimenticare che nell’agosto del 1961 venne costruito il Muro di Berlino e nell’ottobre del 1962 ci furono i tredici drammatici giorni della crisi dei missili a Cuba, che portò il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare. La destalinizzazione iniziata da Kruscev e qualche sua apertura domestica al dissenso, ad esempio degli scrittori sovietici (nel 1962 Solženicyn pubblicò un testo fondamentale di denuncia sui lager, Una giornata di Ivan Denisovic), sembrarono promettenti.

La defenestrazione di Kruscev nell’ottobre 1964 non soltanto pose la pietra tombale su qualsiasi trasformazione politica liberalizzante dell’URSS, aprendo la strada all’esiziale era di Leonid Brežnev, ma per quel che conta per il discorso sul centro-sinistra, incise negativamente anche sul Partito Comunista Italiano. Toccò al (comunque) filo-sovietico Giorgio Amendola cercare di attutire il colpo. In risposta a una lettera di Bobbio (lo scambio si trova sulle pagine del settimanale Rinascita del 28 novembre 1964) che chiedeva ai comunisti di trarre le conseguenze da quello che era un avvenimento pesantissimo, che segnalava l’irriformabilità del comunismo sovietico, senza porsi il vero problema, cioè sganciare il PCI dall’URSS, Amendola faceva una sua personale fuga in avanti controproponendo l’impossibile: la costruzione con il PSI di un Partito Unico dei Lavoratori. Dati i rapporti di forza fra i due partiti, l’esito – era sufficiente ricordare l’esperienza del Fronte Popolare del 1948 – non sarebbe stato propriamente favorevole né al PSI né alla trasformazione del PCI. Ricca di ambiguità, la proposta di Amendola sembrò la presa d’atto da parte del PCI che il suo ruolo d’opposizione al centro-sinistra rischiava di rimanere sostanzialmente sterile. Subito reputata insufficiente da Bobbio, quella proposta non ebbe nessun seguito e scomparve persino dal successivo durissimo confronto interno fra Amendola e Ingrao, candidati alla successione a Togliatti. Entrambi, poi, fecero un passo indietro (o di fianco) per favorire una soluzione che non lacerasse il partito, soluzione rappresentata dall’elezione di Luigi Longo. Nulla di tutto questo favorì politicamente il centro-sinistra né, tantomeno, ne trassero profitto politico ed elettorale i socialisti.

Trovandosi l’Italia in quella che veniva definita “la sfera d’influenza” degli Stati Uniti, per capire il quadro nel quale si introduceva l’esperienza del centro-sinistra, è importante tenere conto anche dell’altra ‘K’, quella del giovane presidente democratico John F. Kennedy. Non so quali fossero i canali di contatto socialisti con gli USA e la loro ambasciata a Roma; sappiamo, però, che il Segretario di Stato uscente John Foster Dulles, e il capo della CIA, suo fratello Allen Dulles, non erano precisamente dei progressisti. Sappiamo anche che la maggioranza dei policy-makers americani a livello burocratico, in particolare nel Dipartimento di Stato, riteneva che i rapporti del PSI con il PCI non erano ancora del tutto rassicuranti, ad esempio dal punto di vista dell’eventuale accesso dei socialisti a dati riservati, disponibili agli stati membri della NATO. Anche senza giungere a fare dei socialisti il cavallo di Troia del PCI, le preoccupazioni e le remore degli americani erano molte e serie. Ci volle una missione a Roma nel febbraio 1962 di uno dei più autorevoli consiglieri di Kennedy, il già famoso storico Arthur M. Schlesinger Jr., per fugare i dubbi (“Washington was pleased at the prospect of a forward movement in Italian social policy but wondered about the implications of the apertura for foreign affairs”1 ), per piegare le fortissime resistenze del Dipartimento di Stato e per dare disco verde al centro-sinistra, come lui stesso racconta nel suo splendido resoconto della troppo breve stagione di Kennedy alla Casa Bianca (Schlesinger, 1965, pp. 879-881).

Schlesinger merita una riflessione leggermente più approfondita, proprio per capire meglio il quadro internazionale, politico e intellettuale in cui si situò il centro-sinistra. Nel suo resoconto, lo storico americano inserisce una notazione concernente il cattolicesimo “progressista” di John Kennedy e la coincidenza della sua presidenza con il pontificato di Giovanni XXIII. Nel contesto di sostegno al centro-sinistra, alcuni hanno voluto inserire anche la presenza a San Pietro di Giovanni XXIII, qualche sua dichiarazione, in particolare la sua distinzione fra il comunismo come errore condannabile e i comunisti, e l’annuncio e l’apertura del Concilio Vaticano II. Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare le associazioni e i movimenti cattolici che desideravano una svolta in senso progressista dei governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Senza andare troppo in là nei tempi e con le ipotesi, alcuni di questi gruppi e di queste associazioni, delusi dalla parabola del centro-sinistra, probabilmente insoddisfatti dal suo rendimento ma vogliosi di svolgere un ruolo più rilevante e di spingere per altri, più incisivi, cambiamenti, sarebbero poi diventati, dieci anni dopo, oggetto dell’offerta berlingueriana del compromesso storico.

Concludendo con lo Schlesinger storico, la sua fama in quanto studioso, oltre che da una intensa produttività, derivava da una trilogia dedicata al grande presidente progressista Franklin Delano Roosevelt e dalla sua visione coerentemente liberal, che proprio durante la presidenza di Kennedy tradusse in un agile libretto The Politics of Hope (Schlesinger, 1962). In quegli anni, in alcuni ambienti della sinistra democratica europea si fece strada l’idea che le politiche progressiste di effettivo cambiamento sarebbero state favorite dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente che, a sua volta, fosse capace di lanciare un’ondata di politiche progressiste che avrebbe attraversato l’Atlantico. Kennedy poteva essere quel presidente, ma la sua presidenza fu tragicamente spezzata dopo troppo poco tempo, cosicché chi voleva trovare l’alimento riformatore adeguato in Europa doveva guardare ad altre esperienze.

È probabile che alcuni, probabilmente pochi, intellettuali socialisti fossero al corrente della leggendaria epopea riformatrice dei socialdemocratici svedesi, ma certamente nessuno credette di poterne trarre insegnamenti applicabili nel troppo diverso contesto italiano. In qualche misura invece, anche se comunque molto differenti erano le condizioni di fondo, qualche lezione poteva venire ai socialisti italiani dai laburisti inglesi. Almeno questa possibilità è discussa e, con qualche forzatura, argomentata da Ilaria Favretto (2003). (Non riesco a resistere alla tentazione di sottolineare, alzando le sopracciglia, che oggi vi è qualcuno che intende su basi fragilissime, al limite dell’evanescenza, ricorrere al paragone, se non fra il Partito Democratico e il New Labour, quantomeno fra Matteo Renzi e Tony Blair. Ritengo questo paragone del tutto improprio e privo di sostanza storica e politica.)

Tuttavia, è innegabile che i mutamenti generazionali contino. Al proposito, merita di essere ricordata la famosa frase del discorso inaugurale del presidente Kennedy, che annunciava ai suoi fellow Americans che una nuova generazione, nata nel secolo XX, era giunta ai posti di comando. Una ragione di più per avere speranza e attendersi cambiamenti. Tuttavia, la non ancora vecchia Europa non era stata e non stava a guardare. In Gran Bretagna, subito dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi affidarono la ricostruzione a un governo laburista guidato dall’ultrasessantenne Clement Attlee (di estrazione operaia) e al suo partito. A dimostrazione che altre qualità possono contare anche più della giovinezza, il quinquennio riformatore di Attlee e dei suoi consiglieri innovatori segnò positivamente il corso della politica, dell’economia, della società nel Regno Unito fino all’avvento di Margaret Thatcher. ‘Welfare più keynesismo’ fu una formula di gran lunga più vincente della leniniana ‘Soviet più elettrificazione’.

Nel cuore dell’Europa, a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, si produsse un avvenimento di decisiva importanza, che cambiò la storia politica della Germania: Bad Godesberg. In un congresso straordinario, tenuto in quella cittadina termale dal 13 al 15 novembre 1959, la SPD ripudiò l’ideologia marxista e dichiarò la sua piena adesione ai principi liberal-democratici e all’economia di mercato. Bloccati per dieci lunghi anni in una condizione di opposizione intransigente, ma senza speranze di andare al governo, i socialdemocratici tedeschi, più per maturata convinzione che per subdolo opportunismo, produssero quella che certamente merita di essere definita una “svolta epocale” che, per l’appunto, trasformò quell’epoca. A livello locale i socialdemocratici tedeschi già governavano. Nel 1957 Willy Brandt, anche lui un rappresentante della generazione nata nel secolo XX (il cancelliere democristiano Konrad Adenauer (1949-1964) era nato addirittura nel 1876), era stato eletto borgomastro di Berlino Ovest. Brandt fu uno dei fautori della svolta di Bad Godesberg. In seguito, fu lui a offrire a Kennedy l’occasione di dichiarare il 26 giugno 1963 di fronte al Muro di Berlino: “Ich bin ein Berliner”. Fu lui a diventare Ministro degli esteri (come Nenni in Italia) nella prima Grande Coalizione tedesca (1966-1969), un centro-sinistra a due sostenuto da una comoda maggioranza di seggi. Infine, fu Brandt a diventare il primo cancelliere socialdemocratico tedesco (1969-1974) del dopoguerra.

Questo breve approfondimento è importante per due ragioni. La prima è che riguarda un partito, la SPD, che dimostrò notevoli capacità riformatrici. La seconda è che l’atteggiamento dei socialisti italiani verso la SPD spesso fu e rimase ambiguo, tanto che per criticare Craxi, in corsa a metà anni Settanta per diventare segretario del PSI, lo si definiva “il tedesco”.
Parecchi anni dopo, da più parti, e non soltanto nella sinistra italiana, a partire dai socialisti, emerse l’invito, anche con qualche tono provocatorio, ai comunisti di “andare a Bad Godesberg”, vale a dire di procedere a una revisione profonda, meglio all’abbandono, di un’ideologia e di una visione del mondo che erano provatamente fallite. Purtroppo, da un lato le riforme del centro-sinistra non furono considerate sufficientemente incisive (anche se sicuramente cambiarono l’Italia più di qualsiasi altra stagione); dall’altro, i socialisti e i mass media non riuscirono a esercitare sufficiente pressione sul mondo comunista, sui quadri intermedi del PCI e sugli intellettuali di riferimento, più che sulla leadership del partito.
Pur crescendo elettoralmente, i comunisti italiani restarono politicamente poco rilevanti. Alla fine, non sarebbero mai arrivati a Bad Godesberg ma, con più di trent’anni di ritardo, nel gennaio-febbraio 1991, a Rimini. Nella gaudente cittadina balneare romagnola, molti scoprirono che non esisteva nessuna terza via fra il comunismo realizzato e crollato e le socialdemocrazie da loro osteggiate. “La dritta via”, che non avevano saputo neppure cercare, era definitivamente “smarrita”. Quello che un grande partito e i suoi molti intellettuali avrebbero potuto fare consisteva in una riflessione ad ampio raggio sulle modalità con le quali procedere a un adattamento delle esperienze socialdemocratiche alla situazione italiana. Tutti mancarono al compito e all’appello.

La distanza che i comunisti italiani mantenevano allora dalle socialdemocrazie, e continuarono a preservare e a sottolineare per fin troppo tempo, era giustificata essenzialmente con una svalutazione di quel riformismo che, secondo loro, non cambiava i rapporti di potere (su questo punto i comunisti sbagliavano alla grande, così come sottovalutarono l’incidenza sociale e culturale della scuola media unica), non mutava la struttura di classe, non aveva e non avrebbe dato vita a una società nuova. In sostanza, ma non solo per i comunisti, il riformismo socialdemocratico finiva per essere più o meno consapevolmente il migliore degli strumenti per puntellare il capitalismo, addirittura rafforzandolo. L’alternativa fra riforme e rivoluzione, un topos classico dello scontro politico e culturale nella sinistra, in particolare nella storica socialdemocrazia tedesca, poi utilizzata da Lenin per spaccare i partiti socialisti europei, non era affatto scomparsa dallo scenario italiano. Antonio Giolitti vi dedicò un piccolo importante libro, tempestivamente pubblicato da Einaudi nel 1957: Riforme e rivoluzione. Ma i ‘rivoluzionari’ pullulavano e diedero vita a “Quaderni” più o meno provinciali, di colore preferibilmente rosso, che sbeffeggiavano i riformisti. Non è dato sapere se quei quaderni figurassero fra le letture della casalinga di Voghera. Sembra più probabile che a Voghera, oltre alle casalinghe, vi fossero altri, uomini e donne, intenti a lavorare per un sano riformismo di stampo socialista, anche se molte pulsioni massimaliste rimasero anche nei quadri del PSI.

Peraltro, la tensione fra riforme che migliorano il funzionamento del sistema politico, economico e sociale e “riforme di struttura”, l’espressione preferita da Riccardo Lombardi, aveva un suo fondamento. Riformare la struttura significava incidere anche sulla distribuzione del potere in politica, in economia, nella società. Era anche possibile, forse auspicabile, che le riforme di struttura fossero irreversibili. Dieci anni dopo il segretario socialista Francesco De Martino avrebbe indicato gli “equilibri più avanzati” come l’obiettivo da perseguire, non più in coalizione con la DC. Dal canto loro, i ‘rivoluzionari’, che non furono gli unici cattivi maestri del Sessantotto, aderivano allo slogan che “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Al contrario, l’impegno dei socialisti nel centrosinistra consistette esattamente nel tentativo di cambiare lo Stato.

Tuttavia, l’espressione utilizzata da Pietro Nenni per valorizzare l’ingresso dei socialisti al governo: “entrare nella stanza dei bottoni”, segnalava che il vecchio leader, ma anche non pochi compagni, avevano una concezione inadeguata dello Stato capitalista e delle modalità con le quali lo si sarebbe dovuto governare e potuto trasformare. Nenni si era ingenuamente posto il problema del luogo del riformismo, della plancia di comando, forse pensando a uno Stato semplificato, come quello giolittiano e quello fascista. Non si era posto il problema della strumentazione indispensabile al riformismo in una situazione diventata molto più complicata. Chi ebbe l’acuta consapevolezza della indispensabilità di strumenti diversi e nuovi, sia per formulare sia per attuare la programmazione, che era il cuore pulsante dell’opera riformista, fu Ugo La Malfa, per il quale bisognava produrre cambiamenti enormi nei rapporti fra lo Stato centrale e le autonomie locali (alla fine del decennio, proprio perché accettò il regionalismo, La Malfa volle un impegno ad abolire le province, che è quanto, a regionalismo appassito, è stato tardivamente e parzialmente fatto a cavallo fra il 2014 e il 2015) e soprattutto, nella struttura, nella preparazione professionale, nell’adattabilità della burocrazia nazionale. Quanto alla Democrazia Cristiana, come ha acutamente fatto notare Piero Craveri (1995), persino la vocazione di riformatore di Fanfani “prescindeva da una qualsivoglia visione meditata di quale dovesse essere la forma e il ruolo dello Stato” (p. 109). Per i socialisti, la programmazione era tutto: strumento che, nelle parole di Riccardo Lombardi, doveva servire a rafforzare “la funzione dirigistica dello Stato”, e obiettivo da perseguire per cambiare i rapporti di forza fra lo Stato e le concentrazioni monopolistiche e corporative” (p. 104).

Anche se ancora poco noto, il riformismo scandinavo si era fondato su un sapiente uso dello Stato e dei suoi strumenti. In questo modo, come parecchi anni dopo ebbe a dire il sociologo politico Esping-Andersen con il titolo di un importante libro (1985), la politica si contrapponeva al mercato e in Svezia, Norvegia, Danimarca, vi era effettivamente riuscita, non distruggendolo, ma regolamentandolo. Nel contesto degli altri paesi europei, con varia intensità e penetrazione, il keynesismo costituiva la prospettiva economica più diffusa. Il pensiero di von Mises, Hayek e, più tardi, Milton Friedman non era ancora stato recepito, mentre il liberismo di Einaudi era molto temperato rispetto alle posizioni di quegli studiosi, e comunque, in Italia, nobile ma minoritario.

Dal canto suo, Sylos Labini non si considerava un keynesiano. I suoi autori di riferimento erano i classici, a cominciare da Adam Smith. Come risulta in maniera chiarissima dalla sua deposizione, non aveva allora, e non ebbe in seguito, nessuna inclinazione ad accettare una sola visione dell’economia. La citazione di Samuelson riportata più avanti è tanto efficace poiché coglie la molteplicità di componenti del pensiero di Sylos Labini. In maniera non acritica, ma pragmatica, Sylos Labini crede in uno Stato regolatore e nella sua capacità, attraverso le imprese pubbliche, di orientare l’economia a fini di crescita collettiva, di innovazione anche tecnologica, di produzione di profitti, di redistribuzione di risorse. In quella fase, la sinistra comunista non cessava di sostenere che lo Stato è di classe, ma al tempo stesso affermava, alquanto paradossalmente, che “pubblico è bello”. Riteneva, quindi, che le nazionalizzazioni, nella misura in cui toglievano potere ai capitalisti e ai grandi gruppi privati, fossero un fenomeno positivo sulla strada che conduceva al socialismo. Non imprigionato da camicie di forza ideologiche, nella sua testimonianza Sylos Labini mette più volte in evidenza le condizioni specifiche alle quali il controllo pubblico di certe attività può essere positivo per l’erogazione di servizi, per l’innovazione, per i suoi effetti collaterali su altri settori dell’economia.

Oggi, pur se i tempi del liberismo senza regole e senza freni sembrano quasi tramontati (ma non del tutto fra i discendenti italiani dei sedicenti “quattro gatti”, che del liberalismo affermano una strana concezione che non si cura dei conflitti di interesse e delle regole della competizione, non soltanto economica), è interessante leggere le considerazioni di Sylos Labini ispirate (uso le parole di Paul Samuelson pronunciate in memoriam) da “Schumpeterian innovation, Keynesian brilliance, Ricardian rigor, and Smithian realism”.2 Con qualche esitazione, è possibile sostenere che i quattro cardini del pensiero di Sylos Labini fossero più il prodotto della sua formazione e della sua cultura che un achievement della cultura economica e degli economisti della sua generazione. Quello che più conta per inquadrare la testimonianza di Sylos Labini in quei tempi è che, da un lato, il keynesismo era vivo e vitale, e dall’altro non era interpretato rigidamente e non si presentava come il pensiero unico (sorte o, piuttosto, successo che sarebbe arriso al liberismo e al monetarismo una ventina d’anni dopo).

Politique d’abord rappresentò la versione italiana, formulata da Pietro Nenni prima di Mao Tse-tung, della ‘politica al posto di comando’. La “stanza dei bottoni” doveva essere il luogo nel quale quella politica avrebbe dato il meglio di sé. I partiti, come aveva teorizzato Lelio Basso, sarebbero stati lo strumento principe della politica e della democrazia italiana. Sullo sfondo, dimenticati persino nella testimonianza di Sylos Labini, tutt’altro che disattento al ‘sociale’ (infatti, nel 1974 pubblicherà poi un libro importante e di successo sulla struttura e sulla dinamica delle classi sociali), stanno i sindacati e gli industriali. Il riformismo scandinavo si era alimentato anche della capacità del partito socialdemocratico di costruire rapporti intensi con i sindacati e con le associazioni industriali. In quella fase del centro-sinistra, da un lato, la Confindustria si schierò risolutamente contro il governo, appoggiando i liberali che, infatti, raddoppiarono i loro voti nelle elezioni del 1963; dall’altro, la CGIL a maggioranza comunista non era disponibile ad accordi di ampio respiro con un governo nel quale i democristiani erano la componente più importante e che era, naturalmente, interessato prioritariamente a mantenere uno stretto collegamento con la CISL. Allora, erano quasi del tutto assenti le condizioni essenziali del modello neo-corporativista (come brillantemente rilevato nel libro comparato curato dal grande sociologo inglese Goldthorpe, 1984).

Certamente, però, “l’alternativa di classe” che i socialisti volevano creare “non si poteva fare senza gli strumenti propri dell’azione di classe, la mobilitazione di massa e la direzione dell’azione rivendicativa dei sindacati, e queste due chiavi di volta erano sempre più nelle mani dei comunisti” (Craveri, 1995, p. 104). Quei comunisti, da un lato, erano già troppo forti numericamente per potere essere condizionati dai socialisti; dall’altro, non avevano sviluppato una reale cultura riformista. In assenza di quella cultura, nessun patto sociale era accettabile. Nessuna politica dei redditi, vanamente suggerita da Ugo La Malfa, era praticabile. Nessuna programmazione poteva, di conseguenza, avere successo producendo quanto l’alta congiuntura economica consentiva: piena occupazione e redistribuzione del reddito.

In seguito si sarebbe faticosamente pervenuti alla concertazione, oggi fastidiosamente ripudiata in nome della disintermediazione, ma le tensioni a sinistra, non soltanto fra PSI e PCI ma anche all’interno dei sindacati, le battaglie correntizie nella DC, la frammentazione della società italiana e il suo corporativismo avrebbero impedito qualsiasi tentativo di riforme organiche e sostenute. È un’altra storia che, però, vista nel quadro di fondo disegnato dal centro-sinistra – contesto, cultura, ostacoli e opportunità, alcune delle quali tradotte in riforme durature, in particolare nell’istruzione e nei diritti – suggerisce che dal centro-sinistra, non soltanto dai suoi errori e dalle sue inadeguatezze, è ancora possibile imparare molto.

Non è vero che la maggior parte del tempo la maggior parte dei governi si limita alla manutenzione e cerca di fare fronte all’emergenza. È vero, però, che il riformismo è una pianta rara, che appare quando il clima è favorevole, ma che deve anche essere coltivata da giardinieri preparati, capaci, ostinati, pazienti e lungimiranti. Non c’è dubbio che Sylos Labini fu uno di loro. Non furono invece sufficienti gli uomini politici di quel tempo che seppero dimostrarsi all’altezza della sfida culturale, economica, sociale.

1″Washington era lieta della prospettiva di uno sviluppo progressivo delle politiche sociali in Italia, ma si interrogava sulle implicazioni dell’apertura per la politica estera”.
2 “Innovazione Schumpeteriana, genialità Keynesiana, rigore Ricardiano e realismo Smithiano”.

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