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Condividere non la memoria, ma il futuro #NovecentoAddio @edizioni_medusa

Da Novecento addio. La Risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito, Milano, Edizioni Medusa, 2020

Condividere non la memoria, ma il futuro, pp.51-57

No, i parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise. I parlamenti, compreso quello europeo, sono luoghi, anzitutto, di rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e interessi. La rappresentanza politica emergerà inevitabilmente dalla discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra con un compromesso. Comprensibilmente, non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e preferenze, sono acutamente consapevoli che la storia è costante revisione e che nessuna valutazione può essere messa ai voti. Inoltre, sono convinto che, a prescindere da come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.

Dopo questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché non si possa procedere alle indispensabili distinzioni fra i regimi totalitari. Nella sostanza, sostengo, con riferimento ad una notevole quantità di studi storici, che è semplicemente sbagliato mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), stalinista (?). Fermo restando che sono entrambi sicuramente condannabili, non è possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali. Senza sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici, nell’ideologia. Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi a cominciare dagli Untermenschen. Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista, almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione. L’ideologia di morte è connaturata al pensiero nazista. È di Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le uccisioni non sono conseguenza del marxismo e del comunismo, ma dello stalinismo e, più precisamente, delle azioni di Stalin stesso. Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche. Non credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia di morte e che non esistette mai una strategia di annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori. Poi, nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma anche da precisare. Senza la strenua resistenza sovietica all’invasione nazista, è probabile che la Second Guerra mondiale sarebbe terminata con l’estensione del nazismo su tutta l’Europa (e forse altro). Non vorrei, però, che il merito fosse attribuito all’antinazismo di Stalin piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi elemento che, naturalmente, in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti. Innegabile è anche che nei paesi satelliti moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che fosse la maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto, certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo considerati totalitari (ma fortemente autoritari sì). Intravedo che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando tutto al totalitarismo comunista. Non è così. Magari qualche riflessione sul vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, dalla loro sostanziale indifferenza nei confronti del genocidio degli ebrei sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza (la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.

A proposito della memoria condivisa si possono assumere diversi atteggiamenti: ritenerla essenziale e possibile, ma anche ritenerla impossibile e non necessariamente utile. Preliminarmente, è decisivo specificare che cosa si intende per memoria condivisa e in subordine chiedersi se l’equiparazione dei due totalitarismi sia cruciale per la costruzione di questa memoria. Dato e non concesso (da parte mia e di molti altri) che la risoluzione di condanna senza sfumature di entrambi i totalitarismi serva alla costruzione di una memoria condivisa in che modo ottiene questo esito? Scarica allo stesso modo e con lo stesso peso su due ideologie e sui loro adepti la responsabilità di crimini, anche contro l’umanità (quelli nazisti), obbligando i cittadini europei a riflettere su quel passato e creando le premesse culturali per una Unione Europea mondata dalle tragedie del passato? Sarei quantomeno scettico su questa possibilità. Anzi, sappiamo che un po’ in tutti i paesi dell’Unione Europea, dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Grecia, dalla Polonia all’Ungheria, non esiste nessuna memoria condivisa del recente passato, delle rispettive esperienze non democratiche, di quelli che molti ritengono, giustamente, crimini e che altri, talvolta, considerano tragiche, ma ineludibili, necessità. Nessuna risoluzione di nessun parlamento, neppure quando condanna in maniera apparentemente equanime entrambi i totalitarismi offre un contributo apprezzabile alla costruzione di una memoria condivisa. Paradossalmente, rischia di rafforzare le convinzioni degli uni che il totalitarismo fu cosa degli altri e viceversa. Questa strada deve essere abbandonata quanto prima, ma, sì, lo so che è già tardi. E allora? Non resta che lasciare che tutti argomentino le loro (op)posizioni, ma che le proiettino nella costruzione di quella che chiamerò audacemente la memoria del futuro.

Ad ognuno la sua memoria, meglio magari se nutrita di conoscenza storica acquisita nelle scuole e nei dibattiti, anche sui quotidiani, ma nessuna imposizione di una versione concordata e unificata di quegli avvenimenti che per accontentare tutti finirebbe per essere edulcorata, nebulosa e quasi sicuramente insoddisfacente. Questa considerazione non significa affatto che si debba scrivere la parola fine alle ricerche degli storici e si debba mettere la sordina alle polemiche. Significa, invece, che la ricerca di una memoria condivisa non avrà successo e potrebbe essere addirittura controproducente rispetto al fine di costruire un paese decente e una democrazia migliore.

Infatti, non importa sapere che cosa pensiamo del fascismo e della Resistenza ovvero non è decisivo che la pensiamo allo stesso modo. Quello che conta nella prospettiva di un paese decente che voglia dotarsi di una democrazia migliore è che qualsiasi memoria ciascuno di noi si sia costruito e sia in grado di difendere in maniera argomentata conduca alla consapevolezza che la vita collettiva degli italiani deve essere improntata da alcuni valori e da alcuni obiettivi democratici. Sono quelli che si trovano nella Costituzione, che stabiliscono diritti e doveri dei cittadini e che disciplinano e regolamentano il conflitto fra gli attori politici e le istituzioni. Sono anche quelli che, con marginali differenze, accomunano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea nessuno dei quali, incidentalmente, ha mai pensato di suggerire che l’Europa che è e l’Europa che sarà debbano darsi una memoria condivisa delle tragedie del suo XX secolo. Allora, ad ognuno, in special modo degli europei, venga concesso di avere la sua memoria, ma a tutti si richieda di acquisire ovvero, in ogni caso, di rispettare i principi e i valori democratici, che sono, comunque, espressione della memoria della migliore storia d’Europa. In quel grande spazio di libertà e di diritti che l’Unione Europea è da tempo diventata e che deve rimanere, l’obiettivo nobile e solenne consiste proprio nel costruire attraverso il conflitto, la collaborazione, la combinazione di idee e di proposte un futuro condivisibile. Non è necessario che questo futuro sia immediatamente codificato in una Costituzione dell’Europa. È importante che venga edificato anche attraverso le sentenze della Corte Europea di Giustizia. I principi e i valori del futuro europeo sono protetti e promossi dalle istituzioni dell’Unione e, nella misura in cui i cittadini, i rappresentanti, i governanti dell’Unione li rispetteranno nei loro comportamenti, diventeranno la trama della Costituzione europea, un futuro tradotto in realtà.

 

 

INVITO Totalitarismi (nazismo, fascismi, comunismi) #Rovigo #14settembre

PROGETTO: NOVECENTO – PASSATO PROSSIMO Morti e Resurrezioni E OLTRE

Venerdì 14 Settembre 2018 ore 18
Accademia dei Concordi di Rovigo
Piazza Vittorio Emanuele II

Conferenza

MITI E UTOPIE

Gianfranco Pasquino

Totalitarismi
nazismo, fascismi, comunismi

Il rischio totalitarismo dietro un’idea sbagliata

Intervista raccolta da Francesco Grignetti

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze politiche a Bologna, ha sentito che Davide Casaleggio dà ormai per boccheggiante la democrazia rappresentativa?

Guardi, tutte le democrazie del mondo sono rappresentative. Il giovane Casaleggio intende forse dirci che è morta la democrazia?

Casaleggio immagina un mondo di un futuro prossimo dove il Parlamento sia sostituito da un continuo ricorso al voto elettronico.

Pensare che il Parlamento sia inutile, può venire in mente solo a chi pensa che sia il luogo dove si fanno le leggi. Errore. I parlamenti servono per sostenere i propri governi, ma anche a controllarli. Consentono il confronto tra maggioranza e opposizione. Sprigionano informazioni utilissime ai cittadini. Fanno emergere le pluralità e le differenze. Affrontano emergenze come i terremoti o le guerre. Tutte azioni che non si possono sostituire con un click.

Il suo ultimo libro s’intitola «Deficit democratici». Le nostre democrazie arrancano nella sfida con la modernità.

Ma la ricetta non può essere l’abolizione dei parlamenti. Anche a voler prendere sul serio la suggestione di Casaleggio, è mai possibile immaginare di convocare in seduta telematica permanente i cittadini per sentire la loro opinione quando c’è da fronteggiare un’emergenza? Da un lato è un’illusione. Dall’altro, una minaccia. Indica un percorso in direzione totalitaria. E ricordo a tutti che i sistemi totalitari sembrano tanto efficienti e veloci, ma sono terribilmente rigidi. Funzionano finché non crollano di colpo. In genere sulla testa di chi li ha creati

Pubblicato il 24 luglio 2018

Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!

viaBorgogna3

Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura

Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata

Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?

Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.

Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?

Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).

Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?

In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!

E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?

Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.

Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?

Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.

Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.

Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).

Pubblicato il 28 aprile 2016

È nelle librerie il Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci, Pasquino. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Prefazione alla nuova edizione
Le parole contano

La politica cambia e cambia la sua “narrazione”. Di conseguenza, cambiano anche le parole per raccontarla e i concetti per analizzarla. Alcune parole sono effimere; altre sembrano destinate a durare; altre ancora meritano di essere diversamente spiegate. I concetti sempre meritano di essere definiti con attenzione alla loro storia e con precisione rispetto ai loro contenuti. Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della sua prima pubblicazione, questo Dizionario ha regolarmente mirato a includere tutte le parole importanti della politica e offrire le più accurate concettualizzazioni. Né Norberto Bobbio né Nicola Matteucci pensavano di dovere rincorrere l’attualità, spesso confinante con la caducità, ma entrambi furono sempre disponibili a prendere in seria considerazione fenomeni politici nuovi la cui trattazione meritasse di essere inclusa in un dizionario di politica. Ferme restando le grandi voci della politica, molte delle quali scritte, opportunamente, da loro stessi, che contengono tuttora le migliori chiavi di lettura delle strutture portanti della politica, entrambi avrebbero certamente incluso l’analisi dei fenomeni nuovi. Sarebbero anche stati d’accordo sull’opportunità di aggiornare complessivamente il Dizionario da loro impostato e diretto.

La lezione dei classici può e deve accompagnarsi a quanto di nuovo emerge continuamente in politica e serve senza nessun dubbio a illuminare le problematiche contemporanee. Tuttavia, la selezione di quali problematiche nuove includere e di quali fenomeni antichi, diventati minori e oggi non più rilevanti, escludere, si presenta sempre difficile. Però, selezionare è indispensabile, anche al fine di mantenere non esagerate le dimensioni di questa opera che continua ad essere unica, nonostante qualche imitazione, nel panorama italiano e non solo. La mia conoscenza del pensiero politico di Bobbio e di Matteucci, la mia lunga familiarità con i loro interessi scientifici e culturali e la fiducia da loro sempre manifestatami mi consentono di pensare che sarebbero stati fondamentalmente d’accordo con le mie scelte di inclusione del nuovo e di esclusione di alcune voci divenute non più necessarie.

Oltre a rinfrescare alcuni voci, dunque, abbiamo proceduto all’aggiunta di una ventina di voci nuove. Lascio ai lettori, ai colleghi e agli studenti quella che mi auguro sia la gradevole curiosità di scoprire le voci nuove, valutando nei fatti quali conoscenze aggiuntive apportino per una migliore comprensione della politica nel mondo contemporaneo(e, se siamo stati bravi, anche per qualche tempo a venire). Ho la profonda convinzione, certo di condividerla con Bobbio e con Matteucci, che qualsiasi buona analisi politica debba iniziare con la definizione corretta dei fenomeni e con la loro migliore concettualizzazione possibile. Questo Dizionario offre gli strumenti più adeguati per procedere con successo ad entrambe le operazioni. Infine, non posso trattenermi dallo scrivere che buone analisi politiche sono necessarie sia per criticare e contrastare la cattiva politica sia per porre le premesse della buona politica. Almeno, seppure con enfasi differenti, questo è quanto, con Bobbio e Matteucci, abbiamo cercato di fare. Poiché le parole contano.

Bologna, gennaio 2016

Gianfranco Pasquino

 

 

«Il Dizionario di Politica è un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove è stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, è uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di più.» Giovanni Sartori

Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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Norberto Bobbio
Nicola Matteucci
Gianfranco Pasquino

Dizionario di Politica
Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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18 voci nuove:
ACCOUNTABILITY          Gianfranco Pasquino
ALTERNANZA          Marco Valbruzzi
CAPITALE SOCIALE          Marco Almagisti
scontro di CIVILTÀ          Gianfranco Pasquino
CITTADINANZA          Maurizio Ferrera
COALIZIONI          Marta Regalia
COMPETIZIONE          Marta Regalia
CONSOCIATIVISMO          Francesco Raniolo
DEFICIT DEMOCRATICO          Gianfranco Pasquino
GOVERNANCE          Simona Piattoni
GOVERNO DIVISO          Gianfranco Pasquino
NARRAZIONE          Sofia Ventura
NEO-PATRIMONIALISMO          Francesco Raniolo
PATRIOTTISMO          Maurizio Viroli
POLARIZZAZIONE          Marta Regalia
elezioni PRIMARIE          Marco Valbruzzi
TRANSIZIONE          Gianfranco Pasquino
TRASFORMISMO          Marco Valbruzzi

Copertina dizionario

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… Pace
Pacifismo
Parlamento
Partecipazione politica
Partiti cattolici
Partiti politici
Partitocrazia
Paternalismo
Patriottismo
Pauperismo
Peronismo
democrazia Plebiscitaria
Pluralismo
Polarizzazione
Polis
Politica
Politica comparata
Politica economica
Popolo
Populismo
Potere
Prassi
Primarie
Principato
Processo legislativo
Professionismo politico
Progresso
Proletariato
Propaganda
Proprietà
Pubblica amministrazione
Puritanesimo
Qualunquismo
Quarto stato
Radicalismo
Ragion di Stato
Rappresentanza politica
Razzismo
Referendum
Regime politico
Regionalismo
Relazioni industriali
Relazioni internazionali
Repubblica
Repubblica romana
Repubblicanesimo
Resistenza
Rivoluzione
Romant icismo politico
Scienza politica
Sciopero
Sciovinismo
Secessione errate
Signorie e principati
Sindacalismo
Sistema politico
Sistemi di partiti
Sistemi elettorali
Socialdemocrazie
Socializzazione politica
Società civile
Società di massa
Società per ceti
Sociologia politica
Sottosviluppo
Sovranità
Sovrastruttura
Spazio politico
Sistema delle Spoglie
Stabilità politica
Stalinismo
Stato assistenziale
Stato contemporaneo
Stato d’assedio
Stato del benessere
Stato di polizia
Stato e confessioni religiose
Stato moderno
Storicismo
Stratificazione sociale
Struttura
Tecnocrazia
Teocrazia
Teoria dei giochi
Terrorismo politico
Terza via
Timocrazia
Tirannia
Tolleranza
Totalitarismo
Transizione
Trasformismo
Trotskysmo
Uguaglianza
Unione Europea
Utilitarismo
Utopia
Violenza

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015