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Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.
Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.
Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).
L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.
Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net
Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.
Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.
Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.
Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente.
Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani
No democrazia no pace #ParadoXaforum

Ne “La Lettura” (12 luglio 2026), il supplemento libri del “Corriere della Sera”, l’articolo di apertura di Maurizio Ferrera, Difesismo. Né pacifismo né bellicismo. La terza via, è dedicato ad un importantissimo tema di politica internazionale: come mantenere/ottenere la pace. Per garantirsi la pace (si vis pacem) tra i pacifisti, che pagherebbero qualsiasi costo per preparare la pace (para pacem), e i realisti, attrezzati per la guerra (para bellum), tertium “incomodo” datur. Infatti, sostiene Ferrera, sono arrivati, espressione mia, “armi e bagagli”, i difesisti. Scoperta epocale: si vis pacem, para difesam. La mia semplicistica e, lo confesso, poco fantasiosa interpretazione, è “procedi a armarti con quantità e qualità”. Sento acutamente che c’è più di qualcosa che non va.
Ferrera e gli autori, i cui libri dello scorso decennio costituiscono il riferimento della sua amichevole analisi, sembra non abbiano mai sentito parlare di “dissuasione”. Negli anni sessanta del secolo scorso furono pubblicati non pochi volumi su questo argomento. Bisognava che gli stati, in particolare, gli stati occidentali si dotassero di armamenti tali da sconsigliare qualsiasi eventuale tentativo dell’Unione Sovietica di lanciare una guerra di attacco e di conquista. Questa linea di pensiero si tradusse in molte analisi, fra le quali citerò soprattutto quelle del grande studioso francese Raymond Aron, intelligentemente discusse da Luigi Bonanate, La politica della dissuasione (Torino, Giappichelli, 1991).
Discutere del difesismo senza segnalare i punti di convergenza e di divergenza con la dissuasione non consente di individuare ciò che è vecchio e caduco e ciò che è nuovo e utile. In maniera tranciante affermo che il vecchio contiene tuttora elementi solidi di grande importanza e che il nuovo, almeno come appare nella discussione di Ferrera, è davvero scarso e non in grado di ispirare svolte analitiche né politiche risolutive.
Anzitutto, enucleo le due componenti centrali della dissuasione: capacità di difesa e potenzialità di risposta. Entrambe servono, per l’appunto, come deterrente nei confronti di possibili aggressori che debbono sapere non soltanto che non riusciranno nei loro intenti, ma che potrebbero venire puniti, obbligati a pagare un prezzo elevato per la loro aggressione. In secondo luogo, l’elemento comune alla dissuasione e al difesismo è costituito dalla necessità, mi spingerei fino a definirlo un imperativo categorico, di armarsi con armi abbondanti, moderne, di qualità.
Non soltanto negli anni sessanta, si è detto che chi si arma innesca una corsa al riarmo. Questo riarmo accelerato talvolta è un po’ come la bellezza che, secondo una nota espressione anglosassone, “sta negli occhi di chi guarda”. Mi pare molto improbabile che il difesismo riesca a sfuggire a quegli occhi. Non promette affatto di riuscire a fare meglio della dissuasione che, ricordo, non a me stesso, ma a voi, lettori preoccupati, si dimostrò in grado di garantire quarant’anni di pace, meglio, di assenza di guerra.
La strada, come da qualche tempo vado ripetendo, è un’altra. Grazie a Immanuel Kant e con lui sostengo che si vis pacem, para democratiam, che, se la guerra la fanno gli stati abbiamo imparato e verificato che gli stati democratici non si fanno reciprocamente la guerra. Quanto più ampia è l’area delle democrazie tanto più probabile diventa che non vi saranno guerre. Un giorno, poi, elaborerò più a fondo. Nel frattempo, coerentemente, sosterrò che se fosse esistito uno stato palestinese democratico (vastissimo programma), Hamas sarebbe stato esautorato. E se la Russia non riuscirà a conseguire gli obiettivi della sua orwelliana “operazione militare speciale” contro la democratica Ucraina ci saranno conseguenze negative sull’autoritarismo putiniano. Forse ci sono già.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su PARADOXAforum
La crisi resta un miraggio. La sinistra non canti vittoria @DomaniGiornale

Freddamente. Trenta/quaranta parlamentari approfittano del voto segreto per bocciare un emendamento presentato, dopo accordo fra i partiti del centro-destra, dal capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che è anche il primo firmatario della proposta di legge elettorale (prometto che, neppure sotto tortura, la chiamerò Bignaminum/Bignaminam). L’emendamento, tanto furbesco quanto mal congegnato, introduceva la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze, con il capolista, spesso l’unico eletto in molte circoscrizioni, bloccato. L’emendamento, elemento marginale, di una pessima legge elettorale, è stato bocciato 188 a 187 da parlamentari che non hanno il coraggio o semplicemente la decenza di “metterci la faccia”. Sulle regole del gioco, credo che gli elettori dovrebbero sapere come e perché ciascun parlamentare si esprime e i parlamentari dovrebbero rivendicare apertamente le loro scelte. Comunque, fatta un po’ di opportuna cosmesi, potrà essere ripresentato al Senato. Saranno molto probabilmente le opposizioni stesse, compatte comme d’habitude, a volere che agli elettori venga data l’opportunità di esprimere una preferenza, o no?
Bagarre. A quel voto contrario troppi in parlamento e fuori hanno fatto seguire dichiarazioni e richieste esagerate che, oltre alla comprensibile partigianeria, rivelano scarse conoscenze delle regole di funzionamento delle democrazie parlamentari. In primo luogo, quell’emendamento non è affatto un elemento centrale e qualificante della riforma elettorale in discussione. Lo sono, mio parere, i premi di maggioranza e l’indicazione del nome del candidato/a alla carica (non “poltrona”) di Presidente del Consiglio. Lo è l’idea che gli elettori debbano/possano eleggere il governo. Lo è la sottrazione al Parlamento, luogo centrale di rappresentanza politica, del compito/potere di dare vita al governo e, eventualmente, “rimpastarlo”, quando non, addirittura, trasformarlo e sostituirlo. Dunque, non sarebbe/non sarà affatto né hybris né violazione di regole, meno che mai costituzionali, se Meloni deciderà di andare avanti. Solo mal posta ostinazione.
Crisi. Nessuna singola sconfitta parlamentare, ad esclusione di quella sulla richiesta di fiducia (Prodi ottobre 1998 docet) implica automaticamente l’apertura di una crisi di governo. Meloni può decidere, l’ha già fatto, di andare avanti fino all’approvazione del testo, dimostrando che si è trattato soltanto di un deplorevole incidente. Potrebbe anche, ma non le corre nessun obbligo, chiedere al Parlamento un voto di rinnovata fiducia. Quello che non può avere è lo scioglimento immediato del Parlamento. Esiste una lunga e convincente sequenza di dinieghi presidenziali, a cominciare con Oscar Luigi Scalfaro: no a Berlusconi, dicembre 1994 e no a Prodi, ottobre 1998; poi Napolitano: no a Bersani, novembre 2011 e Mattarella: no scioglimento al buio, gennaio 2021 e formazione governo Draghi febbraio 2021. Regola generale: il Presidente non scioglie se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di dare vita a un governo operativo. “Sentiti i Presidenti delle due Camere” e facendo affidamento sulle sue molteplici fonti, il Presidente è in grado di non farsi condizionare. Lo ha convincentemente dimostrato.
La festa è già finita. Terminati i festeggiamenti, qualcuno potrebbe poi fare un giro fra i capi dell’opposizione e chiedere loro se pensano di essere pronti a elezioni anticipate, come e perché. In estrema provocatoria sintesi, “avete un programma comune concordato, avete ridotto o eliminato le esiziali distanze sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa dell’Europa, avete scelto chi guiderà la coalizione oppure saprete come farlo in tempi brevi?” Certo, solo dopo la misurazione delle rispettive hybris, qualità che non manca nel campo largo dei vari aspiranti. Non mi spingerò fino a chiedere, come ha già efficacemente argomentato su queste pagine Franco Monaco, un ampio rinnovamento dei gruppi parlamentari del Partito Democratico. Però, concordo pienamente. Concludo chiedendo(mi) quali garanzie danno le opposizioni di sapere formare un governo stabile, operativo, in grado di cambiare in meglio la politica, l’economia, la società italiana? Non vorrei lasciare ai posteri l’ardua sentenza.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su Domani
PD, M5S e Renzi come i capponi di Manzoni @DomaniGiornale

La sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma le modalità con le quali si affronta quella che viene percepita come una sfida minacciosa possono, eccome, essere tanto di destra quanto di sinistra. L’Unione Europea non è né di destra né di sinistra, ma come starci, come contribuirvi, come guidarla implicano scelte che, anche loro, hanno natura e contenuti di destra oppure di sinistra. Il disordine internazionale è al temo stesso fenomeno di destra e di sinistra. Come contrastarlo, come attutirne le manifestazioni più pericolose, che sono molte e variegate, come uscirne e verso quale ordine politico andare richiedono strategie che destra e sinistra, quando le abbiano sapute formulare, si dimostrano significativamente differenti.
“Duri con il crimine, duri con le cause del crimine”, la risposta politica del New Labour di Tony Blair, è controversa e forse non abbastanza di sinistra, ma aggiunge alla repressione della destra l’impegno riformatore per rimuovere i fattori sociali che stanno a fondamento della (micro)criminalità.
Proporsi di avere una Unione Europea più efficiente, più incisiva, più capace di contribuire alla crescita economica degli stati-membri e alla protezione dei loro confini è obiettivo largamente condiviso dalle destre e dalle sinistre europee. Però, le loro ricette operative divergono grandemente con il sovranismo delle destre che rappresenta l’opposto dell’alquanto diversificato e spesso non adeguatamente elaborato federalismo delle sinistre.
Quanto al disordine politico internazionale, sono, in particolare, le modalità con le quali il dis-ordinatissimo Presidente Trump ne sta proponendo la ristrutturazione a porre in contrasto un po’ dovunque destra e sinistra. Le destre sembrano disponibili ad accettare qualsiasi ordine Trump persegua e consegua con esiti che richiedano anche forme non marginali di loro subordinazione, con Meloni che non riesce a nascondere del tutto la sua inclinazione in prima istanza sempre favorevole al Presidente USA. In ordine sparso e impreciso, le sinistre vorrebbero aprire e tenere aperta la porta per un ritorno e una riaffermazione, seppure con ritocchi, dei fondamentali elementi di quello che fu l’ordine liberale: rispetto del diritto internazionale e delle sovranità nazionali, limitazioni all’uso della forza, riconoscimento e protezione dei diritti umani, con qualche riprovevole eccezione social-populista.
Per lo più, le linee divisorie fra i punti di partenza e le posizioni poi assunte dalle destre e dalle sinistre europee sulle tre tematiche che ho sinteticamente presentato sono sufficientemente nette, con le sinistre che esprimono posizioni talvolta più articolate talvolta semplicemente, consapevolmente o no, più confuse. In generale, le destre sembrano più omogenee e meno disponibili a giri di valzer. Quanto avviene in Italia offre l’esempio forse più probante della opportunistica, ma concreta, convergenza delle destre al governo e delle differenziazioni, sociali e politiche, reali o artificiose, delle opposizioni di centro e sinistra.
Oltre che su sicurezza, Unione Europea, disordine internazionale, le opposizioni italiane riescono a distanziarsi reciprocamente su tutte o quasi le tematiche che assumono di volta in volta un’apprezzabile rilevanza: aggressione russa all’Ucraina, il terrorismo di Hamas e la spropositata, deprecabile rappresaglia del governo israeliano, difesa comune europea, least, but not last, ovvero, traduco, di inferiore importanza ma, almeno per il momento, da ultimo, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Non assistiamo a una ingegnosa traduzione pratica della strategia “marciare divisi colpire uniti”. Si direbbe piuttosto qualcosa di molto simile al comportamento dei capponi, le cui “sensibilità” politiche Manzoni non rivela, che Renzo portava al mercato: s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
Pubblicato il 21 gennaio 2026 su Domani
Sull’Ucraina non basta pensare solo alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.
Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista, convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.
La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.
La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.
Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.
Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani
La pace di Kiev è ostaggio di un incrocio di debolezze @DomaniGiornale

Qualcuno vince oppure i combattenti la guerra giungono ad un accordo. Se è saggio, chi vince non impone costi altissimi a chi perde, ma accompagna la sua vittoria con qualche concessione generosa. I perdenti umiliati costituiscono un pericolo futuro. I belligeranti si accordano quando appare loro evidente che la vittoria è molto improbabile e lontana e comporta prezzi elevatissimi che, probabilmente, i loro concittadini non vorrebbero pagare. A mio parere, historia magistra vitae, vale a dire che esistono riflessioni basate su conflitti precedenti che consentono di imparare almeno quali errori evitare, qualche volta quale sequenza di azioni porre in essere. Prioritario, sempre, è il “cessate il fuoco”, condizione che la “operazione militare speciale”, ovvero l’aggressione di Putin all’Ucraina, non comporta. La situazione è diventata ancora più complicata poiché altri attori si sono trovati più o meno intenzionalmente coinvolti, poiché quella guerra illumina lo stato del considerevole disordine mondiale e può avere conseguenze gravi anche in almeno un’altra zona problematica. Per la precisione i governanti della Cina, che sostengono Putin in maniera sostanziosa, lo fanno senza nascondere che una sua vittoria darebbe impulso alla loro mal/mai celata ambizione di annettere (riprendersi) Taiwan.
Nessuna delle soluzioni finora proposte alla guerra in corso appare accettabile poiché sono fondate su visioni egoistiche e di corto respiro. Il Piano in 28 punti di Trump, forse scritto a Mosca, si sarebbe tradotto in una resa dell’Ucraina, inaccettabile anche dall’Unione Europea e certo non in grado di soddisfare i criteri di nessun Premio Nobel per la Pace. Dimenticare che le motivazioni finora dominanti dell’inquilino fino al 2028 della Casa Bianca sono flagrantemente personali: ambizione e arricchimento, non consente di capirne le contraddizioni e le giravolte. Qualsiasi collaborazione con l’Unione Europea porterebbe ad esiti positivi, ma Trump, da un lato, non potrebbe appropriarsene in esclusiva e vantarsene, dall’altro, l’Unione Europea dimostrerebbe una rilevanza politica che ripetutamente la Casa Bianca ha voluto tarpare e cerca di negare.
Il logorio è destinato a continuare con racconti mai del tutto convincenti spesso plasmati da preferenze e convenienze politiche. Da ultimo sembra che le forze armate russe stiano avanzando anche se lentamente mentre lo scontento emerge in alcuni settori della popolazione. La corruzione, profonda piaga preesistente Zelenski, continua a fare danni economici e al morale degli ucraini. Dall’imprevedibilità di Trump, che nel frattempo sta “risolvendo” il caso del Venezuela, ma anche no, è improbabile attendersi una mossa decisiva. Anzi, è meglio sperare che nessuna mossa avvenga con il rischio che vada a puntellare, come è già avvenuto in due precedenti occasioni, incontro di Anchorage e i 28 punti, il trono di Putin quasi che l’ordine mondiale possa essere affar loro. A Putin, interessato a che quel nuovo ordine nasca riconoscendo le sue mire imperiali, non resta che attendere gli errori e i cedimenti di Trump dell’Unione Europea. Nessuno, però, sembra avere né il potere militare né l’immaginazione politica per spingere verso una soluzione, anche imperfetta, ma che salvi vite e risorse.
A fronte delle critiche di coloro che vedono solo i ritardi e le inadeguatezze dell’Unione vanno segnalati due sviluppi. Il primo è che l’Unione si sta allargando con l’adesione di cinque nuovi stati. Un buon esempio di crescita dello spazio di democrazia e diritti. Il secondo sviluppo è che la preparazione di una seria difesa dell’Europa e dei suoi stati membri continua a fare passi avanti. Il segnale è forte, sperabilmente destinato a risuonare anche a Mosca (e a Washington). Poiché sono kantianamente fermamente convinto che si vis pacem, para democratiam, credo che entrambi gli sviluppi vadano nel senso giusto. Se fosse possibile una reale collaborazione fra USA e UE la soluzione diventerebbe a portata di mano. Al momento bisogna cercare di limitare i danni che, comunque, non debbono essere pagati dall’Ucraina.
Pubblicato il 3 dicembre 2025 su Domani
Per arrivare alla pace servono veri mediatori @DomaniGiornale

A nessuno sono note le capacità di mediazione del Presidente Trump. Al contrario, le sue esternazioni all’inizio del secondo mandato (tertium non datur!) hanno mostrato propensioni autoritarie e impositive che mal si conciliano, anzi, per niente, con gli assi portanti di qualsiasi mediazione minimamente efficace e produttiva. Infatti, i suoi maldestri passi non hanno finora prodotto nulla di positivo e molto di deprecabile. L’accettazione del cessate il fuoco, tra Russia e Ucraina e tra Netanyahu e Hamas, deve costituire senza se senza ma la premessa imprescindibile di un negoziato che conduca in tempi necessariamente non predefinibili ad una pace decente (sì, lo so che il mantra è “pace giusta e duratura”, ma non sembra funzionare). I mediatori non dovrebbero porsi nessun altro obiettivo né quello di ottenere il conferimento del Premio Nobel per la pace né quello della trasformazione delle spiagge della striscia di Gaza in una riviera internazionale di lusso. I desideri di Trump lo squalificherebbero fin dall’inizio come mediatore credibile se non fossero sostenuti dalla potenza militare gli USA e dalle dimensioni spropositate del suo ego. Quello che è da temere ancor più è la sua visione complessiva, espressa politicamente e visivamente nell’incontro in Alaska con l’autocrate Putin, di come ricostruire l’ordine internazionale, vale a dire con accordi bilaterali. Chi vuole mediare non deve stendere nessun tappeto rosso, meno che mai omaggiando l’aggressore né, naturalmente, deve continuare a vendere armi al governo israeliano.
Trump non è né il mediatore ideale né l’unico mediatore possibile anche se è inevitabile. L’Unione Europea ha l’obbligo politico e, lo scrivo con convinzione, morale di rivendicare un posto di rilievo al tavolo delle trattative. Lo può fare e deve cercare di farlo fin da adesso se le sue autorità, a cominciare dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, prendono l’iniziativa. A quel tavolo dovrebbe essere presente e avere un ruolo anche il segretario generale delle Nazioni Unite. Però, sono consapevole che per le sue posizioni espresse in maniera imprudente e talvolta esagerata, Antonio Guterres è persona sgradita tanto a Zelensky quanto a Netanyahu (che gradisce solo se stesso).
La situazione generale dei due conflitti mi pare talmente grave, complicata, potenzialmente foriera di sviluppi ancora più drammatici da richiedere qualche innovazione che potrebbe essere sostenuta dai policy-makers di una pluralità di stati, anche, forse soprattutto, dai Volenterosi e dalle loro opinioni pubbliche. Non soltanto credo che sarebbe opportuno che a Putin e Zelensky e a Netanyahu e Hamas venisse chiesto di suggerire un certo, piccolo, numero di mediatori a loro graditi e nei quali hanno fiducia, ma anche che emergessero candidature autorevoli di personalità di indiscusso prestigio dotate di competenza in materia. Finora sono circolate idee vecchie, inadeguate, senza retroterra storico-culturale, talvolta essenzialmente desideri, non tutti pii, purtroppo alcuni piuttosto empi.
Più pensieri più proposte più soluzioni verranno affacciate meglio sarà e più probabile sarà trovare le strade da percorrere oggi e domani perché certo porsi anche il compito di evitare la riproposizione di conflitti simili è oramai imperativo.
Tutto questo sembra un futuribile alquanto improbabile a sostegno del quale, peraltro, non sarebbe difficile sollecitare riflessioni condivise, valutazioni dei pro e dei contro, indicazioni che i protagonisti, da Trump ai governi in conflitto e ai loro sostenitori, siano in linea di principio disponibili a muoversi in questa mai sperimentata direzione che, peraltro, presenta, a mio parere, più opportunità che rischi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: prosecuzione dei conflitti e dei massacri che creano anche situazioni peggiori nelle quali trattare e costruire futuri accettabili.
Pubblicato il 27 agosto 2025 su Domani
Le ambizioni di due ego non portano alla pace @DomaniGiornale

Con l’aggressore russo bisogna certamente parlare. Senza illusioni. Le più o meno velate minacce reciproche e negozialmente propedeutiche Trump e Putin se le sono già scambiate. Per ciascuno di loro l’incontro in Alaska serve anche obiettivi che sono congiuntamente personali e politici. Almeno per il momento, Putin ha ottenuto il riconoscimento di interlocutore privilegiato del Presidente degli USA. Da parte sua, perseguendo il Premio Nobel per la pace, Trump vuole porre fine all’operazione militare [molto] speciale che da più di tre anni il governo autoritario russo conduce contro la democratica Ucraina. Entrambi sono largamente consapevoli che, riuscissero a raggiungere un accordo, non soltanto la loro leadership rifulgerebbe, ma ne conseguirebbero anche due effetti collaterali di enorme importanza.
Il primo effetto sarebbe quello di dimostrare l’impotenza dell’Unione Europea, apparentemente nano militare e diplomatico, comunque finora incapace di porre fine ad un gravissimo conflitto sul suo territorio. Ad entrambi molto sgradita, l’UE si è, peraltro, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, dimostrata capace di contribuire in maniera decisiva allo sforzo bellico degli ucraini. Il secondo effetto, inevitabile, se l’aggressione venisse premiata con la cessione di territorio ucraino, uno, forse il principale e più sbandierato, degli obiettivi russi, si configurerebbe come l’accettazione a non troppo futura memoria di un esito simile per Taiwan insistentemente rivendicata da Xi Jinping come parte integrante della sua Cina. Il compiaciuto amichevole silenzio della Cina sulla guerra contro l’Ucraina è molto eloquente.
Premiare le ambizioni e le azioni russe creerebbe un precedente pesantissimo a tutto scapito della sovranità e della democrazia di Taiwan. In qualche modo, però, è necessario non sottovalutare le preoccupazioni russe e tenerle in grande conto per aprire qualsiasi negoziato. Siamo ancora ai preliminari che non possono non consistere prioritariamente nel cessate il fuoco accompagnato da uno scambio di prigionieri e, soprattutto, dalla restituzione dei bambini rapiti agli ucraini. A questo punto, lo sapremo prestissimo, si porrà il problema di una vera propria conferenza di pace.
Forse, Trump si renderà conto che senza la partecipazione, in particolare di Zelensky, ma anche dell’Unione Europea, qualsiasi pace “giusta e duratura” è semplicemente impensabile. Se l’operazione militare speciale russa è stata davvero motivata dalla inquietudine dell’autocrate del Cremlino che sentiva la Nato “abbaiare” ai suoi confini, la rinuncia ufficiale di Zelensky a entrare nell’Alleanza Atlantica è cruciale. Appena meno essenziale è che l’Unione Europea affermi, senza specificarne i tempi, che non esistono le condizioni per l’adesione dell’Ucraina all’UE. Meglio non addentrarsi nel complicatissimo e conflittuale discorso sulla neutralità dell’Ucraina. Inevitabile, invece, è affrontare l’argomento delle terre rare abbondantemente presenti sul territorio controllato dal governo ucraino e fortemente concupite da Trump e da Putin. Saranno necessari impegni ucraini di garantire l’accesso e la commercializzazione senza pregiudizi e senza discriminazioni di quelle preziosissime risorse.
Al momento queste considerazioni possono tutte sembrare premature, ma è indubbio che fanno parte del bagaglio di aspettative e aspirazioni con il quale Trump e Putin si apprestano al loro incontro in Alaska. Quanto più problematico e meno produttivo risulterà l’incontro tanto più probabile diventerà il ritaglio di un ruolo importante per il Presidente ucraino e per chi, Ursula von der Leyen e/o Kaja Kallas verrà designata a rappresentare l’Unione europea. L’esito peggiore dell’incontro sarebbe la continuazione del conflitto, se non addirittura una congiunta, più o meno sottile, ma vergognosa e irricevibile richiesta di capitolazione a Zelensky. Estote parati.
Pubblicato il 13 agosto 2025 su Domani
Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?
Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?
Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.
Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.
Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani