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Europeismo, atlantismo e le dure elezioni per i due leader @formichenews

La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi. Il corsivo di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Preferisco sentirlo dire da Draghi che cosa ha fatto a Washington, che cosa si sono detti con il Presidente Biden, che cosa pensano di potere realizzare operando più strettamente. Evitata la bizzarria di comunicazioni prima del viaggio, come chiedevano i soliti noti, Draghi riferirà in Parlamento sul fatto e sul non fatto. Credo che il punto di partenza debba essere strutturale. Nelle parole di Stefano Feltri, Direttore di “Domani”, Draghi è “il più europeista degli atlantisti e il più atlantista degli europeisti”. Non mi esercito sui meno europeisti degli atlantisti italiani (quasi sicuramente Giorgia Meloni) e sui meno atlantisti degli europeisti (non pochi loquaci esponenti dei gruppuscoli di sinistra), ma mi chiedo e mi auguro che qualcuno lo chieda a Draghi nel dibattito parlamentare, dove si colloca il punto di equilibrio di politiche che è indispensabile siano coerentemente atlantiste e di politiche che siano effettivamente europeiste.

   Un atlantismo più forte richiede che gli USA riconoscano i problemi che l’Unione Europea deve affrontare e risolvere, mentre un europeismo più efficace si fonda sulla capacità di fare avanzare l’Europa e i suoi confini nei ritmi e nei modi che gli europei stessi scandiscono e scelgono. Hanno parlato anche di questo Biden e Draghi? Non voglio esercitarmi nell’interrogativo, pure importante, se la priorità di giungere a porre termine all’aggressione russa all’Ucraina ha finito per impedire qualsiasi riflessione di più lungo periodo, l’inizio di una visione, di una preparazione del futuro possibile. La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi.

   Chiaro che con la sua autorevolezza Draghi ha comunicato al Presidente Biden che il più preoccupante e il più incombente dei problemi di gran parte dell’Europa e soprattutto dell’Italia riguarda l’accesso a fonti di energia alternative a quelle russe. Bisogna costruire una differente politica energetica, che implica anche trovare le modalità migliori per effettuare una transizione energetica che dia un aiutino immediato e significativo al salvataggio di quel che resta del pianeta.

Per quanto, personalmente, la mia inclinazione consiste sempre nel cercare i fattori strutturali e nel farvi riferimento costante per la comprensione dei fenomeni politici, non posso non concludere con un timore e una considerazione preoccupata. Il timore è che, per quanto necessario e rispettoso delle prerogative istituzionali, il dibattito parlamentare con le varie anticipazioni nei talkshow rischi di essere un torneo oratorio con i soliti verbosi retori. La considerazione preoccupata riguarda il futuro di Biden e Draghi. Il Presidente USA sta andando incontro ad una sconfitta di proporzioni significative nelle elezioni di metà mandato che potrebbero renderlo un’anatra zoppa. D’altro canto, è già possibile con molti mesi d’anticipo affermare che il successore di Draghi alla Presidenza del Consiglio dopo le elezioni del marzo 2023 non avrà certamente la sua autorevolezza e le sue posizioni euro-atlantiste. Whatever will be will be (frase non di Draghi).

Pubblicato il 11 maggio 2022 su Formiche.net

L’allargamento è coerente con il sogno europeo @DomaniGiornale

L’Europa non è e non è mai stata (solo) una espressione geografica. Sarebbe sufficiente leggere il libro del grande storico Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa (Laterza 1961) per rendersene pienamente conto.

L’Unione Europea non è né un sogno né un’utopia. Gli autori del Manifesto di Ventotene (1941), soprattutto Altiero Spinelli, ma anche Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, non avrebbero esitazioni a respingere l’etichetta di sognatori, e la loro storia personale e politica testimonia impegno e concretezza.

Geograficamente, forse l’Europa non va dall’Atlantico agli Urali, come disse il Presidente francese François Mitterrand. Certamente, però, gli europei orientali, a cominciare dagli spesso molto criticati polacchi e ungheresi, lo dimostrano la loro storia e la loro cultura, i loro intellettuali e i loro dirigenti politici, anche quando è possibile e opportuno obiettare alle loro scelte, sono europei. Fanno parte a pieno titolo della storia e della politica, persino delle aspirazioni, degli (altri) europei. Debbo aggiungere “occidentali”? Ma, allora, dove sta la linea divisoria?

Il confine fra europei occidentali e europei orientali si colloca là dove cadde, prontamente denunciata da Winston Churchill, la cortina di ferro? Smantellata quella cortina, l’Unione degli europei occidentali avrebbe dovuto tenere a bada tutti coloro che nell’Europa orientale volevano, vollero produrre i requisiti socio-economici e anche politici necessari a soddisfare le condizioni per diventare Stati-membri dell’Unione? Oppure, come più volte, a mio parere in maniera convincente, ha sostenuto l’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, l’allargamento fu, al tempo stesso, il riconoscimento della “europeità” di quelle donne e di quegli uomini, dei loro rappresentanti e dei loro governanti, ma anche la mano tesa per favorirne la crescita e la stabilizzazione democratica?

Questa motivazione vale ancora e anche per gli Stati che dai Balcani si trovano in uno stadio avanzato di paesi candidati e per l’Ucraina che sta iniziando una procedura inevitabilmente lunga, ma con la prospettiva di un esito positivo. Spinelli non si pose mai il problema dei confini dell’Europa federale che bisognava costruire per superare gli Stati nazionali portatori inevitabili di spinte alla guerra e per conquistare pace (giusta) e prosperità. Qualsiasi obiezione nei confronti dei cittadini e dei sistemi politici “orientali” che si fondi sulla inadeguatezza insuperabile di alcuni di loro alla democrazia e ai suoi (nostri) valori, non soltanto non trova nessuna traccia nel pensiero di tutti coloro che hanno contribuito a dare vita, a ampliare, a migliorare l’Unione Europea, ma contiene elementi di intollerabile etnocentrismo, al limite del razzismo, che certamente cozzano con i valori degli Europei.

Pubblicato il 10 maggio 2022 su Domani

Il M5S resterà al governo, non ha niente di meglio Ma è come se non ci fosse #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «Letta ha avuto bisogno dei Cinque Stelle ma loro potrebbero anche scegliere di tornare con Salvini» ma tutto dipenderà dalla legge elettorale. «Se ci fosse una legge elettorale proporzionale ciascuno correrà da solo e le alleanze si faranno dopo», commenta. Sulla guerra è netto: «Sono contento che Papa Francesco cerchi di diventare un mediatore, ma è difficile esserlo quando dall’altra parte c’è una chiesa comandata da un chierichetto del regime».

Professor Pasquino, crede che i malumori nel Movimento 5 Stelle porteranno a una crisi di governo nelle prossime settimane?

I Cinque Stelle rimarranno al governo perché non hanno niente di meglio. Ma è come se non fossero già più al governo. Hanno dimostrato di non sapere governare e che il loro programma conteneva un sacco di contraddizioni. Conte guida queste contraddizioni e sta cercando di recuperare qualcuno che se ne è andato. Quindi deve essere un po’ più di lotta e meno di governo ma nessuno può pensare di fare una crisi in questo momento.

Queste contraddizioni potrebbero mettere a repentaglio l’alleanza con il Pd?

L’alleanza è sempre stata molto problematica. Letta ha avuto bisogno dei Cinque Stelle ma loro potrebbero anche scegliere di tornare con Salvini, che però in questo momento è in declino. Ma di tutto questo non parlerei finché non si avrà un orizzonte più chiaro sulla legge elettorale.

Pensa a un ritorno al proporzionale?

Se ci sarà una legge elettorale proporzionale ciascuno correrà da solo e le alleanze si faranno dopo. Bisogna però aspettare di vedere cosa faranno. Mi auguro si arrivi a un proporzionale senza pasticci e stupide clausolette. Poi si conteranno voti e seggi.

È proprio convinto che questa legge elettorale verrà cambiata?

Può darsi anche che non riescano a cambiarla ma qualcosa hanno già fatto. Cioè hanno trovato il modo di usare la stessa legge cambiando i collegi, visto che sono stati ridotti i parlamentari. Non so se questo basterà a incoraggiare l’alleanza tra Cinque stelle e Pd ma c’è un 30 per cento di possibilità che la legge rimanga la stessa.

Crede che dalla legge elettorale passerà anche il futuro della coalizione di centrodestra?

Solo in parte, perché quel che è certo è che c’è una frattura chiara tra Meloni, Salvini e Berlusconi. Sto parlando delle questioni europee e internazionali. Per molte ragioni, alcune buone altre meno, Berlusconi e Tajani sono costretti a essere europeisti. Per altrettante ragioni, meno buone, Salvini e Meloni sono apertamente sovranisti. Soltanto che Salvini deve barcamenarsi tra due fuochi, visto che è al governo, mentre Meloni ha mani libere. Per questo dico che potranno anche trovare un accordo ma non troveranno la compattezza che chiedono gli elettori di centrodestra.

Una delle differenze più evidenti è il dichiarato atlantismo di Meloni e Berlusconi e l’ambiguità di Salvini. Sarà questo a fare la differenza?

Certamente il filoatlantismo è uno dei punti di forza della Meloni. È riuscita a dichiararsi tale senza diventare troppo europeista e nel centrodestra questa è la posizione migliore. Perché non deve far dimenticare nessuna sua dichiarazione avventata nei confronti di Putin, come nel caso di Salvini e Berlusconi, e quindi viaggia in un binario di sufficiente coerenza. Gli altri hanno tutti qualcosa da farsi perdonare.

Anche nel centrosinistra c’è molta dialettica, con Conte che sembra voler strappare a Letta temi storicamente di sinistra, come il pacifismo. Ci riuscirà?

Vedo che nei sondaggi Letta tiene. È quello che ha la posizione più coerente. È la stessa posizione dell’Europa e quindi non ha bisogno di nessuna giustificazione. Sono gli altri che devono fare i conti con la situazione internazionale. Conte è ambiguo, così come lo è una parte della sinistra che è pacifista per ragioni sbagliate e non sa neanche declinare il pacifismo, finendo per sembrare pro Russia e pro Putin. L’unico che mantiene una posizione decente è lo stesso Letta.

A proposito di guerra, che idea si è fatto sulle continue polemiche nella comunicazione, in Italia e non solo?

Dovremmo partire da una posizione inoppugnabile. Si tratta di un’aggressione russa all’Ucraina. E il Papa non può dire che la Nato abbaiava dimenticando che Putin è un cane che morde. Se anche il cane abbaia, ci si può allontanare o comunque prendere provvedimenti, ma se morde bisogna difendersi per forza di cose. Sulla questione dei talk penso che gli ospiti abbiano spesso posizioni ideologiche e quindi non dovrebbero essere coccolati come accade quasi sempre.

Ha criticato le parole del Papa, dunque non crede che quella vaticana potrebbe essere la strada giusta per una mediazione?

Sono contento che Papa Francesco cerchi di diventare un mediatore, ma è difficile esserlo quando dall’altra parte c’è una chiesa comandata da un chierichetto del regime. Come si fa a mediare se si ha una posizione che, giustamente, critica di petto quello che la chiesa ortodossa sta facendo, che ovviamente è drammatico? Se poi riesce a mediare sono contento, se invece mi chiede se questa mediazione porterà a un risultato le rispondo che non sono convinto. Il giusto mediatore potrebbe essere l’Onu, ma Putin ha maltrattato Guterres. Poteva esserlo anche Erdogan, ma è sparito.

Il prossimo viaggio di Draghi a Washington rinsalderà l’amicizia tra Italia e Usa o pensa potrebbe creare qualche grana a Draghi, vista la presenza nel governo di Lega e M5S?

Sbagliamo a pensare che ci sia una ritrovata amicizia tra Italia e Stati Uniti. L’atlantismo è irrinunciabile per l’Italia e per l’Europa democratica. C’è una strada tracciata e di volta in volta facciamo i conti con le posizioni dei presidenti americani, ma l’amicizia è sempre rimasta solida. Draghi mi sembra abbia preso una posizione giusta sia rispetto alla guerra, utilizzando aggettivi non da lui ma che condivido, sia nei confronti degli Stati Uniti, mettendo dei paletti che credo Biden rispetterà.

Pubblicato il 7 maggio 2022 su Il Dubbio

Il regime change in Russia è realistico @DomaniGiornale

Fra gli obiettivi della aggressione di Putin all’Ucraina probabilmente il più importante era, e sicuramente rimane, quello di fare cadere il Presidente democraticamente eletto Zelenski e di sostituirlo con un Presidente fantoccio. Questo obiettivo si chiama tecnicamente regime change. Lascio l’arduo compito di discettare sui precedenti recenti di cambiamenti di regime, quantomeno di leadership, soprattutto quello relativo a Saddam Hussein, ai commentatori prezzolati dei talk show. Rilevo che anche soltanto un minimo di conoscenze storiche suggerisce che le guerre finiscono sostanzialmente con l’esclusione dal potere politico di coloro che, avendole scatenate, le hanno perse inevitabilmente trascinando nella loro sconfitta, non soltanto il paese, ma soprattutto la cerchia dei loro sostenitori, profittatori e furfanti. Poi, naturalmente, il nuovo regime, che non è affatto detto che diventi immediatamente una democrazia, avrà bisogno di una qualche legittimità politica e sociale. Potrebbe essere quella derivante da coloro che, facendo cadere il dittatore, sono in grado di vantarsi di avere evitato morti e distruzioni. Rimanendo alla storia che, magari anche se non riesce a essere magistra vitae, qualcosa a chi la studia e la ricorda è sempre in grado di insegnare, evoco un esempio di straordinario successo. Fu grazie alla moglie giapponese del loro ambasciatore a Tokyo che gli americani si lasciarono convincere che la figura dell’imperatore era indispensabile per guidare la transizione dal militarismo alla democrazia. Ben gliene incolse.

La Russia di Putin non è necessariamente tutta un’altra storia. Certo esistono molte differenze, ma alcune non riguardano affatto le modalità dittatoriali e ricattatorie nei confronti degli oligarchi e dei siloviki che Putin ha in parte creato in parte agevolato e la cui esistenza, userò una gamma di parole forti: fedeltà e lealtà, forse anche connivenza, vengono messe a durissima prova. “Provati” sono anche i generali che combattono una guerra, forse da loro non voluta, con armamenti inadeguati e con reti di sostegno evidentemente malstrutturate e insufficienti. Gli oligarchi ci rimettono le ricchezze, i fasti e gli agi, per loro stessi e per le loro famiglie alquanto allargate. Molto probabile è che i generali non vogliano rimetterci, più che la carriera, la faccia, la reputazione. Sembra, dunque, logico pensare e, per quel che mi riguarda, auspicare che a Mosca e dintorni vi sia chi si sta interrogando sulle modalità con le quali uscire da una situazione che non promette vittoria. Qualcuno può essere già giunto alla convinzione che sia assolutamente indispensabile sostituire Putin: cambio di regime. Insisto: è un obiettivo più che legittimo, meno costoso in termini di vite umane della prosecuzione della guerra, più promettente anche per tutti coloro, a cominciare dal Papa, che desiderino una situazione di fuoruscita dal conflitto che riesca a sfociare in qualcosa di non umiliante per i russi e per quella parte di leadership politica che si orienti alla sostituzione di Putin. Sicuramente, questo obiettivo non può essere apertamente dichiarato da chi sostiene gli ucraini. Molto più di altri i dittatori non debbono mai essere messi con le spalle al muro. Pertanto, tocca a coloro che ne furono/sono sostenitori procedere al cambiamento anche per vantare meriti che serviranno loro a stabilizzare il regime che seguirà. Si vis pacem para transitionem.

Pubblicato il 3 maggio 2022 su Domani

Una lezione kantiana per i pacifisti d’antan @formichenews

Non tutti i pacifisti sono ingenui, non tutti gli “interventisti” hanno senno. C’è ancora speranza di sfuggire al bianco e nero del surreale dibattito italiano sulla guerra russa in Ucraina. Il commento del professore Gianfranco Pasquino

In una recente trasmissione televisiva (Agorà, mercoledì 20, 9.45-10.30) ho detto che spesso molti pacifisti danno prova di “ingenuità e ignoranza”. Subito sommerso dalle critiche, non di tutti, per fortuna non venute nemmeno dal conduttore, Senio Bonini, ci ho ripensato. Chi difende il diritto degli ucraini ad avere armi, anche le più sofisticate possibili, per opporsi all’aggressione russa non è un guerrafondaio. Chi manifesta per la pace nei più vari modi possibili, compresa la appena conclusa Marcia di Assisi, non è necessariamente ingenuo e ignorante. Ha buone intenzioni anche se difficili da tradurre in azioni con conseguenze efficaci. Il dibattito, al quale ho variamente contribuito senza, temo, esercitare influenza, non ha finora registrato nessuna novità positiva di elaborazione e di concretezza, nessuna originalità nei messaggi e nelle proposte. Talvolta è utile porre qualche punto fermo. Ne sottolineo uno al quale tengo particolarmente. Senza nessuna retorica, sostengo che dovremmo avere imparato dalla storia di molti di coloro che hanno combattuto contro le repressioni di qualsiasi tipo. Sono sempre stati molti gli uomini e le donne disposti a sacrificarsi armi in mano in nome di una vita degna di essere vissuta, in libertà, per sé e per altri. A loro dobbiamo rispetto assoluto.

   Quanto al dibattito che si è sviluppato fra “interventisti” e “pacifisti”, da quel che posso capire leggendo gli articoli pubblicati sulla stampa internazionale e le interviste a personaggi famosi (a proposito, colgo l’occasione per ringraziare Chomsky che mi ha citato con approvazione nel “Corriere” di mercoledì 20 aprile!), ho visto contrapposizioni più articolate e più sfumate, espresse con toni e volti meno arcigni, per lo più improntati alla consapevolezza che dissentire è lecito e non è assimilabile né a tradire né a asservirsi. L’atteggiamento che mi colpisce più negativamente è quello di coloro, spesso pacifisti “senza se senza ma”, che si ritengono per ciò stesso buoni e trattano come malvagi tutti quelli che non condividono le loro, spesso molto semplicistiche, affermazioni. Qui dirò soltanto che la pace senza giustizia sociale non può mai essere considerata il valore più alto in assoluto. Anzi, per lo più è oppressione e spesso è foriera di conflitti senza fine, non prodotti da povertà e diseguaglianze, ma da ambizioni di potere politico.

Da ultimo, esprimo quello che dal 24 febbraio è per me, che pure di conflitti/guerre ne ho viste (vissute mi pare aggettivo eccessivo) molte (Indocina e Vietnam, Algeria, Iraq e Afghanistan), la preoccupazione dominante. Provo un assoluto senso di impotenza di fronte all’aggressione russa, chiedo scusa, all’operazione militare speciale, voluta e lanciata da Putin. La soluzione non è nelle mie, nelle nostre mani. Però, credo di potere sostenere sia per uso dei pacifisti sia per consumo degli interventisti, che esclusivamente dall’affermarsi della democrazia, quand’anche problematica, saremo in grado di acquisire kantianamente una pace duratura, perpetua.

Pubblicato il 24 aprile 2022 su Formiche.net

I partigiani non avrebbero avuto dubbi sull’Ucraina @DomaniGiornale

Furono diverse le motivazioni con le quali all’incirca duecentomila italiani parteciparono attivamente alla Resistenza. Come evidenziò chiaramente il grande storico Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, 1991, furono differenti anche gli obiettivi che quegli italiani perseguivano: dal cacciare i nazisti al rovesciare la Repubblica di Salò a trasformare la struttura di classe della società italiana. Nessuno dei combattenti mai pensò, lo sappiamo dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, che la priorità fosse salvare la propria vita e accontentarsi di una soluzione “diplomatica” affidata agli anglo-americani. Molti di loro, in Italia e nel resto dell’Europa travolta dagli invasori nazisti, lottarono per la riconquista della libertà in ciascun paese sentendola collegata a quella di tutti gli altri paesi. Nel corso del tempo si sono susseguiti racconti e memorie, ma il documento rivelatore inoppugnabile è rappresentato dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Qui si trova anche l’aspirazione ad un’Europa unificata per porre fine alla guerra civile europea. Non so quanto questi fondamentali testi siano consigliati e distribuiti dall’ANPI e neppure quanto vengano effettivamente letti. Sono sicuro che l’ANPI farebbe opera meritoria procedendo a consigliarli come biglietto d’ingresso per l’iscrizione alla Associazione. Probabilmente, in non poche sedi locali è in atto da qualche settimana una discussione intensa e, inevitabilmente, anche acrimoniosa, sull’aggressione russa all’Ucraina, su quello che possiamo fare per gli aggrediti, su quello che dobbiamo o no consigliare agli ucraini che intendono continuare a combattere. Anche ai partigiani italiani il Generale inglese Alexander consigliò di abbandonare la lotta armata nell’autunno-inverno 1944-45. I partigiani italiani decisero di non deporre le armi. Non era soltanto una questione militare. Ne andava della dignità loro e della visione di un paese che volevano riscattare dopo vent’anni di fascismo. È in nome di quella dignità di popolo e di patria che gli ucraini non si arrendono e chiedono armi per respingere l’invasore. La loro è una guerra di difesa, quella prevista dai Costituenti come accettabile nell’art. 11 della Costituzione, articolo che apre anche ad azioni di sostegno esterno attraverso organizzazioni internazionali per assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Senza esagerazioni, ma anche senza elusioni, è auspicabile una riflessione dell’ANPI e di tutti coloro che ritengono che l’unica conclusione accettabile della guerra lanciata dai russi all’Ucraina sia il riconoscimento dell’indipendenza dello Stato e delle libertà dei suoi cittadini. Solo questo esito è coerente con le aspirazioni dei partigiani combattenti italiani.

Pubblicato il 20 aprile 2022 su Domani

Né ipse dixit né parole in libera (remunerata) uscita @DomaniGiornale

Trovo quasi sempre abbastanza interessante seguire, mantenendo qualche distanza, il dibattitto pubblico su tematiche importanti fra studiosi e intellettuali. So che esistono intellettuali e “professoroni” che si fanno pagare interviste e comparsate. Poiché a me, di persona personalmente non è mai capitato mi sono venuti alcuni dubbi sulla mia doppia appartenenza. Qualche indagine suppletiva potrebbe essere utile, si chiama trasparenza. Non nego che ascoltare opinioni diverse sia sempre una buona idea. Da qualunque punto di vista, democratico, il pluralismo è un valore in sé oltre a poter servire ad una miglior comprensione del problema e persino alla prospettazione di soluzioni. Credo che di soluzioni ce ne sia sempre più di una con i loro specifici tempi, vantaggi, costi. Infine, qui termina la mia premessa culturale e metodologica, auspico che anche le opinioni degli intellettuali e dei professori siano sottoposte al fact-checking. Più precisamente, le parole in libertà debbono essere ritenute tali, e basta.

   Quello che, invece, fermamente rifiuto e costantemente suggerisco di evitare è che nell’indispensabile contraddittorio, da un lato, vi sia necessariamente un interlocutore privilegiato. Allora meglio se il formato è quello di una intervista, naturalmente purché l’intervistatrice/tore abbia autorevolezza e preparazione adeguata. Dall’altro, che si eviti il richiamo risolutorio all’ipse dixit, ovvero della citazione che taglia la testa al toro perché è di uno studioso messo al disopra di tutto/tutti. Ne faccio un esempio solo, la dichiarazione di Noam Chomsky a Pressenza, la International Press Agency, pubblicata il 20 marzo 2022: “dovremmo assodare alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un crimine di guerra maggiore, paragonabile all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e all’invasione della Polonia da parte di Hitler e Stalin nel settembre 1939”.

   Credo che tutti abbiamo diritto di chiedere a Chomsky quale è la sua definizione di crimini di guerra e quali sono i suoi criteri di valutazione. Questa è la procedura che dovrebbe guidare e impregnare il dibattito, si parva licet, anche quando ascoltiamo, senza prevenzioni, quanto Alessandro Orsini asserisce in interventi/eventi remunerati. In questa chiave, sento di potere respingere la dichiarazione di Chomsky nell’intervista già citata: “Non c’è commento da fare sul tentativo di Putin di offrire giustificazioni legali per la sua aggressione, tranne che vale zero”. Al contrario, quelle giustificazioni vanno prese sul serio e sottoposte a verifiche fattuali. Proprio come le affermazioni di coloro che vedono nell’aggressione russa all’Ucraina, mi correggo nella “operazione militare speciale”, il fattore scatenante e quelli che al contrario sostengono l’esistenza di prove dell’ambizione espansiva della NATO e, addirittura, delle ambizioni imperialiste di Biden (mi viene da sorridere poiché l’imperialismo intrattenuto dagli ottantenni mi pare, come minimo, piuttosto infrequente).

Il succo è che il dibattito deve essere impostato sull’apertura a una pluralità di opinioni, sulla verifica della loro validità, sul rifiuto dell’eccellenza di una qualunque di loro e, last, ma tutt’altro che least, sul valore di una convivenza giusta che non esclude, tutt’altro, che i responsabili delle operazioni militari, più o meno speciali, vengano chiamati a risponderne, politicamente e penalmente.

Pubblicato il 10 aprile 2022 su Domani

Il declino dei sovranisti e dei sedicenti liberali @DomaniGiornale

Premesso che trovo non solo auspicabile, ma logico il cambio di regime in Russia: chi lancia una guerra e la perde deve essere sostituito, il tema attuale è il declino dei sovranisti. Per molti di loro Putin è stato esplicitamente un faro. Il silenzio di Berlusconi, sedicente portatore di una rivoluzione liberale in Italia, avrebbe dovuto essere spezzato già prima dell’aggressione all’Ucraina, vale a dire quando Putin dichiarò esaurita l’epoca delle democrazie liberali. Forse anche per ragioni elettoralistiche, timori per il voto di domenica 3 aprile, altrettanto eloquente è stato il silenzio di Orbán, ma chi sa quanti ungheresi ricordano vividamente la sanguinosa repressione sovietica della loro rivoluzione del 1956. A fronte del defilarsi di Marine Le Pen, anche in questo caso probabilmente per preoccupazioni almeno in parte elettorali, stanno le acrobazie tanto irrefrenabili quanto patetiche di Matteo Salvini.

   L’elenco di coloro, specialmente sovranisti, prevalentemente (e contraddittoriamente) di destra che hanno lodato il leader russo facendone un’icona e che oggi si trovano in imbarazzo è, naturalmente, molto lungo. Le ripercussioni elettorali e politiche si vedranno nel tempo, ma due osservazioni sono già possibili. La prima riguarda l’Unione Europea. Concerne la risposta ferma e rapida, di ripulsa, condivisa in tutti gli Stati-membri, che sarà certamente messa a dura prova dall’impatto delle sanzioni. Il segnale di fondo è chiaro: per contrastare una sfida esistenziale non c’è sovranismo che tenga. La riposta è nella coesione che porta anche alla rielaborazione del significato e delle modalità di una difesa comune. Già in difficoltà sia nel contesto della pandemia sia per quanto riguarda le politiche all’insegna del Next Generation EU, i sovranisti, qualche leader più di altri, ma probabilmente non pochi dei loro elettori stanno prendendo atto che la politica di oggi e ancor più di domani esige condivisione, collaborazione, coesione a livello sovranazionale. E l’esempio migliore e la sede più affidabile per una politica efficace è senza ombra di dubbio costituita dall’Unione Europea.

   La seconda osservazione riguarda la democrazia. A prescindere dai comportamenti di Putin (e di Xi Jinping), chi crede che la democrazia è la peggior forma di governo, ovviamente ad eccezione di tutte le altre (frase attribuita a Winston Churchill) non dovrebbe mai dare giudizi positivi, addirittura entusiastici dei leader autoritari/totalitari. Si possono e debbono avere rapporti decenti, diplomatici con quei leader, non relazioni amicali e meno che mai esibire entusiastica ammirazione. Quello che deve preoccupare gli italiani, anche i sedicenti e perduranti sovranisti, è che gli ammiratori dei capi, soprattutto quelli potenti, dei molti regimi autoritari li ritengano addirittura amici da apprezzare, sostenere, imitare. Questi sono atteggiamenti e propensioni che erodono e indeboliscono la democrazia. Temo che la lezione non sia ancora stata imparata.

Pubblicato il 3 aprile 2022 su Domani

Come evitare che la tregua sia la vittoria dell’invasore @DomaniGiornale

Gli strateghi da scrivania, comitiva alla quale, seppur con grande riluttanza, finisco per appartenere anch’io, hanno detto e scritto di tutto sull’aggressione di Putin all’Ucraina. I peggiori fra loro hanno anche, da un lato, negato che si tratti di un’aggressione, dall’altro, suggerito agli ucraini di cessare i combattimenti per il loro bene. Troppi fra quegli strateghi sembrano non volere tenere in conto alcuni dati duri della situazione. L’Ucraina è uno stato democratico e i suoi cittadini hanno diritto a difendere la vita, la libertà e la proprietà (sono parole di John Locke per definire i diritti liberali).

La Russia è un regime autoritario con al vertice un autocrate sostenuto da una rete di oligarchi. L’autocrate non può avere ritenuto che l’Ucraina di Zelensky rappresentasse una minaccia militare alla Russia, neppure se fosse entrata nella Nato. Invece, ha sicuramente pensato che il pericolo oggettivamente posto fosse quello del contagio democratico, a favore dell’opposizione russa, non tutta incarcerata, e a scapito dei suoi vassalli, a cominciare dal Lukashenko della Bielorussia.

Sappiamo che spesso gli autocrati ritengono che il modo migliore per uscire dalle loro contraddizione è una sorta di transfert. Cercare in un successo militare, facile e esaltabile, il consenso popolare che sta sfuggendo. Aiutare gli ucraini a difendersi, dovere morale di tutte le democrazie, significa, quindi, non solo rendere difficile e costosa la vittoria militare dell’autocrate, ma impedire che riesca a godere del “dividendo” politico da usare per puntellare il suo potere all’interno della Russia.

Le sanzioni, che sono tutt’altra cosa rispetto a quelle comminate dagli USA a Cuba e al Venezuela, paragone improponibile, forse anche stupido, mirano a colpire la potente rete di oligarchi che sostiene Putin. Abituati agli agi e ai fasti, costoro probabilmente, ma lo vedremo, hanno un basso limite di sopportazione e, dunque, potrebbero “consigliare” a Putin di cessare la sua politica sconsiderata che, comunque, anche se vincente, non promette nessun arricchimento plausibile.

Pur sapendo perfettamente che la priorità è la cessazione dell’aggressione, una tregua immediata, l’attuazione di tutti gli interventi umanitari possibili, la costruzione della pace richiede non solo “semplicemente” la fine dei bombardamenti, ma negoziati complessi sul futuro dell’Ucraina.

Ha fatto benissimo Zelensky a dichiarare che rinuncia a qualsiasi ingresso nella Nato. Così come ha fatto benissimo il Parlamento europeo a votare a favore dell’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Troppi dimenticano che l’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo ed è altresì luogo di pace e prosperità. Delle difficoltà e delle contraddizioni, sanabili e regolarmente sanate, discuteremo un’altra volta.

Con e nell’Unione Europea l’Ucraina potrà ricostruirsi e riprendere il cammino democratico. Fra le conseguenze politiche della pace, i negoziatori dovranno cercare quelle relative a cambiamenti significativi nella politica della Russia. Certo, è meglio che nessuno affermi ad alta voce “regime change”, ma la sospensione delle sanzioni economiche dovrà essere collegata alle libertà da garantire agli oppositori russi. Insomma, l’aggressore deve pagare un prezzo. A chiederlo saranno soprattutto tutti i pacifisti che si sono attivati in questo periodo che finalmente collegheranno l’assenza di attività militari con il riconoscimento dei diritti e, forse, addirittura con la giustizia sociale, anche in Russia.

Pubblicato il 17 marzo 2022 su Domani

Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie #Disordine @AgenziaAREL 1/2022

Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica e Socio dell’Accademia dei Lincei. Ha scritto numerosi libri fra i quali Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021) e Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).

Il disordine politico nei regimi e nelle democrazie

 “Bellum omnium contra omnes”
(Thomas Hobbes, Leviatano, 1651).

 “The wealthy bribe; students riot; workers strike; mobs demonstrate; and the military coup.”
(Samuel P. Huntington, Political Order in Changing Societies, New Haven and London,
Yale University Press, 1968, p. 196).

Quello che apprezzo maggiormente in queste due definizioni di disordine politico è la loro icasticità. Entrambe colgono la sostanza in maniera fulminea, esemplare. In una guerra civile, quella sotto gli occhi di Hobbes, tutti combattono contro tutti. Nel corso di un processo di modernizzazione socio-economica e di sviluppo politico che non riesce a dare frutti, che delude le aspettative crescenti, che si inabissa in frustrazioni, tutti fanno ricorso alle risorse di cui dispongono. Il disordine politico non è solo insostenibile; diventa insuperabile. Per Hobbes sarà lo Stato nelle sembianze del Leviatano, grande mostro marino dotato di forza spaventosa, a porre fine alla guerra civile e a imporre l’ordine politico. Per Huntington, quell’ordine politico potrebbe nel lungo periodo riuscire ad affermarsi attraverso alcuni complessi processi di istituzionalizzazione di regole, procedure, organizzazioni. Nel breve periodo può essere imposto da un partito unico di stampo leninista oppure, come è evidente nella citazione, da un governo militare esito di un colpo di stato. Tuttavia, che i militari golpisti riescano poi a trasformarsi in costruttori di istituzioni e di ordine politico, rimane/è rimasto tutto da vedere. Troppi casi latino-americani smentiscono le aspettative ottimiste. Altrove, la democrazia seguita al lungo dominio dei militari in Indonesia (1965-1998), per quanto resa possibile dai loro comportamenti, non è stata da loro costruita. I regimi militari pluridecennali in Egitto e in Birmania hanno prodotto un ordine politico talvolta sfidato, basato su repressione e oppressione.

   Che gli uomini (e le donne) abbiano cercato nel corso del tempo di ridurre i rischi e di dominare le incertezze della vita nella polis (e fra le città diventate sistemi politici: il bellum omnium contra omnes nel sistema internazionale) è accertabile e accertato. Rimando ai due notevoli libri scritti sulla scia di Huntington da Francis Fukuyama: The Origins of Political Order From prehumnan times to the French Revolution e Political Order and Political Decay. From the industrial revolution to the globalization of democracy (entrambi New York-London, Farrar, Straus and Giroux, rispettivamente 2011 e 2014). Che siano sempre esistite situazioni di più o meno grande disordine politico è facile constatarlo. Mi ci cimenterò fra breve. Per iniziare ritengo sia indispensabile procedere ad alcune distinzioni analitiche cruciali. Prima distinzione: il dissenso, comunque espresso, a meno che si manifesti con la violenza, non deve essere considerato disordine. Seconda distinzione: repressione e oppressione, che abitualmente comportano l’uso della violenza, non configurano ordine (politico). Anzi, spesso sono addirittura intese a mantenere il disordine politico creando angoscia e terrore nella popolazione. Terza distinzione: oltre al disordine politico cattivo, distruttivo, hobbesiano, può esistere un disordine politico buono, ovvero creativo, quello che sprigiona energie e spinge al cambiamento. Ovviamente, deve sapere conseguire quel cambiamento inserendo quelle energie in regole e istituzioni che diano sicurezza e si traducano in prevedibilità e ordine. Infine, quarta e ultima distinzione: molti disordini politici nazionali co-esistono insieme al disordine politico internazionale. Esplorarne le connessioni e comprenderne le condizioni è un compito tanto difficile quanto necessario (e viceversa).

Non sono in grado di risolvere il dilemma se in principio sia stato il verbo oppure il caos. Però, tutti sappiamo che Babele fu uno straordinario crogiolo di disordine, non soltanto per la pluralità delle lingue. Colgo l’occasione per segnalare che il pluralismo, soprattutto quello competitivo sul quale si reggono le democrazie, anche quelle che non funzionano in maniera eccellente, sempre comporta una modica dose di disordine politico. Per temperare, mai distruggere questa dose di disordine politico, mi pare imperativo guardare alle fonti. Un sistema politico (A Systems Analysis of Political Life, New York, John Wiley & Sons, 1965), scrisse e argomentò più di cinquant’anni fa David Easton, professore di Scienza politica nell’Università di Chicago, ha tre componenti fondamentali: le autorità, il regime, la comunità. Ciascuna è soggetta a cambiamenti più o meno frequenti e profondi che possono causare squilibri e quindi produrre disordine politico.

   La comunità, ovvero tutti coloro sottoposti al principio essenziale dell’osservanza delle decisioni formulate dalle autorità, è raramente soggetta a cambiamenti sostanziali. Tuttavia, proprio perché i cambiamenti nella comunità sono infrequenti è probabile che, se e quando avvengono, rivelino di essere tanto l’esito quanto il prodromo di disordine politico. Tralascerò di riferirmi a tutti i casi nei quali la comunità è fin dall’inizio “in disordine” poiché composta, come in molti casi africani, dalla Nigeria al Kenya, dal Congo al Sudan, nel Rwanda Burundi, dimostrano, da gruppi etnici in contrasto fra loro. Prendo come esempio assolutamente significativo quello della (cosiddetta!) Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Il suo stato di evidente disordine politico, mai posto sotto controllo nonostante l’alto livello di irreggimentazione e repressione, simboleggiato dalla costruzione del Muro, sfociò nella emigrazione di massa. I tedeschi orientali votarono, avrebbe detto Lenin, con i piedi abbandonando il paese. Exit secondo l’interpretazione formulata molti anni prima dal grande studioso ebreo antinazista emigrato negli USA Albert O. Hirschman (Exit, Voice, and Loyalty, Cambridge, MA, Harvard University Press 1970, trad. it. Lealtà, defezione, protesta, Milano, Bompiani, 1982). Quel disordine venne ricomposto nella praticamente fulminea riunificazione tedesca (ottobre 1990) a dimostrazione tanto della capacità delle autorità della Repubblica federale tedesca, a cominciare dal cancelliere Helmut Kohl, che merita di essere ricordato, quanto della solidità del regime della Repubblica federale tedesca (v. infra).

   Appena, ma in maniera più che interessante, diverso è il discorso sulla nascita della Quinta Repubblica francese. Classico esempio di democrazia parlamentare, la Quarta Repubblica francese (1946-1958) ebbe fin dall’inizio un serio problema di legittimità delle autorità e del regime. Approvata, come subito dichiarò ruvidamente il Gen. De Gaulle, à la minorité des faveurs (contrari e astenuti furono ben più dei favorevoli nel referendum popolare del 1946), la sua Costituzione divenne preda del régime des partis (cito ancora de Gaulle) e si rivelò ampiamente inadeguata. Per quanto non (ri)compresa nei termini che vado a evidenziare, la drammatica questione algerina toccava in pieno la comunità politica francese. Infatti, l’Algeria non era una colonia, ma faceva parte della Francia Metropolitana. Nella Quarta Repubblica, quindi, il disordine politico riguardò tutt’e tre le componenti del sistema politico, in un ordine di importanza mutevole e mutato nel corso del tempo: regime, autorità, comunità con quest’ultima che dal 1956 andò ad occupare il primo posto come produttiva e responsabile del disordine politico che finì per travolgere la Quarta Repubblica. Concessa l’indipendenza all’Algeria, non potevano essere le autorità della Quarta Repubblica a produrre un nuovo ordine politico per il quale il regime esistente era palesemente inadeguato. Il gravoso compito toccò a de Gaulle che seppe svolgerlo in maniera egregia dando vita a una Repubblica, la Quinta, chiaramente migliore, più funzionale, capace di produrre e mantenere ordine politico. In questa chiave è anche opportuno ricordare che la sfida del Sessantotto, più o meno festoso esempio di disordine politico, venne risolta da de Gaulle con il ricorso anticipato alle urne che nel giugno 1968 consegnarono alla coalizione fra i gollisti e i Repubblicani Indipendenti una tanto rara quanto ampia maggioranza parlamentare assoluta.

   Mi sono deliberatamente soffermato su due casi europei, a mio parere di straordinaria importanza, che hanno riguardato il disordine politico a partire dalla comunità e il ristabilimento dell’ordine politico anche, Francia, con un fondamentale cambio di regime. Pertanto è giusto e opportuno che l’attenzione vada ora indirizzata al regime. A formare un regime concorrono le regole, le procedure, le istituzioni, tutto quanto può anche essere definito la Costituzione. Non è, naturalmente, vero che qualsiasi dibattito e qualsiasi critica e neppure qualsiasi violazione delle regole, delle procedure, delle modalità di funzionamento delle istituzioni configuri automaticamente una situazione di disordine politico. Per aversi disordine politico è necessario che quelle violazioni siano frequenti, che vengano attuate deliberatamente e rivendicate orgogliosamente, ad opera di una pluralità di gruppi/attori che affermano di ritenere il regime inadeguato e intendano sfidarlo con l’obiettivo di sostituirlo. Si caratterizzerebbero, nel lessico di Giovanni Sartori, come attori anti-sistema i quali, se fosse loro possibile, per l’appunto cambierebbero il sistema. Sono l’intensità e l’insistenza delle critiche e delle violazioni, ampiamente pubblicizzate a produrre difficoltà nel funzionamento del regime e quindi ad aprire la strada all’avvento e al prolungamento del disordine politico. Alla individuazione di casi di effettivo disordine politico non sono sufficienti votazioni parlamentari numerose e inconcludenti, scontri fra sostenitori delle parti contrapposte, critiche al limite del vilipendio delle istituzioni e dei detentori delle cariche istituzionali, tutto deprecabile, ma controllabile e riconducibile nei binari della, ancorché brutta, politica.

    La politica degli USA aveva già mostrato un volto inquietante con il Watergate (1972-1974) quando il Presidente repubblicano in carica Richard Nixon operò per manipolare l’opinione pubblica e in seguito anche il sistema giudiziario. Quei due anni di pericoloso disordine politico impallidiscono se messi a confronto con la sfida alle regole del gioco elettorale e istituzionale portata dai sostenitori di Donald Trump con il clamoroso, sconvolgente assalto al Campidoglio di Washington, D.C., il 6 gennaio 2021. Tentare di stravolgere con la violenza le regole del gioco elettorale dalle quali deriva la legittimità della carica più alta di Stato e di governo in una Repubblica presidenziale comporta la produzione del massimo livello di disordine politico, in questo caso, al limite del sovvertimento costituzionale. Avrebbe avuto come conseguenza immaginabile una lunga fase di altrettanto disordine politico dalla conclusione quanto mai incerta e imprevedibile nei tempi e nei modi. In generale, il disordine politico scatenato dalle autorità è abbastanza raro poiché le autorità sono spesso in condizione di strumentalizzare in maniera più soft il disordine esistente per determinare i cambiamenti voluti. Molti dei crolli delle democrazie negli anni Venti dello scorso secolo a cominciare dal fascismo furono sostanzialmente e colpevolmente (come argomentano i saggi raccolti commissionati e raccolti da Juan Linz e Alfred Stepan, The Breakdown of Democratic Regimes, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1978) agevolati dalle elites non solo politiche, per l’appunto le autorità, dei rispettivi paesi. La strumentalizzazione del disordine politico, prodotto dai fascisti e dai nazisti, era funzionale al mantenimento del potere sotto mentite spoglie oppure, comunque, ad un suo spostamento il meno rilevante possibile, non duraturo e non irreversibile, con la cooptazione dei violenti. Gravissima illusione.

Talvolta, il disordine politico è il prodotto di una resa dei conti all’interno delle autorità stesse. Il caso più clamoroso è quello della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese, 1966-1972 (la data di conclusione è incerta), scatenata da Mao Tse-tung contro lo stesso gruppo dirigente comunista cinese. La sua citatissima frase: “grande è la confusione sotto il cielo. Quindi, la situazione è eccellente”, è giustamente apprezzata da tutti coloro che vedono nel disordine politico un fenomeno necessariamente distruttivo come premessa alla creazione che seguirà. Le Guardie rosse furono incoraggiate a “sparare contro il quartier generale” e lo fecero per diversi anni. Mao, già responsabile dello spaventoso fallimento del Grande Balzo in Avanti (1958-1961), un processo di industrializzazione forzata che provocò milioni di vittime, riuscì a mantenersi al potere fino alla sua morte nel 1976. I regimi comunisti, a partire dall’Unione Sovietica con le purghe staliniane, presentano numerosi esempi di disordine politico voluto, iniziato, sostenuto da alcuni settori delle autorità e brandito contro gli oppositori a tutti i livelli.

I regimi totalitari contemplano una enorme concentrazione di potere nelle mani di un ristretto gruppo di autorità spesso ossequienti ad un leader massimo. Possenti, ma rigidi, i regimi totalitari crollano e non lasciano successori attrezzati, ma macerie di disordine politico. Germania Anno Zero (1948), il bellissimo film di Roberto Rossellini, racconta più e meglio di qualsiasi libro di sociologia e scienza politica il disordine politico, lo squallore della vita nella Germania post-nazista nella quale, però, gli Alleati contribuirono ad una rapida ricostruzione. Ancora più consistente (e richiese più tempo (1945-1955), fu il contributo degli americani alla ristrutturazione del Giappone, alla costruzione di un ordine politico democratico. Invece, nessuno ebbe abbastanza potere per rimediare al disordine politico prodotto dal crollo e dallo smembramento dell’Unione sovietica dopo il 1991. Gli oligarchi non hanno voluto e non sarebbero sicuramente stati in grado di essere costruttori di un qualsivoglia ordine politico. Quanto è riuscito a Vladimir Putin, comunque, è un ordine politico repressivo la cui solidità non è accertabile. Inoltre, è certamente dipendente dalla personalità dello stesso Putin, dalle sue relazioni con gli oligarchi, dalla capacità di sventare sistematicamente le sfide degli oppositori. La guerra contro l’Ucraina per annetterne le regioni russofone è la rivendicazione del suo potere di autocrate dissoluto. Non mi pare il caso di ipotizzare un gesto “disperato” per dissimulare problemi interni. Con il ricorso alla forza e al potere militare tutte le autocrazie si illudono di produrre ordine politico fino al momento del disvelamento. Per lo più, non funziona.

Sono le regole, le procedure e le istituzioni, vale a dire, il regime, che nei sistemi politici democratici fanno sì che il livello di disordine politico si mantenga costantemente basso, che la maggior parte del tempo sia assolutamente fisiologico. Il dissenso non viene considerato disordine tranne che quando, presumibilmente in casi molto infrequenti, si traduce in violenza. Anche i conflitti fra comunità linguistiche e culturali, Scozia verso Inghilterra e, molto più preoccupante, Catalogna verso Spagna, si svolgono nel quadro del regime. Gli scontri fra governo e opposizione hanno il loro luogo privilegiato nel Parlamento cassa di risonanza che serve a diffondere informazioni e conoscenze. Le campagne elettorali sono o possono diventare il momento di massima divaricazione politica nelle quali spesso alcuni attori pensano di trarre profitto dalla produzione di disordine politico. Le modalità di trasferimento del potere politico, altrove, in specie nei regimi autoritari sono momenti/fasi nelle quali il disordine politico procurato trova opportunità di manifestazione concreta. Però, in democrazia tutte le autorità sanno che, vincenti o perdenti, avranno modo di ripresentarsi alla prossima occasione in condizioni migliori se non si saranno rese responsabili di disordine/i politico/i. Pertanto, per lo più, se ne astengono.

Un rapido sguardo comparato rivela che, almeno in Europa, la frequenza e la gravità dei fenomeni di disordine politico sono stati a partire dal secondo dopoguerra chiaramente inferiori a quelli dei precedenti 50 anni. Anzi, le non molte fattispecie di disordine politico europeo dal 1945 ad oggi sono in larga misura attribuibili ai processi di democratizzazione prima in Portogallo, Grecia e Spagna, poi nei paesi ex-comunisti. Quindi, si tratta di disordine politico che si è rivelato creativo anche grazie all’Unione Europea dimostratasi in grado di accogliere e sostenere tutte quelle nuove democrazie, ancorché con problemi sia persistenti sia emergenti.

Nel frattempo, però, stiamo assistendo ad un fenomeno che rischia di provocare conseguenze negative, di disordine politico internazionale. Responsabile non è tanto, ma anche, la globalizzazione, processo al quale appare enormemente difficile imporre e fare rispettare regole condivise. Si tratta, invece, soprattutto del venire meno dell’ordine politico internazionale, spesso definito liberale. Questo indebolimento, causato sia dalla perdita di capacità e forse di leadership degli Stati Uniti come superpotenza “benevola”, disposta a investire risorse e capace di fare rispettare le regole di collaborazione a vari livelli sia dalla crescita della Cina, ovviamente tutt’altro che una superpotenza con inclinazioni liberali, rischia di introdurre nell’ambiente internazionale germi di un disordine politico che nel caso estremo resusciterebbero un bellum omnium contra omnes. I necessari approfondimenti non sono un discorso “altro” dal disordine politico, ma richiederebbero necessariamente un altro discorso. Another time (another place?).

Pubblicato in DISORDINE 1/2022 (pp 101- 106)