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Perché tocca all’Ue guidare le trattative tra Mosca e Kiev @DomaniGiornale

Non deve essere Macron e non deve essere Draghi. Non tocca a Boris Johnson e neppure alla pensionata Angela Merkel. Negoziare con la Russia, intermediare fra Putin e Zelensky è compito esclusivo e urgente dell’Unione Europea. Pertanto, le due autorità che hanno l’obbligo politico e etico di attivarsi sono la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Condurre ad una tregua immediata e riportare ad una situazione nella quale le armi cedano ai negoziati sarà più probabile, anche se non facile, grazie al fatto importantissimo che l’Unione Europea ha dimostrato non soltanto la sua compattezza politica, ma anche la sua volontà univoca di potenza di pace per la pace.

   Avendo stabilito una pluralità di pesanti sanzioni economiche nei confronti della Russia, del suo leader, degli oligarchi, e potendo, in assenza di accordi, estenderle e inasprirle, l’Unione va al tavolo delle trattative con risorse di cui può fare uso efficace, scambiandole in maniera appropriata. Abbiamo giustamente plaudito alla inaspettata coesione fra gli Stati-membri e alle loro solidarietà in azione. Abbiamo notato che, con pochissime e limitate eccezioni, le opinioni pubbliche europee sostengono le posizioni dei loro governi. Questo significa che l’azione diplomatica dell’Unione può partire con il piede giusto e con il vigore che le democrazie hanno regolarmente saputo dimostrare nelle ore più buie. Avendo già accettato di prendere in considerazione la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione, il Parlamento Europeo ha segnalato al legittimo governo ucraino che gli garantirà tutti i vantaggi, che sono molti, che derivano dal diventare Stato-membro.

   Poiché l’Unione è stata provatamente in grado di produrre e di mantenere la pace al suo interno dal momento della sua formazione ad oggi, la sua credibilità non dovrebbe sfuggire nemmeno a Putin. Nessun europeo pensa che l’Ucraina nella UE possa diventare una testa di ponte per attacchi alla sicurezza della Russia, una spina nel fianco. Questo implica che l’Ucraina rinuncerà a un suo eventuale, ventilato inserimento nella Nato. Non ne avrebbe, comunque, più nessuna necessità dopo un accordo chiaro fra Unione Europea e Russia. Non abbiamo modo di fare cadere i sospetti dell’autocrate russo sui possibili rischi di contagio democratico. Sul tavolo del negoziato, però, von der Leyen e Borrell non dovranno in nessun modo porre le questioni interne al regime russo. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente e giustamente espresso a favore dei diritti degli oppositori. Lì si deve fermare. Infine, potremo continuare a auspicare che le opposizioni a Putin non siano né oppresse né represse, ma questa è un’altra storia (per un’altra volta).

Pubblicato il 9 marzo 2022 su Domani

Le responsabilità di Putin, le nostre capacità di risposta, la nostra disponibilità a fare sacrifici #Ucraina #sanzioni

Credo sbagliato e controproducente discutere dell’aggressione di Putin all’Ucraina colpevolizzando noi stessi, l’Unione Europea, gli USA, l’Occidente (!). Le responsabilità sono dell’autocrate russo, avvelenatore degli oppositori. Poi, possiamo interrogarci sulle nostre capacità di risposta, sulle sanzioni, sulla nostra disponibilità a fare sacrifici. Poi. Non è tutta un’altra storia, ma è una storia difficile e costosa. Da scrivere con coscienza dei rischi e degli impegni che abbiamo con la democrazia. Per tutti.

Rimandati a settembre

Viviamo in un mondo difficile. Ci sono brutte guerre in diverse aree, la più pericolosa è quella fra Israele e Hamas. Proliferano anche intrattabili guerre civili: dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Qualcuno critica “il silenzio dell’Europa”, ma certamente non è possibile sostenere che “le parole dell’ONU” si stiano dimostrando utili a porre fine alla guerra in Palestina né altrove. Nessuno Stato nel mondo islamico sa fare di meglio; anzi, spesso, quei governi autoritari e corrotti sono gran parte del problema. Ciò detto, quando il segretario di un partito italiano, il Partito Democratico, si avventura nella sua lunga relazione alla Direzione a parlare della politica e della guerra nel resto del mondo dovrebbe essere in grado di dare indicazioni precise e operative. Altrimenti la sua analisi diventa un diversivo dai temi spinosi che lo riguardano più direttamente. Questa è l’impressione che ho tratto guardandolo e ascoltandolo in streaming. I tiepidi applausi che hanno accolto la relazione di Matteo Renzi suggeriscono che il suo sogno di mezz’estate di produrre riforme incisive e decisive non sta traducendosi in realtà. Lo scarno e moscio dibattito successivo non ha fatto emergere proposte sensazionali.

Certo, la riforma del Senato va avanti con lentezza e con una pluralità di inconvenienti ai quali probabilmente porranno rimedio le doppie letture (ah, il pregio del bicameralismo!). Quanto all’Italicum, ovvero alla riforma della legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera dei deputati, il segretario ha sostanzialmente chiesto e ottenuto una sorta di delega a ri-negoziarne il testo in alcuni punti cruciali. E’ un segnale a doppio taglio. Il lato positivo è che il segretario ha, seppur tardivamente, preso atto che, nella sua stesura attuale, l’Italicum non è una buona riforma; dunque, bisogna introdurvi correttivi anche profondi. Il lato negativo è che l’accordo su quali correttivi va cercato con Berlusconi che, dal canto suo, non sa esattamente, non che cosa vuole, ma che cosa gli conviene, tranne, è l’unico suo punto fermo, che gli preme continuare a nominare tutti i suoi parlamentari. Quindi, da Berlusconi verrà un no alle preferenze e, a maggior ragione, un no ai collegi uninominali. Il negoziato con Berlusconi si blocca lì dove, forse, Renzi riuscirebbe a incontrare le richieste e le aspettative del Movimento Cinque Stelle e, se intende abbassare le soglie di accesso al Parlamento (ovvero, prossimamente, alla sola Camera dei deputati), anche quelle di Sinistra Ecologia Libertà. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti “europei”, il PD di Renzi annuncia che con il partito di Vendola rimangono le alleanze politiche già in esistenza, ma che nelle prossime elezioni amministrative (e più tardi politiche)il PD è convinto che, anche senza alleanze, otterrà ottimi risultati. Addirittura, Renzi sostiene che l’ostruzionismo parlamentare sta facendo gradualmente, ma inesorabilmente crescere la percentuale dei voti per il PD.

Un conto sono le cose, belle e meno belle, sul piano nazionale e sulle riforme istituzionali, ma dall’Unione Europea non smettono di guardare e di monitorare i comportamenti dei governanti italiani. Probabilmente, le parole dure di Renzi nei confronti dei tecnici, dei tecnocrati e, in buona sostanza, di Cottarelli, che ha il compito di ridurre e tagliare le spese degli apparati dello Stato, non saranno piaciute né ai Commissari europei né agli esperti dei governi dell’UE. Nessuno può credere che sono state le politiche dell’Unione Europea a creare disoccupazione in Italia e a ingrassare il nostro ingente debito pubblico. L’Unione Europea non può essere un capro espiatorio della cattiva condotta nazionale, ma neanche possiede la bacchetta magica per risolvere i problemi di nessun Stato-membro. I famosi “compiti a casa”, adesso certamente da intendersi come “compiti delle vacanze”, è assolutamente necessario farli. Chiamandoli spesso per nome di battesimo, Renzi ha lodato i suoi compagni di classe, vale a dire, i suoi ministri. Però, alla luce dei risultati finora conseguiti, tutta la classe deve ritenersi rimandata a settembre.

Pubblicato AGL 1 agosto 2014