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La sconfitta di Netanyahu per “guarire” Israele @DomaniGiornale

Israele, l’unica democrazia nel Medio-oriente, andrà alle elezioni politiche il 27 ottobre. Sono elezioni cruciali nel corso di una lunga e sproporzionata rappresaglia contro Hamas, resa dei conti con Hezbollah in Libano, atti di guerra contro la teocrazia dell’Iran. Sono cruciali, anzitutto, per il Primo ministro Netanyahu che, sotto processo per corruzione e sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità, certamente vuole dagli elettori israeliani non solo un mandato a rimanere in carica, ma una sorta di assoluzione popolate e populista (i voti contro le leggi). Sono cruciali per Israele come Stato e come comunità ebraica.

Non è mai possibile dimenticare né sottacere che gli israeliani combattono non soltanto per difendere il loro territorio, ma sempre per la loro stessa esistenza, la loro sopravvivenza. In tutti i molti conflitti dalla controversa nascita del loro Stato nel 1948, la posta in gioco è regolarmente stata proprio la vita della comunità israeliana. Naturalmente, questa pur indispensabile constatazione non giustifica l’espansionismo territoriale di Israele, meno che mai serve a condonare le attività criminali dei cosiddetti coloni, piccole bande di uomini armati, tollerati quando non agevolati e aiutati dai militari israeliani nei loro spossessamenti di legittime abitazioni di famiglie palestinesi. Non spiega neppure il rifiuto di considerare come soluzione praticabile di un conflitto infinito la costruzione di uno Stato palestinese. D’altronde, l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutti i suoi limiti, che sono enormi, a cominciare dal non controllo su Hamas, nel perseguimento di questo obiettivo.

 Il processo di state-building, sempre complicato, richiede conoscenze e competenze che i vari leader dell’ANT probabilmente non posseggono. Quanto e in quanto tempo riuscirebbero ad acquisirle sono interrogativi più che opportuni. Al momento, non è credibile pensare che sarà il Peace Board guidato dal Presidente Trump, che appare troppo condizionato da Netanyahu, a tracciare un percorso ben delineato, chiaro, condivisibile negli esiti, duraturo. Lo stato di guerra imminente e permanente sempre avvantaggia le destre. Il governo di Netanyahu con la punta nel ministro della Difesa Ben-Gvir, non fa eccezione; anzi cavalca spudoratamente la situazione.

 Infine, le elezioni israeliane possono essere un’esperienza catartica. Il ricordo dell’olocausto si allontana ogni giorno di più e quel senso di colpa che, soprattutto fra gli europei, serviva a sostenere gli israeliani, si indebolisce, fino quasi a svanire del tutto. Se coloro i cui parenti, amici, conoscenti, correligionari che hanno subito il genocidio, procedono a loro volta in maniera sistematica all’annientamento dei palestinesi di Gaza, allora anch’essi si macchiano di genocidio. Anche per questa ragione, gli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale, che esiste e conta, sono considerevolmente mutati negli anni trascorsi dall’eccidio terroristico operato da Hamas il 7 ottobre 2023.

Le valutazioni negative riguardanti lo Stato di Israele e la politica del suo governo sono oramai dappertutto superiori al cinquanta per cento. Logicamente, queste valutazioni influenzano anche i comportamenti dei leader degli Stati che hanno appoggiato Israele e che oggi sono ineluttabilmente costretti a criticarlo. Praticamente, persino negli Stati Uniti d’America quasi soltanto il Presidente Trump mantiene il suo sostegno a Netanyahu e Israele e sicuramente si adopererà per favorirne la rielezione. I Democratici USA sono molto divisi sia fra l’elettorato sia nel loro ceto politico, ma nel complesso prevalgono i critici di Israele. Pertanto, tanto la campagna elettorale quanto le promesse politiche dei candidati e dei partiti israeliani assumono enorme importanza. L’eventuale vittoria del leader dell’opposizione l’ex-generale Gadi Eisenkot, attualmente in testa nei sondaggi, potrebbe risultare nel superamento della politica delle armi e dovrebbe aprire lo spazio a nuovi sviluppi, che l’Unione Europea e gli USA sono in grado di appoggiare, facilitare, condurre quantomeno, dopo il disarmo di Hamas, a una situazione di non belligeranza positiva. Qualche volta è lecito intrattenere aspettative ottimistiche contando sul contributo decisivo dell’elettorato israeliano.

Pubblicato il 19 agosto 2026 su Domani

Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.

Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.

 Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).

L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.    

Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net

Il campo largo e il rischio del Prodi 2006 @DomaniGiornale

Siamo tutti (sic) capaci di scrivere un bel programma all’incirca come quello dell’Unione nel 2006: centosessanta pagine circa. No, per carità di campo largo, non voglio svelare come è finita, ma quanti laboriosi intellettuali furono allora messi alla Fabbrica del Programma e tacitati. E poi? Sappiamo anche fare molti eleganti selfie dei magnifici quattro dirigenti di quel campo. Però, com’è vero che, à la Nanni Moretti, si notano di più quelli che non ci sono anche perché numericamente e forse persino politicamente potrebbero essere decisivi. Per vincere. Però, poi, vincendo in ordine sparso con gli ego gonfi, bisognerebbe/bisognerà governare e, allora, sarà tutta un’altra storia.

Verissimo è, come sottolineato da Ernesto Maria Ruffini intervistato da Daniela Preziosi, che gli italiani vogliono essere rappresentati in maniera decente, e né la Legge Rosato né il disegno di legge Bignami sono pensati per rappresentare, ma chi andrà al governo dovrà fare scelte complicate su tematiche cruciali sulle quali gli “accampati” sono alquanto, talvolta si direbbe opportunisticamente, distanti. Addirittura marcano sistematicamente le loro distanze, a partire dalla politica estera e di difesa. Non è casuale, ma bizzarro sì che il nome della coalizione sia diventato Alleanza per la Costituzione. Troppo e troppo poco.

Troppo perché sappiamo quanto c’è ancora da fare per tradurre in leggi e in pratiche quegli articoli della Costituzione che Piero Calamandrei definì appunto programmatici. Troppo poco perché la scelta delle priorità e delle modalità con le quali rispondervi rimane inevitabilmente nel vago. Dipenderà anche dai ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia, dalle loro capacità, dal loro prestigio, dalla loro personalità. Sento sullo sfondo inevitabile, non particolarmente originale, la richiesta di fare quei nomi prima del voto, ad usum degli elettori o dei commentatori?

Dovrebbero essere i parlamentari a portare all’attenzione dei dirigenti che si occupano del programma le istanze, le preferenze, le richieste degli elettori. Altrove nelle democrazie parlamentari occidentali spesso funziona proprio così. Con liste bloccate, senza possibilità di esprimere una preferenza, e candidature paracadutate, i rappresentanti eletti serviranno chi li ha voluti e offre qualche garanzia di ricandidarli, anche questo è un programma, ambizioso, ma non proprio ammirevole. Fra gli astensionisti sono molti che motivano il loro non voto con la rappresentanza tradita. 

Sui temi socio-economici, l’elenco delle politiche da attuare è relativamente semplice: salario minimo, che non sminuisce affatto la contrattazione collettiva, investimenti in sanità, anche per il lungo periodo, formazione professionale con attenzione grande e inquieta alla Intelligenza Artificiale. Non demonizzare non esaltare. Sulla politica estera e della difesa, mi aspetterei, comunque suggerirò che un governo italiano progressista dovrebbe fare sapere all’elettorato che la difesa e il prestigio della Nazione non sono conseguibili se non nell’ambito dell’Unione Europea. Il più recente Eurobarometro appena reso pubblico segnala che le percentuali di italiani che valutano positivamente l’Unione Europea sono cresciute e risultano particolarmente elevate nelle generazioni dei giovani.

   Come stare in Europa, che significa anche proporre cambiamenti istituzionali e politici, come collaborare e come utilizzare tutte le numerose opportunità che l’Unione offre agli stati-membri e ai loro cittadini è il migliore dei programmi. A mio parere, è anche il modo più efficace per formulare un credibile programma di governo. Dunque, meno foto, meno ridanciane tavolate, più confronti e specificazioni di quel che si deve e si può fare in e con l’Unione Europea. Sappiamo quanto l’Unione ha già fatto per noi, non soltanto PNRR. Grazie al federalismo pragmatico di Mario Draghi e alla completa realizzazione del mercato unico seguendo le proposte di Enrico Letta, fiduciosamente saremo in condizione di scrivere più che un programma di governo.

Pubblicato il 8 luglio 2026 su Domani

L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.

La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.

Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.

Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.

Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.

Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.

Pubblicato il 23 giugno su Domani

Le colpe di chi vuole premiare il generale @DomaniGiornale

Sono tanti coloro che hanno, più o meno consapevolmente, contribuito alla ascesa, che sembra, (ir)resistibile nei sondaggi del Gen. Roberto Vannacci. Trovare le responsabilità intorno a lui, nel variegato mondo della destra italiana, non significa in nessun modo che Vannacci stesso non ci abbia messo molto di suo nel trovare, interpretare e esaltare tematiche che la destra estrema, in Italia e in Europa ha da sempre considerato sue e arditamente cavalcato. La disponibilità e la salienza di quelle tematiche sono alla base del successo, l’elenco sarebbe molto lungo, di Vox in Spagna, di Alternative für Deutschland, di Farage in Gran Bretagna, dei Democratici Svedesi e anche dei MAGA più oltranzisti, e coì via. Incolpare Giorgia Meloni di avere, con le sue ondivaghe politiche sull’immigrazione e sull’Europa, aperto spazi a Vannacci, è un errore. Lo spazio politico per una destra davvero reazionaria e repressiva esiste un po’ dappertutto, soprattutto in Europa e negli USA perché esistono problemi simili: immigrazione, ordine, identità, stili di vita.

Nient’affatto dappertutto, i partiti e le organizzazioni della destra politica hanno, però, aperto opportunisticamente le porte a sfidanti tipo Vannacci. Attualmente, il generale è europarlamentare eletto nelle liste della Lega. Nella sua disperata ricerca di voti per bloccare l’emorragia della Lega, Salvini lo aveva addirittura fatto assurgere alla carica di vicesegretario.  D’altronde, le priorità tematiche esistono tutte, da tempo, anche nella Lega voluta da Salvini. Non avendo responsabilità di governo, Vannacci può permettersi il lusso di declinare le sue proposte nella maniera più estrema possibile. I voti di sfiducia espressi dai suoi parlamentari nei confronti del governo Meloni non possono essere confusi con quelli dell’opposizione. I Vannacci ani vogliono più destra, remigrazione, nessuna politica di genere, nessun aiuto all’Ucraina. I sondaggi dimostrano non sorprendentemente che 5/6 per cento degli italiani condividono queste proposte e sono disposti a votare per la lista Futuro Nazionale.

Non è, come troppi ripetono banalmente e pappagallescamente, un problema culturale, vale a dire che questi potenziali elettori non hanno abbastanza cultura, conoscenze, per capire che l’Italia e l’Unione Europea per “funzionare” economicamente e socialmente hanno bisogno di immigrati, che le discriminazioni di genere e di preferenze sessuali sono indecenti, che fuori dall’Unione Europea l’Italia sarebbe allo sbando. Comunque, “insegnare” tutto questo a cittadini recalcitranti richiederebbe molto tempo e molto impegno condiviso. Sarebbe anche denunciato come un sopruso, un insopportabile e antidemocratico indottrinamento.

    Prima di tutto, è un problema politico. L’immigrazione deve essere controllata dalle autorità e deve avvenire seguendo le regole che, naturalmente, debbono contemplare procedure certe e regolarmente attuate per le espulsioni di chi le viola. Il riconoscimento delle diversità non può implicare premi di nessun genere per i diversi. Bisogna dimostrare che l’Italia sa stare ai tavoli europei grazie alla sua affidabilità e capacità che le consentono di acquisire prestigio e risorse. Qualsiasi ambiguità concernenti queste politiche può essere sfruttata dai vannacciani che, almeno finora, hanno dimostrato di non essere utili idioti. Potrebbero diventarlo? Allearsi con Vox, portare al governo AfD, creare una coalizione che includa i Democratici svedesi è sempre una scelta dei partiti vicini e contigui. Non è mai un obbligo né elettorale né politico. La proposta di nuova legge elettorale primo firmatario il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Galeazzo Bignami contiene una clausola che rende un accordo con Futuro Nazionale praticamente decisivo per fare sì che Meloni, Salvini, Tajani (e Lupi) ottengano l’agognato premio di maggioranza. Allo stato attuale, il variegato schieramento di centro sinistra ha più voti del centro-destra che potrebbe ribaltare la situazione solo inglobando, a quale prezzo? Futuro Nazionale. Anche in questo caso il problema è politico e la soluzione è ugualmente politica. Rinunciare all’inserimento del premio di maggioranza e prepararsi a costruire un governo fra partiti compatibili che hanno ottenuto seggi, come avviene in tutte le democrazie parlamentari, senza impedire a Futuro Nazionale di rappresentare politicamente il suo elettorato. 

Pubblicato il 1° luglio 2026 su Domani

Basta inseguire il Presidente. Va ricostruito un nuovo ordine @DomaniGiornale

Seguire e contrastare Trump nelle sue improvvisazioni, impennate, imprevedibili, da lui stesso, azioni e reazioni, è molto più che impossibile. Rapidamente si dimostra tentativo sbagliato e controproducente, onerosissimo. Non avendo il Presidente USA obiettivi chiari, ma quasi esclusivamente rancori e rappresaglie, meglio è che chi vuole reagire abbia chiari i suoi propri obiettivi inquadrabili in una prospettiva preferibile sufficientemente convincente. Un esempio può illuminare il problema e portare ad una strategia risolutiva o quasi. Qual è l‘obiettivo della guerra scatenata contro la feroce teocrazia iraniana: impedire che riesca a arricchire l’uranio e dotarsi di armamento nucleare? produrre un regime change? mostrare che la potenza USA è in grado di distruggere una civiltà millenaria? Ognuno condivida l’obiettivo che preferisce, magari il regime change, l’attuale essendo sanguinario e opprimente per i cittadini, oppure li rigetti tutti in nome della sovranità nazionale e della, nel caso in esame un po’ dubbia, autodeterminazione. Rimane innegabile che gli ayatollah e i pasdaran costituiscono una minacciosa e costante sfida alla sicurezza politica nazionale di molti Stati, non soltanto di Israele, e, come dimostra il blocco dello stretto di Hormuz, dell’economia mondiale. Pagheremo caro questo blocco. Lo pagheremo tutti. Lo pagheranno di più gli Stati più deboli e i loro cittadini anche quelli poco e male consumatori.

Non basteranno le risposte finora date dagli stati-membri dell’Unione Europea, dalla stessa UE in sorprendente unità d’intenti, dal resto dell’Occidente, Canada in testa, mentre la Cina osserva pazientemente e assorbe lentamente. Alla guerra commerciale e ai dazi, un orrore per qualsiasi democrazia liberale decente, forse bisogna rispondere con contro-dazi, ma sarebbe anche opportuno rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, esplorare e valorizzare fonti alternative, completare davvero il Mercato Unico secondo le indicazioni del Rapporto Letta.

Alle guerre guerreggiate si può e si deve opporre sia l’assoluto non coinvolgimento quando sono strumento neo-imperiale sia il sostegno al paese democratico aggredito, l’Ucraina, sia le pressioni condivise e forti contro quelle azioni di Israele, che sono andate già oltre gli eccessi, per diventare veri e propri, innegabili crimini del governo Netanyahu. Anche in questo caso è giusto auspicare il regime change. Inoltre, invece di limitarsi a stancamente lamentare l’inadeguatezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono auspicabili, possibili e potrebbero essere fruttuose, azioni diplomatiche intense che riformino e rilancino l’ONU. Esiste una miriade di buone proposte che nuovi volenterosi, dentro e fuori dell’Unione Europea, dovrebbero tirare fuori dai cassetti e ripresentare aggiornati ai governanti.

L’obiettivo grosso è, naturalmente, la costruzione, non ex-novo, ma sul molto che abbiamo imparato, di un ordine internazionale decente dove le regole riescano, se non a impedire del tutto le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, soprattutto quelle di Trump e di Putin, quantomeno a renderle improbabilissime e costosissime non soltanto in termini economici, ma anche di reputazione. Isolati e screditati, i prevaricatori potranno arrogantemente tentare dannosissimi colpi di coda, ma potrebbero anche trovarsi in minoranza all’interno del loro paese, del loro spazio politico, con opinioni pubbliche informate da ampi e durevoli dibattiti. Non pochi studiosi e policy-makers hanno sostenuto che alcune crisi di grande impatto sono riuscite a essere creative. In un mondo globalizzata, il tasso di creatività della crisi può essere molto accresciuto e spinto più avanti. Il resto lo faranno i cittadini democratici con gli occhi e con la consapevolezza acquisita. Entrambe sono qualità che da Pechino a Mosca hanno vita difficile e presenza grama. Toccherà a Washington battere il colpo decisivo nelle elezioni di metà mandato a novembre. Ma, non sarà che l’inizio di un nuovo inizio.

Pubblicato il 6 maggio 2026 su Domani

Non abituarsi alla guerra. Quello che deve fare l’UE @DomaniGiornale

Bombardati da notizie, più o meno fake e manipolate, sepolti da annunci più o meno mirabolanti, travolti da dichiarazioni ripetitive, fantasiose, spesso stupide, quanto rischiano le opinioni pubbliche di abituarsi alle guerre? Sappiamo che anche o persino nei trenta anni gloriosi dell’ordine politico internazionale (non riesco proprio a scrivere “liberale” poiché fu un ordine bipolare basato sull’equilibrio del terrore atomico), in qua e in là, non sempre proprio nelle periferie, si combatterono non poche guerre. Alcune, quelle di liberazione dal colonialismo, furono, mi pare più che opportuno ricordarlo e sottolinearlo, guerre giuste e giustificabili. Hanno lasciato qualche focolaio e molte situazioni autoritarie tollerate. Nella molto nota esclamazione del Presidente repubblicano Ronald Reagan, a proposito in particolare dei governanti dell’America latina, “sono dei figli di buona donna, ma sono i nostri figli di buona donna!” Dunque, gli USA tollerarono e persino alimentarono situazioni e regimi autoritari, i cui sfidanti, mai troppo democratici, quasi sempre ricevevano, ricevettero interessato sostegno tattico, costoso, fintantoché le fu possibile, dall’Unione Sovietica.

Guerre, spesso, civili, e guerricciole continuano in Africa, in Asia, in America centrale. La novità è costituita in parte dall’aggressione russa all’Ucraina, ma soprattutto dai comportamenti bellicosi degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche se è tutt’altro che inutile cercare di capire se c’è del metodo nella follia (questa c’è di sicuro almeno sotto forma di megalomania oramai deplorata, come riportato ieri da Mattia Ferraresi, addirittura da alcuni dei collaboratori più stretti e dei MAGA più ortodossi), l’interrogativo ineludibile è dove porterà il folle metodo e quanto pagheremo per giungere a quale approdo. Non si tratta semplicemente di tutt’altro che disprezzabili, ma necessari, calcoli riferibili alle risorse e, in special modo, tristemente, alle vite di oggi e di domani.

Si tratta delle conseguenze sul futuro del mondo delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente affarista. La guerra condotta contro l’Iran e la sua teocrazia ha solo in parte prodotto un regime hange: da un tipo di fondamentalismo repressivo all’autoritarismo sanguinario dei pasdaran. Né Israele, alleato burattinaio di Trump, può illudersi di ottenere stabilità politica in Medio Oriente facendo terra bruciata in Palestina, in Libano, in Iran e what is next?

Certo, potremmo attendere l’uscita di scena, che le democrazie assicurano, di Trump e di Netanyahu, ma con quanto strepito e furia. Anche Putin e, forse (sic), Xi Jinping finiranno. Come? Per lo più molti, appropriatamente, fra gli storici, affermano che la grandezza di un leader politico deve essere misurata con riferimento allo stato del mondo che lascia alla sua dipartita terrena. Non anticipo nulla, ma sicuramente Trump e Putin hanno molta strada da recuperare e Xi Jinping da intraprendere. A parole e con i fatti. Con tutta probabilità, la leadership collettiva dell’Unione Europea, malamente e ingenerosamente criticata, è messa meglio. L’Unione di oggi, il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, è più avanzata di quella di dieci anni fa e più attrattiva (lo dimostrano le molte richieste di adesione). Ha finalmente preso consapevolezza del dovere politico e morale di difendere il suo stile di vita e, magari, anche di diffonderlo con il soft  power derivante dalla sua cultura che ha garantito ottant’anni di pace e prosperità.

Non ci sarà un nuovo, effettivo e migliore, ordine politico internazionale, se gli Stati membri dell’Unione non sconfiggeranno i loro rispettivi sovranismi, destrorsi e insidiosamente sinistrorsi. Non sarà all’insegna MEGA (Make Europe Great Again) che il mondo diventerà un luogo migliore, ma tessendo pedagogicamente con pazienza, intelligenza, capillarità la trama del superamento della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione italiana). Yes, we shall.

Pubblicato il 22 aprile 2026 su Domani

Non più invincibile. Dopo il referendum, quo vadis, Meloni? @DomaniGiornale

Aveva messo le mani avanti: non sono ricattabile. Detto fin dall’inizio della sua esperienza di governo, e ripetuto, con orgoglio, voleva essere un dato di fatto, ma anche un avvertimento. Comunque, non si erano intraviste manovre intese a ricattarla. Giorgia veleggiava di successo in successo, confortata e confermata sia da non poche vittorie elettorali sia dai sondaggi positivi per il suo governo e ancor più per le sue capacità personali e politiche di leadership. Sul piano internazionale, fra molte photo opportunities e sorrisi e baci, soprattutto, con il MAGAPresidente Trump, ma anche con i più diffidenti capi di governo dell’Unione Europea, ad eccezione di quell’invidioso di Emmanuel Macron, era addirittura un trionfo. Molto più che nemo propheta in patria. La sua già non contenuta autostima cresceva vieppiù. Sì, di tanto in tanto bisognava fare i conti con i richiami severi, ma felpati, del Presidente della Repubblica, con il quale quei conti sarebbero stati chiusi una volta approvato il premierato.

 Sì, c’era anche l’imprevedibilità degli strabordanti comportamenti del non amato, ma necessario e utile, inquilino in Chief della Casa Bianca. Stargli vicino era una faccenda di convenienza, ma anche di sincera convinzione. Serviva altresì a dimostrare autonomia dalle posizioni degli altri capi di governo europei, tranne il MAGhino Viktor Orbán, ma vuoi mettere l’importanza dell’Ungheria rispetto a quella dell’Italia!. Ma vuoi mettere le esternazioni imbarazzanti del Trump, ad esempio, sulla Riviera di Gaza e sulla Groenlandia, e le sue azioni deplorevoli e sanguinose, in Venezuela e contro l’Iran (con Cuba da soffocare senza fare troppo rumore). Né condannare né condonare, che fare?

Gli oppositori si facevano sgambetti reciproci con alcuni di loro sempre zelantemente pronti, copyright Ennio Flaiano, a correre in soccorso della vincitrice. E allora, mettiamo anche mano alla “riforma della Giustizia” da dedicare alla memoria di quel garantista liberale che fu Silvio Berlusconi. Nessun bisogno di aiuto da parte delle opposizioni in parlamento. Avanti tutta, forse fidandosi troppo (ah, il senno di poi) del Ministro Nordio (e della sua sbracata capo di gabinetto) fino alla richiesta/imposizione di un referendum nazional-popolare (“non sono ricattabile”) come ciliegiona su una torta di revisione costituzionale malfatta e controversa. Sentito, con qualche ritardo, per colpa non dei sondaggi, ma delle credenze e delle interpretazioni dei sondaggisti, il pericolo di un aumento progressivo (e progressista) dei NO, non restava che la oramai classica discesa in campo. Soltanto Giorgia con i suoi post sorridenti e suadenti (no, di stupratori e pedofili messi a scorrazzare in libertà non parlerò), con la sua auretta di invincibilità, poteva capovolgere il trend. Invece, apriti cielo, NO.

L’invincibilità termina il 23 marzo subito dopo le prime proiezioni. Non è che non si può cambiare la Costituzione. È che bisogna saperlo fare e farlo non contro qualcuno, non in chiave punitiva, ma con una prospettiva di diffuso miglioramento civile e politico. Da allora, scossa, la Presidente del Consiglio Giorgia MelonI entra meno sorridente in una seconda fase all’insegna della limitazione dei danni. Anzitutto, tardivamente “suggerendo” (non è il verbo che userebbe Daniela Santanchè) e ottenendo le dimissioni di un potente e sfrontato sottosegretario, ras del biellese, e della Ministra del turismo nel BelPaese, ma, non del Ministro Nordio, forse lasciandosi condizionare dalla paura del rimpasto, efficace strumento che i politici della cosiddetta Prima Repubblica maneggiavano con destrezza.

Esclude con qualche tormento le elezioni anticipate che impedirebbero il raggiungimento dell’agognato traguardo del governo di legislatura. Mette sul piatto una proposta di legge elettorale truffaldina congegnata non tanto per impedire un moltissimo improbabile pareggio, ma per rendere difficile la vittoria delle sinistre e per nominare i parlamentari. Rimane e lavora il tarlo della non invincibilità. Se il successo genera successo, come dicono gli inglesi, le sconfitte generano sconfitte? L’ardua sentenza alla politica, agli elettori.

Pubblicato il 1 aprile 2026 su Domani

Dietro le follie del tycoon non c’è nessun metodo @DomaniGiornale

Scriverebbe forse quell’uomo bianco anglosassone di nome William Shakespeare che “c’è del metodo nella follia” di Trump? Secondo i MAGA del nostro stivale, è colpa nostra, di politicizzati e sprovveduti, non capire che la riposta deve essere affermativa. Poi, però, i MAGhini, quel metodo non sanno individuarlo neanche con qualche approssimazione. Non “condannando” e non “condonando”, Giorgia Meloni ha sperato che un qualche metodo facesse la sua sperabile comparsa. La speranza si sta probabilmente affievolendo del tutto, mentre il metodo trumpiano fa la sua comparsa con fattezze alquanto sgradevoli: spartire le responsabilità oppure pagare il prezzo dello scriteriato intervento USA-Israele in Iran. Come molti fra i migliori analisti hanno subito notato e rimproverato al Presidente Trump (e ai suoi supini collaboratori), non era chiaro, ecco un elemento di sicura follia strategica, l’obiettivo perseguito. Si trattava di: distruggere le installazioni nucleari dell’Iran e le sue capacità belliche?  e/o decapitare la leadership degli ayatollah cominciando dalla Guida Suprema? e, di conseguenza, aprire la strada al famoso/famigerato regime change, per lo più, ancorché non del tutto correttamente, interpretato come transizione alla/esportazione della democrazia? “Limpido”, esplicito, non negoziabile l’obiettivo di Netanyahu: distruggere le capacità belliche dell’Iran e il regime stesso sapendo che la comparsa della democrazia è faccenda che debbono sbrigare le opposizioni.

Non avendo conseguito nessuno dei suoi obiettivi, adesso che la guerra si sta rivelando potenzialmente piuttosto lunga e sicuramente costosissima, Trump richiede imperiosamente l’appoggio di alcuni paesi orientali, Giappone, Primo Ministro una signora simpatizzante MAGA, e Corea del Sud, ma soprattutto della NATO. Questo appoggio dei paesi membri della NATO non può essere giustificato poiché nessuno di loro, tantomeno gli USA, sono stati attaccati, quindi non esiste nessun obbligo di aiuto reciproco unanime. La furia di Trump, comprensibile, ma non giustificabile, si abbatte su un’organizzazione caratterizzabile, con le parole di alcuni importanti ministri trumpiani, come parassitica. A loro volta, non furiosi, ma più compostamente preoccupati, quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea hanno respinto l’invito di Trump a togliere il petrolio dall’elenco dei prodotti russi sui quali gravano le sanzioni UE. Non è una sorpresa che gli amici di Putin, spesso ammiratori anche dei MAGA e invidiosi, si siano espressi favorevolmente. Comunque, le alternative al petrolio russo e al gas, fanno notare gli esperti, sono il petrolio e il gas made in USA oppure riaprire e mantenere funzionante lo stretto di Hormuz, naturalmente, provvedendo le forze indispensabili per le operazioni militari richieste. Le parole chiave, in questo, come negli altri casi, sono solidarietà e collaborazione.

Nessuna delle due parole figura nel lessico MAGA. Entrambe richiedono elaborazioni all’altezza della situazione attuale di disordine internazionale e di confusione sotto il cielo che, con buona pace del Presidente Mao, non si configura affatto come ottima. Al contrario, è pessima anche perché appare sostanzialmente priva di sbocchi positivi, di indicazioni di approdo relativamente sicuro potenzialmente duraturo.

In un modo o nell’altro, verso la conclusione del loro mandato, tutti i Presidenti USA si sono preoccupati della loro legacy. Quale eredità politica lasciava la loro Presidenza? Quale posto sarà loro assegnato nella Storia? Svanito, probabilmente, l’obiettivo di mettere il suo nome nel Pantheon dei Premi Nobel per la pace (ma non vorrei sottovalutare le follie dei membri del Comitato di Oslo), nient’affatto conseguito l’altro ambizioso obiettivo di “rendere l’America di nuovo Grande”, la sfida più allettante per Trump potrebbe essere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Credo che il compito dell’Unione Europea, amici, pontieri, competitors, sia quello di non limitarsi alle critiche, ma di prendere l’iniziativa. Siate realisti tentate l’impossibile.    

Pubblicato il 18 marzo 2026 su Domani

Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia @DomaniGiornale

L’Italia è rimasta sola.  Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente. Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il Presidente Trump, sovranista in Chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale. L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli USA sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni  e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.

Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nel mancato invito all’Italia hanno sicuramente contato le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del Presidente Trump.

Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice Presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni. Finora la Presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.

Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura Presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea. Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni. 

Pubblicato il 4 marzo 2026 su Domani