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La fragilità dei partiti danneggia le democrazie @La_Lettura #vivalaLettura

Nelle democrazie si vota. Liberamente. Per eleggere assemblee, parlamenti, Presidenti. Tutte le cariche elettive hanno limiti temporali entro i quali debbono essere periodicamente rinnovate. Chi ha vinto sa che entro un certo numero di anni dovrà ripresentarsi agli elettori. Chi ha perso sa entro quando potrebbe ottenere la rivincita. Tutti i rappresentanti e i governanti sono consapevoli di avere un certo periodo di tempo per mettere all’opera le loro capacità e attuare quello che hanno promesso agli elettori. Cercheranno di giungere alle nuove elezioni nelle migliori condizioni possibili. Alcuni tenteranno di mascherare la loro inadeguatezza politica e personale ingaggiando una campagna elettorale permanente a colpi di slogan ad effetto. Altri mireranno a sopravvivere galleggiando fino al tempo del voto. Da qualche tempo, però, in alcune democrazie rappresentanti e governanti sono costretti con inusitata frequenza a tornare di fronte agli elettori. Le assemblee elettive non riescono a produrre maggioranze in grado di formare un governo. Come conseguenza, quelle assemblee vengono sciolte prima della loro scadenza naturale e gli elettori sono ripetutamente chiamati a votare. La soluzione che politici e parlamentari non riescono a trovare viene affidata agli elettori, al popolo sovrano, persino più spesso di quanto quel popolo desidererebbe.

Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, il fenomeno di elezioni frequentemente ripetute perché non risolutive costituisce un problema politico. Di tanto in tanto qualcuno ricorda allarmato che nella Repubblica di Weimar le frequenti elezioni anticipate furono la premessa del collasso, ma il riferimento è superficiale, male impostato, non tiene conto di condizioni nazionali e internazionali drasticamente differenti. Tuttavia, le tornate elettorali democratiche che si susseguono a poca distanza di tempo meritano attenzione. Anzitutto, bisogna evitare le esagerazioni. Delle ventotto democrazie dell’Unione Europea (nella quale ancora mantengo a fini analitici la Gran Bretagna) soltanto quattro, Austria, Grecia, Spagna e, appunto, Gran Bretagna hanno avuto in anni recenti legislature troncate e elezioni ripetute a distanza di poco tempo. Guardando fuori d’Europa, possiamo aggiungere il caso di Israele nel quale fra l’aprile 2019 e il marzo 2020 gli elettori finiranno per avere votato tre volte in meno di un anno. Dal canto loro, in meno di dieci anni i greci hanno votato ben cinque volte, ma in un arco temporale più lungo dal maggio 2012 al luglio 2019, per due volte nello stesso anno: maggio e giugno 2012 e gennaio e settembre 2015. È stato Tsipras l’unico a guidare il governo per quasi tutta una legislatura dal settembre 2015 al luglio 2019.

In Austria l’instabilità è risultata contenuta: due elezioni fra l’ottobre 2017 e il settembre 2019. La Gran Bretagna, che molti giustamente considerano la madre di tutte le democrazie parlamentari lodandone la stabilità e l’efficacia dei governi, è precipitata in un vortice che ha visto dal maggio 2015 al dicembre 2019 tre elezioni generali più il fatidico referendum del giugno 2016, il padre di tutti i pasticci successivi. Evidentemente, non è il sistema elettorale maggioritario a produrre e garantire la stabilità dei governi. Come sosteneva e più volte scrisse Giovanni Sartori, è la solidità dei partiti che conta in maniera decisiva per la formazione di governi stabili e operativi. Infine, la Spagna, nel corso di più di trent’anni esemplare democrazia con governi stabili, competizione bipolare e alternanza, ha votato quattro volte fra il dicembre 2015 e il novembre 2019. A fronte di questo ritratto, la tanto vituperata Italia, con i suoi conflitti, le sue tensioni, le sue persistenti difficoltà, dimostra che, se non tutto, molto può essere ricomposto in Parlamento (sì, anche con i cosiddetti “ribaltoni” ovvero i legittimi cambi di maggioranze) senza ricorrere a ripetute elezioni che “logorano” le istituzioni oltre che la pazienza politica degli elettori.

Per ciascuno dei paesi che hanno sperimentato numerose e ravvicinate consultazioni elettorali è possibile individuare motivazioni specifiche non generalizzabili. La più evidente delle motivazioni specifiche la offre Israele: è la sconfinata ambizione di Netanyahu che ha bloccato qualsiasi alternativa nella Knesset e condotto alla sequenza di elezioni anticipate. È altresì possibile sostenere che quanto il Regno Unito ha sperimentato è la conseguenza di clamorosi errori del Premier Conservatore David Cameron. Preferisco, però, andare alla ricerca di fattori che servano non solo a spiegare quanto è già accaduto, ma anche a fornire elementi utili per prevedere quanto potrebbe accadere sia in Italia sia in altre democrazie occidentali. La chiave di volta delle difficoltà di formare i governi, mai automaticamente risolte da rinnovate elezioni, è costituita dalla frammentazione dei partiti e dei sistemi di partito. La conseguenza immediata di questa frammentazione è che, per formare il governo, diventa necessario includere più partiti e che il partito maggiore, il coalition-maker, raramente è molto più grande dei potenziali alleati. Quindi, non può e non riesce a imporre le sue condizioni. Deve negoziare a lungo, in paesi nei quali, come in Grecia e in Spagna, manca quella che Roberto Ruffilli auspicò si affermasse e affinasse anche in Italia: una cultura della coalizione. e quando ritiene di non potere più (con)cedere preferisce il ritorno in tempi brevi alle elezioni.

In Israele il declino dei partiti maggiori ha una storia molto lunga che ha prima condotto alla scomparsa dei laburisti, poi, di recente, alla diminuzione dei consensi per il partito ufficiale della destra, il Likud. Altrove, Grecia e Spagna, gli sviluppi sono stati drammatici. In entrambi i casi, i due partiti maggiori emersi con la transizione alla democrazia e positivamente responsabili per la sua affermazione, sono entrati in un declino elettorale che, in Grecia, ha prodotto la quasi scomparsa dei socialisti del Pasok e, in Spagna, ha notevolmente ridimensionato sia i Popolari sia i Socialisti. Da sistemi politici nei quali la dinamica era bipolare imperniata su un partito molto grande per voti e per seggi, Grecia e Spagna sono diventati sistemi partitici multipartitici nei quali per dare vita a un governo è imperativo formare coalizioni anche larghe. Naturalmente, i partiti che organizzano il loro consenso e danno rappresentanza sono espressione delle mutate preferenze politiche e sociali. Israele quasi da sempre, Grecia e Spagna di recente sono società frammentate per governare le quali sono largamente preferibili, spesso assolutamente necessari governi di coalizioni multipartitiche. In queste coalizioni, talvolta c’è un partito piccolo, ma numericamente decisivo che, ha scritto Sartori, ha “potere di ricatto”. Alcuni partiti piccoli, ma indispensabili, tentano di ampliare il loro consenso attraverso nuove elezioni che, però, raramente, producono esiti risolutivi. Costruire coalizioni coese in molte democrazie parlamentari, ricorderò che l’attuale Grande Coalizione tedesca nacque nel marzo 2018 dopo un negoziato durato all’incirca tre mesi, è diventata una fatica di Sisifo. Ma, chi ha mai sostenuto che governare le democrazie è facile?

Pubblicato il 12 gennaio 2020 su la Lettura – Corriere della Sera

Più fiducia più responsabilità #Messaggio di Fine Anno del Presidente #Mattarella

Siamo anche i discendenti alla molto lontana di Leonardo, Raffaello e Dante, citati dal Presidente Mattarella in apertura del suo discorso di fine d’anno, dei quali giustamente celebriamo le opere stupefacenti, ma da allora troppa acqua è passata sotto i ponti italiani. Senza bacchettare i politici, cosa sempre buona e giusta, Mattarella ha preferito rivolgersi a noi cittadini e solo indirettamente a chi ha potere politico. Le due parole chiave, intorno alle quali, da qualche tempo, ruotano le spiegazioni delle scienze sociali riguardanti la qualità delle democrazie e lo sviluppo economico e culturale, sono fiducia e responsabilità. Il Presidente le ha declinate sobriamente, ma con precisione ed efficacia. Una società funziona in maniera apprezzabile quando gli uomini e le donne hanno fiducia, non soltanto in se stessi, ma, è mia personale aggiunta, gli uni negli altri. Sanno che tutti, o quasi, si comporteranno secondo le regole e che nessuno, o quasi, cercherà di prevaricare. Quando gli impegni assunti sono (quasi) sempre rispettati. Alla fiducia reciproca s’accompagna la responsabilità. Chi ha assunto impegni è responsabile della loro attuazione. La responsabilità è la virtù democratica per eccellenza. Mattarella si è affrettato a ricordare che i cittadini debbono ricevere il buon esempio dalle istituzioni. A coloro che hanno incarichi istituzionali spetta per primi l’onere (e l’onore) di comportarsi in maniera responsabile. La responsabilità è “il più forte presidio di libertà”. Non so quanti fra i detentori del potere politico e istituzionale si siano sentiti fischiare le orecchie, ma chiarissimo è il messaggio. La coesione sociale emerge, si manifesta, si mantiene producendo esiti positivi per una nazione, ma anche, a livello più elevato, nell’Unione Europea, quando esistono alte dosi di fiducia e i cittadini, i rappresentanti, i governanti, accettano e si sforzano di operare responsabilmente. Certo, Leonardo, Raffaello e Dante non sono più qui con noi, italiani, ma, agli occhi degli stranieri continuiamo ad avere grandi potenzialità. Esistono uomini e donne in questo paese che sanno agire con abnegazione, che spesso compiono atti di eroismo. Ferma restando l’eccezionalità di alcuni comportamenti, da lodare, e il Presidente l’ha fatto, è nella quotidianità che i cittadini debbono migliorare. Senza nessun cedimento a sentimenti buonisti e melliflui, il Presidente affida ai giovani una ragionevole speranza di miglioramento complessivo, diffuso della società italiana. Dalla loro consapevolezza della gravità dei problemi, a cominciare da quello ambientale, e dalla loro sensibilità è possibile attendersi cambiamenti significativi, tutti da conquistare. Per concludere con Dante, il Presidente Mattarella si è premurato di dire agli italiani che “la dritta via” non è del tutto “smarrita”. Che dobbiamo avere fiducia. Agendo con responsabilità riprenderemo il difficile cammino che conduce a una società civile e prospera. Buon Anno.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2020

Governo Conte oltre il panettone

Rincorrendo le quotidiane differenze di opinione fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle e i dirigenti del Partito Democratico e le loro numerose esternazioni, si ha l’impressione che il governo Conte 2 stia continuamente scricchiolando. Tuttavia, sembra oramai quasi certo che Conte e i suoi ministri saranno ancora in carica quando arriverà il momento di mangiare il panettone natalizio. Guardando ai due problemi attuali di maggiore portata, il destino dello stabilimento Ilva di Taranto e il futuro oscuro di Alitalia, si capisce che, da un lato, il governo non ha saputo trovare soluzioni tempestive e adeguate, dall’altro, che né per l’Ilva né per Alitalia e neppure per la Banca Popolare di Bari, le responsabilità sono di questo governo, ma affondano in scelte e non-scelte dei governi precedenti. L’opposizione di centro-destra alza la voce, spesso con toni molto sgradevoli, ma, come nel caso del Meccanismo Europeo di Stabilità, non ha nessuna proposta alternativa. Anzi, forse il salire dei toni, di cui di recente è stata maestra Giorgia Meloni (e l’impennata di consensi nei sondaggi a suo favore sembra premiarla), dipende proprio dalla sostanziale impotenza propositiva del centro-destra. Non è soltanto questione di inefficacia del sovranismo, ovvero del proposito di riconquistare, non si sa come, poteri ceduti all’Unione Europea oppure, meglio, con l’UE condivisi, con Berlusconi molto tentennante sul punto, ma, eventualmente, di come usarli nelle politiche economiche e sociali italiane. La vittoria di Boris Johnson in Gran Bretagna ha messo in imbarazzo i sovranisti italiani che si sono affrettati a dire che, no, non pensano affatto di uscire né dall’Unione né dall’Euro.

Giorno dopo giorno appare che le maggiori, ma nient’affatto letali, insidie per il governo Conte vengono dal suo interno. Nascono, da un lato, dalla necessità per i Cinque Stelle di prendere dolorosamente atto che molte parti del loro programma alla prova dei fatti risultano inattuabili, se non addirittura controproducenti e, dall’altro, che la leadership di Di Maio si è certamente dimostrata inadeguata, portando al dimezzamento dei voti, ma al momento rimane insostituibile poiché la sua fuoruscita porterebbe a deflagrazioni. L’insidia più grande per il governo viene, deliberatamente e costantemente, dallo scissionista Matteo Renzi. L’ex-segretario del PD ha la necessità di conquistare spazi cosicché prende rumorosamente le distanze dalle politiche del governo in cui pure stanno esponenti da lui designati, e per dimostrare la sua rilevanza si sta dedicando al piccolo sabotaggio. Un mediocre di talento, il Presidente del Consiglio Conte si riposiziona frequentemente, procede a mediazioni, offre un volto rassicurante e produce dichiarazioni rassicuranti venendo premiato dai sondaggi come il leader nel quale gli italiani hanno più fiducia. Che, in attesa del D-Day rappresentato dalle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, sia lui “l’uomo solo al comando” desiderato dagli italiani?

Pubblicato AGL il 16 dicembre 2019

L’Europa, memoria e futuro #Bologna #22ottobre @MOVFEDEUROPEO @BolognaMfe

In occasione del XXIX Congresso nazionale del Movimento Federalista Europeo, Bologna 18-20 ottobre 2019, l’Istituto Storico Parri propone una

Discussione sulle culture politiche europee e europeiste all’inizio di una nuova legislatura europea

22 ottobre 2019 ore 17:30
Istituto Storico Parri, sala ex Refettorio, via Sant’Isaia 20

Saluto di
Giacomo Manzoli

partecipano
Giancarla Codrignani
Gianfranco Pasquino
Elly Schlein

introduce e conduce
Luca Alessandrini

Un governo (quasi) normale, due sfide (quasi) eccezionali

Per capire le conseguenze della crisi di governo in pieno agosto bisogna ribadire alcuni punti essenziali. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono in Parlamento, certo sulla base dei voti degli elettori e del numero di seggi (non poltrone!) ottenuti dai partiti. Possono cadere in parlamento nel quale, se esiste un’altra maggioranza di seggi, si può formare un nuovo governo. Nel passato è successo in Olanda e in Belgio, ma anche nella stabilissima Germania e nella a lungo stabile Spagna. Nel passato in Italia spesso dalla coalizione di governo usciva o entrava un partito, senza scandalo e senza nuove elezioni. È la flessibilità delle democrazie parlamentari. L’attuale governo, Conte Due, come ha opportunamente sottolineato il Presidente del Consiglio, un nuovo governo non il prodotto di un “semplice” rimpasto, vede una coalizione fra il primo partito in termini di seggi e il secondo delle elezioni del marzo 2018. Offre un’adeguata rappresentanza agli elettori italiani e, certo, anche alle correnti dei due partiti. I renziani hanno qualche ministro e tre o quattro sottosegretariati, anche se nessuno è toscano. La spada di Damocle (pardon, di Renzi) non è sulla testa del governo. I renziani potranno anche lasciare il partito, prospettiva che sembra continuino a intrattenere, ma non per questo dovrà cadere il governo. Dunque, il Conte Due è un (quasi) normale governo delle democrazie parlamentari. Tuttavia, il problema, che spinge molti/troppi commentatori a scrivere articoli di fantasia sulla sua durata, è che deve affrontare alcune sfide di grande portata a lungo trascurate e/o rimosse. Ne vedo due molto serie. La prima consiste nel rilanciare la crescita economica del paese, attualmente fermo, se non già in una piccola recessione, senza fare aumentare il gigantesco debito pubblico, ricorrendo a ingenti investimenti produttivi e riducendo le diseguaglianze. Non ci si può attendere che la crescita dipenda dal successo del reddito di cittadinanza né si può pensare di ridurre le tasse facendo affidamento sulla disponibilità dei benestanti a spendere di più. La seconda grande sfida, al tempo stesso, un’opportunità da sfruttare, è quella di contribuire a cambiare alcune modalità di funzionamento dell’Unione Europea. Impegni chiari su una rapida ed equilibrata redistribuzione dei migranti debbono essere urgentemente definiti. Anche grazie alla presenza del Commissario Paolo Gentiloni agli affari economici e del già europarlamentare Roberto Gualtieri al Ministero dell’economia, il governo Conte Due avrà la possibilità persino di chiedere la revisione del troppo rigido Patto di Stabilità e Crescita. Un governo (quasi) normale deve affrontare compiti (quasi) eccezionali, ma per la prima volta da parecchio tempo avrà due carte da giocare. La prima è la credibilità del suo europeismo, seppur, nel caso delle Cinque Stelle, recente. La seconda è la sua disponibilità a operare dentro l’Unione Europea con gli altri governi europeisti. Non è poco.

Pubblicato AGL il 15 settembre 2019

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Dacci oggi, ma anche domani, il nostro Commissario

La nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia deve essere fatta dal governo. Sarà il capo del governo italiano a comunicare il nome del prescelto/a alla Presidente della Commissione. Dunque, soltanto nei vaneggiamenti della Lega qualcuno potrà sostenere che il commissario deve essere uno, sicuramente non una poiché la Lega è un partito/movimento maschilista senza nessun cedimento, della Lega. Incidentalmente, mi sfuggono del tutto le conoscenze e i meriti europeisti di Giancarlo Giorgetti, del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia e del Ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, i cui nomi pure sono circolati, molto meglio, invece, Letizia Moratti. Non so se vale la pena complimentarsi con Giorgetti per essersi chiamato fuori da un compito per il quale non aveva/ha nessuna preparazione manifesta. Ad ogni buon conto, si sappia che il Commissario nominato dal governo italiano non avrà come obiettivo costitutivo quello di rappresentare l’Italia nella Commissione e nell’Unione poiché tutti Commissari assumono l’impegno di dimenticarsi degli interessi nazionali e di operare per fare funzionare al meglio l’Unione Europea, al limite anche per cambiarla naturalmente nella direzione di un’Unione più stretta, più coesa, più solida. Ciascuno e tutti questi aggettivi sono, in via di principio, respinti dalla Lega. Nella misura in cui è, dovrei forse scrivere “riesce a essere”, sovranista, la Lega mira a rendere l’Unione più lasca, meno coesa, più dipendente dagli Stati-membri, esattamente il contrario di quello che, curando il fascicolo di “Paradoxa” del Luglio/settembre 2015, intitolato, Europa. Ne abbiamo abbastanza?, argomentò Roberto Castaldi.

La brutta discussione in corso fra i due alleati al governo, sia sull’avere votato o no per la Presidente Ursula von der Leyen sia sulla scelta del Commissario/a italiano/a, è rivelatrice della straordinaria ignoranza di entrambi in materia europea. Ancora non hanno capito, anche perché non è mai stata una loro priorità, che in Europa la “moneta” più forte si chiama “credibilità”. Che, per gli europei, la credibilità si misura sulle parole e sulle azioni, quindi, anche sui voti espressi, sulla coerenza fra impegni presi e adempimenti. Su questo terreno, mai il più importante nella politica italiana, anche per responsabilità degli elettori che non lo usano per premiare e punire i loro rappresentanti e governanti (né potrebbero farlo poiché non si interessano di politica, non si informano sulla politica, meno che mai quella europea, e partecipano poco alla politica, nel migliore dei casi limitandosi a votare e, infine, poiché la Legge elettorale Rosato non li favorisce), gli italiani in Europa sono considerati molto carenti. Naturalmente, esistono eccezioni individuali, come Antonio Tajani e David Sassoli, che vengono adeguatamente premiate. Stessa osservazione vale per Mario Draghi la cui prestigiosa carriera è legata alla sua personale credibilità e enorme competenza.

Come potrà la Presidente della Commissione Europea e come faranno gli europarlamentari che terranno udienze per valutare il tasso di europeismo e il livello di competenza, non solo nel settore specifico di ciascun nominato/a alla carica di Commissario, ad avere un atteggiamento conciliante e comprensivo nei confronti di chi ha ripetutamente bollato la Commissione poiché composta da “burocrati” e “tecnocrati”? Naturalmente, i tecnocrati sono fumo negli occhi dei populisti/sovranisti e i burocrati non possono essere i beniamini della democrazia diretta e della piattaforma Rousseau. Però, il punto è che, da tempo, la Commissione è il luogo dove si trovano uomini e donne che hanno una biografia politica di tutto rispetto, hanno vinto le elezioni nei loro rispettivi paesi, hanno governato, sono stati ministri, hanno acquisito e esercitato competenze. Non è prevedibile quale coniglio uscirà dal cappello del prestigiatore Conte, che qualcosa in materia dovrebbe pur dirla, ma di cui ugualmente non sono note le conoscenze in materia di Europa e di Unione. Dirò subito che condivido per filo e per segno quanto ha intelligentemente scritto Riccardo Perissich, Italia/UE: un commissario e un portafoglio, ma per chi e per che cosa fare (Newsletter dell’Istituto Affari Internazionali, 23 luglio 2019).

So che un governo che vuole contare in Europa avrebbe qualche chance in più se sapesse scegliere come commissario/a non un guastatore a digiuno dell’Unione Europea, della sua storia, dei trattati, degli obiettivi, ma una persona competente, conosciuta, europeista, che sappia indicare soluzioni ai problemi europei tali da avere riflessi positivi anche sulle politiche italiane. È tempo di vacanze per gli europei e per molti italiani, ma l’Unione Europea continuerà a funzionare e, forse, anche a migliorare il suo rendimento, spesso già superiore a quello di alcuni governi nazionali, se i Commissari saranno all’altezza. Auguri.

Pubblicato il 25 luglio 2019 su PARADOXAforum

Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

L’UE poco democratica? Basta con gli stereotipi @La_Lettura #vivalaLettura

 

Qualche tempo fa circolava sotto forma di boutade una critica alla mancanza di democrazia nell’Unione Europea secondo la quale, applicando i suoi criteri, l’Unione Europea non avrebbe mai superato la prova. Non sarebbe stata ammessa fra gli Stati-membri. Era sicuramente un’esagerazione e, altrettanto, sicuramente, da tempo le istituzioni dell’Unione Europea garantiscono il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo e rispettano i canoni democratici. L’hanno fatto anche nelle recenti nomine alle cariche, non le “poltrone”, parola da lasciare ai populisti, più importanti: Presidenza della Commissione e della Banca Centrale Europea, Presidenza del Consiglio e Presidenza dell’Europarlamento. Quelle nomine sono state un esempio deteriore di mercato delle vacche? La terminologia inglese, molto più fine, parla di scambio/commercio di cavalli (horse trading). Non mi esibirò nell’elogio dei mercati dove si vendono, comprano, scambiano gli animali, luoghi di grande trasparenza e caratterizzati dalla fiducia fra i contraenti. Mi limiterò ad affermare che in qualsiasi democrazia multipartitica, e l’Unione appartiene a questa fattispecie con l’aggiunta che è anche plurinazionale, si fanno scambi tenendo conto non soltanto dei voti e del peso politico dei contraenti, ma altresì della qualità e della rappresentatività delle persone. Tutte quelle nomine, meno quella del Presidente del Parlamento, spettavano ai capi di governo riuniti nel Consiglio Europeo. Tutti e ciascuno di quei capi di governo godono di effettiva legittimità democratica. Fanno parte di quel Consiglio poiché hanno vinto le elezioni, libere e competitive, nei loro paesi. Vi rimangono fin quando riescono a mantenere il sostegno della maggioranza assoluta del loro Parlamento. Sono costretti ad andarsene quando non hanno più la maggioranza venendo sostituiti da chi quella maggioranza ha conquistato. A sua volta, nel Consiglio si formano e cambiano le maggioranze a seconda delle persone e delle politiche. In quel Consiglio si vota e vincono coloro che aggregano una maggioranza assoluta di voti ponderata anche in base ad altri criteri nient’affatto in violazione delle regole democratiche con un’unica eccezione. La richiesta del voto all’unanimità su alcune materie conferisce eccessivo, oramai non più giustificato, potere anche a un solo capo di governo che può “ricattare” formalmente e informalmente tutti gli altri. Infatti, da qualche tempo, si discute di come abolirlo.

È la Commissione, sostengono molti, l’organismo assolutamente non democratico accusandola di essere composta da burocrati e tecnocrati senza legittimità alcuna. Sia il/la Presidente della Commissione sia i singoli Commissari sono, in effetti, non eletti, ma nominati da ciascuno dei capi di governo. Chi li ha nominati gode, come ho evidenziato sopra, di chiara legittimità democratica. Dunque, la Commissione avrebbe comunque una legittimità indiretta e, incidentalmente, praticamente nessuno dei Commissari è un burocrate emergendo tutti da una carriera politica ad alto livello, che li ha portati ad essere ministri e capi di governo, e sono tecnocrati solo nella misura in cui si riconoscono le loro competenze specifiche in alcuni importanti settori. I capi di governo hanno deciso di non dare la preferenza al candidato di punta dei Popolari che, pure, hanno avuto più voti e più seggi dei concorrenti, ma non hanno violato una norma e, comunque, scegliendo Ursula von der Leyen hanno premiato i Popolari. La nomina, però, non è sufficiente ad acquisire la carica. La Presidente nominata, nel lessico parlamentare diremmo “designata”, presenterà il suo programma ai parlamentari per ottenerne un voto di approvazione, sostanzialmente la fiducia. A loro volta, ciascuno dei candidati Commissari, nominati dai (capi dei loro) governi, dovrà passare attraverso severe e approfondite, pubbliche audizioni parlamentari ad opera delle Commissioni di merito che ne valuteranno le competenze e anche il tasso di europeismo in un certo senso aggiungendo quindi un importante elemento di democraticità. Toccherà al Parlamento europeo, eletto da qualche centinaio di milioni di elettori europei, dare la sua approvazione oppure no alle nomine dei capi di governo. Il Parlamento poi dovrà accettare o respingere la Commissione in blocco.

La procedura, tutt’altro che contorta o bizantina, nient’affatto manipolabile, vede, dunque, il Parlamento, l’organismo più democratico poiché eletto dai cittadini europei, svolgere il compito più importante, quello della legittimazione democratica della Commissione, il motore dell’Unione. I critici sostengono che, democratico quanto si voglia, il Parlamento europeo ha poco potere. Ratifica, per lo più, o boccia, rarissimamente, ma non ha il potere di iniziativa legislativa che è nelle mani della Commissione. I critici dimostrano, da un lato, di non avere sufficienti cognizioni istituzionali; dall’altro, di essere carenti anche in quanto alle modalità di fare politica. In tutti i parlamenti delle democrazie parlamentari, praticamente il 90 per cento delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Quando gli europarlamentari, in particolare, le Commissioni, ritengono che una particolare tematica meriti una regolamentazione legislativa, non hanno nessuna difficoltà a conquistare l’attenzione dell’apposito Commissario, se non, addirittura di tutta la Commissione. In via informale, ma non meno efficace, eserciteranno così l’iniziativa legislativa.

Non c’è dunque nulla di cui lamentarsi in materia di democrazia nell’Unione Europea? Quando sono i cittadini europei che ritengono che di democrazia in Europa non ce n’è abbastanza e che funziona male, allora, comunque, dobbiamo preoccuparci. Non è solo un problema di decisioni, che sono prese con troppa lentezza e dopo eccessive contrattazioni, peraltro in maniera non dissimile da quanto avviene nei governi di coalizioni multipartitiche. Non è solo un problema, peraltro reale, di cattiva o inadeguata comunicazione. È un problema di esagerata apertura dell’Unione a tutti i numerosi e potenti gruppi di pressione nazionali e transnazionali che difendono interessi particolaristici e, soprattutto di mancanza di trasparenza dei processi decisionali. L’Unione, che è democratica, deve diventare più trasparente esplicitando le posizioni dei decisori, i conflitti, le proposte di soluzioni alternative. Renderebbe possibile valutare le responsabilità del fatto, del non fatto e del malfatto per premiare e punire rappresentanti e governanti.

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, è, fra l’altro, autore di L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017.

Pubblicato il 14 luglio 2019

Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019