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Il braccio di ferro della Merkel
Premesso che le Grandi Coalizioni non sono il male assoluto, ma una modalità di formazione dei governi nelle democrazie parlamentari, CDU e SPD hanno perso voti non perché protagonisti della Grande Coalizione 2013-2017, ma per le politiche che hanno attuato/sostenuto, in materia d’immigrazione e di politica economica e sociale nell’Unione Europea. Immediatamente ripudiata dal molto sconfitto Martin Schulz, candidato della SPD, la Grande Coalizione è tuttora numericamente possibile. Potrà persino diventare politicamente praticabile. Su un punto, però, Schulz ha ragione da vendere: non si può lasciare il ruolo di opposizione parlamentare (e sociale) ad Alternative für Deutschland. Sbagliano la maggioranza dei commentatori quando molto sbrigativamente etichettano l’AfD come movimento/partito populista. No, primo, non tutto quello che non piace ai democratici sinceri e progressisti è populismo, brutto, cattivo e irrecuperabile. Secondo, la piattaforma programmatica di AfD comprende almeno tre tematiche: i) la difesa dei tedeschi, quelli che parlano il tedesco, hanno precisato alcuni dirigenti del partito, contro l’immigrazione eccessiva e incontrollata accettata/incoraggiata dalla cancelliera Merkel; ii) una posizione più dura in Europa contro gli Stati-membri che sgarrano, ma anche minore disponibilità ad andare a soluzioni quasi federaliste; iii) qualche, talvolta eccessiva, pulsione che non accetta tutta la responsabilità del passato nazista e che, talvolta, ne tenta un (odioso, l’aggettivo è tutto mio) recupero.
Facendo leva solo sulle “pulsioni”, nel passato, partiti di stampo neo-nazista erano riusciti ad arrivare nei pressi della soglia del 5 per cento, rimanendo esclusi dal Bundestag. Insomma, almeno l’8 per cento degli elettori dell’Afd, che ha ottenuto quasi il 13 per cento dei voti, è contro l’Unione Europea com’è e i migranti. Questa posizione è condivisa dai quattro di Visegrad, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Poiché due terzi dei voti di AfD provengono dai Länder della Germania orientale è lecito dedurne che non è stato fatto abbastanza per superare democraticamente culture nazionaliste e xenofobe che i regimi comunisti avevano superficialmente mascherato. Non si cancelleranno quegli infausti retaggi colpevolizzando gli elettori di AfD quanto, piuttosto, premendo sulle contraddizioni interne al movimento/partito. Con ogni probabilità, Angela Merkel farà una coalizione con i Verdi, affidabilmente europeisti, e con i Liberali, blandamente europeisti, direi europeisti à la carte, inclini a sfruttare tutti i vantaggi di cui la Germania già gode pagando il prezzo più contenuto possibile. Qui, rientra in campo, la Cancelliera con il suo potere istituzionale, con il suo appena intaccato prestigio politico, con la sua ambizione personale mai sbandierata a entrare nella storia.
Il lascito del suo mentore, Helmut Kohl, cancelliere per 16 lunghissimi e importantissimi anni 1982-1998, è consistito sia nel successo della quasi fulminea riunificazione sia nella sua infaticabile azione europeista della quale il Trattato di Maastricht e l’Euro sono i due più luminosi risultati. Vorrà la Cancelliera uscire a testa alta dal suo lungo periodo di governo avendo operato per spingere l’Unione Europea ancora più avanti in termini economici e sociali, se non anche politici? L’asse franco-tedesco non può in nessun modo essere messo in discussione. Allora, l’interrogativo è se, consumata la Brexit, Italia e Spagna sapranno cogliere l’opportunità di inserirsi costruttivamente nei rapporti fra la Germania della Merkel e la Francia di Macron. La consapevolezza che nessuno dei grandi problemi, economici e sociali, può essere risolto dagli Stati nazionali e dai “sovranisti” più o meno populisti potrà costituire l’elemento comune per inaugurare le politiche europee necessarie. È un compito per il quale la Merkel, politicamente indebolita, ma oramai liberata dall’esigenza di prossime campagna elettorali, è in grado di attrezzarsi e di svolgere.
Pubblicato AGL il 26 settembre 2017
INVITO Continuare a costruire l’Europa #Pordenone #pnlegge2017 #Europa30Lezioni
Domenica 17 settembre ore 19
Palazzo della ProvinciaContinuare a costruire l’Europa
Incontro con Gianfranco PasquinoIn occasione della presentazione del libro
L’Europa in trenta lezioni (Utet 2017)Un tempo l’Unione Europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuria lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono il famoso Manifesto, in cui l’unità dell’Europa è già «una impellente tragica necessità». Oggi l’Unione Europea viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante, complessa e difficile; ma non per questo possiamo perdere questa straordinaria occasione.
La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti 15settembre #scuoladipolitiche #SummerSchool2017 #Cesenatico
Europe today
Intervista a cura di a Francesco Paolo Sgarlata per Stand Up For Europe
Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. E’ inoltre autore di numerosi volumi, tra i quali: Le parole della politica, Lettura della Costituzione italiana, La Costituzione in trenta lezioni, e molti altri.Ma veniamo a lui, e gli poniamo subito la prima domanda.
Prof Pasquino, in conclusione del suo libro “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017), Lei parla dell’Europa che vorrebbe, un’Europa destinata non alla “sopravvivenza o al declino” come diceva Delors, ma una realtà che riuscirà a progredire nel tempo. C’è l’Europa federale in fondo al nostro cammino?
Sarà un cammino lungo e faticoso, molto accidentato, con ostacoli frapposti da politici di mediocre qualità che pensano di trarre vantaggio dall’appartenenza all’Unione Europea senza contribuirvi, ma al fondo si troverà un’Europa federale. Non sarà la “fine della Storia” perché poi la faremo funzionare, la riformeremo, la perfezioneremo. Le premesse esistono già tutte. Forse sarà la crescita di un’opinione pubblica europea a fare compiere il salto decisivo. Forse appariranno sulla scena politici e intellettuali che metteranno il loro prestigio e le loro idee al servizio di un compito, più che storico, epocale.
Quando il suo libro è stato scritto, Emmanuel Macron non era ancora stato eletto. Abbiamo finalmente trovato un leader carismatico e di spessore, in grado di dare nuovo impulso al processo di integrazione con una visione europeistica di ampio respiro?
Macron ha dimostrato di sapere sfruttare una congiuntura favorevole, le elezioni presidenziali, che esaltano la leadership, in un momento di ripiegamento, forse declino, dei due grandi partiti, gollista e socialista. Ha grandi potenzialità e, lo dico, seriamente, una grande maggioranza parlamentare. Lo aspettiamo alla prova dell’immigrazione, sulla quale i suoi primi segnali non sono stati buoni, della politica economica, della cultura.
Il referendum su Trattati internazionali – non possibile comunque in Italia – è strumento di democrazia oppure arma a disposizione di chi sa manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento?
I referendum, se correttamente organizzati, sono uno strumento irrinunciabile del repertorio democratico. Qualcuno vuole brandirlo contro l’Europa? Ne ha facoltà laddove le regole e le Costituzioni nazionali glielo consentono. La Brexit non è stata l’esito inevitabile di quel referendum, ma la conclusione quasi logica dell’ambiguità, della reticenza, dell’inadeguatezza dei Conservatori inglesi, ma anche di un decennio di critiche britanniche all’Unione Europea non sufficientemente contrastate dagli europeisti nel Regno Unito e dalle istituzioni europee. Impareranno gli orgogliosi abitanti di quelle isole che lo “splendido isolamento” di cui si sono vantati per secoli non è affatto splendido e sarà molto costoso, anche in termini di impoverimento culturale.
Con la Brexit l’Europa ci guadagna o ci perde?
La risposta giusta, politicamente corretta, la so, la so: ci perdiamo tutti. Chi vuole un’Europa più liberale e meno appesantita da regole forse ci perde di più di chi si accontenta dell’ordoliberalismo (con una pesante bardatura di regole) della Germania e dei suoi molti, troppi alleati che non sanno svincolarsi. Poi, certo, anche in termini economici e finanziari un’Europa senza la Gran Bretagna è inevitabilmente meno forte.
I partiti politici nazionali sono un freno allo sviluppo europeo o secondo lei ci vorrebbero dei veri e propri partiti sovranazionali?
Quel che rimane dei partiti, in molti paesi qualcosa di più che in Italia, non è ancora riuscito a trovare il modo per combinare e coordinare la sua indispensabile attività nazionale con un suo accresciuto ruolo sulla scena europea. Mi piacerebbe che nelle prossime elezioni del Parlamento Europeo i partiti, tutti i partiti, decidessero di mettere nelle loro liste metà candidati nazionali e metà candidati provenienti da paesi europei ai quali attribuire l’opportunità di fare una campagna elettorale davvero europea e europeistica. Sarebbe un segnale importantissimo.
Lei è a favore di un legame più stretto tra Unione Europea e cittadini europei. Come potrebbe concretizzarsi?
Anche in questo caso so qual è la risposta politicamente corretta: migliorare la comunicazione politica. Ovviamente, dovrebbero essere, anzitutto, le istituzioni europee a trovare modi e forme di questa comunicazione, ma il compito dovrebbe essere svolto anche dai parlamentari europei e dai loro assistenti. Infine, che bello sarebbe se i giornalisti e i commentatori riportassero con precisione, non i gossip e le veline dei loro governi/ministri nazionali, ma tutto quello, ed è moltissimo, che avviene nel Parlamento, nella Commissione, nelle riunioni dei capi di Stato e di governo.
Nel Suo libro lei parla dei processi decisionali dell’Unione Europea che spesso sono lenti e farraginosi. Quali funzionamenti bisognerebbe rivedere?
Nella misura del possibile, che credo sia ampia, bisognerebbe rendere i processi decisionali più snelli, riducendo drasticamente il sistema dei comitati e l’accesso di lobby e lobbisti, e accrescendo la trasparenza. Anche in questo caso, il compito dei mass media e di operatori preparati è assolutamente decisivo.
Pubblicato il 21 luglio 2017
Le sinistre. Con la socialdemocrazia per andare oltre
Mi ricordo di avere letto un breve, ma intenso scritto (che si trova in un suo libro adesso a Nova Spes) [NdR il prof. Pasquino ha donato alla biblioteca della Fondazione Nova Spes circa 4.000 volumi di scienza politica] del grande sociologo tedesco-poi-britannico Ralf Dahrendorf, nel quale sosteneva, con apprezzamento, quasi ammirazione, che il XX secolo era stato il secolo socialdemocratico. Dahrendorf ha esagerato. Nel migliore dei casi, il cosiddetto secolo socialdemocratico è durato dal 1932, anno in cui i Socialdemocratici svedesi vinsero le elezioni conquistando la maggioranza assoluta di seggi (e poi governarono ininterrottamente fino al 1976), fino al 1997, la prima vittoria dei Laburisti di Tony Blair, che si era già addentrato nella Terza Via, chiaramente e deliberatamente non più socialdemocratica. Sono, comunque, stati sessantacinque anni che le sinistre italiane, avendo passato troppo tempo a criticare le socialdemocrazie che: a) non superavano il capitalismo, ma lo mantenevano vivo e vegeto; b) si erano logorate senza produrre grandi trasformazioni nelle loro società; c) erano “superate” (non ho mai capito da chi e da cosa), quando il PCI si trasformò dolorosamente e malamente nel 1989-1991, non seppero trovare il bandolo della matassa della cultura e delle politiche socialdemocratiche o, comunque, progressiste. Infine, il Partito Democratico ha posto la pietra tombale su qualsiasi prospettiva socialdemocratica, e male gliene sta incogliendo.
Quasi sicuramente non è più possibile resuscitare le esperienze socialdemocratiche, ma bisogna riconoscere che la loro premessa (la politica scrive le regole per il mercato) e i due cardini della loro cultura e della loro opera di governo hanno cambiato, in meglio, la politica e la vita di qualche centinaio di milioni di cittadini. Dove saremmo (basterebbe chiederlo ai cittadini USA che rischiano di perdere l’assicurazione sanitaria) senza il welfare, praticato e perfezionato da tutti i socialdemocratici e dove sarebbe l’economia senza il keynesismo? Conquiste importantissime che il liberismo non ha travolto, ma stravolto elaborando pratiche che hanno prodotto incertezze, lacerazioni, diseguaglianze economiche e sociali enormi. Poiché siamo certi che non è più possibile il “keynesismo in un solo paese” e che anche il welfare necessita di un quadro sovranazionale, è giunto il tempo, preconizzato da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene (1941), di una politica federalista europea. Dalla contrapposizione nettissima fra Europa politica federata/sovranismo statalista che ha favorito la vittoria di Emmanuel Macron e posto le premesse di una ridefinizione dello schieramento partitico francese, può scaturire la rivitalizzazione anche della sinistra italiana.
Stiamo assistendo, in quello che, con ottimismo malposto e mal giustificato/bile, Giuliano Pisapia ha chiamato “campo progressista”, a riposizionamenti di vario genere per fini di sopravvivenza, non di reale trasformazione. Che Renzi venga vissuto dalla “ditta” degli ex-comunisti come un usurpatore è del tutto irrilevante. Quello che conta è che non persegue la ricostruzione della sinistra per la quale, comunque, non avrebbe i requisiti culturali minimi. I rimanenti esponenti della ditta, a cominciare da Bersani, hanno finora combattuto una legittima lotta per la sopravvivenza dalla quale non si è sprigionata nessuna riflessione e nessuna energia per andare oltre alcuni principi di buon governo. Le altre componenti della sinistra italiana, in parte fuoruscite da Rifondazione, che a lungo ha creduto che l’orizzonte del comunismo si trovasse di fronte a noi, non alle nostre spalle [il 7 novembre andrò a Cavriago, sulla cui piazza si trova il busto di Lenin, regalo dei compagni bolscevici, a riflettere ad alta voce sul centesimo anniversario della rivoluzione russa], in parte spezzoni di vecchie e di nuove sinistre, non hanno più nessuna cultura politica condivisa alla quale fare riferimento. Il loro mantra è il programma, il programma, il programma. Ed è proprio sui punti programmatici che celebreranno puntigliosamente le loro distinzioni, spesso di lana caprina, invece di mettersi sulla scia di Spinelli e di Rossi dicendo all’unisono: Hic Europa hic salta.
Fatta la scelta europea, potranno operare insieme agli altri partiti socialdemocratici e di sinistra, ai movimenti e alle associazioni progressiste affinché proprio i due cardini delle socialdemocrazie realizzate ritornino centrali. Il welfare può essere credibilmente ridefinito e rilanciato soltanto su scala europea. Le politiche economiche keynesiane possono essere attuate esclusivamente attraverso la cooperazione e il coordinamento praticabili nell’ambito dell’Unione Europea. A quel che rimane della cultura politica socialdemocratica, le sinistre debbono aggiungere la cultura politica federalista. Su queste basi, le molte differenziazioni personalistiche che attraversano, in maniera tutt’altro che feconda, le sinistre italiane potranno essere poste sotto controllo. Il resto, per chi ha studiato le esperienze socialdemocratiche, potrebbe farlo un duro e leale confronto fra gli intellettuali progressisti, se ce ne sono, e i politici disposti a studiare e a riformare anche se stessi. Preferisco non fare previsioni.
Pubblicato il 24 luglio su PARADOXAforum
Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa
Non basta dire che anche noi italiani siamo stati migranti. Non basta distinguere fra rifugiati politici, protetti dall’art. 11 della Costituzione, e migranti per ragioni economiche. Morire come oppositori politici schiacciati da un regime autoritario oppure perché quel regime priva i suoi cittadini delle risorse indispensabili alla sopravvivenza fisica non può implicare quasi nessuna differenza di trattamento. Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea. Il resto è amarezza, tristezza, disfatta.
Riuscirà a raggiungere il record di Kohl?
Pubblicato nella rivista Formiche, luglio 2017, pp. 44-45
È vero che gli uomini (e le donne) fanno la storia nei confini delle circostanze, degli incidenti, delle opportunità loro offerte, ma è altrettanto vero che, da soli/, né gli uomini né le donne sono in grado di fare molta strada e di uscire dai confini iniziali. Probabilmente, per le sue origini, sicuramente, per le modalità della sua carriera politica, Angela Merkel ha costantemente tenuto conto dei confini nei quali poteva agire, ma ha saputo sfruttare tutti, proprio tutti gli spazi interni. Cancelliera ininterrottamente dall’ottobre del 2005, se riuscirà a confermarsi nelle elezioni di fine settembre 2017, potrà arrivare in carica fino al 2021. Riuscirà così a eguagliare il record del Cancelliere Helmut Kohl (1982-1998), colui che le offrì il primo incarico ministeriale da lei svolto. Sicuramente, Angela Merkel sarà orgogliosa dell’eventuale conseguimento del record di durata, seppure a pari merito con il suo mentore, ma, altrettanto sicuramente, i suoi obiettivi sono stati altri, per lei preferibili alla durata e alla stabilità in carica mere precondizioni per l’efficacia della sua azione di governo. È anche vero che, in un modo o nell’altro, più o meno, tutti i tedeschi ritengono che la crescita economica, più in generale, il benessere complessivo dei connazionali, debba essere l’obiettivo prioritario di qualsiasi governo il cui conseguimento è il miglior segnale del successo complessivo di qualsiasi leadership politica.
Angela Merkel si è trovata nella condizione oggettiva di esercitare la sua, pur talvolta riluttante, leadership anche nel contesto dell’Unione Europea. Potremmo andare alla ricerca di sue affermazioni a favore di quello che soprattutto i commentatori critici e accigliati definiscono Ordoliberalismus, facendone la cultura politico-economica dominante della Germania merkeliana (ma anche dei democristiani suoi predecessori) che sembra essere imposta a tutti gli europei. Commetteremmo, però, due errori. Il primo errore consiste nel pensare che la Cancelliera Merkel abbia mai obbligato tutti i capi di governo dell’Unione Europea a rispettare una sua visione rigida dell’Ordoliberalismus. Al contrario, la combinazione di rigore-austerità-disciplina è ampiamente condivisa da molti Stati-membri dell’Unione che, di conseguenza, hanno appoggiato in maniera convinta la leadership di Angela Merkel, vera garanzia di stabilità e di prevedibilità dei comportamenti. Non siamo di fronte ad una donna che si fa guidare da un’ideologia, ma neppure oscilla perché priva di principi. La leadership politica di Angela Merkel è basata su convinzioni che sono poste a confronto con la realtà dell’Unione e della globalizzazione e con le quali i governanti degli Stati membri dell’Unione possono confrontarsi, sfidandole, meglio se sanno farlo dall’alto di loro comportamenti virtuosi e creando eventuali coalizioni alternative che sappiano, ad esempio, indicare come tenere insieme in maniera più efficace per tutti i due elementi del Patto: la Stabilità e la Crescita. Il secondo errore che sta alla base delle critiche a lei rivolte è pensare che non esistano, dentro e intorno alla Democrazia Cristiana tedesca, spinte molto più nazionaliste, posizioni molto più severe e punitive nei confronti di alcuni Stati membri poco credibili nelle loro politiche, nelle loro promesse, nelle loro prestazioni.
Il successo di Angela Merkel va, dunque, misurato anche con riferimento alla sua capacità di equilibrare, in Germania, nonché in Europa, spinte contrapposte che potrebbero risultare destabilizzanti. Probabilmente, la sua riconferma alla Cancelliera le offrirà l’occasione di spostare la sua azione di governo verso il polo della crescita, ma, fin d’ora, il criterio da utilizzare per valutare quanto ha fatto è chiedersi se l’alternativa “tedesca” alla Merkel sarebbe stata nel senso della crescita oppure della rigidità.
Un giorno, temo non molto vicino, potremo anche chiederci qual è stato l’impatto della dichiarazione di disponibilità della Cancelliera Merkel ad accogliere in Germania fino a un milione di rifugiati siriani. Vedremo che la Cancelliera di ferro reagì in parte con motivazioni anche economiche (sì, la Germania ha bisogno di manodopera anche non qualificata alla quale insegnerà tecniche, la lingua, lo stare insieme) in parte con motivazioni altissime di natura culturale ed etica: l’accoglienza è un valore in sé; ma è anche in grado di mettere in moto altre energie (sfidando nazionalismi tanto malposti quanto pericolosi). Lo so: “ai posteri l’ardua sentenza”, ma è proprio ai posteri, molti dei quali già vivono fra noi, che per stilare un bilancio dei governi guidati da Angela Merkel suggerisco di tenere in grande conto questa sua politica per i migranti.
VIDEO L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani
Presentazione del volume di
Gianfranco Pasquino
L’Europa in trenta lezioni
(UTET)Ne discutono con l’Autore:
Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo
Flavio Brugnoli, Direttore del Centro Studi sul Federalismo (Torino)
Presiede e coordina:
Daniela Brunelli, Presidente della Società Letteraria di Verona
Evento organizzato e promosso da
Società Letteraria di Verona e Movimento Federalista Europeo
Martedì 11 aprile 2017 ore 16
Sala “Montanari” – Società Letteraria
Piazzetta Scalette Rubiani 1 – Verona
E/Lezioni francesi
1. Il ballottaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica si svolge fra due candidati. Non ha nulla, proprio nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’Italicum che si sarebbe svolto fra due liste/partiti e che avrebbe dato un cospicuo premio in seggi al vincente.
2. Nel ballottaggio francese a sostegno dei due candidati rimasti in lizza possono andare e sono andati alcuni dei candidati sconfitti. Fin da subito il socialista Benoît Hamon (2.268.738 voti) e in seguito il gollista François Fillon (7.126.277) hanno invitato a votare Macron. Dal canto suo, Marine Le Pen ha ottenuto l’appoggio di Dupont-Aignan (1.689.666). Invece, Mélenchon (7.011.381) ha annunciato il liberi tutti ai suoi elettori i quali, a giudicare dall’esito, gli hanno, almeno in parte, non proprio piccola, disobbedito, com’è giusto che sia.
3. Il ballottaggio è una sottospecie del doppio turno che, infatti, per le elezioni legislative (11 e 18 giugno) prevede che possano passare al secondo turno tutti i candidati che superano in ciascun collegio uninominale la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto a votare. Non ci sono candidature multiple né, naturalmente, candidature bloccate. Il problema per Macron, leader senza partito, ma con migliaia di collaboratori/sostenitori nella campagna elettorale, consisterà nel trovare 577 candidati per i collegi uninominali oppure di raggiungere accordi con i socialisti, che hanno molti deputati uscenti, desiderosi di rientrare, con i centristi, pochini, e, eventualmente, con i gollisti. Quasi sicuramente la stragrande maggioranza dei candidati lepenisti riusciranno ad ottenere più del 12,5 per cento dei voti e passeranno al secondo turno. Niente ballottaggio, allora, ma competizioni quantomeno triangolari.
4. Emmanuel Macron ha vinto in maniera molto netta: 20.753.704 voti (66,06) molto più che raddoppiando il numero dei voti ottenuti al primo turno. Ha vinto in 26.044 comuni contro i 9.194 comuni che hanno dato la maggioranza a Le Pen. Ho conquistato il 90 per cento dei votanti nella città di Parigi. Naturalmente, questi dati e neppure le percentuali non possono in nessun modo essere paragonati ai dati della votazione per il segretario del Partito Democratico.
5. Non è vero che Macron il “banchiere tecnocrate” ha sconfitto Le Pen la populista. Macron è molto di più di un banchiere. È un europeista con esperienza di governo. Marine non è soltanto e neppure esclusivamente una populista. È una donna di destra, nazionalista, solidamente impiantata in una tradizione politica francese autoritaria nella quale ci stanno la xenofobia e il senso di superiorità culturale che per non pochi sostenitori degenera in una non sempre modica dose di razzismo.
6. Il clivage (uso opportunamente la parola francese per frattura) più profondo fra Macron e Le Pen è stato quello relativo all’Unione Europea. Per la prima volta, un candidato ha fatto una campagna elettorale “senza se e senza ma” sulle sue posizioni, convinzioni e proposte europeiste. Il precedente del referendum del 2005 sulla Costituzione europea, quando una divisione interna ai socialisti che ne bocciò la ratifica, era assolutamente preoccupante. Macron ha sconfitto anche il passato, ma molti elettori di Mélenchon non debbono averlo votato proprio per il suo europeismo. Al proposito, nessun leader italiano si è mai espresso così positivamente sull’Unione Europea. No, Macron n’habite pas en Italie. Macron non abita qui. Stupefacente e indimenticabile la scelta di far risuonare l’Inno dell’Unione Europea dalla Nona Sinfonia di Beethoven al suo primo discorso da Presidente. In Italia, il capo del governo che ha preceduto Gentiloni fece rimuovere la bandiera dell’Unione in occasione di una sua conferenza- stampa.
7. In attesa delle elezioni legislative è fin d’ora possibile sottolineare che chi davvero vuole riformare le istituzioni italiane deve tornare a confrontarsi con la Repubblica semipresidenziale francese: regime aperto, solido, competitivo, che contiene le condizioni per cambiamenti incisivi ed efficaci rispondenti alle preferenze degli elettori. Il resto è soltanto fastidiosissimo chiacchiericcio. Rien de rien.
Pubblicato l’8 maggio 2017 su PARADOXAforum
Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa
Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.
Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.
Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.
Pubblicato AGL il 9 maggio 2017








