Home » Posts tagged 'Unione Europea' (Pagina 24)

Tag Archives: Unione Europea

Quel venticello che sospinge il Carroccio

Zaia 3-Maroni 2. I suoi gol Maroni li ha segnati nel tempo di recupero quando oramai la squadra dei Veneti guidati da Zaia aveva dilagato. Proprio perché era un referendum consultivo, il dato sull’affluenza ha segnalato sia l’interesse effettivo degli elettori sia la presa dei due governatori sull’opinione pubblica della loro regione. Certo, la prospettiva, molto ingannevole, di tenersi nei confini della propria regione i nove decimi degli schei pagati in tasse è stata mobilitante per gli elettori/contribuenti veneti. In Lombardia, invece, il tasso di europeismo e di cosmopolitismo di alcune città, in particolare di Milano, ha giocato contro le aspettative di Maroni, che pure le aveva tenute basse mirando, chi sa perché, al 34 per cento di affluenza. Con il referendum consultivo che mira a ottenere più competenze dal governo centrale e a versare meno imposte, le due ricche regioni del Nord aprono un contenzioso nazionale e non troppo indirettamente sfidano anche le altre regioni italiane, la maggior parte delle quali, a cominciare, lo sanno tutti e lo confermano tutte le statistiche, da quelle del Sud, sono poco virtuose. Probabilmente, Veneto e Lombardia potevano fare a meno delle nient’affatto piccole spese per un referendum consultivo e seguire la strada della dichiarazione d’intenti approvata dal Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna che persegue obiettivi simili, con un pizzico in meno di autoreferenzialità fiscale.

Adesso, tratto il dado, una qualche risposta dal governo dovrà arrivare. Certamente, sarebbe utile ascoltare le reazioni del Ministro per la Riforme Istituzionali, la piddina siciliana Anna Finocchiaro, ma tutti devono essere consapevoli che nessun percorso di ridefinizione di compiti e di competenze, di redistribuzione delle risorse e di un migliore loro impiego può cominciare adesso. L’agenda legislativa di un Parlamento in prossima scadenza è già fin troppo piena di materie importanti, alcune, come la impegnativa Legge di bilancio, assolutamente ineludibili. Il governo Gentiloni, che ha molte gatte da pelare, alcune recapitategli dal segretario del PD, non può assumersi l’onere di dare adesso risposte che il prossimo governo, fatto chi sa come, guidato da chi sa chi, dovrebbe mettere in atto oppure respingere cominciando da capo. Comunque, è bene che il tema del riordino complessivo del regionalismo italiano sia stato posto. In contemporanea, è successo qualcosa di importante anche per la politica intesa come rapporto fra partiti e coalizioni.

Seppure indirettamente e, in parte, inconsapevolmente, Zaia e Maroni hanno lasciato/fatto cadere il sovranismo di Salvini. Chi vuole potenziare nell’ambito dello Stato italiano le regioni virtuose del Nord non può al tempo stesso aderire alla prospettiva di uscire dall’Unione Europea e di riconquista della (ceduta, non perduta) sovranità nazionale. È un conflitto non da poco quello che potrebbe aprirsi nella Lega del Nord. C’è dell’altro poiché la leadership interna di Salvini esce un pochino appannata dal successo dei due governatori, incidentalmente, né l’uno né l’altro abituati ai toni roboanti del capo della “loro” Lega. Tuttavia, ed è sicuramente questo che per Salvini conta molto di più, il profilo politico della Lega di lotta e di governo si staglia alto. Insomma, Zaia e Maroni hanno dimostrato di sapere intercettare e interpretare le pulsioni profonde, ma anche gli interessi degli elettori veneti e lombardi che costituiscono un patrimonio cospicuo di voti per la Lega. Con molti sondaggi credibili che danno il centro-destra competitivo a livello nazionale, non c’è dubbio che Salvini saprà spendere l’esito referendario sul tavolo dell’assegnazione dei collegi del Nord. Insomma, il venticello del Nord soffia nelle vele della Lega, ma moltissimo rimane da prospettare e da fare per chi vorrà rimettere mano all’ordinamento regionale italiano in un’ottica non provinciale, ma europea.

Pubblicato AGL il 24 ottobre 2017

Referendum anticipo delle urne

“iPerché” di Impaginato, risponde Pasquino:
referendum anticipo delle urne, Renzi ha perso la testa.

Il referendum nel lombardo veneto? Utile senza’altro ad alzare i toni contro il governo, una sorta di anticipo della prossima campagna elettorale, ma Matteo Renzi e il Pd hanno perso la testa. Così il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei massimi politologi italiani, docente di scienza politica all’università di Bologna, nonché adjunct professor al Bologna Center della Johns Hopkins University.

Antonio Polito sul Corriere della Sera scrive che la voce del nord va ascoltata: il referendum è stato lo strumento giusto?
Non era certo lo strumento per ascoltare, ma solo per alzare i toni contro il governo nazionale e spia di una certa visione di regionalismo straccione che sta imperando in Italia. Era anche il momento giusto perché la Sicilia sta andando verso le sue elezioni in una condizione economica e gestionale disastrata. Quindi si apre una sfida, anche se non ho ben capito cosa hanno voluto dire gli elettori. Ma di un’altra cosa sono sicuro: i veneti vogliono che la maggior parte delle loro tasse resti lì. Il classico egoismo di taluni settori del nord, spiegabile perché sono esasperati dal modo in cui i loro soldi sono poi utilizzati a livello nazionale.

È vero che da oggi in poi ci sarà questo big bang di riforme istituzionali di stampo federalista?
Semplicemente la Lega sta per tornare al governo. Questo è un segnale politico: sia Zaia sia Maroni, ma il primo più del secondo, sono in grado di mobilitare una parte cospicua dell’elettorato, portarla alle urne per votare sì e per molte buone ragioni. Sperano (Salvini in primis) che ciò sia un trampolino di lancio per le prossime politiche. Se dovessero vincerle allora dovranno, in qualche modo, fornire una risposta a questo tipo di domande.

Perché dice in qualche modo?
Perché siamo in presenza di una situazione dall’enorme complessità: non può essere certamente solo una questione di soldi, ma di competenze. Bisognerà che, chi sarà preposto a negoziare con loro, accetti che alcune competenze in più vadano a Lombardia e Veneto, purché ci siano garanzie in grado di essere esercitate.

Questo potere di negoziato per le singole regioni potrà minare l’unità nazionale?
La nostra è un’unità nazionale abbastanza debole, fluida e gelatinosa. Non è rigida per cui si dà un colpo e un pezzo se ne va. Ma si continuerà a trattare credo senza grandi idee, anche perché non ci troviamo di fronte a degli straordinari pensatori federalisti. Mi riferisco a persone che siano in grado di indicare come ristrutturare lo Stato Italiano in maniera federale: e purtroppo non ne esistono in Italia

Per cui la questione settentrionale e quella meridionale come si affrontano?
Dobbiamo renderci conto che la vera battaglia italiana non è relativa alla ridistribuzione di risorse all’interno del Paese, quanto piuttosto a come stare in Europa, quindi come utilizzare al meglio tutte le opportunità che l’Ue offre ai membri virtuosi.

Dal momento che, come confermano le ultime posizioni nelle classifiche europee, l’Italia di virtuoso al momento fa poco, pensa che il rischio troika determinerà le alleanze post elettorali?
La Grecia è stata un caso straordinario e un caso limite, perché nel frattempo la troika ha governato il Portogallo che, nonostante grandi proteste di piazza, è rientrato nei binari giusti e sta crescendo poco più dell’Italia, da un paio d’anni a questa parte. Il Portogallo ha imparato la lezione greca, anche se Atene partiva da un punto ancora più basso. Ciò che ci importa sapere è che, se utilizzassimo al meglio i fondi Ue specialmente nel Mezzogiorno d’Italia dove nemmeno sono spesi in tempo, si riuscirebbe a far fronte, con risorse continentali, ai nostri atavici problemi creati da una contingenza di vizio italiano.

Il Pd avrebbe potuto fare una riforma diversa per non arrivare a questo referendum?
Sì. Ma il dato è che in Veneto e Lombardia il Pd è debole, e alcuni esponenti nazionali di quelle due regioni potevano essere più attenti. Penso al vicesegretario Guerini che avrebbe potuto avere qualche altra risposta, o al ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina,lombardo, che cerca di minimizzare, o al capogruppo Rosato: sarebbero dovuti in quella campagna elettorale tentando di dare una curvatura diversa.

Il punto di non ritorno del Pd è nel referendum dello scorso dicembre? Compreso lo scivolone su Bankitalia, la diaspora a sinistra e, da ultimo, il ping pong Renzi-Boldrini?
Renzi ha perso la testa due volte: del governo e di se stesso. Per cui oggi si dimena in modo scomposto. Purtroppo per noi i suoi collaboratori non gli dicono nulla perché, grazie alla nuova legge elettorale, Renzi avrà la possibilità di nominare e fare eleggere un centinaio di parlamentari. Detto questo il Pd ha perso qualsiasi strategia di rilevanza, anche se non del tutto: in molti elettori serpeggia la tesi che i democrat siano comunque un argine contro la destra o contro i populismi. Ma proprio la propaganda renziana presenta traccia evidenti di quel populismo, come la proposta di voler difendere i risparmiatori contro le banche: una classica affermazione populista. Riprovevole che nessuno glielo abbia ricordato.

Pubblicato il 23 ottobre 2017

Una sequenza di errori reciproci #Catalogna

La premessa è che il referendum per l’indipendenza, ovvero, in pratica, la secessione, della Catalogna dalla Spagna è stato dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale. Dunque, non si sarebbe dovuto tenere. Però, una volta iniziata la procedura, la sequenza di errori e di esagerazioni da entrambe le parti, governo spagnolo e governo (Generalitat) catalana ha prodotto e continua a produrre conseguenze assolutamente deprecabili. Sarebbe sostanzialmente inutile ricordare che la Catalogna ha sempre avuto delle divergenze con il governo centrale, per ragioni storiche, per la repressione cui fu sottoposta dal franchismo, per la convinzione che troppe sue risorse vadano fuori dai suoi confini a favore di altre regioni spagnole. Tutto questo è vero, ma insufficiente a spiegare l’insistenza del Presidente Puigdemont e della sua compagine di governo per giungere a un vero e proprio distacco dalla Spagna. D’altro canto, il governo centrale, di minoranza, guidato dal capo del Partito Popolare, Mariano Rajoy (i Popolari sono debolissimi in Catalogna), non aveva forse altra scelta che opporsi frontalmente a un referendum che potrebbe aprire la strada a rivendicazioni estreme di altre Comunità autonome (come sono chiamate le Regioni in Spagna), a cominciare dai Paesi Baschi e, addirittura, alla disgregazione della Spagna. L’invio della Guardia Civil a Barcellona e nelle altre città catalane ha, inevitabilmente, comportato scontri fisici con i catalani indipendentisti o che, semplicemente, volevano votare, esprimere la loro preferenza.

Tanto Puidgemont quanto Rajoy sono andati troppo avanti per potersi fermare temendo di “perdere la faccia” che comporterebbe probabilmente perdere il potere politico e la loro carica. Le immagini televisive e fotografiche, quelle trasmesse attraverso la rete, della Guardia Civil che usa la forza per impedire il voto, che picchia i dimostranti, che rovescia le urne, vanno sicuramente a scapito del governo centrale. Bisogna, però, andare oltre quelle immagini. Andando all’indietro, deve rimanere fermo quanto sancito dalla Corte Costituzionale: nessun referendum. Andando avanti s’incontrano due interrogativi complessissimi. Il primo riguarda quale strada intraprendere per giungere a una riflessione tutt’altro che teorica, ma potentemente politica: tutte le minoranze organizzate che abbiano il controllo di un territorio e che siano in grado di invocare una storia, una cultura, una lingua comuni godono automaticamente di un diritto alla secessione? In un’Europa che vuole costruire una comunità sovranazionale federale bisogna passare attraverso l’accettazione di identità subnazionali? In parte, il problema è già stato posto dagli scozzesi, il cui referendum vide, però, la sconfitta degli autonomisti/secessionisti. Il secondo interrogativo concerne il comportamento del governo spagnolo.

Non sarebbe stato preferibile lasciare che i catalani si esprimessero con il voto, democraticamente (anche se in casi come questi la pressione sociale finisce spesso per impedire la totale libertà di espressione del voto) e poi valutare l’esito numerico per procedere a negoziati? Comunque, l’eventuale vittoria del sì avrebbe dovuto essere valutata con riferimento alla percentuale dei votanti e seguita da una riflessione su come tradurla in un processo politico che, come dimostra la Brexit, certo, a un altro livello, sarebbe oscuro e molto denso di complicazioni. I catalani hanno messo in movimento qualcosa di più grande di loro, in maniera che penso sia corretto definire irresponsabile, ovvero senza curarsi delle conseguenze e cercando di addebitarle tutte allo Stato centrale. Nessuno pensi che quanto sta succedendo è colpa dell’Unione Europea né che la soluzione debba venire esclusivamente dalla UE che guarda attonita e preoccupata, ma giustamente non interviene in un delicatissimo scontro interno ad uno Stato-membro. Troppo facile concludere che nulla sarà come prima. Triste pensare che, almeno per qualche tempo, sarà peggio di prima.

Pubblicato AGL il 2 ottobre 2017

Il braccio di ferro della Merkel

Premesso che le Grandi Coalizioni non sono il male assoluto, ma una modalità di formazione dei governi nelle democrazie parlamentari, CDU e SPD hanno perso voti non perché protagonisti della Grande Coalizione 2013-2017, ma per le politiche che hanno attuato/sostenuto, in materia d’immigrazione e di politica economica e sociale nell’Unione Europea. Immediatamente ripudiata dal molto sconfitto Martin Schulz, candidato della SPD, la Grande Coalizione è tuttora numericamente possibile. Potrà persino diventare politicamente praticabile. Su un punto, però, Schulz ha ragione da vendere: non si può lasciare il ruolo di opposizione parlamentare (e sociale) ad Alternative für Deutschland. Sbagliano la maggioranza dei commentatori quando molto sbrigativamente etichettano l’AfD come movimento/partito populista. No, primo, non tutto quello che non piace ai democratici sinceri e progressisti è populismo, brutto, cattivo e irrecuperabile. Secondo, la piattaforma programmatica di AfD comprende almeno tre tematiche: i) la difesa dei tedeschi, quelli che parlano il tedesco, hanno precisato alcuni dirigenti del partito, contro l’immigrazione eccessiva e incontrollata accettata/incoraggiata dalla cancelliera Merkel; ii) una posizione più dura in Europa contro gli Stati-membri che sgarrano, ma anche minore disponibilità ad andare a soluzioni quasi federaliste; iii) qualche, talvolta eccessiva, pulsione che non accetta tutta la responsabilità del passato nazista e che, talvolta, ne tenta un (odioso, l’aggettivo è tutto mio) recupero.

Facendo leva solo sulle “pulsioni”, nel passato, partiti di stampo neo-nazista erano riusciti ad arrivare nei pressi della soglia del 5 per cento, rimanendo esclusi dal Bundestag. Insomma, almeno l’8 per cento degli elettori dell’Afd, che ha ottenuto quasi il 13 per cento dei voti, è contro l’Unione Europea com’è e i migranti. Questa posizione è condivisa dai quattro di Visegrad, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Poiché due terzi dei voti di AfD provengono dai Länder della Germania orientale è lecito dedurne che non è stato fatto abbastanza per superare democraticamente culture nazionaliste e xenofobe che i regimi comunisti avevano superficialmente mascherato. Non si cancelleranno quegli infausti retaggi colpevolizzando gli elettori di AfD quanto, piuttosto, premendo sulle contraddizioni interne al movimento/partito. Con ogni probabilità, Angela Merkel farà una coalizione con i Verdi, affidabilmente europeisti, e con i Liberali, blandamente europeisti, direi europeisti à la carte, inclini a sfruttare tutti i vantaggi di cui la Germania già gode pagando il prezzo più contenuto possibile. Qui, rientra in campo, la Cancelliera con il suo potere istituzionale, con il suo appena intaccato prestigio politico, con la sua ambizione personale mai sbandierata a entrare nella storia.

Il lascito del suo mentore, Helmut Kohl, cancelliere per 16 lunghissimi e importantissimi anni 1982-1998, è consistito sia nel successo della quasi fulminea riunificazione sia nella sua infaticabile azione europeista della quale il Trattato di Maastricht e l’Euro sono i due più luminosi risultati. Vorrà la Cancelliera uscire a testa alta dal suo lungo periodo di governo avendo operato per spingere l’Unione Europea ancora più avanti in termini economici e sociali, se non anche politici? L’asse franco-tedesco non può in nessun modo essere messo in discussione. Allora, l’interrogativo è se, consumata la Brexit, Italia e Spagna sapranno cogliere l’opportunità di inserirsi costruttivamente nei rapporti fra la Germania della Merkel e la Francia di Macron. La consapevolezza che nessuno dei grandi problemi, economici e sociali, può essere risolto dagli Stati nazionali e dai “sovranisti” più o meno populisti potrà costituire l’elemento comune per inaugurare le politiche europee necessarie. È un compito per il quale la Merkel, politicamente indebolita, ma oramai liberata dall’esigenza di prossime campagna elettorali, è in grado di attrezzarsi e di svolgere.

Pubblicato AGL il 26 settembre 2017

INVITO Continuare a costruire l’Europa #Pordenone #pnlegge2017 #Europa30Lezioni

Domenica 17 settembre ore 19
Palazzo della Provincia

Continuare a costruire l’Europa
Incontro con Gianfranco Pasquino

In occasione della presentazione del libro
L’Europa in trenta lezioni (Utet 2017)

Un tempo l’Unione Europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuria lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono il famoso Manifesto, in cui l’unità dell’Europa è già «una impellente tragica necessità». Oggi l’Unione Europea viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante, complessa e difficile; ma non per questo possiamo perdere questa straordinaria occasione.


 

La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti 15settembre #scuoladipolitiche #SummerSchool2017 #Cesenatico

Nell’ambito della Summer School 2017 della Scuola di Politiche (SdP) – Cesenatico dal 14 al 17 settembre 2017 – “Chiavi di Rottura: leggere il presente PER cambiare il futuro”

 

Venerdì 15 settembre ore 18 Plenaria – Teatro Comunale

Sessanta minuti con Gianfranco Pasquino

La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti

Europe today

Intervista a cura di a Francesco Paolo Sgarlata per Stand Up For Europe

Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. E’ inoltre autore di numerosi volumi, tra i quali: Le parole della politica, Lettura della Costituzione italiana, La Costituzione in trenta lezioni, e molti altri.Ma veniamo a lui, e gli poniamo subito la prima domanda.

Prof Pasquino, in conclusione del suo libro “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017), Lei parla dell’Europa che vorrebbe, un’Europa destinata non alla “sopravvivenza o al declino” come diceva Delors, ma una realtà che riuscirà a progredire nel tempo. C’è l’Europa federale in fondo al nostro cammino?

Sarà un cammino lungo e faticoso, molto accidentato, con ostacoli frapposti da politici di mediocre qualità che pensano di trarre vantaggio dall’appartenenza all’Unione Europea senza contribuirvi, ma al fondo si troverà un’Europa federale. Non sarà la “fine della Storia” perché poi la faremo funzionare, la riformeremo, la perfezioneremo. Le premesse esistono già tutte. Forse sarà la crescita di un’opinione pubblica europea a fare compiere il salto decisivo. Forse appariranno sulla scena politici e intellettuali che metteranno il loro prestigio e le loro idee al servizio di un compito, più che storico, epocale.

Quando il suo libro è stato scritto, Emmanuel Macron non era ancora stato eletto. Abbiamo finalmente trovato un leader carismatico e di spessore, in grado di dare nuovo impulso al processo di integrazione con una visione europeistica di ampio respiro?

Macron ha dimostrato di sapere sfruttare una congiuntura favorevole, le elezioni presidenziali, che esaltano la leadership, in un momento di ripiegamento, forse declino, dei due grandi partiti, gollista e socialista. Ha grandi potenzialità e, lo dico, seriamente, una grande maggioranza parlamentare. Lo aspettiamo alla prova dell’immigrazione, sulla quale i suoi primi segnali non sono stati buoni, della politica economica, della cultura.

Il referendum su Trattati internazionali – non possibile comunque in Italia – è strumento di democrazia oppure arma a disposizione di chi sa manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento?

I referendum, se correttamente organizzati, sono uno strumento irrinunciabile del repertorio democratico. Qualcuno vuole brandirlo contro l’Europa? Ne ha facoltà laddove le regole e le Costituzioni nazionali glielo consentono. La Brexit non è stata l’esito inevitabile di quel referendum, ma la conclusione quasi logica dell’ambiguità, della reticenza, dell’inadeguatezza dei Conservatori inglesi, ma anche di un decennio di critiche britanniche all’Unione Europea non sufficientemente contrastate dagli europeisti nel Regno Unito e dalle istituzioni europee. Impareranno gli orgogliosi abitanti di quelle isole che lo “splendido isolamento” di cui si sono vantati per secoli non è affatto splendido e sarà molto costoso, anche in termini di impoverimento culturale.

Con la Brexit l’Europa ci guadagna o ci perde?

La risposta giusta, politicamente corretta, la so, la so: ci perdiamo tutti. Chi vuole un’Europa più liberale e meno appesantita da regole forse ci perde di più di chi si accontenta dell’ordoliberalismo (con una pesante bardatura di regole) della Germania e dei suoi molti, troppi alleati che non sanno svincolarsi. Poi, certo, anche in termini economici e finanziari un’Europa senza la Gran Bretagna è inevitabilmente meno forte.

I partiti politici nazionali sono un freno allo sviluppo europeo o secondo lei ci vorrebbero dei veri e propri partiti sovranazionali?

Quel che rimane dei partiti, in molti paesi qualcosa di più che in Italia, non è ancora riuscito a trovare il modo per combinare e coordinare la sua indispensabile attività nazionale con un suo accresciuto ruolo sulla scena europea. Mi piacerebbe che nelle prossime elezioni del Parlamento Europeo i partiti, tutti i partiti, decidessero di mettere nelle loro liste metà candidati nazionali e metà candidati provenienti da paesi europei ai quali attribuire l’opportunità di fare una campagna elettorale davvero europea e europeistica. Sarebbe un segnale importantissimo.

Lei è a favore di un legame più stretto tra Unione Europea e cittadini europei. Come potrebbe concretizzarsi?

Anche in questo caso so qual è la risposta politicamente corretta: migliorare la comunicazione politica. Ovviamente, dovrebbero essere, anzitutto, le istituzioni europee a trovare modi e forme di questa comunicazione, ma il compito dovrebbe essere svolto anche dai parlamentari europei e dai loro assistenti. Infine, che bello sarebbe se i giornalisti e i commentatori riportassero con precisione, non i gossip e le veline dei loro governi/ministri nazionali, ma tutto quello, ed è moltissimo, che avviene nel Parlamento, nella Commissione, nelle riunioni dei capi di Stato e di governo.

Nel Suo libro lei parla dei processi decisionali dell’Unione Europea che spesso sono lenti e farraginosi. Quali funzionamenti bisognerebbe rivedere?

Nella misura del possibile, che credo sia ampia, bisognerebbe rendere i processi decisionali più snelli, riducendo drasticamente il sistema dei comitati e l’accesso di lobby e lobbisti, e accrescendo la trasparenza. Anche in questo caso, il compito dei mass media e di operatori preparati è assolutamente decisivo.

Pubblicato il 21 luglio 2017

Le sinistre. Con la socialdemocrazia per andare oltre

Mi ricordo di avere letto un breve, ma intenso scritto (che si trova in un suo libro adesso a Nova Spes) [NdR il prof. Pasquino ha donato alla biblioteca della Fondazione Nova Spes circa 4.000 volumi di scienza politica] del grande sociologo tedesco-poi-britannico Ralf Dahrendorf, nel quale sosteneva, con apprezzamento, quasi ammirazione, che il XX secolo era stato il secolo socialdemocratico. Dahrendorf ha esagerato. Nel migliore dei casi, il cosiddetto secolo socialdemocratico è durato dal 1932, anno in cui i Socialdemocratici svedesi vinsero le elezioni conquistando la maggioranza assoluta di seggi (e poi governarono ininterrottamente fino al 1976), fino al 1997, la prima vittoria dei Laburisti di Tony Blair, che si era già addentrato nella Terza Via, chiaramente e deliberatamente non più socialdemocratica. Sono, comunque, stati sessantacinque anni che le sinistre italiane, avendo passato troppo tempo a criticare le socialdemocrazie che: a) non superavano il capitalismo, ma lo mantenevano vivo e vegeto; b) si erano logorate senza produrre grandi trasformazioni nelle loro società; c) erano “superate” (non ho mai capito da chi e da cosa), quando il PCI si trasformò dolorosamente e malamente nel 1989-1991, non seppero trovare il bandolo della matassa della cultura e delle politiche socialdemocratiche o, comunque, progressiste. Infine, il Partito Democratico ha posto la pietra tombale su qualsiasi prospettiva socialdemocratica, e male gliene sta incogliendo.

Quasi sicuramente non è più possibile resuscitare le esperienze socialdemocratiche, ma bisogna riconoscere che la loro premessa (la politica scrive le regole per il mercato) e i due cardini della loro cultura e della loro opera di governo hanno cambiato, in meglio, la politica e la vita di qualche centinaio di milioni di cittadini. Dove saremmo (basterebbe chiederlo ai cittadini USA che rischiano di perdere l’assicurazione sanitaria) senza il welfare, praticato e perfezionato da tutti i socialdemocratici e dove sarebbe l’economia senza il keynesismo? Conquiste importantissime che il liberismo non ha travolto, ma stravolto elaborando pratiche che hanno prodotto incertezze, lacerazioni, diseguaglianze economiche e sociali enormi. Poiché siamo certi che non è più possibile il “keynesismo in un solo paese” e che anche il welfare necessita di un quadro sovranazionale, è giunto il tempo, preconizzato da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene (1941), di una politica federalista europea. Dalla contrapposizione nettissima fra Europa politica federata/sovranismo statalista che ha favorito la vittoria di Emmanuel Macron e posto le premesse di una ridefinizione dello schieramento partitico francese, può scaturire la rivitalizzazione anche della sinistra italiana.

Stiamo assistendo, in quello che, con ottimismo malposto e mal giustificato/bile, Giuliano Pisapia ha chiamato “campo progressista”, a riposizionamenti di vario genere per fini di sopravvivenza, non di reale trasformazione. Che Renzi venga vissuto dalla “ditta” degli ex-comunisti come un usurpatore è del tutto irrilevante. Quello che conta è che non persegue la ricostruzione della sinistra per la quale, comunque, non avrebbe i requisiti culturali minimi. I rimanenti esponenti della ditta, a cominciare da Bersani, hanno finora combattuto una legittima lotta per la sopravvivenza dalla quale non si è sprigionata nessuna riflessione e nessuna energia per andare oltre alcuni principi di buon governo. Le altre componenti della sinistra italiana, in parte fuoruscite da Rifondazione, che a lungo ha creduto che l’orizzonte del comunismo si trovasse di fronte a noi, non alle nostre spalle [il 7 novembre andrò a Cavriago, sulla cui piazza si trova il busto di Lenin, regalo dei compagni bolscevici, a riflettere ad alta voce sul centesimo anniversario della rivoluzione russa], in parte spezzoni di vecchie e di nuove sinistre, non hanno più nessuna cultura politica condivisa alla quale fare riferimento. Il loro mantra è il programma, il programma, il programma. Ed è proprio sui punti programmatici che celebreranno puntigliosamente le loro distinzioni, spesso di lana caprina, invece di mettersi sulla scia di Spinelli e di Rossi dicendo all’unisono: Hic Europa hic salta.

Fatta la scelta europea, potranno operare insieme agli altri partiti socialdemocratici e di sinistra, ai movimenti e alle associazioni progressiste affinché proprio i due cardini delle socialdemocrazie realizzate ritornino centrali. Il welfare può essere credibilmente ridefinito e rilanciato soltanto su scala europea. Le politiche economiche keynesiane possono essere attuate esclusivamente attraverso la cooperazione e il coordinamento praticabili nell’ambito dell’Unione Europea. A quel che rimane della cultura politica socialdemocratica, le sinistre debbono aggiungere la cultura politica federalista. Su queste basi, le molte differenziazioni personalistiche che attraversano, in maniera tutt’altro che feconda, le sinistre italiane potranno essere poste sotto controllo. Il resto, per chi ha studiato le esperienze socialdemocratiche, potrebbe farlo un duro e leale confronto fra gli intellettuali progressisti, se ce ne sono, e i politici disposti a studiare e a riformare anche se stessi. Preferisco non fare previsioni.

Pubblicato il 24 luglio su PARADOXAforum

Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa

Non basta dire che anche noi italiani siamo stati migranti. Non basta distinguere fra rifugiati politici, protetti dall’art. 11 della Costituzione, e migranti per ragioni economiche. Morire come oppositori politici schiacciati da un regime autoritario oppure perché quel regime priva i suoi cittadini delle risorse indispensabili alla sopravvivenza fisica non può implicare quasi nessuna differenza di trattamento. Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea. Il resto è amarezza, tristezza, disfatta.

Riuscirà a raggiungere il record di Kohl?

Pubblicato nella rivista Formiche, luglio 2017, pp. 44-45

 

È vero che gli uomini (e le donne) fanno la storia nei confini delle circostanze, degli incidenti, delle opportunità loro offerte, ma è altrettanto vero che, da soli/, né gli uomini né le donne sono in grado di fare molta strada e di uscire dai confini iniziali. Probabilmente, per le sue origini, sicuramente, per le modalità della sua carriera politica, Angela Merkel ha costantemente tenuto conto dei confini nei quali poteva agire, ma ha saputo sfruttare tutti, proprio tutti gli spazi interni. Cancelliera ininterrottamente dall’ottobre del 2005, se riuscirà a confermarsi nelle elezioni di fine settembre 2017, potrà arrivare in carica fino al 2021. Riuscirà così a eguagliare il record del Cancelliere Helmut Kohl (1982-1998), colui che le offrì il primo incarico ministeriale da lei svolto. Sicuramente, Angela Merkel sarà orgogliosa dell’eventuale conseguimento del record di durata, seppure a pari merito con il suo mentore, ma, altrettanto sicuramente, i suoi obiettivi sono stati altri, per lei preferibili alla durata e alla stabilità in carica mere precondizioni per l’efficacia della sua azione di governo. È anche vero che, in un modo o nell’altro, più o meno, tutti i tedeschi ritengono che la crescita economica, più in generale, il benessere complessivo dei connazionali, debba essere l’obiettivo prioritario di qualsiasi governo il cui conseguimento è il miglior segnale del successo complessivo di qualsiasi leadership politica.

Angela Merkel si è trovata nella condizione oggettiva di esercitare la sua, pur talvolta riluttante, leadership anche nel contesto dell’Unione Europea. Potremmo andare alla ricerca di sue affermazioni a favore di quello che soprattutto i commentatori critici e accigliati definiscono Ordoliberalismus, facendone la cultura politico-economica dominante della Germania merkeliana (ma anche dei democristiani suoi predecessori) che sembra essere imposta a tutti gli europei. Commetteremmo, però, due errori. Il primo errore consiste nel pensare che la Cancelliera Merkel abbia mai obbligato tutti i capi di governo dell’Unione Europea a rispettare una sua visione rigida dell’Ordoliberalismus. Al contrario, la combinazione di rigore-austerità-disciplina è ampiamente condivisa da molti Stati-membri dell’Unione che, di conseguenza, hanno appoggiato in maniera convinta la leadership di Angela Merkel, vera garanzia di stabilità e di prevedibilità dei comportamenti. Non siamo di fronte ad una donna che si fa guidare da un’ideologia, ma neppure oscilla perché priva di principi. La leadership politica di Angela Merkel è basata su convinzioni che sono poste a confronto con la realtà dell’Unione e della globalizzazione e con le quali i governanti degli Stati membri dell’Unione possono confrontarsi, sfidandole, meglio se sanno farlo dall’alto di loro comportamenti virtuosi e creando eventuali coalizioni alternative che sappiano, ad esempio, indicare come tenere insieme in maniera più efficace per tutti i due elementi del Patto: la Stabilità e la Crescita. Il secondo errore che sta alla base delle critiche a lei rivolte è pensare che non esistano, dentro e intorno alla Democrazia Cristiana tedesca, spinte molto più nazionaliste, posizioni molto più severe e punitive nei confronti di alcuni Stati membri poco credibili nelle loro politiche, nelle loro promesse, nelle loro prestazioni.

Il successo di Angela Merkel va, dunque, misurato anche con riferimento alla sua capacità di equilibrare, in Germania, nonché in Europa, spinte contrapposte che potrebbero risultare destabilizzanti. Probabilmente, la sua riconferma alla Cancelliera le offrirà l’occasione di spostare la sua azione di governo verso il polo della crescita, ma, fin d’ora, il criterio da utilizzare per valutare quanto ha fatto è chiedersi se l’alternativa “tedesca” alla Merkel sarebbe stata nel senso della crescita oppure della rigidità.

Un giorno, temo non molto vicino, potremo anche chiederci qual è stato l’impatto della dichiarazione di disponibilità della Cancelliera Merkel ad accogliere in Germania fino a un milione di rifugiati siriani. Vedremo che la Cancelliera di ferro reagì in parte con motivazioni anche economiche (sì, la Germania ha bisogno di manodopera anche non qualificata alla quale insegnerà tecniche, la lingua, lo stare insieme) in parte con motivazioni altissime di natura culturale ed etica: l’accoglienza è un valore in sé; ma è anche in grado di mettere in moto altre energie (sfidando nazionalismi tanto malposti quanto pericolosi). Lo so: “ai posteri l’ardua sentenza”, ma è proprio ai posteri, molti dei quali già vivono fra noi, che per stilare un bilancio dei governi guidati da Angela Merkel suggerisco di tenere in grande conto questa sua politica per i migranti.