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In Europa: meno opportunismo, più convinzioni

Che cosa resta del tentativo di adesione di Grillo al gruppo parlamentare di Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa e del netto rifiuto espresso da quel gruppo? Troppo facile soffermarsi sull’opportunismo politico del (non) leader del Movimento Cinque Stelle ratificato on line dal 78 per cento dei votanti i quali, evidentemente, sono disposti ad andare un po’ dovunque sulla scia del capo. Sarebbe bello potere aggiungere che in quel 78 per cento si sono espressi anche coloro che, forse, non sono anti-Unione Europea e neppure anti-Euro. Non lo sapremo. Già sappiamo, invece, che almeno due europarlamentari Cinque Stelle se ne sono andati dal gruppo, segno che si trovavano a disagio insieme con coloro, gli europarlamentari di Farage, che la Brexit l’hanno fatta e che coerentemente dovrebbero lasciare il prima possibile, vale a dire sei mesi fa (sì, proprio così) il loro scranno europeo. Oltre a sapere qualcosa su Grillo et al. abbiamo imparato che da qualche parte a Bruxelles c’è molto più di un europarlamentare che non è disposto a negoziare voti in cambio di cariche, principi in cambio di scatti di carriera. Certo, il Presidente dei Liberal-Democratici, il belga Guy Verhofstadt non fa parte degli immacolati se, come sembra fin troppo probabile, avrebbe usato quei diciassette voti degli europarlamentari a Cinque Stelle per rafforzare la sua non solida candidatura alla Presidenza del Parlamento europeo (il primo round di votazioni si terrà martedì 17 gennaio).

Troppo si discute della crisi dell’Unione Europea e delle sue istituzioni senza ricordare e evidenziare le cause di quella che, tecnicamente, non è una crisi, ma un groviglio di difficoltà: due di origine esterna e una tutta europea. Lo stato di costante difficoltà, seppure di diversa misura, delle economie europee è ancora conseguenza dei disastri bancari degli USA ai tempi di George W. Bush. L’impennata dell’immigrazione discende anch’essa in buona parte dalla guerra in Iraq voluta da Bush e sostenuta da Tony Blair con tutte le conseguenze sul mondo arabo, che non possono essere messe sotto controllo e portate a soluzione da nessuna grande potenza che operi da sola: né dagli USA né dalla Russia né dall’Unione Europea. Lasciando da parte l’attesa per le elezioni presidenziali francesi (maggio) e le parlamentari tedesche (settembre), la terza grande difficoltà dell’Unione Europea deriva dall’incapacità dei capi di governo degli Stati-membri di formulare politiche comuni lungimiranti, ma anche, talvolta, di rispondere rapidamente alle emergenze. Il luogo dell’impasse e di negoziati inconcludenti è il Consiglio dei capi di governo. Prendersela con la Commissione, criticando i tecnocrati e i burocrati, significa non sapere come funzionano le istituzioni europee e non conoscere la composizione della Commissione.

Nominata dai capi di governo, con il suo Presidente pre-designato dagli elettori europei che hanno dato la maggioranza relativa ai Popolari, indirettamente legittimando il loro candidato Jean-Claude Juncker, la Commissione è composta da persone, ex-capi di governo ed ex-Ministri degli Stati membri,che, al loro curriculum politico spesso aggiungono notevoli competenze specifiche che giustificano positivamente la qualifica di tecnocrati. Se il Consiglio è spesso luogo di conservazione dello status quo, la Commissione è il motore dell’Unione e ha imparato che può essere tanto più efficace quanto più viene appoggiata e sostenuta dal Parlamento europeo il quale, lentamente, ma gradualmente ha acquisito notevoli poteri di controllo e di legislazione. Oggi, la carica di Presidente del Parlamento non è soltanto prestigiosa. Può essere politicamente molto influente. Verhofstadt tentava di inserirsi nel duello italiano fra Antonio Tajani, candidato dei Popolari, e Gianni Pittella, candidato dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici.

Non provo neanche a suggerire che gli europarlamentari delle Cinque Stelle avrebbero potuto giocarsi la carta del voto per uno dei due italiani in cambio di un impegno serio su qualche politica davvero europea. Mi limito a concludere che il grave errore di Grillo, Casaleggio e i loro consiglieri ne ha ridimensionato l’influenza, il che probabilmente è un bene per tutti coloro che pensano e credono che l’Unione Europea è il luogo dove le convinzioni (europeiste) riescono a prevalere sulle convenienze (particolaristiche).

Pubblicato AGL il 17 gennaio 2017 con il titolo L’Unione diventa un groviglio

Nel 2017 ci sarà molto da lavorare per l’Unione Europea #TrattatodiRoma

Celebrare degnamente il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957), vero trampolino di lancio dell’Europa che abbiamo, è doveroso. Però, c’è poco da festeggiare. Sono proprio gli italiani a non potersi permettere i festeggiamenti. Con un ministro degli Esteri privo di esperienza e di competenza, con un ministro dell’Economia che preconizza che nel 2017 l’Italia crescerà più di ogni altro Stato-membro, con un Capo del governo che da Ministro degli Esteri non ha lasciato traccia, con un Alto Rappresentante per la Politica Estera, numero due della Commissione, Federica Mogherini, abbandonata a Bruxelles dal precedente governo, c’è molto da lavorare per organizzare qualcosa di serio che serva all’Unione e, quindi, anche all’Italia.

L’Europa riparte da Rodi

italianiitaliani

L’anno 2017 promette di essere per l’Europa persino più difficile e complicato dell’anno che l’ha preceduto. Si celebrerà il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che è da considerarsi l’inizio di uno splendido percorso che ha portato a Lisbona. Parlamento, Commissione e, in special modo, il Consiglio dovranno sfruttare l’occasione non soltanto con il giustificato compiacimento per quanto è stato fatto, ma anche con riflessioni autocritiche (che è quanto analizzo nel mio libro L’Europa in trenta lezioni) su che cosa è mancato e che cosa non hanno saputo fare e con proposte audaci su come e quanto è indispensabile cambiare con veri e propri salti di qualità. Qualcuno continua ad affermare che con gli uomini politici di cui l’Europa dispone attualmente, non è immaginabile né oggi né nel prossimo futuro nessun salto di qualità. Altri sostengono che, forse, anche se indebolita dalla sua pur probabile e auspicabile vittoria nelle elezioni parlamentari di fine settembre, sarà Angela Merkel a imprimere un cambio di velocità all’Europa. Non più preoccupata dalle costrizioni di una successiva ri-elezione potrà dedicare tutti i suoi sforzi ad entrare nella storia come colei che ha rilanciato in maniera straordinaria il processo di unificazione politica del Continente.

Il rilancio è possibile, ma non probabile poiché, da un lato, nessun singolo leader, per quanto autorevolissimo, può trascinare altri leader europei riluttanti, anche se amici e leali collaboratori, e la Germania ne ha. Possibile, ma non probabile, anche se è politicamente scorretto dirlo, poiché, proprio per le sue caratteristiche costitutive, l’Europa non sarà in grado di fare passi avanti di notevole rilievo se i suoi cittadini non lo vorranno, se non diventeranno loro gli attori e gli interpreti di quello che rimane il più grande e più importante fenomeno non soltanto del secondo dopoguerra: un’Unione Europea non di nazioni, ma di popoli e di cittadini la cui adesione ad una idea di Europa sovranazionale è significativamente cresciuta nel tempo.

Forse miopi forse pigri forse sconcertati forse, anche, egoisti e, talvolta, ignoranti della loro storia e di quella degli altri europei, sono proprio i cittadini europei ad essere responsabili della lentezza del processo di unificazione, del suo stallo periodico, di controversie improduttive. Le fredde, ma precise, statistiche dell’Eurobarometro, ma non solo, rivelano che i cittadini europei hanno avuto molto di più di quello che potevano ragionevolmente aspettarsi, più di qualsiasi altra area al mondo. La lunga crisi economica li ha colpiti, ma non danneggiati in maniera irreparabile. Per risolverla non hanno voluto e non vogliono rinunciare a nulla, neppure temporaneamente. Soprattutto, gli europei dell’Est, ai quali l’allargamento è stato concesso in maniera troppo frettolosa per puntellare le loro gracili democrazie, invece, di diventare ardenti e ferventi europeisti, indugiano su un nazionalismo che già fu loro molto nocivo fra le due guerre mondiali.

L’Europa la fanno e la faranno i cittadini europei. Nel recente passato hanno ricevuto apporti significativi da leader politici che avevano una visione e la volontà di tradurla. Nonostante le critiche, non tutte malposte, il circuito istituzionale europeo “Parlamento-Consiglio-Commissione” ha spesso funzionato egregiamente. E’ possibile sostenere che esista un, peraltro contenuto, deficit democratico, attribuendone parte anche ai cittadini che non si curano di andare a votare. Ne può derivare anche, è già stata variamente avanzata, la proposta di andare all’elezione popolare diretta del Presidente dell’Europa, non soltanto per attribuire potere di rappresentanza e di decisione ad una personalità probabilmente di notevole statura, ma soprattutto per chiamare in causa i cittadini e per rivitalizzare il progetto europeo nel conflitto di idee, di programmi, di visioni.

L’Europa già cambia ogni giorno, a piccoli passi, ma questi passi non sono sufficienti a mantenersi all’altezza delle sfide storiche: globalizzazione, immigrazione, scontri di civiltà. Quest’ultima è la formula nella quale includo e sintetizzo il terrorismo di matrice islamica dal quale è impossibile separare le motivazioni religiose per collocarlo soltanto nella asettica categoria “sfida alla modernità”. Non riconoscere che quel terrorismo vuole lo scontro significa anche mancare di rispetto a tutti i musulmani che, venendo in Europa, ne hanno accettato la “civiltà” aperta e hanno liberamente scelto di conviverci. Ricordando da dove noi tutti, europei, veniamo, credo che la frase che racchiude in sé il senso della sfida lanciata contro di noi, dei problemi, immigrazione e crescita economica, che la nostra Unione Europea deve prioritariamente risolvere sia “hic Rhodus hic salta”.

Pubblicato il 1° gennaio 2017

#2017iscoming Sul nuovo anno l’ombra lunga del vecchio

L’anno 2017 sta per cominciare, ma il 2016 non ha intenzione di finire. L’ombra lunga di tre avvenimenti diversamente importanti inciderà non poco per tutto l’anno (e oltre). Né i britannici né l’Unione Europea sanno esattamente come venire a capo della Brexit. La transizione da impresario televisivo e palazzinaro a Presidente degli USA riguarda non soltanto Donald Trump, ma il mondo e i suoi molti problemi. L’apprendistato rischia di essere lungo, tormentato e pericoloso. Gli sconfitti del referendum costituzionale italiano non hanno riflettuto sulle loro drammatiche inadeguatezze e preparano non rimedi, ad esempio, una legge elettorale decente, ma vendette.

Auguri 2017 !

Continuità con limiti e difficoltà

Non è stato molto difficile per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella risolvere la crisi di governo aperta dalle dimissioni di Renzi. Infatti, il nome di Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri del governo dimissionario, era emerso molto nettamente anche dalle totalmente irrituali consultazioni parallele che Renzi aveva condotto a Palazzo Chigi. In altri tempi, nessun Presidente del Consiglio dimissionario si sarebbe mai permesso un comportamento di questo genere, palesemente teso a influenzare il Presidente della Repubblica alle cui consultazioni il segretario del PD non è neppure andato. Poiché capo del partito che ha un’ampia maggioranza, ingrassata dal premio in seggi, alla Camera dei deputati, era assolutamente evidente, e persino accettabile, che Renzi sarebbe riuscito ad influenzare sia la scelta del suo successore sia il perimetro della coalizione di governo. Infatti, grazie ai numeri complessivi dei gruppi parlamentari del PD e a quelli dei suoi sostenitori in Assemblea e in Direzione, pure scontando le defezioni di coloro che, scarsamente renziani, già si posizionano per il futuro, Renzi avrebbe comunque potuto impedire la formazione di un governo sgradito. Tuttavia, in assenza di una legge elettorale rapidamente utilizzabile, un qualche governo sarebbe dovuto nascere.

Respinta l’ipotesi di un governo istituzionale che, da un lato, non avrebbe potuto controllare, dall’altro, avrebbe necessitato del sostegno del PD, con rischi di logorio, Renzi ha giocato la carta Gentiloni. Timoroso di qualsiasi scioglimento immediato, Alfano si è subito dichiarato disponibile a continuare a fare parte della maggioranza. La novità è che il gruppo ALA (Alleanza Liberalpoolare-Autonomie), 18 senatori e 16 deputati, guidato da Verdini, ha annunciato di volere entrare a vele spiegate nel nuovo governo. Si andrebbe così a configurare un embrione di Partito della Nazione. Resta da vedere se Gentiloni vorrà o sarà costretto a offrire dei ministeri ai verdiniani e se e quanto le minoranze interne del PD si opporranno alla tutt’altro che marginale ridefinizione della maggioranza di governo.

Da adesso, imperversa, come si dice, il totonomi, ma sottolineo, da un lato, che i ministri del PD dovranno tutti ottenere il beneplacito di Renzi che sembra avere già fatto sapere che anche il suo potente sottosegretario Luca Lotti deve stare dov’è soprattutto in vista delle nomine in una serie di enti. Dall’altro, che Gentiloni deve rappresentare la continuità e, nonostante che il Presidente della Repubblica abbia affermato chiaramente che il nuovo governo godrà della “pienezza dei poteri”, la sua operatività ha limiti certi, quantomeno non contraddire nessuna delle politiche pubbliche renziane. Punteggiata dalla celebrazione di eventi internazionali, il più importante dei quali è il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 2017, vero inizio del percorso che ha portato all’Unione Europea, la durata del governo Gentiloni potrebbe non essere così breve come viene ipotizzato.

Indubbiamente, non sarà affatto facile scrivere nuove leggi elettorali per Camera e Senato che tengano conto delle preferenze, spesso contrastanti anche all’interno della prossima maggioranza di governo. Tuttavia, l’inconveniente più grave per il governo Gentiloni deriva dai tempi che Renzi imporrà al suo partito per svolgere il prossimo (e decisivo, almeno per lui) Congresso. Chiunque vinca quel Congresso, Gentiloni sarà a rischio poiché lo Statuto del PD contiene la norma che stabilisce che il segretario è il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Se, infine, è giusto interrogarsi se siamo tornati ai riti, alle dinamiche, alle problematiche della cosiddetta Prima Repubblica, la risposta è che chi ha creato i problemi, a cominciare dalla cattiva legge elettorale e dalle brutte riforme costituzionali, è responsabile di questa parziale regressione. La vera preoccupazione è che gli attuali componenti della classe politica, Gentiloni compreso, non sembrano avere le competenze di chi ha guidato la Prima Repubblica. La soluzione non potrà venire automaticamente e esclusivamente da una buona legge elettorale.

Pubblicato AGL il 12 dicembre 2016

Perché serve abbassare i toni

Corriere della sera

E’ legittimo che gli operatori economici internazionali, fra i quali includo sia le banche sia le agenzie di rating sia i due grandi quotidiani economici anglosassoni: “Financial Times” e “Wall Street Journal”, mostrino grande interesse per l’esito del referendum costituzionale italiano. E’ anche comprensibile che siano preoccupati da eventuali conseguenze destabilizzanti derivanti da quell’esito. Persino accettabile è la loro convinzione, pur non sempre sostenuta da argomenti forti e conoscenze approfondite, che il voto favorevole alle riforme costituzionali costituisca un passo avanti importante per la stabilizzazione del governo in carica e per un miglior funzionamento del sistema politico.

Gli operatori economici internazionali sono, non necessariamente perché lo vogliono essere, parte del problema. Infatti, le loro valutazioni, influenzate anche dalle prese di posizione dei detentori di alcune cariche importanti come, ad esempio, l’Ambasciatore USA e, direi, di conseguenza, l’ormai ex-Presidente Obama, contribuiscono sia ad accrescere le tensioni fra il sì e il no sia a fare salire la posta. In gioco non sono più soltanto quelle specifiche riforme e la loro eventuale modernizzazione della Costituzione, ma la credibilità dell’Italia e l’efficacia anche del suo sistema economico. Com’è facile notare dalle riserve che la Commissione europea ha manifestato relativamente alla Legge di Stabilità italiana, la credibilità del governo si misura anche, al di là di qualsiasi altra considerazione, sulla sua capacità di mantenere gli impegni presi (anche quelli dello zero virgola). Molti dei numeri di quella Legge di Stabilità riflettono anche le prestazioni di un sistema economico la cui produttività non può essere accertata e dimostrata ricorrendo semplicisticamente a qualche algoritmo. Nel frattempo, il dibattito italiano e i sondaggi sembrano avere già prodotto qualche effetto sugli atteggiamenti e sulle aspettative degli operatori economici internazionali.

La maggior parte di loro sembra avere superato la fase iniziale di grande allarmismo. Il testa a testa fra i due schieramenti, con una costante prevalenza del no, ha già suggerito a molti di ridefinire le loro previsioni e di iniziare a pensare il corso d’azioni necessarie se effettivamente vincesse il no. Dall’allarmismo a una strategia di limitazione dei danni il passo non è facile, ma può essere necessitato ed è meglio che sia preparato in anticipo. Se questa è la nuova condizione degli operatori economici internazionali, allora i sostenitori del sì, a cominciare dal governo, si trovano con un’arma relativamente spuntata. Non possono più, esagerando, chiedere agli italiani un voto che serva al tempo stesso a riformare le istituzioni e a dissipare la sfiducia di quegli operatori. Anzi, per mantenere quella fiducia, che va a vantaggio dell’intero paese, dovrebbero abbassare i toni e smettere di ipotizzare scenari catastrofici in caso di sconfitta.

Un discorso non molto dissimile vale per i sostenitori del no. Una volta preso opportunamente atto che l’Italia si trova in un mondo globalizzato e in una Unione Europea che la vorrebbe stabile e performante, i sostenitori del no dovrebbero cessare subito di demonizzare le banche d’affari, le agenzie di rating, gli americani e tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, esprimono preoccupazioni. Dovrebbero, al contrario, dichiarare che anche nel caso di una vittoria del no non ci saranno rese dei conti politici né stravolgimenti economici, che la posta in gioco è data, in effetti, dalle modifiche costituzionali e non necessariamente dalla vita del governo e che il post-referendum si svolgerà all’insegna delle norme costituzionali vigenti nell’interpretazione che ne darà il Presidente della Repubblica. Insomma, il sì e il no hanno la concreta possibilità di ridurre congiuntamente qualsiasi impatto negativo, sulla politica e sulla economia della vittoria del no, poiché questo è l’esito finora più temuto dagli operatori economici internazionali. Che almeno tutti ne siano pienamente consapevoli.

Pubblicato il 25 novembre 2016

Brancaleone e il “no” che risuona argentino

Larivistailmulino

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Messo da parte, almeno temporaneamente, l’elisir plebiscitario al quale quasi tutti i sostenitori del “sì” si sono abbeverati, adesso la discussione è tornata sul merito. Almeno così affermano i corifei del “sì”. Dopo che Giorgio Napolitano, seppure molto tardivamente, ha denunciato in maniera felpatissima la propaganda di Renzi, caratterizzata “forse, da un eccesso di personalizzazione politica”, i sostenitori del disegno di revisione costituzionale hanno beatificato il loro statista Renzi perché – udite udite – si è corretto. Pazzesco. Vedremo fino a quando. Ancora inebriati da quel potente elisir, o forse ricordando un esemplare articolo, definibile solo come character assassination, scritto da una coppia di professori di scienza politica a Bologna, Sergio Fabbrini cerca, ricorrendo a qualche mediocre sarcasmo, di fare di meglio. Scopre che i sostenitori del “no” sono un’Armata Brancaleone (quale originalità!). Continuando la discussione sul merito, scrive, ma non è il primo, che i “no” sono degli irresponsabili anti-italiani che non hanno fatto nulla di buono nel passato e che scasserebbero il paese se vincessero. Della stupefacente omogeneità dello schieramento del Sì (Il Foglio e Civiltà Cattolica, il Corriere e Il Sole 24 Ore, la Confindustria e i suoi pregevoli algoritmi, Arturo Parisi e Denis Verdini, Marcello Pera e Cesare Damiano, con la ciliegina di JP Morgan sulla quale vale la pena di soffermarsi) nulla ci dice il professore della LUISS. Pazienza.

Il merito, come hanno capito prima di tutti i notissimi professoroni della JP Morgan, riguarda la trasformazione delle Costituzioni socialiste dell’Europa meridionale. Cestinarle, dicono quei professoroni anonimi, senza curarsi del punto, effettivamente di merito, che nell’Assemblea Costituente italiana c’erano fior fiore di liberali, repubblicani, azionisti e socialisti né catto né comunisti. Naturalmente, sempre restando sul merito, ridimensionare il Senato (ma i comunisti volevano il monocameralismo: che non abbiano vinto allora, ma stiano per vincere adesso?), abolire il CNEL, introdurre qualche referendino in più, accentrare poteri nello Stato (ma non erano i comunisti quelli che miravano all’accentramento del potere politico?), è inoppugnabile che le riforme renzian-boschiane faranno diventare la Costituzione italiana un moderno palinsesto liberista applaudibile anche dall’allarmato/ista Ufficio Studi della Confindustria. Però, chiedere politiche keynesiane all’Unione Europea proponendo come vessillo una riforma sedicente liberista appare non propriamente convincente. Comunque, vorremmo fare sapere a JP Morgan che ha sbagliato bersaglio: il cattocomunismo non sta nella seconda parte della Costituzione, ma nella prima. Sono i diritti civili, politici e sociali, che Renzi e i suoi giurano di non toccare, la vera eredità del cattocomunismo, ovvero, meglio dell’elaborazione ampia e pluralista, condivisa dai nove decimi dell’Assemblea, che ha portato alla Costituzione italiana.

Non è chiaro in quale dei molti testi da lui compulsati, il Fabbrini abbia scoperto le ambizioni che lui attribuisce al molto composito schieramento del “no”: dare vita a un nuovo governo. Non è affatto così. Il NO vuole sconfiggere riforme di bassissimo profilo, ma dannose, che produrrebbero conseguenze molto negative sul funzionamento del sistema politico italiano e che inquinerebbero la vita politica italiana per anni e anni. Il “no” pensa che non esiste nessun uomo della provvidenza né oggi né domani e che il Parlamento italiano, se Renzi e i suoi non si metteranno di traverso (pazzesco), è in grado di dare vita a un nuovo governo a guida legittimamente espressa dal partito che ha la maggioranza parlamentare, il PD. Anche questo è il merito.

Infine, è sempre utile ricordare a tutti, soprattutto agli ulivisti della prima e della seconda ora, che da questo progetto di revisione costituzionale non emergerà alcuna fantomatica “democrazia governante” né, tantomeno, una democrazia maggioritaria e competitiva. Non saranno le elite negative, per di più argentine, evocate da Fabbrini, a riproporre un ritorno all’Italia proporzionalista. Anche perché questo nostalgico ritorno al passato lo dobbiamo, da ultimo, alle giovani élite fiorentine che, in compagnia dei loro gigli magici, hanno approvato una legge elettorale di ispirazione e stampo proporzionalista, che garantirà diritto di tribuna e di veto anche alle più piccole minoranze, disponibili (loro sì!) alla consociazione appena la maggioranza di turno darà segni di cedimento. Col “sì” si chiude la transizione istituzionale italiana riportando indietro le lancette dell’orologio di oltre venti anni. Col “no” si tiene aperta la porta a riforme migliori, provando a restituire al cittadino lo scettro e il fischietto (nostro omaggio a Roberto Ruffilli e al suo libro Il cittadino come arbitro).

Pubblicato il 21 ottobre 2016 su il Mulino online

La leggenda della crisi della democrazia

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Articolo pubblicato sul n. 118 del mensile “Formiche”, con il titolo Democrazia contro crisi delle democrazie (pp. 62-63).

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Quando si parla di “crisi” con riferimento alle democrazie bisogna effettuare e mantenere fermissima una distinzione preliminare, che è cruciale, fra crisi della democrazia e crisi nelle democrazie. Sarò perentorio: non c’è nessuna crisi della democrazia in quanto regime che offre ai cittadini elezioni libere, eque, competitive con le quali scegliere e sconfiggere rappresentanti e governanti e che protegge, promuove e garantisce i diritti delle persone, da quelli dei bambini a quelli delle donne, da quelli degli anziani a quelli dei disabili, a quelli dei migranti. Certo, queste democrazie, che chiamiamo liberal-costituzionali rappresentano una netta minoranza dei regimi politici esistenti, non più di trentacinque, al massimo, generosamente, quaranta. Però, dappertutto nel mondo, dal Venezuela allo Zimbabwe, ci sono uomini e donne che lottano, vengono malmenati, messi in prigione, rischiano la vita e spesso la perdono proprio in nome di quella democrazia delle regole e dei diritti. Nessuno di loro può permettersi il lusso fra un vernissage e un concerto, fra una sfilata di moda e una gita in barca, di sostenere che la democrazia è in crisi. Il modello democratico di rapporti fra cittadini e autorità, di partecipazione nelle istituzioni e contro di loro, di conquista, di esercizio e di distribuzione del potere, costruito in un paio di secoli e faticosamente perfezionato, è vivo, valido, imitabile. Nessuna crisi della democrazia, anzi, a giudicare dalla sua espansione negli ultimi trent’anni, grande capacità attrattiva.

Invece, esistono, eccome, difficoltà, problemi, inconvenienti, sfide che, volendo, possiamo anche chiamare “crisi”, all’interno delle democrazie realmente esistenti. Non sarò così altezzoso, così professorone da lasciare le lancinanti preoccupazioni sul futuro delle nostre democrazie agli attempati nouveaux philosophes, ai tardissimi francofortesi, agli accigliati editorialisti del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica, tutti maestri delle aggettivazioni, e neppure agli scettici intellettuali latino-americani, sempre parte del problema, mai disposti a cercare le soluzioni. Indico, qui, quelle che mi paiono le difficoltà più visibili nel funzionamento delle democrazie contemporanee.

La prima mi pare chiarissima. Avendo avuto successo nella loro vita professionale, molti cittadini non pensano di dovere contribuire alla vita pubblica poiché sono convinti che le decisioni politiche incideranno poco sul loro lavoro, sul loro prestigio, sul loro denaro. Sì, l’individualismo egoista è un problema di non poche democrazie contemporanee. Si accompagna al e accompagna il declino, con tutte le differenze dei vari casi e contesti, dei partiti politici e, più in generale, delle associazioni che, come dovremmo tutti ricordare, sono considerate, da Tocqueville in poi, la spina dorsale delle democrazie. Chi va a giocare a bowling da solo difficilmente andrà ad un dibattito politico, svolgerà azione sindacale, parteciperà alla vita di associazioni di volontariato. Calmiererà la sua coscienza facendo donazioni con il sistema PayPal e via con il suo lavoro. Non riuscirà mai ad essere “felice”, come ha notato con grande acume Albert O. Hirschman, ma se non conosce il lato positivo dell’impegno democratico, non sarà neppure troppo infelice, pur nella sua inutilità “democratica”. È in queste persone, cresciute di numero e di influenza sociale in tutte le democrazie consolidate che, più o meno dormienti, si annidano i batteri dell’antipolitica. Anche, ma non solo, de Italia fabula narratur.

So che il lettore mi sta aspettando al varco, vale a dire alle forche caudine del populismo. È la sfida populista la minaccia più grande e più grave alle democrazie realmente esistenti? Sono i populisti che sotterreranno i regimi democratici (a cominciare da una, peraltro sempre più improbabile vittoria di Trump negli USA), ma anche l’Unione Europea? Tutto al futuro poiché il populismo, tranne due o tre eccezioni latino-americane, non ha vinto da nessuna parte. Con Yves Mény e Yves Surel, autori di un bel libro (ndr Par le peuple, pour le peuple. Le populisme et les démocraties), dirò che il populismo non può essere espunto da nessuna democrazia. Se dalle democrazie si toglie il popolo, il demos rimane il kratos che non ha mai propensioni democratiche. Una striscia di populismo sta in tutti i regimi democratici, a cominciare dal governo di Lincoln “dal popolo, del popolo, per il popolo”. Può pericolosamente ingrossarsi laddove, in assenza di associazioni intermedie o per loro debolezza, qualcuno riesca a fare appello ad un popolo disorganizzato, indifferenziato, desideroso di una rappresentanza facile e non esigente.

Non manderò nessun messaggio di redenzione e di salvezza. Chi non ha ancora capito che i populisti offrono soltanto promesse di sollievo temporaneo, che giovano al leader e ai suoi collaboratori/collaboratrici, è politicamente malmesso. Costruendo con pazienza e competenza associazioni e istituzioni, diventa possibile tenere a bada qualsiasi insorgenza populistica. Forse, oggi, l’insorgenza deve trovare una risposta europea anche se i populisti sono sempre leader molto provinciali. Chi non vuole costruire una democrazia europea, a partire dall’Unione, lascia ampi spazi ai populismi nazionali. Per tornare al punto di partenza, la crisi non è, comunque, della democrazia, ma nelle democrazie, nei loro cittadini incolti, pigri, egoisti.

Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano

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Dissento fortemente dall’analisi di Gianni Bonvicini ” II rischi per l’Italia se vince il NO” (22 settembre 2016) e ancor più dalla sua conclusione: “Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione”. L’accusa di disfattismo e di antipatriottismo mi pare davvero fuori luogo.

Riforme inutili e inefficaci

Credo che sia praticamente impossibile dimostrare che uno qualsiasi dei capi di governo che contano nell’Unione Europea conosca le riforme costituzionali imposte da Matteo Renzi e sia in grado di valutarne, compito difficile anche per gli italiani, l’utilità e l’efficacia. Tanto per cominciare la riforma del bicameralismo italiano, che non è affatto “perfetto” come scrive Bonvicini, produrrà un Senato di consiglieri regionali e sindaci che si occuperanno, con quale preparazione e con quali conoscenze?, certo non ne faranno sfoggio durante le loro campagne elettorali regionali,della politica europea. E’ una scelta assolutamente fuori luogo. Secondo, nel momento in cui sarebbe opportuno valorizzare le regioni e le autonomie locali, anche per attuare compiutamente il principio di sussidiarietà, le riforme approvate reintroducono la “supremazia statale” in molte materie. Avrebbero, invece, se miriamo congiuntamente a rappresentanza ed efficienza, dovuto mirare ad un accorpamento delle regioni e a un’incentivazione della loro efficienza anche in tutti gli ambiti nei quali, a cominciare dall’utilizzo dei fondi europei, debbono operare.

Un bicameralismo non “perfetto”, ma produttivo

Nulla di tutto questo. Bonvicini sembra credere alla non-produttività del Parlamento italiano e alla sua presunta lentezza e farraginosità. Invece i dati, che ho riportato nel mio volumetto NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme. Per migliorare la politica e la vita (Edizioni Epoké 2016) indicano tutt’altro. Il bicameralismo italiano ha regolarmente “fatto”, ovvero approvato, più leggi e in tempi comparativamente più brevi dei bicameralismi tedesco, francese e inglese. Inoltre, il governo, anche quello di Renzi, ha regolarmente ottenuto le leggi che voleva, spesso nei tempi da lui desiderati, magari ricorrendo alla decretazione d’urgenza e imponendo il voto di fiducia. Semmai, il problema italiano è che le leggi sono quantitativamente troppe e qualitativamente malfatte. Per colpa dei governi, dei ministri, dei direttori generali dei ministeri.

Governi deboli o inaffidabili?

Governo “debole”, Presidente del Consiglio ingabbiato? Supponendo che qualcuno possa credere, senza dati, a queste fattispecie, dovrebbe allora interrogarsi sul perché nelle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum non si trovi nulla che riguardi direttamente e specificamente né il governo né il suo capo. Rimanendo in Europa sarebbe stato semplicissimo e auspicabilissimo introdurre il voto di sfiducia costruttivo la cui esistenza tantissimo ha giovato alla stabilità dei Cancellieri tedeschi e delle loro compagini governative. Allo stesso modo, una forte Camera delle regioni avrebbe dovuto essere impostata come il Bundesrat tedesco. Naturalmente, punto che, ne sono certo, Bonvicini condivide con me, la “forza” di un capo di governo nell’Unione Europea non dipende tanto e neppure essenzialmente dalla struttura del suo Parlamento, dall’organizzazione del potere locale, da una legge elettorale che contempli un cospicuo premio di maggioranza (che i greci avevano, to no avail, e che hanno recentemente abolito).

Quasi tutte le democrazie europee meglio funzionanti hanno sistemi elettorali proporzionali e governi di coalizione, più rappresentativi delle preferenze dei loro elettorati e con programmi in grado di accogliere in maniera più soddisfacente interessi e preferenze diversificate. La forza di quel capo di governo dipende dalla sua credibilità politica e personale che implica non fare promesse che non può mantenere e non farsi paladino di riforme costituzionali controverse le quali, creando conflitti interistituzionali e confusione di competenze, renderanno le sue promesse ancora più difficili da mantenere.

Unità d’intenti

Infine, un “sistema-paese” diventa e rimane un interlocutore affidabile, non soltanto per e nell’Unione Europea, anche quando non solo, ma in primis, i suoi politici e poi gli intellettuali e gli istituti di ricerca non fanno allarmismo, quando dichiarano convintamente (e cooperano a fare sì che…) che l’esito di consultazioni democratiche sarà comunque governabile. Che i nostri partner europei non hanno nulla di cui preoccuparsi. Che l’allarmismo interno ed esterno non è affatto giustificato. Che i sostenitori del NO non sono nemici del loro paese, ma pensano semplicemente che altre riforme siano possibili e migliori e sanno anche quali riforme introdurre. Questo, soltanto, questo è il messaggio da inviare ai quotidiani economici straneri, alle grandi banche d’affari, all’Ambasciatore USA, che avrebbe fatto meglio a parlare dopo avere ascoltato i rappresentanti dei due fronti, ai partners europei.

Pubblicato il 3 ottobre 2016  su AffarInternazionali

Intervista sull’Europa

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Con questa intervista a Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, proseguiamo il nostro lavoro di approfondimento sul tema dell’integrazione europea. L’intervista è a cura di Lorenzo Mesini e di Andrea Pareschi.

Che cos’era e che cosa ha rappresentato il federalismo europeo nei decenni del processo di integrazione?
All’inizio il federalismo europeo era esattamente una dottrina relativa alle modalità con cui bisognerebbe costruire uno stato federale. Un certo numero di stati, nello specifico sei, si misero d’accordo per cedere parte della loro sovranità su alcune risorse molto importanti (carbone, acciaio e soprattutto energia nucleare) a un’autorità sovranazionale. Incominciò tutto dal 1949 fino al 1957, quando si firmò il Trattato di Roma, che fu un trattato sovranazionale che diede slancio a un processo veramente federale.

Quali erano i punti di forza del programma federalista? in che misura si distingueva dall’approccio neo-funzionalista (Monnet) e da quali punti erano accomunati?
I punti di forza del programma federalista erano due. In primo luogo alcuni stati non si sarebbero più fatti la guerra (che rappresentava il problema storico dell’Europa, soprattutto dopo le due Guerre Mondiali ma non solo). In secondo luogo, mettendo insieme determinate risorse, si sarebbe riuscito a produrre anche un grande sviluppo economico. Quindi l’obiettivo era la pace e la prosperità. Credo che oggi questi obiettivi siano stati ampiamente raggiunti anche se ovviamente si discute su quanta prosperità stiamo perdendo perché non riusciamo a risolvere certi problemi. Monnet pensava che l’integrazione a livello europeo di determinate aree di cooperazione e collaborazione avrebbe avuto effetti anche su aree contigue. Questo avrebbe favorito un’integrazione progressiva verso un grande mercato comune, mercato che a sua volta avrebbe richiesto inevitabilmente uno stato, uno stato regolatore che a quel punto doveva essere uno stato federale.

La figura di Altiero Spinelli, oltre al suo indubbio valore simbolico, che ruolo ha esercitato, con la sua opera politica e il suo pensiero, sul corso effettivo del processo di integrazione? In quali fasi, se ci sono state, l’influsso di Spinelli è stato più sensibile?
Spinelli è stato importantissimo nel contesto italiano, non soltanto come fondatore del Movimento Federalista Europeo (1943) ma anche per i rapporti interpersonali che era riuscito a tessere prima con De Gasperi e poi, nel momento più importante, con Nenni (fine degli anni Sessanta). Inoltre fece cambiare posizione al PCI, che era sostanzialmente ostile al processo di unificazione europea e che invece a metà degli anni Settanta giunse ad accettare l’Europa. Al riguardo bisogna ricordare il famoso discorso di Berlinguer che da questa parte della cortina di ferro si sentiva più sicuro. Spinelli convinse il partito comunista ad accettare l’Europa e a parteciparvi attivamente. Nel 1976 venne eletto dal PCI al Parlamento Europeo, per altro dopo esser già stato commissario europeo (1970-1976). Venne poi rieletto nel 1979 e nel 1983. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi c’è un movimento federalista europeo che deve la sua ispirazione e la sua nascita anche agli sforzi di Spinelli. Inoltre tutto quello che precede l’Atto Unico (1986) è, in una certa misura, preparato da Spinelli, che voleva un nuovo trattato, ma alla fine prese atto che il massimo che si poteva ottenere in quel momento era l’Atto Unico. Scrisse un documento importantissimo intitolato Per un’Unione più stretta. Poi purtroppo morì nel 1986. È difficile dire se oggi ci sia un suo erede. In una certa misura possiamo dire che una visione di tipo federale è stata quella sostenuta dai Radicali, da Pannella, da un lato, e da Emma Bonino, dall’altro. Però il primo è morto, purtroppo Emma Bonino sta male e quindi non c’è più questa presenza. Oggi, il pensiero federalista europeo in Italia è molto debole. C’è un centro studi federalistici a Torino, che secondo me è il migliore in Italia, ma non molto di più.

Venendo alla fase più recente dell’integrazione, inaugurata dal trattato di Maastricht, in che modo le forme concrete attraverso cui questo processo si è configurato, si relazionavano all’ideale federalista? Come commenta questa importante tappa rappresentata dal trattato di Maastricht, avendo presente gli sviluppi politici successivi?
Maastricht è uno dei trattati più importanti, naturalmente. Su un punto possiamo essere tutti d’accordo: Maastricht inserì pienamente la Germania unificata (1990) in Europa. Maastricht aprì inoltre la strada alla riflessione sul potenziamento del mercato comune, del mercato unico e poi all’Euro. Quindi Maastricht ha rappresentato una svolta di grandissima importanza.

Al tempo delle discussioni in merito all’adozione dell’euro, prevalse un’interpretazione secondo la quale, l’unione monetaria non comportava necessariamente il trasferimento di competenze fiscali e finanziare a livello comunitario. Era diffusa la convinzione che un sistema di vincoli, che poi si concretizzò nel patto di stabilità, unitamente a una politica monetaria comune, fossero sufficiente a garantire un’adeguata gestione dell’unione monetaria. Jacques Delors riteneva invece che viste le notevoli differenze socio-economiche tra i paesi membri fosse necessario perseguire attivamente una politica di convergenza. Alla luce degli sviluppi successivi, che giudizio da oggi di questo dibattito? Ci furono a suo avviso carenze e/o errori evitabili?
Delors aveva sicuramente ragione. Però non riuscì a convincere un numero sufficiente di capi di stato e di governo del fatto che quella era la direzione giusta in cui bisognava andare. Però, tutti erano consapevoli del fatto che la moneta unica costituiva una premessa e che poi occorreva andare verso una politica monetaria comune e verso una una vera politica finanziaria ed economica condivisa. Le prospettive erano chiare a tutti a Maastricht, ma molti stati erano riluttanti ad andare in quella direzione. Finita la presidenza Delors, i successivi presidenti non hanno avuto la stessa forza e la stessa volontà di intervenire in materia e di premere in continuazione sugli stati. Prodi, per esempio, preferì l’allargamento dell’Unione piuttosto che l’approfondimento delle sue politiche economiche.

Negli anni Duemila, ha luogo il dibattito sulla Costituzione Europea, a cui presero parte figure di grande rilievo. La successiva bocciatura del testo nei referendum francese e olandese, impose un una pausa al processo di integrazione, che riprese poi in tono minore con il Trattato di Lisbona. Che giudizio esprime su questa fase? Furono commessi errori? Quali furono le principali carenze a suo avviso?
Gli errori furono tutti dei politici nazionali. Il referendum sulla Costituzione europea in Francia venne bocciato dai socialisti che si divisero: un parte votò contro e così fece cadere il trattato. Gli olandesi probabilmente votarono contro perché volevano più integrazione, non perché ne volevano di meno. Però, anche questo fu un brutto segno: significa che i politici olandesi favorevoli all’Europa non avevano saputo condurre una campagna elettorale adeguata. Non furono capaci di insegnare che cos’è l’Europa. Ecco se dovessi dire qual è il problema vero è che molti politici quando vanno in Europa fanno finta di essere europeisti e poi quando tornano nei loro paesi sostengono invece che bisogna evitare di cedere sovranità all’Europa. C’è un atteggiamento ambivalente che non giova assolutamente all’Unione Europea e nemmeno ai politici nazionali, che si trovano poi alle prese con fenomeni di populismo che conosciamo. Questa è una fase di transizione molto complicata, irta di pericoli e senza grandi opportunità, anche perché manca la figura di un grande europeista, di un grande federalista. Ci sono qualche volta dei politici di buona volontà, ma questo non è sufficiente.

Sotto la Commissione Prodi nuovi paesi, principalmente dell’Europa orientale, entrarono nell’Unione. Ciò fu preceduto da un dibattito circa l’opportunità che tale allargamento fosse preceduto da un approfondimento, ovvero da una più incisiva integrazione tra i paesi membri. Alla luce dei recenti avvenimenti, ritiene che si sia proceduto allora in maniera lungimirante?
No, fu tutto meno che lungimirante. Fu comprensibilmente poco lungimirante: si pensò che facendo entrare questi paesi in Europa (tutti ex regimi comunisti) si sarebbe data una spinta al consolidamento di quelle democrazie. Probabilmente questo consolidamento è avvenuto, anche se vediamo che sono stati fatti diversi passi indietro, soprattutto in Ungheria e in Polonia. È stato un allargamento frettoloso, comprensibile ma non governato bene. Le conseguenze di ciò sono oggi sotto gli occhi di tutti. Questi paesi non hanno ancora acquisito una mentalità veramente europea, non hanno acquisito comportamenti autenticamente europei. Spesso costituiscono una palla al piede per coloro che vorrebbero andare più avanti nell’integrazione, ma non possono senza convincere questi paesi che sono rimasti in una situazione in cui lo stato nazione conta di più di qualsiasi progresso verso uno stato federale europeo.

La crisi economico-finanziaria ha dato grande spazio a una galassia di forze politiche che oggi viene genericamente rubricata sotto l’etichetta di “euroscetticismo” o “populismo”. Quali sono a suo avviso le cause del successo e del consenso che riscuotono queste forze politiche?
Se c’è un elemento unico che posso riscontrare è il fatto che tutte possono qualificarsi come populiste e nazionali in quanto fanno campagne essenzialmente contro l’Europa e/o contro l’Euro. Vogliono un ritorno, che oggi è praticamente impossibile, agli stati nazionali. Ma c’è un numero consistente di cittadini-elettori che temono le conseguenze di una maggior unificazione politica e le conseguenze della globalizzazione. Qualche volta hanno anche ragione perché non sono preparati ad affrontarla: ad esempio in materia di istruzione, oppure non hanno le capacità lavorative per fronteggiarla. I populisti fanno leva su questo sentimento e possono arrivare a sfruttarlo fino a un certo punto. Ma che sia chiaro: non dovrebbero. Riescono ad avere un po’ di influenza, non tanta, nei loro rispettivi sistemi politici, mentre nel Parlamento Europeo praticamente non ne hanno. Il populismo è difficile da sconfiggere una volta per tutte, anche perché elementi di scontento ci saranno sempre e i populisti li cavalcano come d’altronde è loro facoltà.

Data la natura sovranazionale dei principali problemi che gli stati e le società europee si trovano oggi a dover affrontare, nonché la presenza di una giuntura critica interna che dovrebbe promuovere l’adozione di un più coraggioso approccio ai problemi, come spiegare il mancato approdo a meccanismi e soluzioni comunitarie? Come mai l’approccio neo-funzionalista sembra non esser più applicabile? Perché oggi il metodo intergovernativo prevale su quello comunitario?
Il neo-funzionalismo non è più applicabile perché ha avuto successo, ha fatto praticamente tutto quello che poteva: ha allargato le aree di collaborazione e cooperazione, ha prodotto prosperità diffusa. Tutti i paesi che sono entrati nell’Unione Europea sono cresciuti dal punto di vista economico. Il neo-funzionalismo è arrivato per così dire al soffitto. Per sfondare il soffitto, tuttavia, non basta il modello intergovernativo che prevede la collaborazione tra gli stati così come sono e l’utilizzo di risorse che già ci sono. Solo il federalismo garantisce maggiori risorse e una loro migliore distribuzione. Insisto: i governanti nazionali continuano a giocarsi le proprie carte sui rispettivi territori nazionali. Non c’è nessuno politico che scommetta sulla sua carriera in Europa. A dire il vero mancano anche i meccanismi adeguati. Per esempio, per un presidente eletto dai cittadini europei forse ci sarebbero gli uomini e donne disposti a entrare in competizione. Quindi il federalismo è una carta che può essere giocata, ma che richiede che ci siano quattro, cinque, sei o sette governanti nazionali disposti a giocarsela fino in fondo. E purtroppo non ci sono.

Fino a pochi anni fa l’Italia era annoverata tra più entusiasti stati membri dell’Unione. La solidità dei suoi valori europeisti non era in discussione (il referendum consultivo del 1989 e l’adesione all’euro ne furono i principali simboli). Come è stato gestito e investito quel capitale di autorevolezza dai governi italiani della cosiddetta ‘Seconda Repubblica?
Quel capitale era un capitale di emozioni e di affetti. In un certo senso, si trattava di attaccamento a un’idea. Ma non è stato messo a frutto in alcun modo. C’era una specie di mandato ai governanti di fare il possibile in Europa, senza spingersi oltre. Forse quello che era possibile è stato anche fatto. L’Italia è sempre entrata nei trattati in maniera un po’ passiva e subalterna. Poi qualcuno ha iniziato a fare campagna contro l’Europa. Berlusconi e il centrodestra hanno fatto campagna contro l’Europa e una parte di elettori ha cambiato le sue opinioni in merito. Oggi se sono europeisti, sono tiepidamente tali; altrimenti sono euroscettici o addirittura euro-ostili. La sostanza è che la maggioranza degli italiani non è più favorevole all’Europa e considera spesso l’Europa un problema e non una soluzione ai problemi.

Cosa ne rimane oggi dell’eredità del federalismo europeo? Quali sono i principali motivi della sua attuale scarsa popolarità? Secondo lei è possibile e auspicabile rilanciare una prospettiva di integrazione federale in Europa? Se si, su quali basi e con quali modalità?
Rimangono milioni di persone che credono in un’Europa federale. Rimangono dei partiti che, almeno dal punto di vista programmatico, esprimono posizioni favorevoli ad un’Europa federale. Ci sono inoltre molti parlamentari europei che condividono questa prospettiva. Purtroppo non c’è nessun capo di stato europeo che su questa prospettiva sia disposto a giocarsi la sua carriera politica. Lo vediamo in continuazione. Seppur blandamente, la Merkel potrebbe muoversi i questa prospettiva federalista. Il problema è che la Merkel governa la Germania, che è troppo grande per essere la guida di un progetto federalista europeo e che alla fine esprimerebbe una guida egemonica tedesca. Resta però il fatto che oggi il federalismo è l’unica prospettiva che può ancora essere seguita. Le altre no. Il metodo intergovernativo è quello che vediamo in azione nel Consiglio europeo. Produrrebbe forse un po’ di più di quello che oggi abbiamo (more of the same). Il neo-funzionalismo, invece, ha già dato tutto quello che poteva dare. Il problema è il passaggio federale, e il passaggio federale può essere realizzato purché ci siano donne e uomini che si impegnino a fondo. Io non li vedo purtroppo. Qualcuno dice che il passaggio federale sarebbe possibile facendo prima un passo indietro: creando una cerchia di stati disposti ad andare molto avanti nell’integrazione che dimostrerebbero così a quelli che sono meno disposti che, qualora si unissero, potrebbero fare molti progressi. È una strategia plausibile ma non facile. Non ne vedo il leader.

Pubblicato il 29 settembre 2016 su Pandora